Difesa, energia, internet, semiconduttori: verso i campioni europei?
- 02 Aprile 2022

Difesa, energia, internet, semiconduttori: verso i campioni europei?

Scritto da Massimo Gagliardi

9 minuti di lettura

Riceviamo e pubblichiamo, come contributo al dibattito, questo testo tratto dall’intervento di Massimo Gagliardi al convegno “Lo scenario geopolitico del post pandemia: problemi e prospettive per lo sviluppo democratico europeo” tenutosi venerdì 18 marzo 2022 presso l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna.


7 febbraio 2020, in Italia scatta il primo lockdown anti-Covid. Ci accorgiamo di non avere neanche le mascherine. Le fanno tutte in Cina.

Giugno 2021, Seat chiude per tre giorni lo stabilimento di Martorell in Spagna. Scopriamo di non avere più semiconduttori. Dipendiamo da Cina, Taiwan e Corea.

7 febbraio 2022, Mark Zuckerberg alla Commissione vigilanza di borsa americana: “Se la Ue ci impedisse di trasferire i dati degli utenti europei negli Usa, Meta potrebbe essere costretta a chiudere in Unione Europea”.

24 febbraio 2022, guerra in Ucraina. Condanniamo Putin ma ne dipendiamo per gas e petrolio. E questa la chiamiamo sovranità?

Dalla creazione dell’euro, l’Europa è stata infiltrata e accerchiata. All’inizio furono gli Stati Uniti, che risposero alla nascita della moneta unica con una forte svalutazione del dollaro e uno stretto controllo sui pagamenti petroliferi. Poi, come abbiamo visto, la Russia di Putin che, per bocca degli stessi premier Theresa May e Pedro Sanchez, ha influenzato Brexit e secessione catalana. Per non parlare dei finanziamenti ammessi da Marine Le Pen in Francia.

Quelli che solo due mesi fa erano auspici, ora sono urgenti necessità: l’autonomia energetica e la Difesa. Per entrambe rimandiamo all’ampio dibattito in corso. È opportuno però solo accennare a due evidenti incongruenze.

La prima nel settore Difesa. Mentre l’Ue si avvia all’approvazione della “Bussola strategica”, prodromica alla creazione della brigata di pronto intervento di 5.000 uomini, la Germania stanzia 100 miliardi subito e tutti gli altri Stati membri si impegnano a stanziare il 2% del PIL per la spesa nella Difesa. Interventi scollegati tra loro. Un esempio: gli Stati europei nel 2015 disponevano di 17.000 carri armati di 37 modelli. Come è possibile coordinare materiali così diversi? È allo studio un carro armato europeo sull’esempio del Tornado, il caccia multiruolo sviluppato negli anni scorsi da Regno Unito, Germania e Italia.

Per quanto riguarda l’Energia è paradigmatica l’incongruenza sulla ricerca e la produzione di idrogeno. Anche in questo settore la Ue replica il frazionamento dei fondi, ogni Paese membro cioè decide in autonomia quanto spendere. Germania in testa con 9 miliardi. Al secondo posto la Francia con 7 miliardi, al quarto la Spagna e quindi l’Italia. La domanda è: almeno sulla ricerca, se davvero la si considera strategica, non sarebbe meglio raggruppare lo sforzo in un unico centro piuttosto che disperdere in 27 rivoli i finanziamenti del PNRR? Ma è sui semiconduttori e sulla rete Internet che, a nostro giudizio, si gioca una partita decisiva.

In merito ai semiconduttori, non solo il Covid ma anche una siccità a Taiwan può mandare in crisi il mercato dei semiconduttori nel mondo. Per produrli servono grandi quantità di acqua purissima. Nel 2021, per timore di un crollo dei consumi, i produttori di computer e dispostivi tecnologici avevano già ridotto le produzioni senza pensare che, con Dad, smartworking e “divano Netflix”, l’acquisto di device sarebbe invece aumentato. Scorte esaurite e produzione bloccata per mancanza d’acqua scatenarono la tempesta perfetta.

I chip non servono solo per smartphone, tablet e computer ma, come sappiamo, per tutto, dalle automobili ai frigoriferi ai ventilatori salvavita, agli ospedali, agli impianti di riscaldamento. Sono fondamentali nell’IoT e necessari nell’Ia. Insomma, sono strategici.

Il principale player europeo è la società italo-francese STMicroelectronics, undicesima nella classifica mondiale di settore e dedicata al comparto automotive. I leader nel software per il disegno dei circuiti integrati sono gli Usa che, con NVIDIA, Qualcomm e AMD hanno il 65% del mercato mondiale. Seguono Taiwan e Cina. Nella fabbricazione dei circuiti è leader Taiwan, col 60% del mercato, seguita da Corea del Sud (19%) e dall’americana Intel.

Nel suo Discorso sullo Stato dell’Unione del settembre 2021, la presidente von der Leyen diceva: “La Ue necessita di una sovranità tecnologica. Dipendiamo troppo dalla produzione asiatica di microprocessori. Bisogna unire produzione e ricerca in Europa”. È stata di parola. Un mese fa il primo atto, il Chips Act.

Il Chips Act Prevede un piano Ue da 50 miliardi per raddoppiare la quota Ue sul totale mondiale dal 10 al 20% entro il 2030. I fondi proverranno dal bilancio Ue (12 miliardi), dai governi nazionali (6 miliardi), dal Recovery (30 miliardi). 5 miliardi saranno investiti in un fondo per startup.

Anche gli Usa stanno correndo ai ripari. Negli anni Novanta producevano il 37% dei chip mondo, ora il 12%. Il 5 febbraio 2020 è stato approvato il Chips Bill: 52 miliardi di dollari per rimpatriare le produzioni fagocitate dalla Cina.

Un tema fondamentale è quello di Internet. Il 3 febbraio scorso il Presidente Mattarella si presenta alle Camere dove tiene il discorso di insediamento per il suo secondo mandato. Tra le altre, pronuncia questa frase: “Poteri economici sovranazionali tendono a prevalere e a imporsi aggirando il processo democratico”.

A chi si riferisce il presidente? Toccherà al professor Sabino Cassese sciogliere l’enigma: “Il presidente si riferiva a Facebook”. E spiega che a marzo 2020, Zuckerberg in un’intervista aveva detto: “La mia impresa è molto più simile a uno Stato che a un’azienda. Io stabilisco un dialogo tra 3,5 miliardi di persone e le loro élite”. Il commento di Cassese: “Abbiamo dunque un’azienda che dichiara di essere uno Stato. Ma non è eletta dai cittadini”.

Ebbene cosa fa la Ue in tema di sovranità digitale? Tanto ma nulla di strategico. Esiste un Google-Ue? No. In Cina però esiste, il suo equivalente è Baidu. Esiste uno Youtube-Ue? No. In Cina esiste, si chiama Youku. Esiste un’Amazon-Ue? No. In Cina esiste, si chiama Alibaba. Esiste un Twitter-Ue? No. In Cina esiste, si chiama Weibo. Tutte società nate tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila.

Anche se questi grandi gruppi sono nati su iniziativa di privati, si dirà che la Cina se lo può permettere perché ha un mercato di un miliardo e mezzo di persone. Ma allora perché non le può fare l’Europa che ha una popolazione maggiore degli Usa? Semplice, perché la Ue, e i suoi imprenditori, non hanno mai voluto. Per vari motivi.

Uno è stato che “il sistema economico italiano ed europeo – spiega Renzo Avesani, esperto di rischi e innovazione, già consulente del Fmi – è cresciuto pensando che l’It fosse ancillare rispetto al business e quindi dato in outsourcing. La battaglia dei dati è persa. Invece di essere competitiva, la UE ha preferito regolamentare”.

E questa della regolamentazione è la cifra dell’atteggiamento europeo sul tema. “Le regole sulla concorrenza, sul diritto d’autore, sulla privacy – sostiene Giovanni Collot – mirano a creare uno spazio di tutela dei cittadini europei ma non siamo ancora stati capaci di sviluppare un equivalente di Google o di Meta”. Avvalora questo giudizio l’accordo tra Consiglio e Parlamento europeo per l’approvazione in ottobre del Digital Markets Act. Obiettivo: assicurare la libera concorrenza. Ma di “campioni” digitali europei nessuno parla. E dire che il mercato europeo dell’Ict vale il 20% di quello globale.

Dopo il crollo dell’URSS, le aziende Ict degli Stati Uniti chiusero in Europa e se ne andarono in Cina. “Grandi sistemi informativi, software di gestione di infrastrutture informatiche, piattaforme applicative per finanza, industria, trasporti e pubblica amministrazione – ha scritto Paolo Germano – vedono la UE in grave ritardo”. Possibile che a Bruxelles nessuno se ne accorgesse?

La Ue ha cercato di invertire la tendenza con Agenda digitale, Mercato unico digitale, Strategia 2020. Ma, ancora nel 2012, Neelie Kroes, Commissario Ue per l’agenda digitale, diceva: “Investendo così poco saremo schiacciati dalla concorrenza mondiale. È una vergogna”. E così è accaduto.

Nello stesso 2012, al tavolo di Horizon per distribuire un bilancio europeo pluriennale di 80 miliardi, sedeva Michele Colajanni, ordinario di Ingegneria informatica all’Unibo. “Chiedevamo otto miliardi ma ci ridevano in faccia. Oggi li prenderei a ceffoni. La Ue si è distratta”.

Solo distratta? Chiedete a Shoshana Zuboff. “Zuckeberg e gli altri – scrive ne Il capitalismo della sorveglianza – pagano migliaia di esperti, docenti e personaggi vari in Usa e Europa”. Una lobby, potentissima e ramificata che ha la sola missione di bloccare, ostacolare qualsiasi provvedimento governativo che colpisca le Over-The-Top.

Qualcuno pensa che l’Europa debba chiudersi? Tutt’altro. Secondo Massimo Russo, esperto di digitale e tra i fondatori di Kataweb, la globalizzazione non rallenta affatto “anzi accelera. Siamo entrati nella turbo globalizzazione. È ora di rottamare lo Stato nazionale. La Net Age è cominciata”. Ogni tanto qualche Putin lo contraddice ma sostanzialmente ha ragione.

Blockchain, cloud, Ia, IoT tra vent’anni ci consegneranno un altro mondo. Altro che potere spirituale e potere temporale. Roba da Medioevo. “La sovranità digitale è sovrastatale e appartiene agli azionisti della società”. L’aveva capito anche il nostro Mattarella.

E Bruxelles? Ha messo in piedi una sfilza di progetti. Ne citiamo alcuni. L’IoT-Architecture è un modello per permettere a tutti gli oggetti di connettersi a Internet finanziato da sei Paesi europei tra cui l’Italia. Il Next generation internet per promuovere l’economia circolare e una rete “più democratica e inclusiva”. Il Ngi Ontochain che è il primo fondo dedicato a innovatori che vogliano sviluppare soluzioni basate sulla blockchain. E tanti altri ancora.

La presidente von der Leyen all’inizio del suo mandato l’aveva promesso: punterò 100 miliardi sulla Rete. E in effetti una pioggia di soldi sta arrivando, Stato per Stato, disperdendosi nei 27 rivoli.

Un esempio? Piercosma Bisconti Lucidi, studioso di Ia e robotica alla Scuola Sant’Anna di Pisa, ha fatto un bilancio su Pandora Rivista: “La Missione 1 del PNRR impiega in Italia 40,29 miliardi. 9 per la digitalizzazione della PA, 23 per il sistema produttivo, 6 per turismo e cultura. A questi ne saranno aggiunti altri 10, sugli stessi comparti, del fondo complementare”. Tutto bene salvo che le risorse destinate alla cybersicurezza sono considerate insufficienti.

Chissà come commenterebbe Roberto Balboni, Direttore della neonata Agenzia per la cybersicurezza che il 9 marzo al Copasir ha svelato: “La maggior parte delle infrastrutture italiane sono protette da Kaspersky, colosso russo di cybersecurity”. Se non fosse vero, sembrerebbe una barzelletta. Fatto sta che il governo ha già deciso di cambiare operatore.

“Stupisce – aggiunge Bisconti Lucidi – la totale assenza di una strategia italiana per l’intelligenza artificiale. In ultimo – conclude – una riflessione generale su M1: sembra essere completamente mancata l’occasione per ritagliare all’Italia uno spazio di player internazionale d’eccellenza in un qualsiasi campo tecnologico d’avanguardia”. Pensiamo che in molti altri Paesi Ue funzionerà diversamente?

Oltre al varo dell’Agenzia per la cybersicurezza, il Ministro Colao ha finalmente indetto la gara per il cloud nazionale, il cosiddetto Polo Strategico Nazionale (PSN) che eroghi servizi cloud e la cui gestione, controllo e indirizzo siano autonomi da fornitori extra-Ue. Il termine per la presentazione delle offerte da parte delle tre cordate concorrenti (Tim-Cdp-Sogei-Leonardo, Almaviva-Aruba, Fastweb-Engineering) si è chiuso a metà marzo. In questa nuvola migreranno tutti i dati della PA italiana.

L’invasione dell’Ucraina è iniziata da lontano, proprio con i cyber-attacchi. Il primo assalto Putin lo ordinò ai suoi hacker in occasione delle elezioni del 2014 a Kiev. Viceversa, dietro le mura del Cremlino, è stato messo a punto RU-NET una rete nazionale indipendente varata nel 2019 per difendersi proprio dalle cyber-aggressioni e per il pieno controllo della circolazione delle informazioni e delle attività interne. Insomma, se vuole, Putin può far da sé. E noi?

Stavolta ci siamo, anche se in ritardo. Il 15 febbraio, nove giorni prima della guerra, la von der Leyen ha presentato la Rete Internet via satellite, sul modello della StarLink di Elon Musk. Entro un anno saranno raccolti fondi per mandare in orbita bassa (600-1000 km) 600 satelliti entro il 2024. Fine progetto 2028.

L’Internet ad alta velocità servirà “a comunicazioni governative sicure per connessioni più veloci ovunque”. Un progetto paneuropeo da 6 miliardi (2,4 dal bilancio comune) che vede assieme Stati e privati (Orange o Thales).

Ultima ma non ultima l’Intelligenza artificiale. Nel 2017 Xi Jinping ha dato la linea: “Nel 2030 dovremo essere leader globali della IA”. Nel 2018 il progetto è stato approvato e dopo un mese si è formata la squadra: a Baidu toccherà sviluppare i veicoli a guida autonoma; a Tencent il settore della sanità; a Iflytek il riconoscimento vocale; ad Alibaba le tecnologie per le smart city; a Sensetime il riconoscimento facciale.

E noi? Secondo Eric Schmidt, ex ceo di Google, “gli Usa non sembrano interessati a vincere”. Per Jared Cohen, ex del Dipartimento di Stato Usa, da soli non si vince. “La Cina è troppo forte. Bisogna fare una T12, un’alleanza delle tecnodemocrazie con Usa, Ue, Giappone, India, Corea”. Anche in questo caso, bisogna decidere da che parte stare.

Sul tema dell’autorità centrale, la storia dimostra che dalla fine dell’Ottocento, senza l’intervento degli Stati non si sarebbero create le reti stradali, ferroviarie, i programmi energetici e tanto altro. Il privato, storicamente e soprattutto in Europa, non si lancia in investimenti che richiedono risorse enormi e soprattutto che non danno un ritorno a breve. Ergo, sui settori strategici il ruolo dello Stato, da solo o assieme ai privati, è indispensabile. E spesso non basta uno Stato solo.

Il superstato Ue può recitare questo ruolo? La risposta è ovviamente sì. L’Europa ha già dimostrato lungimiranza e visione. Solo tre esempi sui consorzi europei.

CERN di Ginevra: il Consiglio europeo per la ricerca nucleare nasce nel 1952 su iniziativa di 12 Paesi poi divenuti 20. Due anni dopo si darà il via al progetto del centro di ricerca omonimo. Lo stesso dove, oltre a importanti studi sul nucleare e non solo, nascerà il World Wide Web ad opera di Tim Berners-Lee.

AIRBUS: Il consorzio franco-tedesco, cui si aggiungeranno gli spagnoli, nasce nel 1969. È formato da imprese del settore con investitori e fondi privati. Oggi è il secondo costruttore di aerei al mondo dopo Boeing (50 miliardi di fatturato contro i 58 della società Usa).

STMicroelectronics: leader mondiale nei semiconduttori, nasce nel 1987 dalla fusione dell’italiana SGS Microelettronica con la francese Thomson Semiconducteurs. Il governo italiano e quello francese sono azionisti paritetici al 50%.

Come si vede, l’Europa sarebbe perfettamente in grado di creare player internazionali. E non solo nell’industria. A chi boccia, ad esempio, l’idea di un motore di ricerca europeo o di grandi archivi per i dati “perché la battaglia è già persa” basti rispondere che i dati si accumulano con progressione esponenziale. Ergo, prima cominciamo, meglio è. Il futuro comincia adesso.

Un punto cruciale è quello dell’esercizio del potere pubblico – Si dice: gli Stati sono ormai impotenti davanti alle Over-The-Top. È vero fino a un certo punto. “Qualsiasi potere delle imprese è potere ceduto dallo Stato – afferma Fareed Zakaria, uno dei più influenti consiglieri americani di politica estera – E lo Stato se lo può riprendere in qualsiasi momento”.

Un esempio? I bitcoin. Quando la Cina ha deciso che le factory per creare moneta digitale erano troppo energivore, un problema per un Paese che ha un disperato bisogno di energia, le ha scacciate fuori dalla Muraglia. Anche perché Pechino, come tutte le dittature, non ama ciò che non può controllare e ha quindi sviluppato nel frattempo lo yuan digitale, l’e-yuan, già in uso tra 300 milioni di cinesi.

E in Occidente? “Basterebbe che le banche centrali, Fed e Bce in testa – afferma Renzo Avesani – dicessero alle banche membri del club: se converti bitcoin sei fuori dal sistema”. Anche in questo caso, la cronaca s’impone. A marzo scorso, mentre s’inasprivano le sanzioni contro la Russia per l’invasione dell’ucraina, la presidente della Bce Christine Lagarde ha affermato: “Diversi gruppi stanno cercando di convertire rubli in criptoassets. Questi ultimi sono utilizzati in questo preciso momento per tentare di aggirare le sanzioni contro la Russia”.

Il problema, come si vede, è sempre lo stesso, la volontà politica. Quella che l’Europa, intervenendo con decisione prima contro la pandemia e ora contro Putin, sta dimostrando di avere. La strada è lunga e gli Stati nazionali sempre più piccoli in mezzo ai grandi blocchi. Non abbiamo scelta.

Scritto da
Massimo Gagliardi

Vicedirettore del «Resto del Carlino» fino al settembre 2016 e tutor del Master di giornalismo Unibo/ODG Emilia-Romagna. Attivo nel mondo del giornalismo dal 1982, ha lavorato al «Resto del Carlino» per 25 anni, ricoprendo per due volte l’incarico di capo della Cronaca di Bologna e lavorando per dieci anni al «Quotidiano Nazionale». È stato per due volte all’Ufficio Centrale, capo delle Cronache Nazionali e Capo dell’Economia. È laureato in Storia contemporanea all’Università di Bologna.

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