L’Egitto dalle primavere arabe al regime di al-Sisi

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Fra i simboli più celebri delle cosiddette “primavere arabe” non si può non annoverare piazza Tahrir al Cairo, occupata nel gennaio 2011 da una folla di cittadini egiziani che manifestavano contro il regime di Mubarak. La molla della protesta era stata soprattutto l’insicurezza economica dovuta in parte alla crisi e in parte all’altissimo tasso di corruzione nella cerchia del “faraone” Hosni Mubarak, il tutto unito all’incapacità del regime stesso di mantenere la sicurezza nel paese, come aveva testimoniato l’attentato contro la comunità copta di Alessandria che aveva inaugurato il 2011.

La rivoluzione egiziana, scoppiata sulla scia di quella tunisina, aveva finito di fatto per essere il faro delle altre proteste e si era conclusa vittoriosamente con le dimissioni del dittatore nel febbraio 2011. La caduta di Mubarak metteva fine così al regime instaurato da Nasser nel 1954 e apriva la strada alle prime elezioni multipartitiche della storia egiziana, tenutesi l’anno successivo, che sembravano prospettare la realizzazione dei propositi della rivoluzione e facevano apparire l’Egitto come l’esempio più riuscito delle “primavere” assieme alla Tunisia.

L’illusione della conclusione dei moti rivoluzionari non è durata però che qualche mese e piazza Tahrir è tornata nuovamente a riempirsi di manifestanti in protesta contro la deriva accentratrice e confessionale del governo democraticamente eletto di Mohamed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani. Le nuove manifestazioni hanno offerto così l’occasione adatta all’ascesa di Abd al-Fattah al-Sisi, comandante in capo delle forze armate egiziane, che nel luglio 2013 ha deposto col sostegno dell’esercito il governo dei Fratelli Musulmani.

Al-Sisi era già stato il più giovane membro del Consiglio supremo delle forze armate, l’organo militare che aveva guidato la transizione da Mubarak a Morsi, ed aveva cercato attraverso il golpe di riproporre i militari come la figura di garanzia per il mantenimento dell’ordine nel paese. Adli Mansur, presidente della Corte costituzionale, era stato scelto come presidente ad interim e il Premio Nobel per la Pace Muhammad al-Barade’i come suo vice, ma queste scelte moderate si scontrarono da subito con il dilagare della violenza a seguito della reazione dei Fratelli Musulmani e della repressione violenta dell’esercito, che portò pochi mesi dopo alle dimissioni di a-Barade’i stesso.

Le elezioni dell’anno successivo consacrarono comunque la presa di potere del generale e l’esercito, allontanato dal potere con Mubarak, si riprese la sua posizione dominante nel paese. Dopo l’esclusione dei Fratelli Musulmani e l’annuncio della propria candidatura da parte di al-Sisi infatti molti candidati si ritirano dalle elezioni, alcuni sostenendo pubblicamente il generale e altri condannando le elezioni stesse come una farsa, come nel caso di Khaled Ali, avvocato per i diritti umani già presentatosi nel 2012. Alla fine a sfidare il generale resterà solo Hamdeen Sabahi, che era stato fra l’altro uno dei sostenitori del golpe militare del 2013, spianando la strada alla vittoria ad al-Sisi.

Le proteste seguite al golpe e all’arresto di Morsi furono rapidamente represse dalle forze di sicurezza egiziane. Il 14 agosto 2013 in piazza Rabi’a al Cairo furono uccisi dai militari egiziani centinaia di manifestati (le stime oscillano fra i 638 e i 2600) in quello che è stato considerato il più grande massacro della storia egiziana recente. A seguito di questo episodio i Fratelli Musulmani furono messi al bando fra le organizzazioni terroristiche e centinaia di militanti del Partito Libertà e Giustizia condannati a morte, anche se il giudizio finale sulla gran parte di queste sentenze, fra cui quella di Mohamed Morsi stesso, è stato per il momento posposto. Il nuovo regime si è poi preoccupato di far passare quanto prima una legge che vietasse tutte le manifestazioni non autorizzate dalla polizia.

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Indice dell’articolo

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Pagina 3: La posizione internazionale dell’Egitto di al-Sisi


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Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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