Città e politiche della cultura. Intervista a Andrea Bortolamasi
- 26 Marzo 2022

Città e politiche della cultura. Intervista a Andrea Bortolamasi

Scritto da Giacomo Bottos

8 minuti di lettura

Qual è il valore della cultura come strumento di inclusione e partecipazione? Che rapporto sta emergendo tra forme tradizionali della cultura e sperimentazioni innovative? Che ruolo possono giocare il lavoro culturale e le industrie culturali e creative nelle città italiane?

Per provare ad affrontare questi temi a partire dal punto di vista di un amministratore abbiamo intervistato Andrea Bortolamasi, Assessore del Comune di Modena con delega a Cultura, Politiche giovanili e Città universitaria.


Quali sono oggi i compiti di un Assessore alla cultura? Come interpreta il suo ruolo?

Andrea Bortolamasi: Essere Assessore della propria città è un onere e un onore. Un onere, perché sento la responsabilità di servire quella che è la mia comunità, dove sono nato, cresciuto e mi sono formato e contemporaneamente un onore, perché devi esser all’altezza di Modena. Credo che le parole chiave per interpretare il ruolo siano due: ascolto, perché la capacità di mettersi in ascolto è un aspetto imprescindibile dell’esser amministratore pubblico, e vicinanza: non resto molto in ufficio, preferisco anche fisicamente, per così dire, stare dove le cose accadono e in città in ambito culturale ne accadono tante. La prossimità è una condizione imprescindibile dell’agire politico: la città chiede giustamente presenza, l’ambito culturale ancora di più. Devi esser dove le cose accadono, dove si sviluppano e germogliano proposte, occasioni di confronto e partecipazione: non si risolve tutto con delibere o determine, senza una presenza, continua e costante, si rischia di interpretare il ruolo in maniera burocratica, invece serve presenza e inventiva, commettendo anche degli errori, sia chiaro, ma comunque garantendo ai diversi soggetti culturali occasioni di incontro e ascolto.

 

Quali sono le linee principali dell’azione dell’Amministrazione di cui fa parte in ambito culturale?

Andrea Bortolamasi: Ci sono tre aspetti che mi preme sottolineare: il primo è il sostegno al lavoro culturale, a chi con la cultura e i suoi linguaggi ha deciso di costruirsi un percorso di vita e di lavoro. Credo che, pur nel rispetto dei diversi soggetti che a diverso titolo si rivolgono all’Assessorato, un’attenzione maggiore vada sempre riservata, ancora di più dopo questi due anni resi così complessi dalla pandemia, ai professionisti del settore, ai lavoratori del mondo della cultura e dello spettacolo dal vivo. Il secondo aspetto è legato ad una caratteristica della scena culturale della città, che si può sintetizzare in contaminazione: in città la molteplicità dei linguaggi culturali presenti ha infatti portato ad una contaminazione, positiva, tra diversi soggetti e appunto tra diversi linguaggi. L’ultimo aspetto riguarda il disegno di città futura: le scelte che abbiamo fatto come Amministrazione sono scelte che vedono nella rigenerazione urbana e sociale un tratto saliente e in questo processo di trasformazione la città si sta dotando di nuove infrastrutture culturali, rigenerando e riqualificando spazi ex o post-industriali, dismessi o abbandonati. Una scelta coraggiosa e sfidante, che deve esser sviluppata insieme ai protagonisti della scena culturale della città.

 

Quali sono i soggetti che svolgono un ruolo culturale rilevante, nel contesto di una città come Modena?

Andrea Bortolamasi: Questa domanda meriterebbe un capitolo a parte! La città è viva e vitale dal punto di vista culturale, dovrei fare un elenco lunghissimo, che tocca associazioni, organizzazioni, istituzioni culturali, fondazioni, istituti culturali. Quello che mi preme segnalare è invece la cooperazione, non la competizione, che si sta sviluppando tra diversi soggetti. Le reti che si stanno creando stanno rafforzando tutto l’ecosistema culturale della nostra città. Uso la parola ecosistema non a caso. L’ecosistema è una struttura complessa composta da due parti: la comunità biologica (cioè gli esseri viventi), o parte biotica, e la parte abiotica, cioè dell’ambiente fisico; un ecosistema culturale è quindi formato da una parte fatta da associazioni, organizzazioni, istituti, fondazioni – veri e propri corpi vivi e vitali – e una parte che rappresenta l’ambiente: i cinema, i teatri, i musei, insomma tuti i luoghi e gli spazi culturali. Contenuti e contenitori, che vanno tenuti insieme, per un disegno complessivo che vede nella cultura una infrastruttura materiale e immateriale fondamentale della città di Modena.

 

Cosa è emerso negli ultimi anni nel rapporto tra forme tradizionali della cultura e sperimentazioni innovative?

Andrea Bortolamasi: Ho l’ambizione di dire che Modena si è messa alla testa anche in uno scenario e in una dimensione nazionale di questo processo di trasformazione: cito ad esempio i progetti come il programma denominato CLAP (Cultural Lab Platforming), un programma di innovazione nel settore delle industrie creative e culturali unico nel panorama italiano, sviluppato dall’Università di Modena e Reggio Emilia o il progetto del digital atelier e delle scenografie digitali, sviluppato dal Laboratorio Aperto di Modena in collaborazione con ERT e il Teatro Comunale Pavarotti-Freni.

 

Come promuovere collegamenti tra “le due culture”, quella umanistica e quella scientifica?

Andrea Bortolamasi: Occorre generare occasioni di confronto e di progettazione comune: cito, ad esempio, il progetto che su questi ambiti è il più significativo, ovvero il Centro interdipartimentale sulle Digital Humanities dell’Università di Modena e Reggio Emilia che rappresenta un esempio virtuoso di rete e collaborazione tra diversi soggetti, come appunto la Regione Emilia-Romagna, la Fondazione di Modena, le Gallerie Estensi, la rete degli Istituti culturali del Comune di Modena e partner privati. Proprio il dialogo tra saperi umanistici e scientifici è una delle principali caratteristiche del progetto Ago – Modena Fabbriche Culturali che stiamo sviluppando come Comune in collaborazione con Unimore e Fondazione di Modena per proseguire e consolidare il percorso avviato, continuando a disseminare competenze, realizzare attività di formazione, produzione e partecipazione culturale consapevole.

 

Quali sono i luoghi della cultura? Quali politiche promuovete in questo ambito?

Andrea Bortolamasi: L’impegno che abbiamo assunto nel PUG, il nuovo piano urbanistico generale, è quello della città dei 15 minuti: una città dove nel raggio di un quarto d’ora ciascun cittadino abbia tutti i servizi essenziali a propria disposizione, tra cui ovviamente gli spazi culturali, aggregativi e associativi. Ecco perché è tutta la città che deve esser pensata come un luogo che può ospitare, pensare e produrre partecipazione culturale, che sia il nostro Museo Civico o uno dei parchi che fanno di Modena la seconda città in Italia per numero di alberi ogni cento abitanti.

 

Ha spesso descritto Modena come “città dei Festival”. Qual è la visione alla base di questa definizione?

Andrea Bortolamasi: È la capacità che la città ha dimostrato di progettare e attrarre appuntamenti culturali che toccano argomenti diversi, che utilizzano linguaggi culturali diversi, facendo rete tra pubblico, privato, privato sociale: momenti di pensiero, elaborazione e riflessione aperti che trasformano la città in una grande piazza, aperta, dove confrontarsi. L’esempio più alto è rappresentato dal Festival Filosofia: nel solco di quell’esperienza sono maturate esperienze sulla piccola e media editoria, la letteratura per ragazzi, il giornalismo investigativo, la musica elettronica, la cultura digitale, solo per citare alcuni dei linguaggi culturali che fanno della città un esempio unico in Italia. Siamo stati in grado di attrarre esperienze diverse e innestarle nel tessuto culturale cittadino, non festival “a pacchetto” o a “scatola chiusa”. Vorremmo arrivare anche ad un vero e proprio claim, che raccontasse la nostra città anche sotto questa luce e questo aspetto: i festival generano un indotto importante e sono occasione di promozione territoriale.

 

Qual è l’importanza economica del mondo culturale? Qual è il panorama delle industrie culturali e creative sul territorio? 

Andrea Bortolamasi: Sarò schematico, ma i numeri hanno la testa dura e in questa occasione aiutano ad inquadrare l’impatto della cosiddetta “economica arancione”. Nell’ambito delle industrie culturali e creative (ICC) il distretto di Modena registra 5.200 imprese locali, oltre 13.000 addetti, pari al 15% circa del totale regionale. Modena ha una particolare vocazione nei “Servizi creativi”, grazie soprattutto al contributo dei settori del design e dell’informatica. Nei “Servizi creativi” si registra il 63,9% delle unità locali totali dei settori ICC della provincia e il 53,6% degli addetti contro una media regionale pari, rispettivamente, a 62,2% e 52,3%; Modena si caratterizza per una significativa presenza di “Media e industrie culturali”, che rappresentano il 12,3% delle unità locali totali dei settori ICC della provincia e il 26,1% degli addetti contro una media regionale pari, rispettivamente, a 11% e 19,2%. Per le media arts, parliamo di 1.000 imprese, con oltre 3.000 addetti. Ruolo centrale della Provincia di Modena, che vale oltre la metà dell’export complessivo dell’Emilia-Romagna nel 2017 nel settore delle ICC (52,8%). Modena e il suo territorio hanno tutte le caratteristiche per vedere crescere un altro distretto, quello delle industrie culturali e creative, anche alla luce delle scelte che abbiamo fatto di rigenerazione urbana che stanno dotando la città di luoghi e spazi dove queste imprese possano innestarsi: una filiera che inizia già nei percorsi didattici del nostro Ateneo e che sta portando alla nascita di nuove industrie culturali e creative.

 

Come agire per migliorare il livello e la qualità del lavoro nel settore culturale?

Andrea Bortolamasi: Le caratteristiche peculiari di questo settore richiedano valutazioni ad hoc dal punto di vista della normativa, ancora piuttosto carente. Contratti di lavoro, anche flessibili, che devono far emergere il sommerso e devono esser flessibili perché gli artisti e i tecnici sono spesso ingaggiati per produzioni che durano qualche mese, spesso lavorano con diversi datori di lavoro, magari facendo al tempo stesso l’insegnante, l’attore e lo speaker radiofonico, mansioni regolamentate ciascuna in modo diverso e a volte contraddittorio l’una con l’altra, con la difficoltà per il lavoratore di rendere omogenee retribuzioni e contribuzioni. Nel settore culturale non è quindi sbagliato parlare di “giungla contrattuale”, serve uno sforzo da parte del legislatore nel regolare un mercato precario e parcellizzato, insistendo sugli aspetti che possono aiutare a far emergere, come dicevo precedentemente, situazioni irregolari o zone grigie: questo è il punto di partenza per me, perché nell’illegalità non ci può esser nessuna prospettiva di crescita. Un esempio: il lavoratore dello spettacolo (che si tratti di arti performative o musica) non sta lavorando solo quando va in scena davanti ad un pubblico, ma anche quando è in prova per l’allestimento dello spettacolo, quando sta facendo studi e ricerche per scrivere un testo, preparare una regia, un’interpretazione, sta lavorando persino quando non ha una performance specifica da preparare, ma si sta formando facendo un laboratorio. In Italia però gli artisti percepiscono un compenso solo nel primo caso (quando vanno in scena davanti ad un pubblico), raramente nel secondo caso (quando provano per l’allestimento di uno spettacolo), mai negli altri casi. Una delle battaglie del settore, deve essere dunque quella di riconoscere che il lavoro dell’artista non si esaurisce nella messa in scena, e che anzi quello è l’esito nemmeno finale, ma intermedio di un processo creativo che nasce molto prima dalla formazione allo studio, alla ricerca, che ha una tappa centrale nella presentazione al pubblico e che continua dopo con l’approfondimento e ulteriore ricerche di senso. Un lavoro insomma continuativo che vede un impegno, e un monte ore di impegno, costante. Il mondo delle arti e dello spettacolo dal vivo dovrebbe dotarsi di protocolli volti a garantire stabilità e continuità lavorativa, su questo guardo con interesse al lavoro fatto in merito dal Comune di Bologna con appunto Comune e Sindacati che hanno firmato un protocollo per favorire la stabilità occupazionale e contrastare il lavoro irregolare; penso che su questi aspetti anche come Enti Locali possiamo fare la nostra parte.

 

Modena è “città creativa UNESCO”. Cosa implica questo riconoscimento?

Andrea Bortolamasi: Siamo la prima città italiana ad esser stata nominata Città Creativa UNESCO per le media arts; la nomina apre uno scenario inedito per la città. La città, il cuore della città, rappresentato da Duomo, Torre Campanaria (la Ghirlandina) e Piazza Grande sono patrimonio mondiale dell’umanità dal 1997: con la nomina nella rete delle città creative, per un cluster di frontiera come le media arts uniamo quindi passato, presente e futuro della nostra comunità. La candidatura è stata una candidatura di rete, un disegno collettivo, un riconoscimento che ha premiato il grande lavoro svolto da tutto il Comitato che ha sostenuto la candidatura in un lavoro corale che testimonia la grande vitalità dell’ecosistema culturale della nostra città. Essere la prima città italiana nel cluster delle media arts per noi ha un valore profondo ed è uno stimolo che ci impegna a proseguire nel percorso di trasformazione e innovazione in ambito culturale, sugli assi della creatività e di un dialogo sempre maggiore tra saperi umanistici e scientifici e sulle innovazioni digitali applicate alla cultura e ai suoi linguaggi. Per usare un’immagine, una città dove un pianista e un ingegnere informatico, un attore e un programmatore trovano le condizioni per lavorare insieme e immaginare la città di domani: dalla digitalizzazione del nostro patrimonio artistico-culturale, passando dalla musica elettronica, al video-mapping e alle scenografie digitali, gli ambiti sono diversi e vogliamo provare ad esplorarli tutti, in una dimensione di sfida e innovazione culturale. Se mi posso permettere, l’invito è quello a vistare il sito dedicato, in continuo aggiornamento: https://modenafuturacreativa.it/ che racconta la nostra candidatura anche con materiale audio-video.

 

Quali prospettive vede per il futuro? La cultura può essere strumento di inclusione e partecipazione?

Andrea Bortolamasi: La cultura è già strumento di inclusione e promozione e a questo proposito cito spesso l’esempio della Biblioteca Crocetta, una delle biblioteche di quartiere di Modena, con abbiamo vinto un progetto del Ministero della Cultura per ampliare orari, servizi e attività. Si tratta di esempio di biblioteca di quartiere che si apre alle associazioni, ad attività diverse e che funge da vero e proprio polo sociale e aggregativo e che propone: gaming, teatro in biblioteca, laboratori di filosofia e gruppi di lettura, laboratori di cultura digitale. Iniziative diverse che vedono nella biblioteca uno strumento di inclusione e partecipazione, dal basso, che assume ancora più valore perché si realizza in un quadrante della città non semplice. È un esempio di come attraverso i diversi linguaggi culturali si può lavorare sulla partecipazione. La cultura non può prescindere dalla partecipazione, le politiche culturali sono parte di un sistema di welfare più complessivo: il teatro è luogo di impegno civile, le biblioteche spesso sono il primo contatto tra cittadino e Comune, il Museo è un luogo che accoglie laboratori didattici per le scuole, sono tutti luoghi e interventi che vanno al di là degli aspetti più prettamente culturali.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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