Dove sta andando il Giappone? Il primo ministro Yoshihide Suga e la sua agenda
- 21 Dicembre 2020

Dove sta andando il Giappone? Il primo ministro Yoshihide Suga e la sua agenda

Scritto da Giulia Dugar

6 minuti di lettura

Dieci anni dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, nella terra del Sol Levante alcuni piccoli partiti a sfondo conservatore si coalizzano per formare l’oggi rinomato Partito Liberal Democratico (PLD). Quasi silenziosamente ha quindi origine la formazione di uno dei partiti più longevi del sistema monarchico parlamentare del Giappone, nonché uno dei più perduranti nello scenario liberal democratico mondiale. Dalla sua fondazione, infatti, il PLD ha mantenuto l’incontrastata maggioranza alla guida del Paese fino ad oggi, eccetto per due brevi parentesi nel 1993-1994 (durata meno di dieci mesi) e nel 2009-2012.

Il durevole successo del PLD rimane fonte di discussione nel panorama accademico, ma ad attrarre ancora più l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale è la notorietà che acquisisce il suo rappresentante di partito che automaticamente assume la carica di Primo ministro giapponese. Lo scorso settembre 2020, il Paese ha assistito all’inaspettato tramonto dell’ex-Primo ministro Shinzō Abe, rinunciatario alla carica per motivi di salute, gli stessi che lo avevano già costretto alle dimissioni del suo primo incarico nel 2006-2009. Leader carismatico e fautore di una politica marcatamente nazionalista, Abe annuncia le sue dimissioni lampo in un Giappone relativamente travagliato: non solo, come nel resto del mondo, il Paese è alle prese con la gestione del dilagante Covid-19, ma sta anche affrontando le ricadute economiche delle mancate Olimpiadi 2020, i cui onerosi investimenti – non solo direttamente relativi ai Giochi, ma anche a infrastrutture, aeroporti, stazioni e agli investimenti dei privati in strutture alberghiere – non hanno ancora trovato l’atteso ritorno economico. In aggiunta, questa mancata presenza dell’introito turistico, su cui l’economia del Paese faceva affidamento, va ad unirsi ad un andamento economico già traballante dallo scorso trimestre.

A chi è stata lasciata, quindi, la guida del Giappone in questo turbolento momento? Il nuovo Primo ministro giapponese è Yoshihide Suga, ex-Capo segretario di gabinetto e portavoce del governo, grande sostenitore di Abe e propugnatore del suo bagaglio politico e ideologico. Il pubblico d’oltre mare forse ricorderà Suga per l’annuncio ed il presidio alla cerimonia del 1° maggio 2019 per il passaggio del Paese alla nuova Era Reiwa[1], con l’ascesa al trono dell’attuale imperatore Naruhito (da qui la coniazione del nomignolo di Suga, “Zio Reiwa” – Reiwa ojisan).

 

Suga

 

Oggetto di curiosità sono le umili origini dell’attuale Primo ministro, il che può destare sorpresa soprattutto in un Paese in cui le più alte cariche di governo sono solitamente “ereditarie”, ovvero occupate da personalità nate e cresciute in famiglie ed ambienti strettamente legati a precedenti figure politiche di rilievo. Suga difatti rompe la consuetudine nipponica degli ultimi trent’anni e si distingue per essere figlio di un coltivatore di fragole, proveniente dalla prefettura di Akita e socializzato in ambienti distanti dall’élite politica. In gioventù, durante i suoi studi presso l’Università di Tokyo, si auto-sostenta con lavoretti part-time ed al tempo già si distanzia dai movimenti e dalle posizioni di sinistra diffuse tra i suoi colleghi e coetanei. Sebbene non sia erede di un posto in parlamento, in seguito Suga ricopre cariche all’interno di altri organi di partito, fino a intraprendere la carica di capo segretario di gabinetto nel più recente 2012. Yoshihide Suga si presenta perciò come un politico che si è “fatto da sé”, sorto da un ceto sociale che lo rende più vicino alla classe proletaria, che costituisce di fatto la sua base elettorale all’interno del PLD.

Cosa ci si può aspettare dall’entrata in scena di questo nuovo leader? Gli esperti del settore non prevedono affatto uno stravolgimento delle politiche intraprese dal suo predecessore, ipotizzando che Suga avrà grande difficoltà a personalizzare la sua offerta politica. Oltre alla ripresa dei Giochi olimpici, tra gli ambiti che richiedono una più urgente attenzione vi è chiaramente quello economico: a fianco dell’aperta adesione di Suga a proseguire sul tracciato dell’Abenomics[2], al vertice dell’agenda vi sarebbe difatti la necessità di snellire e semplificare il sistema economico rendendolo più indipendente dalle rigidità del sistema burocratico. A tale riguardo, le prime misure proposte sono volte alla digitalizzazione dei sistemi burocratici ed amministrativi, con la proposta di abolire o quanto meno ridurre l’uso dell’hanko, il tradizionale timbro o sigillo personalizzati che fungono da firma legale.

In secondo luogo, vi è la necessità di far fronte alle crescenti pressioni esercitate su welfare ed assistenza sociale, appesantite da un perdurante e apparentemente inarrestabile invecchiamento della popolazione. Non solo si acuiscono le criticità per il sistema pensionistico, ma il crescente tasso di infecondità (uno dei più bassi tra Paesi membri dell’OCSE) sta provocando difficoltà anche nel mercato del lavoro, dove vi è una discrepanza tra ricerca ed offerta di occupazioni. Per alleviare queste problematiche, il Giappone potrebbe orientarsi verso due possibili soluzioni: aumentare la partecipazione delle donne al lavoro e aprire le porte a flussi più sostenuti di immigrazione internazionale. Per la prima proposta sembra che i tempi non siano ancora maturi: rispetto alla loro controparte maschile, le lavoratrici donne in Giappone mostrano tassi più alti di disoccupazione e instabilità lavorativa dovuta a contratti di lavoro part-time, saltuari, o senza nessuna possibilità di ascesa professionale. Per quanto riguarda il tema immigratorio, invece, nell’aprile 2019 è passata alla Dieta la proposta di aprire le porte a circa 345.000 lavoratori stranieri con cosiddette “basse specializzazioni” e per determinate aree occupazionali, tra cui assistenti di cura per malati ed anziani, ristorazione, settore turistico-alberghiero, agricoltura e settore edile. Questa nuova apertura giunge tuttavia con notevoli restrizioni, in quanto i visti emessi avrebbero una durata di massimo cinque anni e sarebbero negati eventuali ricongiungimenti familiari. Non è forse questo un panorama a cui si è già assistito? Queste politiche sembrano di fatto echeggiare le politiche migratorie dei Paesi europei degli anni Settanta, andando a fomentare migrazioni circolari e stagionali e restando fedeli ad una logica di un’immigrazione “usa e getta”.

In terzo ed ultimo luogo, rimane aperta la questione della spesa militare e del budget per la sicurezza in risposta alle tensioni con alcuni attori del vicinato asiatico, tra i primi la Cina e la Corea del Nord. La sicurezza e le spese militari per la difesa sono ormai da anni un tema delicato per il Giappone, che dopo la sconfitta del 1945 ha dovuto rinunciare alle proprie forze armate, come cita la Costituzione nipponica, ed accontentarsi di mantenere un corpo di difesa (Jieitai – Forze di autodifesa del Giappone). Nonostante questo apparente ostacolo, rimane chiaro che l’impegno di mantenere un controllato equilibrio con il resto dell’area asiatica incontra l’interesse degli Stati Uniti, i quali, negli ultimi tre anni, sembrano aver spinto Tokyo ad aumentare il suddetto budget. Già a settembre 2020, il Ministro della Difesa giapponese ha proposto un aumento del 8,3% della spesa per la difesa, seguendo quella che è la recente tendenza di molti Paesi asiatici ad una corsa alle spese militari e alla modernizzazione delle forze armate. A tal proposito, a destare una pacata preoccupazione è la recente nomina del nuovo Presidente degli Stati Uniti. Sebbene l’amministrazione Suga abbia rapidamente ufficializzato le proprie congratulazioni al neo-eletto presidente statunitense (in un momento in cui Trump premeva ancora apertamente contro l’ufficializzazione del risultato elettorale), in Giappone aleggia il timore di possibili modifiche sulla scacchiera geopolitica asiatica.

Suga sembra rimanere quindi una figura orientata allo scenario interno al Paese, se non addirittura, come sottolineano i media, ad un lavoro dietro le quinte piuttosto che sotto le luci dei riflettori, e queste relazioni estere saranno per lui una prova del nove. Avendo preso in mano l’eredità di Abe, Suga dovrà fare i conti con il savoir-faire del suo predecessore, che aveva creato buoni rapporti con gli Stati Uniti, e dimostrare altrettanta verve per il resto dei rapporti d’oltre oceano.

Nonostante la poca fiducia dei media nelle sue doti di leadership, Suga sembra aver già intrapreso qualche primo passo divergente rispetto alla precedente amministrazione. Nelle precedenti settimane ha infatti annunciato di porre la questione ambientale in cima alla sua agenda, dichiarando nel suo primo discorso politico dopo l’insediamento a capo del governo che il Giappone si prefigge di azzerare le proprie emissioni di gas a effetto serra entro il 2050. Una notizia ben accolta dal pubblico internazionale, meno dal settore industriale interno. Difatti, dalla ripresa economica ed industriale seguita al secondo dopoguerra, il Paese ha sempre avuto una notevole dipendenza dal carbone e dalle fonti fossili, con talvolta gravi ripercussioni per l’ambiente e la salute dei cittadini, e ha mostrato una certa indolenza nei confronti dei temi della tutela ambientale e del contrasto al cambiamento climatico. Uno degli avvenimenti più noti fu la contaminazione di mercurio delle acque nella zona di Minamata negli anni Settanta, divenuto caso simbolo per la situazione e al sensibilità nipponica al tema ambientale. Eventi come questo, e la crescente pressione interna ed internazionale, hanno spinto il Giappone nei primi anni Duemila alla riduzione della dipendenza dal carbon fossile favorendo l’avanzata del nucleare, i cui investimenti, tuttavia, hanno subito un arresto in seguito al disastro di Fukushima nel 2011, rimettendo il fossile al primo posto nel podio delle fonti energetiche del Paese. Se il recente impegno di Suga viene da un lato accolto con ottimismo, non mancano gli scettici che sottolineano come per mantenere la nuova promessa sarà necessario un grande sforzo di revisione delle infrastrutture energetiche ma soprattutto un importante lavoro sulle abitudini e sulla mentalità di imprenditori e privati.

Il nuovo Primo ministro Giapponese è giunto per restare? Sembra essere ancora troppo presto per asserire che Suga sia solamente una figura temporanea. Di certo non giovano le comparazioni (sia fisiche che attitudinali) dei media, che lo dipingono come un personaggio all’ombra del carisma del suo predecessore. Tuttavia, il particolare momento storico, la seconda impennata pandemica, il contenimento dei danni delle mancate Olimpiadi 2020 e la loro eventuale ed ancora discussa riproposta nel 2021, la recente corsa alle spese militari del vicinato asiatico, presentano sfide che potrebbero far rivalutare l’immagine e le competenze del nuovo Primo ministro.


[1] Il nome della nuova era, Reiwa, è scritto con gli ideogrammi giapponesi di bellezza (rei-) ed armonia (-wa).

[2] Abenomics deriva dalla sincrasi, figura retorica ben amata dai giapponesi, di Abe ed economics e si rifà ad una serie di politiche economiche che dal 2013 mirano al rivitalizzare la situazione economica del Paese.

Scritto da
Giulia Dugar

Nata in provincia di Venezia nel 1992, ha conseguito la laurea triennale e magistrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in Lingua, Cultura, Economia e Giurisdizione dell’Asia e dell’Africa Mediterranea, con un curriculum in studi giapponesi. Durante gli studi magistrali ha portato a termine un anno di scambio universitario presso l’Università di Kobe, in Giappone. Ha poi proseguito gli studi con un Master su Immigrazione. Fenomeni Migratori e Trasformazioni Sociali sempre presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È attualmente dottoranda in Scienze Politiche e Sociali presso l’Università di Bologna tramite cui ha intrapreso un periodo di Visiting Research all’Università di Tokyo, Giappone. Tra un percorso accademico e l’altro ha potuto intraprendere esperienze di lavoro presso la Fondazione Leone Moressa a Mestre, su studi migratori in Italia, e presso Kairos, agenzia di euro-progettazione a Londra, incentrandosi su progetti per l’integrazione della componente immigrata nella capitale inglese.

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