Recensione a: Paolo Giordano (a cura di), Da vicino. Raccontare la guerra oggi, con contributi di Cecilia Sala, Annalisa Camilli, Daniele Raineri, Nello Scavo, Lorenzo Tondo, Margherita Stancati, Einaudi, Torino 2026, pp. 160, 18 euro (scheda libro)
Scritto da Viola Andreolli
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La guerra non è più lontana, né un’eccezione: sembra essere diventata il sottofondo del presente – o, forse, è il modo in cui abbiamo imparato a percepirla. Tutto parla di guerra. E tutti parlano di guerra: dall’Ucraina a Gaza, fino al conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele. A quattro anni di bollettini di guerra incessanti, di bombardamenti e morti civili si è aggiunto un conflitto che, attraversando mercati, infrastrutture ed equilibri politici, si è radicato nel quotidiano anche di chi non lo vive direttamente.
In Da vicino. Raccontare la guerra oggi (Einaudi 2026), Paolo Giordano – scrittore e voce di primo piano del dibattito contemporaneo – si propone di raccogliere le voci dei giornalisti che sono andati “lì”, in mezzo alla violenza e alle conseguenze del suo passaggio. Non è propriamente un libro sulla guerra, ma sulla linea – sempre più sottile – che separa chi la vive da chi la osserva, e sulla necessità di colmare una distanza che non è solo geografica, ma percettiva e morale.
Lorenzo Tondo, corrispondente del Guardian, cristallizza questa frattura mentre sorvola Gaza: «Noi, sopra: al sicuro, protetti, con la certezza di tornare nei nostri hotel, alle nostre case, dalle nostre famiglie. Loro, sotto: sommersi, intrappolati in una gabbia di cemento e macerie, inchiodati sotto le bombe, condannati a vivere nell’angoscia quotidiana di una terra trasformata in prigione a cielo aperto» (p. 136).
Tuttavia, secondo Giordano, per comprendere i conflitti di questo decennio occorre tornare a un momento preciso: la ritirata statunitense da Kabul nell’agosto 2021. «Quel Ferragosto gli afghani guidavano in contromano per raggiungere l’aeroporto. Correvano in massa fra gli spari. […] Alcuni si sono appesi alla fusoliera e sono precipitati a terra. Altri hanno affidato i figli neonati in mano a degli sconosciuti, pur di saperli via da lì» (p. 5). Giordano sottolinea che «quel giorno è stato la fine di qualcosa e al contempo l’inizio di qualcos’altro, un’epoca nuova, questa». È in quel momento che si incrina quella che Annalisa Camilli – giornalista di Internazionale – definisce, nelle sue pagine, una «falsa coscienza, nella quale siamo tutti immersi. Dell’illusione che quei conflitti, vicini o lontani che siano, non ci riguardino» (p. 71).
Ma cosa significa davvero “vicino” o “lontano” quando si parla di guerra, se le sue temporalità e le sue distanze sfuggono a ogni linearità? Il conflitto, infatti, si dispiega in un tempo dilatato che, scrive Camilli, «tende a perdere ogni limite e riferimento» e come un «giorno senza fine, si contrae e sprofonda, si apre e diventa eterno» (p. 85). Margherita Stancati, corrispondente del Wall Street Journal, racconta la caduta di Kabul, restituendo questa stratificazione e colloca il conflitto afghano in un orizzonte temporale più ampio, fatto di illusioni accumulate e poi progressivamente disattese. Nel suo racconto, Kabul non è soltanto il luogo del collasso improvviso, ma uno spazio attraversato per anni da una presenza ambigua: quella degli expat, dei giornalisti, dei diplomatici, che vivevano in una bolla relativamente protetta pur dentro il conflitto. «La vita da expat non era poi così male», scrive Stancati, rivelando come la guerra possa essere contemporaneamente onnipresente e, per alcuni, parzialmente sospesa.
Da questa tensione emerge una zona grigia tra guerra e non-guerra, abitata da chi prova a testimoniare nel continuo alternarsi di partenze e ritorni. In questo quadro, la pluralità dei contributi di Da vicino è la forma stessa del suo oggetto: spezzata, franta, fatta di schegge, dettagli. La struttura del libro dimostra, in questo modo, che una guerra raccontata con onestà non può offrire una sintesi pacificata.
C’è però un filo comune che attraversa in sottofondo i diversi capitoli, nel tentativo di orientarsi nella complessità del conflitto: le modalità in cui la guerra si riflette nella nostra esperienza. Divenuta «la nostra nuova normalità» (p. 4), essa rappresenta una condizione a cui non è possibile sottrarsi. È proprio qui che si colloca il cambiamento più profondo. Le guerre contemporanee non soffrono di un semplice difetto di copertura; soffrono di un regime diseguale della visibilità in cui alcune sofferenze saturano lo sguardo, mentre altre rimangono invisibili. «Le immagini della guerra, soprattutto per chi è distante, sono la guerra stessa» (p. 91). In questo scenario, ancora Annalisa Camilli, riprendendo Susan Sontag, mostra che non siamo più semplicemente “davanti al dolore degli altri”: siamo immersi in un flusso continuo in cui la violenza scorre attraverso i social e l’atrocità diventa un contenuto tra tanti. Il punto cruciale è che questo fenomeno non accresce necessariamente la consapevolezza. Al contrario, l’assorbimento della guerra nella quotidianità si traduce in una «confusione emotiva, che diventa presto stanchezza, nebbia cognitiva, senso di impotenza, saturazione, anestesia, depressione, addirittura sospetto di una qualche manipolazione, e infine rinuncia a sapere» (p. 91).
All’interno di questo processo si inscrive un ulteriore livello: la gerarchizzazione della sofferenza. Nel suo capitolo, Cecilia Sala, giornalista di Chora News, mostra come le tragedie non si limitano a essere raccontate, ma finiscono per essere implicitamente messe in competizione tra loro. Il caso del Sudan è emblematico: immagini capaci di sconvolgere «non hanno raggiunto i nostri occhi perché non sono molte, perché sono sgranate e poco valide da un punto di vista estetico, e perché spesso sono troppo dure per finire nei servizi del telegiornale o per essere messe in pagina sui giornali». Così «il Sudan non è mai diventato una grande notizia internazionale» (p. 144) e nessun Paese ha realmente messo in moto le proprie energie. Ne deriva che alcune sofferenze diventano più visibili e quindi più condivisibili, mentre altre restano ai margini dell’informazione globale e devono competere per la nostra empatia. Le famiglie sfollate palestinesi creano reel su Instagram per attirare l’attenzione, mentre «i soldati ucraini sporchi di fango [sono] costretti a fare balletti su TikTok dalla trincea per chiedere donazioni» (p. 140). Ciò comporta un effetto problematico: non solo vediamo troppo, ma finiamo per vedere male, perché costretti, spesso inconsapevolmente, a scegliere quali dolori contano di più.
Ma il problema è ancora più profondo: nella «competizione tra massacrati per il nostro sguardo», come la definisce Sala nel testo, ci sono quelli che non lo raggiungono affatto, rimanendo lontani, nel buio. È qui, nelle zone non coperte e nei vuoti dell’informazione che Daniele Raineri, inviato del Post, individua una dimensione cruciale dei conflitti contemporanei: «senza che l’opinione pubblica lo sapesse, in Siria decine di giornalisti, volontari e medici stranieri erano già stati sequestrati ed erano tenuti prigionieri […]. Quello dei rapitori che infestavano le aree ribelli della Siria e segnalavano e vendevano gli ostaggi ai terroristi era un calcolo miope: certo, sul breve periodo potevano incassare un po’ di soldi, ma sul medio lungo termine i giornalisti disposti a venire in Siria e a raccontare che cosa succedeva cessarono di arrivare. I grandi media americani smisero di pagare fotografi e videomaker freelance, per non incentivarli a lavorare in Siria. E senza giornalisti, non ci fu più copertura su giornali e televisioni. E senza quella venne il buio. E nel buio può succedere di tutto» (p. 31). Non è un effetto collaterale, ma una dinamica sfruttata consapevolmente dai regimi. «Il regime siriano approfittava della presenza rarefatta dei media per fare tutto il peggio che potesse fare: esecuzioni sommarie di civili e massacri con i barili bomba» (p. 31). In questa prospettiva, Gaza rappresenta una delle espressioni più evidenti di tale meccanismo: l’accesso dei giornalisti internazionali è stato fortemente limitato da Israele e, proprio per questo, il rischio è analogo: che, nel buio, ciò che accade sfugga a ogni verifica e possa essere riscritto senza ostacoli.
Ma se la guerra ci arriva tra ipervisibilità, gerarchizzazione e buio informativo, quale ruolo resta a chi deve raccontarla? In questa distanza il libro ridefinisce la figura del giornalista, inscritta in una crisi più ampia che investe non solo l’informazione, ma il modo stesso in cui ci fidiamo di ciò che vediamo. Il valore dell’inviato si rivela quindi nell’esserci, non come un gesto eroico, ma come metodo: nella fatica della verifica, nella ricostruzione dei nessi e nella capacità di sottrarre il dolore sia alla spettacolarizzazione sia all’anestesia. In questa prospettiva, Nello Scavo, inviato di Avvenire, descrive la verità non come un dato immediato ma come il risultato di un processo e di un «lavoro ostinato dietro al punto di domanda». Si tratta di un mestiere che richiede di interrogare e interrogarsi costantemente: «si cammina, si ascolta, si torna indietro, si rimette ordine. Le fonti possono sbagliarsi, le parti non di rado manipolano, e i testimoni sono spesso confusi e disorientati da quello che hanno vissuto. Per questo serve tempo. Il tempo dell’ascolto, delle domande, dei ripensamenti. Anche il tempo del silenzio» (p. 98). Inoltre, la vicinanza necessaria per trovare la verità non è solo fisica, ma anche morale. Essere vicini, per Scavo, significa scegliere di non spettacolarizzare il dolore e assumersi la responsabilità verso le persone che affidano al giornalista un pezzo della loro vita. Questa vicinanza, tuttavia, comporta anche un rischio, legato alla posizione stessa di chi racconta, che nel suo contributo Annalisa Camilli ha sottolineato come debba essere di «vicinanza distante»: stare con l’altro, costruire un’alleanza, mantenendo però la giusta distanza e un equilibrio, per non essere travolti fino a non riuscire più a lavorare o, al contrario, allontanarsi al punto da diventare cinici e incapaci di raccontare davvero la realtà.
Ogni voce nel libro rimane comunque autonoma e se per Scavo la verità si costruisce nei dettagli, nel capitolo di Tondo emerge soprattutto dallo scontro diretto con la propaganda. Tondo, infatti, come inviato in Ucraina per diversi anni si è confrontato costantemente con la macchina della propaganda russa. Nel testo sottolinea che in Ucraina «il conflitto […] stava per incrinare le certezze su cui si reggeva la cronaca dai fronti, aprendo crepe profonde nelle fondamenta stesse del giornalismo di guerra. In gioco c’era la nostra credibilità. Il nostro compito – andare, restare, osservare, verificare e poi raccontare, con le parole o con le immagini – rischiava di essere irrilevante, schiacciato dalla valanga della disinformazione» (p. 112). Ne consegue che lo spazio della verità deve diventare una forma di resistenza alla propaganda dei belligeranti, in un tentativo continuo di strappare i fatti a un sistema che li riscrive in tempo reale.
In questo senso, al giornalista spetta allora il compito di misurare le regole con lo stesso metro e denunciare le incongruenze della politica internazionale. Questo implica la necessità di smascherare gli strabismi e assumere una postura conflittuale e di controllo rispetto al potere non per pareggiare i torti in modo neutrale, ma per garantire l’esattezza del racconto nelle sue molteplici verità, come sottolineano gli autori.
Resta tuttavia il fatto che, nella guerra, la distanza si propaga e non si esaurisce mai, nemmeno quando il conflitto smette di essere raccontato come tale, con un cessate il fuoco o una tregua. Secondo Nello Scavo «prosegue nelle valigie vuote, negli uffici di frontiera, nelle domande senza risposta» (p. 101), mentre Lorenzo Tondo mostra che anche dopo le fosse comuni e le esumazioni «i fantasmi della guerra non conoscono tregua» e continuano a vivere «nei ricordi dei sopravvissuti, dei profughi, degli sfollati» (p. 11). La violenza, insomma, non resta nel luogo in cui è avvenuta: si sposta nei corpi, nella memoria e nelle generazioni successive.
È proprio questa persistenza a restituire il senso più profondo del lavoro degli autori raccolti in Da vicino: l’importanza del giornalismo di guerra non solo nel testimoniare ma nell’incidere sullo sguardo di chi resta “di qua”. Perché, come Scavo sottolinea: «senza testimoni le guerre diventano eterne» (p. 110); e, come scrive, Sala nell’ultima pagina, «il nostro sguardo non compra da solo le munizioni della contraerea, non sigla da solo patti per il cessate il fuoco e non trasporta da solo container di aiuti umanitari, ma chi ci guarda da sotto le bombe ha capito meglio di noi il suo potere» (p. 147).
Nel libro, l’intreccio di questi elementi restituisce la distanza prodotta dalla guerra come un fenomeno complesso, stratificato, a tratti incoerente, in cui guardare “da vicino” non è solo una questione fisica, ma anche morale e metodologica. E proprio su questo punto le varie voci raccolte divergono, offrendo ciascuna una propria interpretazione.
Ciononostante, resta aperta una tensione difficilmente risolvibile. Il libro raccoglie punti di vista che, pur consapevoli dei propri limiti, provengono comunque “da questa parte”, cioè da chi non vive direttamente la guerra, e mostrano una condizione che riguarda tutti noi. Infatti la guerra, anche quando viene studiata e raccontata, è quasi sempre vista dal punto di vista di chi può ancora scegliere di andarsene e salvarsi. Dall’altra parte, rimane chi è intrappolato nelle conseguenze di decisioni prese altrove, che vive con gli allarmi delle sirene antiaeree e la paura costante, lontano da chi può comunque scegliere di non volerne più sapere. È qui che il racconto torna a farsi necessario, non come soluzione ma come legame. Come scrive Camilli, «le comunità hanno bisogno di ritrovarsi intorno a un racconto condiviso della realtà» e, soprattutto, di un linguaggio che non sia «usato come un’arma, ma come un filo» (p. 96). Un filo sottile e fragile, ma concreto, che tiene insieme chi guarda e chi vive, chi racconta e chi legge.
Da vicino non offre una via d’uscita, e forse è proprio questo il suo merito. Non promette che raccontare la guerra “da vicino” basti ad avvicinarla davvero, né che la visibilità produca coscienza. Costringe, piuttosto, a riconoscere un punto cieco più scomodo: non ciò che non vediamo, ma ciò che, pur vedendo, non tratteniamo davvero. Resta allora da chiedersi non tanto se il racconto riesca ad avvicinarci al dolore degli altri, ma che cosa siamo ancora in grado di farne e se siamo disposti a sostenerne il peso.