Città e sviluppo sostenibile: il ruolo dei network internazionali
- 27 Ottobre 2021

Città e sviluppo sostenibile: il ruolo dei network internazionali

Scritto da Davide Emanuele Iannace

6 minuti di lettura

Parlare di sviluppo sostenibile nel prossimo futuro vuol dire, tendenzialmente, parlare delle città e di come sarà possibile creare nuove forme di urbanismo che siano in accordo con i principi disegnati e tracciati nei Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite. Proprio il numero 11, denominato Sustainable Cities and Communities, pone il perno del problema intorno lo spazio urbano. È stato stimato che già oggi 3,5 miliardi di persone abitino all’interno di aree urbane e che tale cifra arriverà intorno ai 5 miliardi nel 2030[1].

Le città crescono e come crescono, occupando sempre più spazio fisico, consumano sempre più risorse. Se sono da un lato parte del problema sono però anche parte della soluzione e lo sono perché vengono inserite nei progetti a guida tanto nazionale che sovranazionale – e possiamo vederne un chiaro esempio tanto nei programmi HABITAT sponsorizzati dall’ONU e URBACT, a guida dell’Unione Europea – e anche perché si muovono in maniera autonoma, come attori politici oramai sempre più riconosciuti anche sul piano internazionale[2], innovando e trovando nuove vie per svilupparsi dentro un paradigma sempre più complicato a livello globale.

Le città contemporanee – con particolare riferimento alle città europee e nord-americane, o in generale del cosiddetto “Occidente” – vivono in una particolare relazione con il mondo a loro esterno. Da un lato, molte città hanno cominciato a intessere relazioni e rapporti su una scala non locale ma globale[3], divenendo di fatto parte di un network che trascende i confini dei classici Stati-nazione. Contemporaneamente, le medesime città globali hanno vissuto quello che Colin Hay[4] definisce come la depoliticizzazione della sfera pubblica. Avvenuta su scala politica, sociale e relativa al discorso pubblico, la depoliticizzazione se non altro ha complicato ulteriormente il tessuto politico urbano, integrandovi una serie di attori e portatori d’interesse che hanno cominciato a far sentire la loro presenza e la loro voce. Non solo, essa ha inoltre spinto le città oltre il mondo locale, sullo scenario globale, alla ricerca proprio di attori che potessero favorirne lo sviluppo.

Attori che spesso sono proprio altre città, in un network diplomatico che si alterna con quello classico nazionale, che non lo sostituisce ma ne è complementare. Le città fanno diplomazia, soprattutto perché devono trovare strumenti nuovi e innovativi per resistere a eventi tanto improvvisi – come possono essere le delocalizzazioni industriali o eventi naturali disastrosi – che a trend di tipo politico, sociale ed economico che le coinvolgono[5]. Lo fanno innovando, lo fanno sviluppando strategie di urban resilience e implementando tecnologie afferenti all’area delle smart city[6].

Per ottenere le risorse, non soltanto economiche, per poter implementare tali soluzioni, le città attingono a un bacino vario di relazioni che si muovono sia verticalmente – con le rispettive autorità nazionali, le autorità internazionali, le associazioni interne all’ambito urbano[7]– sia sul piano orizzontale, attivando rapporti con altre autorità urbane “parigrado”. E lo fanno tanto in maniera autonoma che in maniera guidata, sotto l’influsso delle policy nazionali.

In particolare, le città hanno sviluppato la loro capacità di creare network formali e organizzati in cui muoversi per ottenere le risorse necessarie a combattere le sfide che lo spazio urbano, come messo in risalto dagli SDG delle Nazioni Unite, affronta: cambiamento climatico, disuguaglianza economica, crescita demografica, citando tre dei più gravi[8]. Un esempio di rete che si presta bene a mettere in luce il lavoro internazionale svolto dalle città è la cosiddetta C40 – Cities Climate Leadership Group: un network globale in cui le partecipanti sono autorità locali che mirano a ridurre la propria impronta energetica e non solo. Nato nel 2005, ad oggi: «40 Cities connects 97 of the world’s greatest cities to take bold climate action, leading the way towards a healthier and more sustainable future. Representing 700+ million citizens and one quarter of the global economy, mayors of the C40 cities are committed to delivering on the most ambitious goals of the Paris Agreement at the local level, as well as to cleaning the air we breathe»[9].

C40 incontra l’esigenza delle città di fornirsi di una politica urbana che, da un lato sia capace di rispondere ai problemi singoli e particolari della città, dall’altro integri queste risposte negli obiettivi di sviluppo sostenibile, di transizione giusta, di modernizzazione. Il C40 Annual Report 2020[10] mostra come l’organizzazione vuole presentarsi al pubblico e ai suoi stessi partner. I dati forniti dal report indicano una rotta che mirerebbe a rendere le città facenti parte del network, nonché quelle interessate, partecipi di un percorso di rinnovamento e di transizione ecologica, in particolare nel campo dei trasporti e ad esempio si afferma che, tra il 2009 e il 2020, 23 città del network hanno bandito i veicoli altamente inquinanti, 86 si sono fornite di sistemi di condivisione di biciclette, 26 hanno incentivato la produzione di energia verde e più di 55 hanno progettato sistemi per combattere le sempre più presenti alluvioni. Rinnovamento che coinvolge inoltre i campi dell’inclusività sociale, della capacità di creare relazioni con tutti i portatori di interesse come i giovani, le aziende locali e le organizzazioni non-profit attive nel territorio.

Contemporaneamente, il report mette in luce come il Covid-19 abbia avuto un devastante impatto sulle città e di come C40 si sia mosso per arginare i disastrosi effetti socioeconomici – il blocco dei servizi e delle attività economiche, le conseguenti crisi emerse nelle PMI locali, l’effetto sulla produzione di cibo, l’erogazione dei servizi essenziali. Il fulcro di C40 rimane ancorato all’idea di condividere le strategie e i sistemi, mettere in contatto città provenienti da realtà diverse, trasferire competenze e risorse dalle città più all’avanguardia in certi settori verso altre città che hanno bisogno di colmare alcuni gap strutturali.

Secondo i dati, tale approccio sembrerebbe di successo. Gli obiettivi posti per il 2030 sono ambiziosi, così come il piano quadriennale 2021-2024. C40 ha deciso di includere nella sua agenda gli obiettivi della COP26, il target di 1,5° degli accordi di Parigi, la lotta al razzismo e alle disuguaglianze sociali. Tutto ciò, mantenendo non solo un chiaro investimento nei rapporti tra le città partner di C40, ma anche ampliando la pletora di collaborazioni con organizzazioni come le Nazioni Unite e numerose fondazioni e università.

Questo tipo di approccio, secondo il report dell’organizzazione, sembra riuscire a ottenere consistenti risultati nelle città partecipi, innescando processi positivi di cambiamento nelle politiche urbane e l’implementazione di pratiche e tecnologie innovative che potrebbero raggiungere quei traguardi fissati a Parigi e con COP26.

Aver radunato “sotto lo stesso tetto” città che affrontano problemi radicalmente diversi e che si ritrovano in panorami politici ed economici che grandemente differiscono gli uni dagli altri è sicuramente un punto di vantaggio. Certamente offre agli attori politici locali la possibilità di diminuire il rischio che si presenta ogni qualvolta strategie innovative sono attivate in un ambiente qualsiasi[11], consentendo di estendere la pratica di trial & error al di fuori del territorio di chi tenta di esportare le pratiche più significative nelle città e nei Paesi che non hanno la possibilità di compiere ingenti investimenti nello stesso settore.

Rimane comunque significativo che un network come C40 inglobi circa un quarto del PIL mondiale, ma solo un dodicesimo della popolazione: un dato indicativo di come le città che ne fanno parte sono realtà urbane che hanno la possibilità di proiettarsi globalmente grazie ad una situazione particolarmente favorevole.

In conclusione, l’approccio internazionale al policy making delle città sembra star conoscendo una sua diffusione, al di là dei limiti e dei vantaggi reali che realizza – è ancora difficile discernere tra quanto influisca partecipare per esempio a C40 e il realizzare politiche sostenibili al di fuori del network in sé –. Tale approccio supporta gli attori pubblici quantomeno nel sostenere scelte che siano in linea con quanto C40 professa, fornendo loro capitale politico e collegamenti con portatori d’interessi di varia natura – economica, sociale, politica – e su diversi livelli di governance.

In questo contributo si è portato un esempio, tra i tanti possibili, di network che stanno prendendo forma e vita in maniera autonoma o meno nel mondo. Alcuni, come MedCities, si orientano su un piano più locale-geografico per rispondere alle esigenze particolari di un’area specifica. Altri, come UCGL – United Cities and Local Governments, tentano un approccio su scala globale. È comunque lampante, tanto per gli esperti che per gli attori politici, che non sarà possibile non includere le città e le rispettive autorità locali per raggiungere gli obiettivi di just transition e di sostenibilità a cui si aspira nelle prossime decadi. E il ruolo dei network internazionali potrebbe essere sempre più importante, in particolare se la traiettoria politica rimarrà quella di una costante depoliticizzazione a favore proprio delle autorità urbane e dei portatori di interesse locali[12].


[1] Le stime sono estratte dal sito delle Nazioni Unite dedicato agli SDGs.

[2] Teresa La Porte, City public diplomacy in the European Union, in Mai’a K. Davis Cross e Jan Melissen (a cura di), European Public Diplomacy. Soft power at Work, Palgrave Macmillan, New York 2013.

[3] Saskia Sassen, The Global City, In David Nugent e Joan Vincent (a cura di), A Companion to the Anthropology of Politics, Blackwell Publishing, Oxford 2007.

[4] Colin Hay, Why We Hate Politics, The Policy Press, Cambridge 2007.

[5] Teresa La Porte, City public diplomacy in the European Union, in Mai’a K. Davis Cross e Jan Melissen (a cura di), European Public Diplomacy. Soft power at Work, Palgrave Macmillan, New York 2013.

[6] Richard Sennett, Building and Dwelling: Ethics for the City, Penguin Books, Londra 2018; edizione italiana: Costruire e abitare, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2018.

[7] Giulio Moini e Ernesto d’Albergo (a cura di), Politica e azione pubblica nell’epoca della depoliticizzazione, Sapienza Università Editrice, Roma 2019.

[8] Nazioni Unite, New Urban Agenda, Habitat III Secretariat, 2017.

[9] Sito web di C40: https://www.c40.org/about.

[10] Il documento è consultabile in inglese a questo link.

[11] Richard Sennett, Building and Dwelling: Ethics for the City, Penguin Books, Londra 2018; edizione italiana: Costruire e abitare, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2018.

[12] Alexis Roig, Jia Liang Sun-Wang e Juan-Luis Manfredi-Sánchez, Barcelona’s science diplomacy: towards an ecosystem-driven internationalization strategy, «Humanities and Social Sciences Communications» 7 – 114 (2020).

Scritto da
Davide Emanuele Iannace

Sociologo, attualmente dottorando all’Università “La Sapienza di Roma”. Studia e scrive principalmente di tematiche urbane, sicurezza e difesa, con un occhio di riguardo per la sfera europea e mediterranea. Ha svolto un periodo di ricerca in Giordania presso il Centro di Studi Strategici ed è attualmente capo-redattore del webzine «Eurobull».

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