“Contro il conflitto di civiltà” di Georges Corm
- 30 Marzo 2020

“Contro il conflitto di civiltà” di Georges Corm

Recensione a: Georges Corm, Contro il conflitto di civiltà. Sul «ritorno del religioso» nei conflitti contemporanei del Medio Oriente, prefazione all’edizione italiana di Marina Calculli, Guerini e Associati, Milano 2016, pp. 240, 19.50 euro (scheda libro)

Scritto da Gabriele Sirtori

5 minuti di lettura

Contro il conflitto di civiltà, edito da Guerini e Associati, è la traduzione italiana di Pour une lecture profane des conflits (Le Découverte, Parigi 2012) di Georges Corm, storico ed economista libanese. Il titolo può essere in parte “fuorviante”: la portata di questo libro è infatti decisamente più ampia e potente di quanto la copertina prospetti. La trattazione prende avvio dalla grande questione del rapporto tra religione e laicità in Medio Oriente, foriera di incomprensioni, tensioni e conflitti nella regione; ma non si limita ad essa e giunge a parlare al cuore della nostra esperienza democratica di cittadini di stati europei.

Corm affronta infatti temi oggi delicatissimi: la gestione delle differenze culturali e sociali, il difficile rapporto tra istituzioni e libertà religiose, i presupposti del funzionamento di una democrazia, fino agli equivoci semantici che inquinano la nostra percezione della realtà e dell’altro. Tematiche forse peculiari del quadrante mediorientale nel 2012, ma tremendamente attuali oggi, nell’Europa del 2020.

 

Decostruire la logica di giustificazione dei conflitti

La prima parte del volume è un lungo e vemente J’accuse al mondo dell’informazione e a una certa parte della ricerca accademica. I conflitti in Medio Oriente sono troppo spesso descritti e analizzati come frutto di querelle religiose: sunniti contro sciiti, musulmani contro ebrei, musulmani radicali contro riformisti. Con questa logica però – sostiene Corm – si finisce per dare un’interpretazione totalmente fuorviante delle problematiche in campo, risultante in una versione binaria del mondo, monocausale e completamente a-storica. Una banalizzazione in sostanza, che si presta ad essere sfruttata nella propaganda degli agenti in campo, esacerbando ulteriormente la tensione.

Per Corm occorre invece adottare una “interpretazione profana” dei conflitti. Per farlo si deve innanzitutto riconoscere che qualsiasi causa religiosa di tensione è in realtà un sotto-prodotto di altri fattori: questi possono essere storici, demografici, geografici economici e sociali. Molto spesso, infatti, l’aggregazione in comunità religiose è frutto di anni di politiche esclusiviste e discriminatorie da parte degli stati, che hanno portato le organizzazioni religiose a sostituirsi al pubblico nell’erogazione di assistenza alle parti sociali più emarginate. Questo porta nel lungo periodo alla comunitarizzazione della società, ovvero alla costituzione di un insieme sociale incoerente composto da comunità chiuse, giustapposte tra loro, i cui membri sono accomunati dalla medesima appartenenza religiosa, potenzialmente in conflitto tra loro nell’accaparrarsi le risorse statali. Nel momento poi in cui il malessere sociale esplode, è quasi inevitabile che esso assuma connotazioni “religiose”.

Questo fenomeno di sostituzione dello Stato da parte di comunità religiose è quanto accaduto ad esempio in Egitto con la Fratellanza Musulmana, storicamente attiva in alcune zone più emarginate con la distribuzione di servizi di base e istituti privati di istruzione, in Libano con il ruolo assunto dai partiti sciiti Hezbollah e Amal nell’amministrazione del welfare nel Sud del Paese e nella valle della Beqaa, nella striscia di Gaza con Hamas, ma anche in Italia dove alcune confraternite religiose islamiche, come ad esempio la Muridiyya, offrono importanti servizi di aggregazione e sostegno informativo ed economico a molti immigrati musulmani africani, in particolare dal Senegal. La religione, in altre parole, supplisce ai vuoti dello Stato. Laddove le istituzioni sono più deboli (non è naturalmente il caso dell’Italia) le fratture sociali si cristallizzano e nel lungo periodo diventano insanabili.

Anche i fattori storici e geografici sono importanti da tenere in considerazione. Il rischio principale di considerare l’altro come a-storico e a-spaziale è quello di disumanizzare, barbarizzare l’avversario nei discorsi politici prima, e nelle azioni quotidiane poi. Così facendo si contribuisce alla recrudescenza della violenza, verbale e fisica, nella società e si annulla ogni possibile terreno comune di dialogo in nome di una comune umanità. È quanto accaduto recentemente in Siria con la parabola di DAESH e del terrorismo islamico. Nelle descrizioni mediatiche e politiche non ha trovato sufficientemente spazio la comprensione dei fattori alla base della radicalizzazione e delle motivazioni che hanno portato l’ISIS a nascere in quella zona della Siria e dell’Iraq, in quel dato momento storico. Un tema che si è provato ad affrontare in questa intervista a Lorenzo Trombetta.

Lo stesso si può dire per i lone wolves che hanno drammaticamente colpito nelle capitali europee: al di là dell’inequivocabile condanna che su gesti del genere viene giustamente espressa, tende a non esservi spazio per una comprensione più approfondita per i presupposti di simili avvenimenti. La rappresentazione disumanizzata (si è parlato di “mostri”, “lavaggio del cervello”, “barbari”) che i media hanno riservato loro ha, da un lato, totalmente annullato lo spazio per l’analisi delle dinamiche culturali e sociali profonde che hanno portato cittadini europei di seconda-terza generazione a radicalizzarsi, dall’altro ha contribuito a fomentare un discorso razzista e anti-islamista che ha sortito l’effetto di generare ulteriore esclusione e marginalizzazione, ulteriore rabbia e violenza.

 

La laicità come risposta alle sfide del multiculturalismo

Nella visione di Corm ci sono due modalità attraverso cui uno stato può gestire la diversità: la laicità e la secolarizzazione. Apparentemente molto simili tra loro, la differenza tra questi due termini è in realtà sostanziale e trova la sua giustificazione in diverse esperienze storiche.

Nel mondo occidentale, sostiene Corm, l’approccio secolare è rintracciabile in quegli stati che hanno vissuto storicamente l’affermazione del protestantesimo, Inghilterra e Germania su tutti. La riforma di Lutero infatti abolì la profonda divisione tra mondo dei chierici e mondo dei laici tipica del cattolicesimo: i pastori divennero sudditi, lavoratori, padri di famiglia esattamente come tutti gli altri. L’amministrazione della sfera religiosa dell’individuo, sottratta alla Chiesa, divenne così materia di amministrazione pubblica. La conseguenza fu l’ingresso prepotente della religione nella definizione dell’identità del cittadino e dello stato. A sottolineare la delicatezza di questo passaggio basti ricordare che questo è il periodo in cui l’Europa fu travagliata dalle più sanguinose guerre di religione della sua storia, terminate con l’affermazione della formula cuius regio, eius religio delle paci di Augusta (1555) e Vestfalia (1648).

Il secolarismo per Corm trova oggi la sua rappresentazione massima nel modello statunitense: la libertà di culto è salvaguardata, ma i richiami a Dio nella sfera pubblica e nei discorsi ufficiali dello Stato sono onnipresenti, tanto da poter definire gli USA una “Nazione di credenti”. Il rischio insito nel secolarismo è che nella definizione dell’identità di un individuo la sua adesione ad una comunità religiosa venga considerata di rango superiore rispetto alla sua partecipazione alla vita statale e al suo ruolo di cittadino. Laddove lo spirito nazionalista è molto forte – come negli Stati Uniti – questo rischio è minimo. Laddove invece la legittimità dello Stato è messa in discussione (come in Libano, in Iraq, in Siria) il ruolo forte dell’identità religiosa disintegra lo Stato e lascia spazio al comunitarismo.

Contrariamente al secolarismo, l’approccio da seguire – afferma Corm – è quello della laicità, basata sui principi dell’Illuminismo e del cosmopolitismo di ispirazione kantiana, secondo tre elementi cardine. In primo luogo, l’umanismo come principio regolatore: ovvero ogni individuo dovrebbe godere di diritti inalienabili di libertà e uguaglianza che vanno non solo rispettati, ma garantiti.  In secondo luogo, la divisione tra spazio pubblico e spazio privato, oggi più che mai a rischio considerata la pervasività di TV e social media: nello spazio pubblico non ci dovrebbe essere menzione dell’appartenenza religiosa dell’individuo, relegata alla sfera privata. Infine, il benessere dello Stato al centro: gli individui sono prima di tutto cittadini e il bene pubblico va tutelato al di sopra dei diritti particolari di ciascuno.

Questo scenario oggi è ancora più complesso da raggiungere considerata la poliedricità delle etnie e delle culture rintracciabili nei nostri Stati. Sono due, secondo Corm, gli elementi indispensabili per il successo del multiculturalismo: l’uguaglianza di opportunità sociali e il superamento dell’individualismo, del settarismo e dei diritti particolaristici in favore di quelli della comunità.

Parole forti queste pronunciate da un cittadino libanese come Corm, il cui Paese presenta un comunitarismo estremo, caratterizzato persino dalla presenza di tribunali diversi che applicano leggi diverse per le diverse confessioni religiose. Parole pesanti, però, anche per noi cittadini europei, alle prese oggi con i delicati problemi dell’integrazione e della gestione delle diversità culturali di una popolazione sempre più disomogenea e composta da cittadini di origine straniera con sistemi religiosi e valoriali diversi da quelli a cui siamo stati per secoli abituati. Che fare dunque?

L’obiettivo che i nostri stati dovrebbero porsi, sostiene Corm, è quello della laicità laicizzata, ovvero: «l’affermazione dei valori comuni che trascendono le differenze tra origini sociali, etniche o religiose dei cittadini, il loro livello di fortuna materiale o culturale. […] La laicità laicizzata è l’accettazione della voce dell’altro. Non per la sua identità primaria e intima, ma per la sua concezione di bene pubblico della città, in cui la cittadinanza non può avere senso se essa non è davvero caratterizzata dal rafforzamento della libertà, dalla ricerca di uguaglianza (che non potrebbe evidentemente essere confusa con l’omogeneità e il livellamento autoritario), dalla concretizzazione della fraternità, che ha preso il nome della solidarietà che lo stato deve assicurare ai cittadini che dispongono di differente fortuna, cultura e attitudine al successo». Sarà questa la grande sfida dei prossimi decenni.

Scritto da
Gabriele Sirtori

Nato a Lecco nel 1996, studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 3 anni tra Iran, Egitto, Libano, Kurdistan (iraniano) e il Veneto. Ha seguito corsi presso l'Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. È studente del terzo anno presso l'Università Ca Foscari di Venezia.

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