Costituzioni europee e finanziamento della politica

Costituzione e finanziamento della politica

Trasparenza e finanziamento della politica: a Bonn, il 6 maggio 1949, due giorni prima dell’approvazione finale della Legge Fondamentale (Grundgesetz) tedesca, l’atmosfera accademica e austera del “Consiglio Parlamentare” (Parlamentarischer Rat), l’organo incaricato di redigere la nuova costituzione, fu rotta da un appello accorato.

A farlo era un deputato del piccolo partito Zentrum, Johannes Brockmann, che il giorno prima si era visto respinto in commissione un suo emendamento al futuro art. 21 della Legge Fondamentale (l’articolo sui partiti politici). La sua proposta era quella di obbligare i partiti a pubblicare le proprie fonti di finanziamento, onde garantirli da “influenze antidemocratiche”. Brockmann si appellò quindi al Plenum: “a parlare in favore della mia proposta sono i trascorsi dei nostri partiti tedeschi, in particolare quelli del partito che ci ha terrorizzato per dodici anni”. Brockmann alludeva ai finanziamenti occulti provenienti dai grandi gruppi industriali di cui si credeva avesse beneficiato il partito nazista prima del 1933[1] L’emendamento venne approvato con alcune modificazioni e per la prima volta venne inserita in una costituzione una disposizione sul finanziamento della politica.

Tre anni prima un simile tentativo era fallito nella confinante Francia, quando la prima Assemblea costituente (eletta nell’ottobre 1945) aveva respinto la proposta di un articolo che prevedesse, tra le altre cose, un controllo statale sulle finanze dei partiti. Se si guarda ai numerosi progetti costituzionali francesi del dopoguerra[2] ci si imbatte di frequente in previsioni sulla pubblicità delle finanze dei partiti. La preoccupazione costante era non tanto quella di una deriva autocratica “eterodiretta” all’interno del partito, quanto la dipendenza da interessi particolari e fenomeni di corruzione politica, che furono oggetto di svariati scandali durante la Terza Repubblica.

In Italia le cose erano andate diversamente. Il tema del finanziamento della politica non fu compiutamente affrontato in Assemblea costituente. In parte perché in Italia, a differenza che in Francia e in Germania, non vi erano ancora state “prove generali” di un regime democratico e vi era una certa fiducia, forse un po’ naïf, nel funzionamento del nuovo sistema e dei partiti (i tedeschi e i francesi ricordavano invece bene i guasti di Weimar e della Terza Repubblica). In parte perché i due maggiori partiti, DC e PCI, traevano cospicue fonti di finanziamento dall’estero (USA e URSS). Fino al 1974 il finanziamento della politica in Italia sarebbe rimasto del tutto privo di regole e avrebbe seguito modalità riservate e occulte[3].

Il primo tentativo – ovviamente fallito – di introdurre una disciplina che obbligasse i partiti a regole di trasparenza fu quello di Luigi Sturzo nel 1958. L’ormai anziano (aveva 87 anni) senatore a vita presentò un progetto di legge[4] che non solo imponeva ai partiti e ai candidati alle elezioni una rendicontazione pubblica delle loro risorse, ma che vietava pure il finanziamento da parte di numerosi soggetti, e, in particolare, da parte di ogni persona giuridica con scopi lucrativi[5]. La sua relazione introduttiva suonava come una vera e propria requisitoria:

«Non mancano indizi circa il patrocinio politico che enti statali e privati si assicurano in Parlamento favorendo l’elezione di chi possa sostenere e difendere i propri interessi, impegnando a tale scopo somme non lievi nella battaglia delle preferenze. Quando entrate e spese sono circondate dal segreto della loro provenienza e della loro destinazione, la corruzione diviene impunita; manca la sanzione morale della pubblica opinione; manca quella legale del magistrato; si diffonde nel Paese il senso di sfiducia nel sistema parlamentare.»

La trasparenza delle fonti di finanziamento è così posta come requisito primo e indispensabile per un corretto funzionamento della politica.

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[1] Se ciò sia vero o meno, e in che misura, è una questione storiografica aperta.

[2] Cfr. J.E. Callon, Le projets constitutionnels de la Résistance, Paris 1998.

[3] Così G. Tarli Barbieri, Il finanziamento privato ai partiti nel d.l. 149/2013, in G. Tarli Barbieri, F. Biondi (a cura di), Il finanziamento della politica, Napoli 2016, p. 108.

[4] A.S. n. 124 (III lgslt.).

[5] Si veda l’art. 4 del p.d.l. (in particolare il comma 4, che vieta ai partiti di accettare offerte o finanziamento da “qualsiasi impresa o società che, come tale, è assoggettata a tassazione in base al bilancio”).


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Laureato in Giurisprudenza, sono allievo perfezionando (dottorando di ricerca) in Diritto costituzionale presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

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