Il Medio Oriente oltre la retorica. Intervista a Lorenzo Trombetta

Lorenzo Trombetta intervista Pandora

Lorenzo Trombetta vive e lavora in Libano dal 2005, dove è uno dei due corrispondenti per l’ANSA dal Medio Oriente. Esperto e studioso di Medio Oriente, in particolare dell’area levantina, ci è sembrato naturale contattarlo per un’intervista proseguendo la serie di colloqui con esperti dell’area iniziata con Massimo Campanini e proseguita con Alberto Negri, specialmente alla luce dei recenti avvenimenti – tra i quali ricordiamo la vicenda delle dimissioni del premier libanese Hariri, le dichiarazioni di vittoria sullo Stato Islamico e la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme –. 

Conosciuto forse dai più come co-curatore e co-fondatore della rubrica quotidiana Lo strillone di Beirut della rivista Limes, Lorenzo Trombetta collabora anche con la rivista di geopolitica dal 2001 e con la Radio Svizzera. Ha scritto due libri: Siria. Nel nuovo Medio Oriente (Editori Riuniti 2005) e Siria. Dagli ottomani agli Asad. E oltre (Mondadori 2013).

Un ringraziamento particolare va a Isacco Cividini che ha contribuito alla realizzazione dell’intervista.


Non è stato facile raggiungere l’ufficio ANSA di Beirut, Libano, dove lavora Lorenzo Trombetta. Seguendo le indicazioni, imprecise, del sito ufficiale dell’Agenzia mi sono infatti ritrovato a Sodeco Square, trafficatissimo incrocio ai margini del benestante quartiere di Achrafieh. È un luogo iconico in un certo senso, importante per la memoria storica dei libanesi. Proprio qui infatti, stridente con i modernissimi edifici che la circondano, si trova Beit Beirut, un palazzo di inizio Novecento occupato durante la guerra civile dalle milizie cristiane. La sua facciata, volutamente lasciata immutata dai tempi delle ostilità, appare diroccata e crivellata dai fori di proiettile. Il suo nome significa “la casa di Beirut” e ad oggi, divenuta sede espositiva, ospita un museo dedicato alla memoria della guerra: è la cicatrice di un conflitto che il Libano lentamente prova a lasciarsi alle spalle. L’ufficio di Lorenzo Trombetta poi, in realtà una sistemazione provvisoria, non era molto distante, al settimo e ultimo piano di uno dei tanti palazzoni moderni di quel quartiere. Molto cordiale nei modi, Lorenzo mi accoglie scusandosi per il piccolo spazio in cui lui e altri due colleghi lavorano. Non volendo disturbare gli altri durante l’intervista, finiamo col parlare sulla terrazza.

Lorenzo, raggiungendo il tuo ufficio a Sodeco Square si passa di fronte a Beit Beirut, la cicatrice di una ferita che per il Libano pare essersi ormai rimarginata. È davvero così? O la guerra civile può scoppiare nuovamente da un momento all’altro come molti commentatori in Italia ci hanno raccontato nei giorni della vicenda Hariri? 

Lorenzo Trombetta: No, assolutamente no. L’allarmismo e il catastrofismo sono tradizionalmente legati alla parola Libano e ai racconti mediatici su questo paese a causa, spesso, di un’assenza di conoscenza delle sue dinamiche interne e della presenza ancora viva dei segni lasciati dalla guerra. Le ferite ci sono, certo, ma proprio per questo le varie comunità hanno ben chiari di fronte a sé i rischi e le implicazioni di una guerra protratta su scala nazionale per la loro causa e i loro interessi privati, personali e collettivi. Non c’è la volontà né l’interesse che le tensioni normalmente presenti in questo Paese deflagrino con un esito protratto nel tempo e su scala nazionale. Sottolineo questi due aspetti, temporale e geografico, perché il Libano dal 1990, anno della fine formale della guerra, fino a oggi ha vissuto vari periodi di tensione, dalla scaramuccia alla guerriglia vera e propria. Sono sempre stati però episodi contenuti, limitati nello spazio o nel tempo. Le varie comunità infatti, non soltanto la loro espressione politica e militare ma anche la loro espressione sociale ed economica, i loro sponsor e i loro alleati regionali e internazionali, non hanno interesse perché il Libano diventi la nuova piazza del conflitto, a maggior ragione oggi. Nel 2011, ma ancora di più nel 2013 quando la guerra in Siria e poi in Iraq ha cominciato a battere così pesantemente alle sue porte, il Libano per ragioni geografiche doveva restare assolutamente fuori dal conflitto guerreggiato e così ha fatto. Certo, non lo è dal conflitto freddo e dalle sue conseguenze, ma in una regione in fiamme serve avere un luogo, se pur piccolo geograficamente, perché le controversie possano essere, se non ricomposte, almeno discusse.

E questo posto oggi è il Libano.

Lorenzo Trombetta: Nella regione oggi sì, non perché abbia caratteristiche migliori di altri paesi, ma semplicemente per esclusione. Inoltre, proprio perché ha già vissuto un conflitto interno, oggi è l’area in cui è più difficile che scoppi nuovamente una nuova guerra guerreggiata.

 

Lorenzo Trombetta

Sodeco sqr., Beirut. La facciata crivellata di colpi di Beit Beirut stride con i modernissimi edifici circostanti.

 

Quindi la vicenda Hariri si inserisce in quest’ottica di conflitto freddo? Cos’è successo veramente?

Lorenzo Trombetta: Cosa è successo veramente, peccherei di superbia se potessi dirvelo. Ci sono varie ipotesi ma soltanto chi era a Riad con Hariri può dirci che cosa abbia spinto l’Arabia Saudita a imporgli di dimettersi televisivamente. Io propendo per credere che l’Arabia Saudita avesse più interesse a spostare l’attenzione sul suo dossier regionale in Libano e in Yemen rispetto alla questione interna delle purghe anti-corruzione che sarebbero state messe in atto di lì a pochi giorni: una questione che era ed è molto più scottante in quanto legata al problema della transizione politica dopo re Salman. In quei giorni i giornali hanno collegato il missile balistico lanciato dai ribelli houthi su Riad, le dimissioni di Hariri e le purghe anti-corruzione come un unico scenario. È possibile ma non necessariamente.

Innanzitutto le coincidenze esistono, non ci deve essere sempre un complotto dietro.

In secondo luogo gli insorti Houthi più volte hanno tentato di lanciare missili balistici con esiti più o meno fortunati. Quel giorno hanno avuto successo, ma nulla toglie che potesse capitare anche prima o dopo, come è successo tra l’altro anche il 19 dicembre. 

Di certo, terzo punto, è meno una coincidenza il fatto che due giorni prima della faccenda delle purghe in Arabia Saudita, Hariri appaia in Tv e annunci le sue dimissioni.

È passato più di un mese dall’inizio di questa che potremmo definire una “telenovela”. Ora che Hariri è tornato sostanzialmente dicendo: “scusate mi sono sbagliato” o comunque “sì, ci siamo messi d’accordo, tutto bene come prima”, possiamo dire con maggior forza che forse il vero obiettivo di Bin Salman non era quello di riaprire un fronte con l’Iran, ma quello di far parlare molto più della guerra tra Iran e Arabia Saudita che non di quello che sta accadendo a Riad. Questa ipotesi ha comunque i suoi limiti, me ne rendo conto. Si potrebbe infatti criticare questa tesi facendo notare quanto alto sia il prezzo di questa operazione: soltanto per spostare l’attenzione si è rischiata un’altra crisi proprio in un momento in cui Riad è più debole rispetto all’Iran.

Però sono solo ipotesi, ripeto. Guardando ai fatti che abbiamo di fronte, l’Arabia Saudita oggi è il paese che rischierebbe di più da una guerra contro l’Iran: si vedrebbe sconfitta su tantissimi fronti, è circondata. In questa posizione ha bisogno di mostrare i muscoli, di farsi vedere presente, ma sempre con cautela. Non sono stupidi a Riad: il loro leader Mohammed bin Salman, anche se ha solo 32 anni, sa che lanciare la guerra all’Iran usando Hariri, il quale comunque era già delegittimato a priori, prima di quanto accaduto il 4 novembre, non è una scelta saggia.

Perché delegittimato a priori? 

Lorenzo Trombetta: Perché da circa 2 anni non ha più la ricchezza e il potere di prima. La sua società registrata in Arabia Saudita di fatto ha chiuso e, non pagando più molti dei suoi impiegati, Hariri ha perso gran parte della sua influenza in Libano. Dare lavoro a mezza città di Beirut, a Sidone e a tante altre località del Libano si riscuoteva in termini elettorali, di presenza sul terreno. Il potere si compra, anche: quando c’è bisogno di fare una manifestazione per Hariri la gente scende in piazza. Ora però ha perso anche autorità nel campo della comunità sunnita la quale, in seguito e a causa della guerra siriana, si è estremizzata. Lì l’islam radicale di al-Nusra e dell’Isis è apparso vincente rispetto alla sua versione moderata con la giacca e la cravatta tanto amata dagli occidentali e che in Libano si identifica in Hariri. Questa offre sempre meno in termini di soldi, di posti di lavoro, di stabilità. Ecco perché l’attuale premier era già da tempo all’angolo.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Un libano in subbuglio

Pagina 2: Gli scenari dopo la sconfitta dell’ISIS

Pagina 3: Minoranze in medio oriente: una questione annosa

Pagina 4: Superare il settarismo è possibile


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Nato a Lecco nel 1996, studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 3 anni tra Iran, Egitto, Libano, Kurdistan (iraniano) e il Veneto. Ha seguito corsi presso l'Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. È studente del terzo anno presso l'Università Ca Foscari di Venezia.

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