Dove va il Sudamerica?
- 25 Febbraio 2020

Dove va il Sudamerica?

Scritto da Francesco Pierri e Arilson Favareto

12 minuti di lettura

I principali accadimenti politici sudamericani tra il 2015 e il 2018 –  la vittoria di Macri in Argentina, l’impeachment contro la Rousseff in Brasile, il ritorno di Piñera alla presidenza cilena, la crisi venezuelana e l’elezione di Bolsonaro – sembravano avere posto fine a un lungo decennio popolare-progressista (1998-2014) e apertone uno molto diverso, chiaramente neoliberista. Solo un anno dopo, invece, lo scenario si è riempito di fatti in controtendenza. Scorriamoli rapidamente. Alberto Fernández ha riportato il justicialismo alla Casa Rosada argentina. In Cile, la sollevazione popolare ha messo in ginocchio il governo Piñera e sbocca verso un nuovo patto costituzionale. In Colombia, una mobilitazione di larghi strati popolari e indigeni come non si vedeva dal Cacerolazo del 1948, ha chiesto la realizzazione integrale dell’accordo di pace firmato con le FARC e pare avere formato le condizioni per un’alternativa di governo, bloccata da decenni di conflitto armato. In Equador, dopo il paro civico di ottobre 2019 che lo ha messo alle corde, il presidente Moreno si trova stretto tra firmare un nuovo accordo di prestito col FMI e suscitare una nuova onda di proteste che potrebbe costargli le elezioni presidenziali di febbraio 2021. In Brasile, Bolsonaro è ai minimi di consenso mai goduto da un presidente brasiliano dopo un anno di mandato. Ancora, in Uruguay, la vittoria della destra, dopo quindici anni di governo del Frente Amplio, è arrivata per un margine risicatissimo di voti che probabilmente le impedirà di imporre uno smantellamento neoliberale tout court di fronte all’opposizione parlamentare e per le strade che l’aspetta. In Bolivia, infine, c’è voluto un golpe militare per annullare la controversa vittoria elettorale di Evo Morales, il che desta la preoccupazione che la regione possa precipitare in soluzioni militari in larga scala delle crisi politiche ed economiche.

Lo scontro politico e sociale che ha scosso il Sudamerica ci suggerisce quindi che il ciclo neoliberale iniziato nel 2015 faccia fatica a decollare, oppure, come dicono alcuni, che in realtà quel ciclo non sia mai iniziato. È uno scenario incerto, pieno di segnali contraddittori, tipico dei momenti di transizione dove nessuna narrazione è sufficientemente forte da offrire un orizzonte chiaro di stabilità. Sullo sfondo, le grandi questioni del continente – diseguaglianze, povertà, deindustrializzazione precoce, discriminazioni etniche, criminalità record, squilibri territoriali e predazione delle risorse naturali – che si approfondiscono e lo dividono.

Non vi è regione al mondo che abbia stimolato al pari del Sudamerica un uso così ampio del termine ciclo, e nelle scienze sociali e nello stesso dibattito civico. D’altronde le economie della regione sono legate a doppio filo a quelle occidentali sin dai tempi coloniali, quali aree di rifornimento alimentare e minerario, col risultato che gli andamenti della domanda e degli investimenti esterni legati ai prodotti del suolo e del sottosuolo ha assunto un ruolo determinante per la loro stabilità. Questa dipendenza – rimasta importante anche per i paesi più industrializzati e con mercati interni più forti, e nonostante i progressi dell’integrazione regionale durante il lungo decennio popolare progressista – si è ri-consolidata negli ultimi quindici anni in funzione della crescita cinese, avida di quei prodotti.

Per questi motivi vale la pena mettere in luce più o meno note linee di lettura dell’impasse attuale nella cornice analitica dei cicli e capire alcuni problemi di fondo. Innanzitutto, in cosa consistono i cicli? Le risposte possono essere rappresentate con due ordini di accadimenti. Da un lato, si annoverano i fattori strutturali, ossia le condizioni poste dalle forme di inserzione economica esterna su strutture produttive e istituzionali estrattive (è il lungo periodo della path dependency, filo conduttore di altri studi, come i lavori di Daron Acemoğlu e James Robinson, quelli di Emanuele Felice per il Mezzogiorno italiano o gli ultimi libri di Douglass North) col loro corollario di record mondiali di diseguaglianza e povertà. Dall’altro, gli agenti politico-ideologici, cioè la dialettica tra le classi sociali, le frazioni di classe e gli attori politici (e le conseguenti ideologie e forme di inclusione sociale e di mobilitazione di massa) circa le regole di uso degli incentivi pubblici, il rapporto tra capitale e lavoro, il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali, le relazioni internazionali. Dopo l’apice di ogni ciclo, l’insorgere di movimenti di protesta tra i poveri e le classi medie impoverite da crisi sistemiche che mostrano l’insufficienza delle dinamiche endogene di sviluppo vis-à-vis i processi di deindustrializzazione e ‘reprimarizzazione’.

Seguendo questo schema le fasi politiche degli ultimi trent’anni sono state divise in due cicli egemonici chiaramente distinguibili. Il primo, neoliberale, che ha gestito la ri-democratizzazione dopo i regimi militari degli anni Settanta e Ottanta sotto l’egida del Consenso di Wahington (privatizzazioni, liberalizzazioni, deregolazione del mercato del lavoro, apertura commerciale) ed è  poi rovinato nelle crisi fiscali e sociali che hanno partorito l’altro ciclo, il decennio lungo popolare-progressista, segnato da miglioramenti distributivi sostanziali ottenuti attraverso l’intervento economico e le politiche di protezione sociale e del mercato del lavoro. Un fattore decisivo per il dispiegamento del ciclo progressista è stato il boom delle esportazioni minerali e alimentari i cui proventi hanno permesso di espandere e approfondire le misure di lotta alla povertà e di tessere diverse forme di mediazione con le frazioni di classe dominanti. La dotazione del più grande stock mondiale di terre coltivabili e la presenza di grandi giacimenti minerari, valorizzati dalla domanda mondiale, hanno giocato un ruolo di primo piano nell’equazione politica progressista, avendo questa messo al centro della sua missione l’agenda redistributiva e la lotta alla povertà e alla fame.

Chi scrive ha scelto l’etichetta popolare-progressista per questo ciclo, ma ne sono state applicate molte altre, come pink tide, populismo di sinistra, e via scorrendo. Etichette a parte, il punto è che queste esperienze sono annoverate sotto la stessa famiglia perché, chi più e chi meno, hanno operato in autonomia critica verso il Consenso di Washington e si sono coordinate continuamente in politica estera. È bene ricordare che il ciclo popolare-progressista si forma lungo l’opposizione che sfocia nel rifiuto del progetto di area di libero commercio delle Americhe (ALCA) nel 2005 e nel tentativo contraltare di rafforzare l’integrazione di mercato, sociale e infrastrutturale regionale. Non vi era mai stato nella regione uno sforzo integratore così esteso e prolungato e che mettesse in dialogo i processi distinti nel sud e nel nord del subcontinente, come quello intrapreso attraverso la ricerca di consenso tra il Brasile lulista e il progetto bolivariano di Chávez. Il rifiuto dell’ALCA era avvenuto sotto lo spinta di mobilitazioni sociali e per iniziativa dei gruppi dirigenti progressisti, in base alla convinzione che le condizioni dell’accordo (negoziate durante il ciclo neoliberale precedente) avrebbero rinforzato la path dependency primario-esportatrice e precluso vie maestre per perseguire strategie di sviluppo industriale con alto valore aggiunto e capacità tecnologiche nazionali.

In seguito, la maniera in cui le diverse esperienze nazionali si sono trasformate in regimi politici è stata molto differente. Se volgiamo lo sguardo alle forme partitiche, al discorso ideologico, al rapporto con le istituzioni  e alle basi sociali di sostegno, non possiamo che differenziare Uruguay, Brasile, Cile e Argentina dalla Bolivia e dall’Ecuador, e ancor di più dall’esperienza venezuelana. Man mano che si passa dal primo all’ultimo paese si va da forme partito storicamente consolidate, piattaforme interclassiste, meno connotate ideologicamente e meno disposte a cambiare il quadro costituzionale, a esperienze di tendenza opposta: movimenti politici nuovi, sorti da mobilitazioni tra gli strati inferiori di reddito, con forte impronta ideologica e disposte a innalzare lo scontro istituzionale al livello della rottura. Le caratteristiche delle strutture produttive dei differenti paesi ovviamente hanno contato molto al riguardo. Paesi come Brasile e Argentina avevano già compiuto un grande sforzo di industrializzazione lungo il XX secolo, mentre in altri prevalevano economie meno complesse e le popolazioni rurali avevano pesi specifici ben più grandi. Gli interessi economici e politici che ne scaturivano erano  distinti così come le forme di mediazione con le diverse frazioni di classe dominanti. Ancora, la necessità di grandi coalizioni (Brasile), le limitazioni dovute al debito estero, il  ruolo dei mercati finanziari e le paura delle fughe di capitale, in alcuni governi progressisti hanno creato situazioni ibride che combinano il mantenimento della gestione macroeconomica ortodossa (cambi fluttuanti, mete di inflazione e di avanzo primario) con una notevole dose di interventi e investimenti pubblici, lo stop alle privatizzazioni e più regolazione dei mercati.

Eppure, questa grande diversità politica alla fine si è trovata ovunque a scontrarsi con la difficoltà di uscire dalla path dependency, che si trattasse di industrializzare per la prima volta o di invertire il trend di deindustrializzazione, e ha sperimentato le stesse limitazioni strategiche nel prendere nuove direzioni, così come lo stesso tipo di opposizione. Da un lato vi è stata una difesa intransigente della nazionalizzazione dell’industria mineraria, e dall’altro una linea accomodante nei confronti della grande proprietà terriera che ha prodotto, quando le ha prodotte, riforme agrarie incapaci di alterare la concentrazione fondiaria e gli usi della terra – pur destinando risorse inedite e politiche pubbliche a sostegno dell’agricoltura a conduzione familiare, il che ha consolidato alleanze strategiche tra i governi, i contadini poveri e i senza terra. In entrambi i casi si è garantita maggiore appropriazione e redistribuzione dei proventi del suolo e del sottosuolo ma in nessun paese si è riusciti a usarli per compiere con successo, o a rimettere in moto, processi di trasformazione strutturale, anzi, la regione si è reprimarizzata anche senza aderire all’ALCA, e in buona parte in funzione della domanda cinese di soia e minerali di ferro.

Sarebbe logico spiegarsi le ragioni di questa conservazione strutturale con l’argomento per cui una coabitazione coi ceti economici dominanti finisce sempre in appeasement (Brasile, Argentina, Uruguay) e un appeasement finisce sempre per ridurre le aspettative di trasformazione. Può darsi. Però che dire di fronte allo stesso esito realizzatosi nei contesti di più aspro confronto (Bolivia e Venezuela) oppure quando le esperienze ‘ibride’ hanno tentato di fuoriuscire da patti conservatori, per usare le analisi di André Singer sul Brasile, per invertire la deindustrializzazione? La risposta alla fine è stata la stessa, quella dell’offensiva delle strutture di potere dominante per preservare l’inserzione primario-dipendente nell’economia mondiale e la sua valorizzazione finanziaria.  In particolare, questa reazione ha mostrato tutta la difficoltà di dividere le frazioni capitalistiche, visto il loro intreccio di investimenti e attivi e soprattutto vista la finanziarizzazione trasversale, in particolare al sopraggiungere della crisi.

Quando la caduta della domanda e dei prezzi delle commodities si è trasmessa sulla leva fiscale le capacità di finanziare le politiche pubbliche è diminuita e ha ripreso a crescere la povertà. E con essa tanto il dissenso popolare quanto l’insofferenza della grande borghesia che, dopo aver beneficiato degli enormi guadagni di capitale e delle esportazioni, ha rotto la tregua osservata durante il boom delle commodities per abbracciare ancora una volta soluzioni radicalmente neoliberali.

Sullo sfondo di tale continuità quindi vi sono i problemi strutturali richiamati prima: la crisi fiscale seguita alla fine del boom e intrecciatasi con gli effetti della crisi finanziaria 2007-2008 e, più in generale, la difficoltà di formare compromessi sociali che demarchino chiaramente vincitori e sconfitti, ciò che Bresser-Pereira ha felicemente sintetizzato con l’espressione «il patto che non è successo», per chiamare l’attenzione sulla necessità di un dibattito schietto in merito alle opzioni in campo.

Così vent’anni dopo si è punto e a capo. Le strutture di potere e le istituzioni esclusive o non sono state sufficientemente alterate,  o si sono rafforzate, e ovunque siano state contrastate hanno mostrato reazioni formidabili. Riprendono e si approfondiscono le politiche di austerity, le privatizzazioni, le restrizioni dei diritti del lavoro, e  si accetta  esplicitamente l’inserzione a basso valore aggiunto nella divisione internazionale del lavoro – si osservi quanto poco tempo sia bastato a rimuovere dal tavolo le condizioni che i governi popolari-progressisti avevano posto sulla strada dell’accordo Mercosul-UE.

Ma sarebbe un errore grossolano concludere che nulla è cambiato. Lo scontro attuale rivela nuove forme culturali degli attori politici di destra, se guardiamo al secondo set di fattori di formazione dei cicli chiamati in causa più sopra. Le élite liberali del primo ciclo rivendicavano osservanza liberal-democratica e sfoggiavano un’idea di pensiero unico neoliberale limitata alla sfera dei rapporti socioeconomici. Pur quando erano eredi delle dittature militari, la loro era un’ideologia democratizzante, portatrice di un progetto modernizzatore che prometteva benessere. La strategia attuale, invece, relega questi aspetti in secondo piano, sembra una riedizione del movimento reazionario che negli anni Sessanta e Settanta sarebbe sfociato nel ciclo delle dittature militari contro le esperienze populiste di sinistra, ma con la differenza sostanziale dell’uso di nuovi agenti di formazione dell’opinione pubblica e della veicolazione di messaggi di divisione e contrapposizione permanente. Di questa offensiva sono noti tutti gli elementi fondamentali, che s’intrecciano a livello operativo: il matrimonio di interessi tra la destra radicale e il grosso del movimento neopentecostale; la strategia di guerra cibernetica sulle reti sociali, in tandem col monopolio dei media tradizionali (che le prime investigazioni mostrano disporre di una vera e propria cabina unica di regia a livello regionale); il populismo penale, fino all’adozione di vere e proprie strategie di lawfare contro gli avversari; infine lo sdoganamento dell’ipotesi militare per fare leva su elementi ansiogeni come la criminalità diffusa, la corruzione, la ‘dittatura’ delle minoranze, l’attacco ai valori cristiani della classe media bianca, tradizione, famiglia e proprietà. Quindi essa ha i tratti di un aggiornamento tecnico e semantico – ma con le radici ben salde nel terreno dell’autoritarismo sudamericano – strumentale per forgiare sentimenti identitari e scompaginare i rapporti di dominazione e esclusione reali propri dell’economia politica.

Questa radicalizzazione non avrebbe avuto successo se non si fosse giocata nel contesto della crisi di reddito e di status sociale di vecchi e nuovi settori della classe media da un lato, e dall’altro dalla perdita di protagonismo dei sindacati, indeboliti dal combinato di deindustrializzazione e precarizzazione, ma anche da una stagione di moderazione rivendicativa in sostegno ai governi progressisti, quando non di cooptazione.  Non è facile trovare comportamenti standard dell’insoddisfazione delle classi medie comuni alle diverse esperienze nazionali, ma vi sono numerosi elementi di riscontro tra Brasile, Argentina e Venezuela. La ‘nuova classe media’ figlia della redistribuzione progressista, e grande vanto del lungo decennio, si è sgonfiata sotto il peso della crisi ed è tornata ad essere la classe lavoratrice informale che molti dicono essere sempre stata, proprio quando aspirava a consolidare la sua partecipazione nella sfera dei consumi. In particolare, l’intreccio tra diffusione pentecostale e inclusione consumistica si è rivelata una leva potentissima di affinità ideologica tra i nuovi arrivati, col risultato di contribuire a diffondere letture religiose del successo e della crisi individuale. Dal suo canto, la classe media tradizionale, la grande contribuente fiscale del lungo decennio insieme al lavoro dipendente, ha visto l’ascesa dal basso delle classi popolari come una minaccia al proprio status. Esemplari in questo senso sono stati le manifestazioni contro le leggi di formalizzazione del lavoro domestico durante il secondo governo Lula nei ‘quartieri bene’ di San Paolo. Nella situazione di insicurezza generalizzata provocata sia da tassi record di criminalità sia dalla precarietà dei servizi sociali – una leva su cui i governi popolari progressisti hanno investito con meno efficacia che con le politiche del lavoro e del sostegno al reddito –  la ricetta securitaria e identitaria della nuova destra ha fatto breccia. Marcio Pochmann, direttore della fondazione Perseu Abramo del Partido dos Trabalhadores,  si è spinto a dire che staremmo vivendo «un periodo pre-insurrezionale in cui la popolazione è estremamente insoddisfatta e l’estrema destra ha maggiore facilità di dialogare con il popolo che la sinistra». Quindi, il tema chiave per capire l’offensiva conservatrice sta nell’intreccio tra la crisi e malcontento sociale e la sua capacità di investire nelle agenzie di formazione delle strutture di pensiero politico per attrarre consensi, non solo tra la classe media ma anche tra gli stati popolari, in maniera sufficiente da pesare sulla bilancia elettorale. Però come abbiamo visto, non è sufficiente per raggiungere a una stabilizzazione conservatrice.

La necessità di operare il proprio aggiornamento comincia a muovere i primi passi tra la sinistra, che sembra capire di dover andare oltre la ripetizione di ciò che è stato fatto, a maggior ragione essendo il contesto meno favorevole che in passato. Il fatto è che le domande chiave rimangono le stesse: quale posizione si vuole occupare nell’ordine internazionale del XXI secolo? Su quale base di produzione? Come finanziare questa transizione? Quali settori della società possono sostenere questo tipo di agenda? Non c’è dubbio che l’ultima domanda è quella decisiva per una strategia egemonica. In primo luogo, essa investe il rapporto tra la sinistra e l’enorme esercito di riserva di lavoro, eredità storica dell’incompleta trasformazione strutturale e delle nuove forme di precarizzazione, e assume una rilevanza preponderante perché è lì che si spostano gli equilibri elettorali.

Slogan suggestivi ma fragili come ‘basta che si governi col popolo’ o  modelli win-win  sembrano essere meno in voga. Nonostante sembrino mutualmente escludenti, entrambi si sono basati sulla capacità delle politiche sociali di formare consenso elettorale e hanno sopravvalutato le capacità delle stesse di formare blocchi sociali egemonici. Alcuni analisti hanno osservato, in particolare, che i trasferimenti condizionati di reddito, un elemento centrale per il sostegno del reddito delle masse povere, hanno fatto scemare l’attenzione verso criteri di universalità proprie dei modelli contrattuali socialdemocratici imperniati su lavoro e politiche sociali, e ridimensionato il peso delle classi lavoratrici come controparti del governo, consentendo di mantenere la politica economica sotto il controllo tecnocratico tradizionale. In altre parole, misure inquadrate come populismo assistenziale sarebbero parte integrante di un percorso trasformista. Altri si sono spinti più oltre, sostenendo che la combinazione tra assistenza sociale e smobilitazione politica, una volta al governo, abbia generato le condizioni per patteggiare forme di convivenza con frazioni dominanti che sono sfociate in una ricomposizione borghese, secondo una vera e propria rivoluzione passiva. Sono osservazioni che sollevano problemi rilevanti e il lessico gramsciano adottato è pertinente (e il ricordare che lo è sempre stato, da Caracas a Buenos Aires, è un altro modo di dire che i problemi strutturali rimangono gli stessi). Ma, d’altro canto, credere che le politiche di protezione sociale possano essere ridimensionate in una nuova agenda progressista, di fronte alle enormi sacche di povertà e all’approfondimento di crisi economica e precarizzazione, significa rinunciare a una buona dose di realismo, anzi, a giocare la partita. L’elasticità del consenso alla riduzione della spesa sociale è altissima, e nessuno si sognerebbe di sacrificare un consenso di breve periodo in vista di un’egemonia di lungo periodo per il semplice motivo che la seconda comincia col primo. Inoltre, perché, nel merito, dovrebbero essere ridimensionate le politiche sociali se gli studi di settore hanno mostrato chiaramente una correlazione positiva tra trasferimenti di reddito, scolarizzazione e occupazione? Innovare non è sempre semplice, né necessariamente giusto o sagace. A questo proposito è bene osservare che anche in Colombia, Paraguay e in altri paesi che non hanno partecipato al decennio lungo (fatta eccezione per la breve parentesi di Fernando Lugo), le statistiche nazionali mostrano trend decrescenti della povertà in quello stesso periodo, e che ciò è dovuto a politiche sociali simili a quelle implementate dai governi popolari-progressisti. Certo, in dosi minori. Ma è come se i successi del campo avversario abbiano suggerito ai neoliberali la ricetta per contenere i livelli di povertà dentro i confini di un conflitto sociale contenibile.

Si tratta di dilemmi alla base dell’incompiutezza degli esperimenti socialdemocratici nella regione, che hanno convissuto con misure assistenziali di massa proprio perché l’esercito di riserva è sempre stato maggiore o uguale alla classe operaia occupata. Ripensare le forme di welfare e farlo a partire dalle aspirazioni più concrete e immediate di tutti i settori popolari – la «classe che vive di lavoro» come la definisce Ricardo Antunes –  per comporre un’agenda identitaria comune capace di scardinare le rappresentazioni simboliche sembra a molti il primo passo da compiere. In questo ambito si propone di ridiscutere le politiche sociali tra i sindacati e le forme di organizzazione rivendicativa e mutualistica territoriale nate tra i redditi bassi pauperizzati dalla crisi. Il ritorno del justicialismo in Argentina offre numerosi esempi al riguardo. E di qui muovere il dibattito su piattaforme elettorali e modelli di partito. Altre voci stanno portando l’attenzione sul rischio di centralizzare l’agenda distributiva, sebbene ne avvertano l’assoluto bisogno, se la si mantiene scissa dalla discussione sul tipo di crescita e sviluppo, cioè rinunciando a proporre un’agenda di transizione che apra fessure tra le frazioni di classe dominanti. Queste voci sostengono che la brutale concentrazione di potere economico e culturale delle élite, che prima o poi si ritorce contro l’avversario, abbattendolo, o lasciandolo in uno stato di scontro permanente con conseguenze drammatiche per la popolazione, come è il caso del Venezuela, non lascia spazio a illusioni di nessuna sorta. In altri termini, nonostante i trascorsi recenti, o meglio, esattamente in virtù di una comprensione nuda e cruda degli equilibri di potere, non vengono meno le ragioni in favore di un dialogo con le élite dotate di maggiore senso di responsabilità nazionale. Un sentiero di crescita che rafforzi i mercati regionali, sostenuto dalla domanda dei ceti popolari e meno intensivo in risorse naturali resta la grande opzione sul tavolo. Vi sono numerose domande a cui rispondere lungo questa strada. Quali patti fiscali e dove investire i proventi del sottosuolo in modo tale da generare crescita sostenibile e maggiore valore aggiunto? Quali strategie di sviluppo territoriale dispiegare per colmare gli enormi squilibri di diritti e opportunità che dividono le aree marginali da quelle centrali? Quali tecnologie e processi produttivi domestici sono in grado di creare i paesi sudamericani per valorizzare l’enorme biodiversità di cui dispongono, conservandola per le generazioni future? Un bel groviglio di nodi da districare.


Gli autori ringraziano Manuel Anselmi, Paolo Borioni e Lucio Pierri per i loro preziosi giudizi.

Scritto da
Francesco Pierri e Arilson Favareto

Francesco Pierri analista freelance, è dottore di ricerca in storia e teoria dello sviluppo economico alla LUISS Guido Carli e dottore di ricerca in sviluppo rurale all’Universidade Federal do Rio Grande do Sul. Arilson Favareto sociologo, è Professore di Economics and Sociology alla Universidade Federal do ABC.

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