“Del governo della peste e delle maniere di guardarsene” di Ludovico Antonio Muratori, a cura di Carlo Galli
- 04 Marzo 2022

“Del governo della peste e delle maniere di guardarsene” di Ludovico Antonio Muratori, a cura di Carlo Galli

Recensione a: Ludovico Antonio Muratori, Del governo della peste e delle maniere di guardarsene, a cura di Carlo Galli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press, Napoli 2021, pp. 424, euro 30 (scheda libro)

Scritto da Antonio Del Vecchio

6 minuti di lettura

Tra il 1708 e gli anni immediatamente successivi un’epidemia di peste colpisce l’Europa centrale creando grandi apprensioni anche tra i governi e la popolazione degli Stati italiani, nei quali era ancora vivo il ricordo storico delle catastrofiche ondate pestilenziali che avevano investito la Penisola nel Seicento. È in questo contesto che Ludovico Antonio Muratori – erudito sacerdote modenese che può senz’altro essere annoverato tra le figure più rilevanti nel panorama culturale italiano del Settecento per le sue opere storiche, filosofiche e politiche, in primis il suo saggio sulla Pubblica felicità, pubblicato poco prima della morte nel 1749 – scrive un trattato intitolato Del governo della peste e delle maniere di guardarsene, pubblicato per la prima volta nel 1714 e poi, in una seconda edizione rivista e aggiornata dall’autore, nel 1722. Testo in apparenza minore all’interno della produzione muratoriana, il Governo della peste ha in realtà goduto di una notevole fortuna editoriale al tempo della sua pubblicazione e ha ricevuto sempre nuovo interesse nei decenni successivi, soprattutto quando sembrava che nuove minacce di epidemia si stessero riaffacciando sull’Italia, come era avvenuto nel 1743 con l’esplodere di una pestilenza a Messina. Non stupisce in questo senso che abbia continuato a suscitare attenzione tre secoli dopo, nel corso di una pandemia che, seppur in un contesto senza dubbio meno drammatico, si è rivelata non meno preoccupante e ha fatto riemergere una serie di interrogativi cruciali sulle forme di reazione che la società e il potere politico possono mettere in atto di fronte a fenomeni emergenziali di contagio. Ecco dunque che il trattato di Muratori è stato nuovamente riproposto alla fine del 2021 in un’edizione curata e introdotta da Carlo Galli per l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli.

Le tempistiche non certo casuali di questa ripubblicazione spingerebbero facilmente al confronto tra la situazione che abbiamo vissuto negli ultimi due anni e la realtà che fa da sfondo alla sua originaria composizione: come nel caso dei capitoli dei Promessi Sposi sul diffondersi del contagio a Milano e in Lombardia che molti avevano quasi istintivamente riletto o ricordato nelle convulse settimane in cui le stesse zone erano diventate nuovo epicentro della pandemia causata dal nuovo coronavirus, anche le misure descritte da Muratori si prestano facilmente alla ricerca di immediate assonanze. Ma prima di mettere l’opera in rapporto con il nostro presente, è opportuno innanzitutto situarla nel suo orizzonte intellettuale. Vale la pena di ricordare a questo proposito che non si tratta di un testo di carattere medico-scientifico e neppure semplicemente di un prontuario di igiene pubblica, anche se per forza di cose tocca questi aspetti. Il trattato muratoriano si compone infatti di tre parti, di cui solo la seconda riguarda in senso stretto il «governo medico» della peste, descrivendo una serie di rimedi e trattamenti che oggi suscitano essenzialmente curiosità. Anche la terza parte, sul «governo ecclesiastico», ovvero le azioni di carità e di conforto morale demandate alla Chiesa, ha per noi un interesse soprattutto storiografico, sebbene risulti quanto mai utile per comprendere e inquadrare la prospettiva dell’autore, che restava profondamente cattolica e – come scrive Carlo Galli nell’introduzione, nella quale viene fornita una serie di elementi sintetici ma essenziali per collocare l’opera dal punto di vista della storia del pensiero politico – corre parallela all’illuminismo e al progressismo europeo, e «benché lo incontri per quanto riguarda la concretezza empirica e l’impulso riformatore», «si apre a istanze di modernizzazione», senza però mettere in tensione radicale «tradizione e novità»[1]. Essenzialmente, però, è il «governo politico» della peste, di cui si tratta nella prima parte, a rappresentare il perno della riflessione di Muratori, stimolato dalla consapevolezza che «accadendo sospetti o rischi di pestilenza, allora si mirano in gran confusione ed imbroglio non solamente le private persone ma gli stessi pubblici magistrati di molte città, mentre tutti in quel frangente vorrebbono pur sapere come abbiano da governar sé stessi e gli altri»[2]. La malattia genera morte, terrore e notevoli perdite economiche. I principi sono esposti a questo «tirannico male» non meno dell’infimo fra i loro sudditi, e come questi ultimi si ritrovano «per la maggior parte privi delle proprie rendite e del traffico, e però sottoposti a diversi altri gravosissimi incomodi delle lor case», i primi «perdono in tal occasione il nerbo maggiore del loro dominio, cioè tanti sudditi, e la maggior parte delle gabelle e dei tributi, e ciò per molti anni appresso»[3]. A questa situazione, che produce una temporanea perturbazione e deformazione della vita del corpo sociale, occorre reagire per Muratori con un’azione che tenga insieme politica, sapere e religione. Quella muratoriana è da questo punto di vista un’opera che si colloca nel solco della letteratura sul governo e sulle arti di governo: i suoi problemi e obiettivi sono analoghi a quelli dei grandi trattati di polizia scritti nello stesso periodo in Germania e in Francia e, come questi, vuole essere un prontuario per assistere gli amministratori nella loro opera di difesa, organizzazione e accrescimento delle forze dello Stato.

Come ha mostrato, tra gli altri, Michel Foucault la riflessione sulla pratica di governo e sulle forme di razionalizzazione che di volta in volta hanno definito oggetti, regole e obiettivi dell’arte di governare[4] rappresenta un versante essenziale per tracciare una genealogia delle forme del potere moderno. A partire da questa riflessione si possono infatti mettere a fuoco i vettori e le esperienze, le tecnologie e i saperi, che hanno reso possibile l’effettivo esercizio della sovranità degli Stati e hanno sostenuto i processi di disciplinamento e gestione delle società moderne. Si può facilmente notare, tuttavia, che questo campo discorsivo si è in larga parte sviluppato a partire da premesse e categorie eterogenee rispetto alle logiche razionaliste e artificialistiche che hanno determinato l’apparato concettuale della politica moderna; ma proprio tale scarto ha di fatto reso possibile a questo filone di pensiero politico una maggiore aderenza immediata alle articolazioni effettive dell’ordine sociale. Nel caso specifico del trattato sul Governo della peste, la lettura dell’introduzione del curatore permette facilmente di notare come sia proprio l’impianto in larga parte tradizionale della riflessione di Muratori ad avergli consentito di non considerare la peste come una catastrofica rottura dell’ordine della vita associata – che dal suo punto di vista cattolico ha una consistenza oggettiva –; di percepire insomma l’insorgere di una epidemia anche estremamente grave come un’emergenza da superare con gli strumenti attivi di un governo diligente e della carità cristiana, non come un’eccezione che rischia di annientare la società o di esporla a un radicale disordine[5] – quale peraltro neppure l’attuale pandemia è stata considerata (e qui sta una parte delle analogie fra la peste di Muratori e l’oggi) – .

Resta in ogni caso evidente che quella descritta è una situazione estrema. Esattamente come è stato spesso affermato nei nostri tempi pandemici, anche per Muratori la peste pone la città «nello stato medesimo come se fosse minacciata di guerra» e occorre «adoperare ogni possibil forza e difesa»[6]. Si tratta, però, di una guerra in cui i danni vengono «da chi regolarmente è amico»[7] piuttosto che da un nemico chiaramente identificabile, «che porta seco artiglierie per valicar colla forza i confini d’uno Stato, o superar le porte di una città»[8]. Di fronte a una pestilenza, chi governa deve utilizzare il maggior rigore possibile e diviene «maggiore sopra i sudditi la podestà del principe e dei magistrati»[9]. Il rischio del contagio accresce la necessità di intervento da parte del sovrano, intensifica la sua opera di governo, di regolamentazione e di controllo: il potere deve riconfigurare lo spazio urbano secondo criteri igienico-sanitari, distanziare, isolare per impedire il più possibile i contatti, garantire in modo straordinario derrate e vettovagliamenti, vigilare su ogni aspetto della vita della popolazione molto più che in tempi normali, tenere alto il morale della popolazione; inoltre occorre che tutte le parti della società, i diversi ceti, la Chiesa, contribuiscano in modo operoso alla salvezza comune. Ieri come oggi, insomma, l’evento dell’epidemia rappresenta un momento in cui la sovranità rivela la propria capacità di prendere in mano con forza la gestione della società per raggiungere il fondamentale obiettivo della tutela della vita, e la necessità di utilizzare a questo scopo tutto il sapere disponibile. Il potere mostra in questo senso il proprio volto essenzialmente biopolitico e al tempo stesso afferma la propria capacità di semplificare razionalmente (cioè burocraticamente) la complessità dei rapporti sociali, di bloccarli e segmentarli momentaneamente per evitare la loro completa disgregazione. Come scrive Galli «il governo della peste non può non essere “polizia sanitaria”, governo pubblico delle persone; un governo in cui i singoli valgono primariamente in quanto corpi, e in quanto parte – rigidamente selezionata, inquadrata, vigilata – del corpo collettivo della popolazione, di cui al potere preme assicurare, con i suoi dispositivi tecnico-scientifici, la permanenza in vita e in salute, perché continui a essere utile, economicamente produttivo o almeno non troppo oneroso da gestire»[10]. Al di là di questa e altre assonanze con la situazione che ci è toccato vivere negli ultimi due anni, però, si può osservare che il discorso di Muratori rimane chiaramente eterogeneo rispetto alla logica dei diritti e alle istanze dei soggetti che invece sono per noi centrali: nella sua prospettiva l’azione di governo della peste – benché non eccezionale né nichilistica, ma “solo” emergenziale – può prescindere totalmente da questi elementi, che invece hanno reso più complessa e problematica la tenuta dei nostri ordinamenti e della nostra organizzazione sociale di fronte alla pandemia.


[1] Carlo Galli, Introduzione, in Ludovico Antonio Muratori, Del governo della peste e delle maniere di guardarsene, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press, Napoli 2021, p. XVII.

[2] Ludovico Antonio Muratori, Del governo della peste, cit., p. 11.

[3] Ivi, p. 14.

[4] Michel Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France 1978-1979, Feltrinelli, Milano 2005, p. 14

[5] Carlo Galli, Introduzione, cit. p. XV e ss.

[6] Ludovico Antonio. Muratori, Del governo della peste, cit., p. 31

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 45.

[9] Ivi, p. 46.

[10] Carlo Galli, Introduzione, cit., p. XXXI.

Scritto da
Antonio Del Vecchio

Ha conseguito il dottorato in Studi politici presso l’Università di Torino ed è ricercatore e docente di Storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna. Svolge attività di ricerca presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, collabora con la rivista «Filosofia Politica» e ha pubblicato “Un’amicizia stellare. Traiettorie della critica in Derrida e Foucault” (il Mulino 2018) e “La legge nell’Oceano. Ugo Grozio e le origini dello spazio politico moderno” (il Mulino 2021).

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