Emanuele Severino: Filosofia e destino dell’Occidente
- 02 Marzo 2020

Emanuele Severino: Filosofia e destino dell’Occidente

Scritto da Luca Pasini

8 minuti di lettura

Il 17 gennaio 2020 è scomparso a 91 anni Emanuele Severino, uno degli autori più importanti che hanno animato il dibattito filosofico italiano nel secondo Novecento e senza dubbio una figura determinante nel caratterizzarne, per quanto riguarda certi ambiti, gli interessi, le tematiche, la terminologia e il metodo. In un momento in cui la filosofia tendeva sempre più a settorializzarsi, a contaminarsi con altre discipline, a confrontarsi con gli aspetti pratici dell’esistenza umana, a dimostrare la sua utilità per difendersi dagli attacchi, a indebolire le sue pretese, Severino si è fatto promotore instancabile di un pensiero sistematico, puramente teoretico e fondato sull’inattaccabilità della sua logica: un’indagine alla ricerca di ciò che, in un mondo mutevole e caotico, si ponga come verità assoluta e incontrovertibile, presupponendo semplicemente i dati immediati di ciò che a lui stesso appare e le regole del linguaggio in cui quel logos, che la filosofia non può non essere, viene formulato.

Nonostante il nocciolo teoretico del suo pensiero sia riservato, a causa della sua profondità e complessità, al mondo degli specialisti, Severino è riuscito nel diventare, con il passare degli anni, una figura conosciuta e rispettata come poche altre nel panorama culturale italiano, grazie anche alle numerose opere, all’interno della sua prolifica produzione, da lui dedicate a un pubblico più ampio e con un’impronta divulgativa, in cui si è occupato tanto della storia della filosofia in generale, quanto a introdurre al suo personale pensiero, oppure ai suoi rapporti con figure del passato come Nietzsche e Leopardi. Numerosi fra i suoi allievi sono divenuti figure di spicco nel mondo della filosofia, della teologia o della cultura[1].

Nato a Brescia nel 1929, Severino si forma presso l’università di Pavia, laureandosi nel 1950 sotto la guida di Gustavo Bontadini, che dopo pochi anni segue a Milano presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna fin da giovanissimo filosofia teoretica[2]. Negli anni immediatamente successivi elabora e pubblica quelli che sono i due testi fondamentali da cui prenderà le mosse l’intero sistema da lui approfondito e rielaborato fino alla morte: La struttura originaria[3], uscito come volume nel 1958, e il saggio Ritornare a Parmenide (1964) con relativo Poscritto (1965)[4], sulla Rivista di filosofia neoscolastica.

Il primo si colloca nel solco, tracciato inizialmente dal maestro Bontadini, di un tentativo di ricostruzione di una metafisica intesa secondo la tradizione classica, aristotelica, tomista: secondo lui per secoli la teoresi filosofica si era ridotta a puro e semplice gnoseologismo, speculazione su come sia possibile la conoscenza di un oggetto esterno. Con l’attualismo di Giovanni Gentile e la sua affermazione che nulla vi può essere che non sia interno al pensiero in fieri, si rendeva infine possibile il ritorno a una vera e propria metafisica, intesa come analisi delle modalità tramite cui il pensiero a partire dalla sua manifestazione più immediata, ciò che può nuovamente intendersi come l’essere, si manifesta e si struttura. La Struttura Originaria altro non è che l’insieme delle caratteristiche costanti che determinano il manifestarsi dell’essere a prescindere dal suo contenuto.

La naturale necessità che tale discorso non si riveli autocontraddittorio porta Severino a procedere nella sua analisi con un approccio logicamente rigoroso e metodico, in cui si coglie qualche debito persino verso la filosofia analitica (non è irrilevante che negli stessi anni Severino abbia tradotto in italiano La costruzione logica del mondo di Rudolf Carnap), risolvendo puntualmente ogni momento aporetico che possa minare il suo sviluppo. L’aporia divenuta più celebre, che ha generato il maggior dibattito fra gli studiosi, nonché numerosi tentativi di confutazione[5], è quella riguardante lo statuto ontologico del concetto di nulla.

Il problema che essa pone è il seguente: affermando che l’essere non è il nulla, non diventa forse necessario che “il nulla” sia effettivamente un’entità, un concetto con un significato positivo, una determinazione fondamentale del manifestarsi dell’immediato? Se così fosse, andrebbe abbandonata l’assunzione di partenza, la ripresa attraverso l’attualismo della tesi parmenidea che l’essere è tutto ciò che è. Nemmeno è possibile respingere l’opposizione fra essere e non essere, dato che principio di identità e principio di non contraddizione sono da Severino considerati originariamente evidenti e fra loro equivalenti: diventerebbe impossibile servirsi della negazione come strumento speculativo[6].

Severino affronta questo problema affermando che il nulla ha sì un significato positivo, ma che esso è autocontraddittorio: vi è infatti contraddizione fra il fatto che “nulla” dovrebbe stare per un qualcosa che in qualche modo deve esistere, e il fatto che non può esserci qualcosa che corrisponda a tale significato, perché ciò è proprio quello che “nulla” vuol dire. Soltanto considerando separatamente i due lati della contraddizione, afferma Severino, si può cadere nell’illusione che esista un ente chiamato “nulla”: esso è in sé il significato autocontraddittorio, che sì esiste come tale ma, come afferma il principio di non contraddizione, è diverso dall’essere e non è affatto a sua volta un ente.

È necessario notare come, al momento della prima pubblicazione della Struttura originaria, Severino non avesse ancora sposato quella che è diventata la sua tesi più universalmente nota e commentata, ovvero la negazione del divenire e l’affermazione dell’eternità di ogni ente e di ogni determinazione, tesi che lo porterà alla rottura con Bontadini e con la Chiesa cattolica[7], ma anche alla fama. Essa è presentata nel secondo dei testi fondamentali sopra indicati, ovvero il saggio Ritornare a Parmenide, forse l’opera più nota e letta di Severino.

Il saggio si apre con la lapidaria affermazione che tutta la storia della filosofia occidentale ha alterato e dimenticato il senso dell’essere, presente originariamente nel più antico pensiero greco: come scritto nel poema parmenideo, l’essere è, mentre il nulla non è, e questo opporsi radicale al nulla è proprio questo suo senso perduto. Tuttavia, già dal “parricidio” commesso da Platone nel Sofista, e poi nella metafisica aristotelica, il pensiero filosofico ha iniziato ad ammettere la possibilità che, in certi casi, l’essere non sia affatto, ad esempio quando qualcosa che è viene distrutto, quindi “non è” più.

L’ambito dove si sancisce questo contraddittorio trapassare dell’essere nel nulla è il divenire, che dev’essere quindi radicalmente negato. D’altra parte, nulla ci fa capire esplicitamente che ciò che viene distrutto abbia smesso di esistere: semplicemente non ci appare più. La fede che nel divenire l’essere si cambi in nulla e viceversa viene da Severino denominata nichilismo, follia che caratterizzerebbe l’intera civiltà occidentale, e ne avrebbe determinato il destino. Se Parmenide aveva negato all’essere ogni determinazione, poiché ogni particolare ente non è l’essere, ma quanto singolo ente è un nulla, il Platone del Sofista, nel tentativo di reintrodurre tali determinazioni, aveva definito il non essere come “diverso”, non più come opposto all’essere. Così facendo, però, ha lasciato le determinazioni all’arbitrio del tempo, e tutto il pensiero occidentale lo ha seguito, indirizzandosi a una ricerca di ciò che, al mutare di esse, rimanesse stabile.

Accettando che l’essere trapassi in non essere, tuttavia, il pensiero occidentale si è sviluppato sulla base di una contraddizione insanabile: la sua intera storia sarebbe un tentativo di cercare ciò che è di volta in volta sembrato potersi contrapporre alla potenza del divenire, ma accorgendosi ogni volta che esso finiva per travolgere ogni pretesa di stabilità e immutabilità, ogni principio, ogni “dio”, smascherandolo nella sua provvisorietà. I pensatori a cui Severino ha dedicato le maggiori attenzioni sono proprio coloro che, secondo lui, si sono più di tutti avvicinati alla presa di coscienza che la fede occidentale nel divenire portava alla progressiva attestazione della nullità di ogni cosa e poggiava su una contraddizione: in primo luogo lo “smascheratore” per eccellenza, Nietzsche[8], ma anche Leopardi[9] e, da ultimo, Gentile[10].

La filosofia deve essere per Severino linguaggio che testimonia il destino, ciò che sta e permane indipendentemente dai mutamenti di ciò che appare. Essa deve ripudiare il divenire, ribadire l’opposizione fra essere e nulla e affermare che ogni ente è eterno, ed è eterna anche ogni sua determinazione. Enti e determinazioni entrano ed escono dal “cerchio dell’apparire”, che altro non è che uno dei punti di vista particolari e singolari su un essere che invece esiste tutto contemporaneamente e a-temporalmente[11], e che potrà essere goduto nella sua interezza con l’oltrepassamento della condizione di vita mortale del singolo. Già la Struttura Originaria si concludeva con la dimostrazione che ciò che appare non costituisce la totalità di ciò che è.

La fondazione dell’intero pensiero occidentale sulla base della fede erronea nel divenire, non ha tuttavia implicazioni solamente teoretiche: essa ha da sempre dato forma a quel “sottobosco” di credenze e convinzioni inconsce che influenza la vita quotidiana e le azioni di chiunque. Ad esse, e all’alienazione dell’occidente appartengono, ad esempio, le illusioni della contingenza e del libero arbitrio: se ciò che appare non è che un piccolo sottoinsieme di qualcosa di eterno e già da sempre compiuto, diviene errato ipotizzare che entri nel cerchio dell’apparire un ente diverso da quello che di fatto entrerà, o che un soggetto possa in qualche modo influenzarlo?

Ciò che tuttavia rappresenta con maggiore coerenza la tendenza del pensiero nichilista dell’occidente a distruggere qualsiasi fondamento epistemico che si contrapponga al divenire è l’avvento della civiltà della tecnica. La tecnica, con il suo utilitarismo, uscirebbe vincitrice dallo scontro con il sapere “tradizionale”, imponendosi come nuovo fondamento, e contribuendo a realizzare in Terra quel paradiso che la religione ha finora soltanto promesso, liberando l’uomo dai bisogni materiali, allontanando la morte ma anche affinando la sensibilità dell’essere umano per tutto ciò che è tolleranza, bellezza e amore.

La tecnica è destinata a sostituire l’economia in quanto scopo ultimo delle attività umane: essa infatti è la ricerca di nuove possibilità fine a se stessa, e in questo si differenzia dal precedente “dio” dell’occidente, che mirava invece a qualcosa di esterno a sé come il benessere universale. Dopo la fine del socialismo, il capitalismo, che pure usa i mezzi tecnici per il raggiungimento dei propri obiettivi, è quindi destinato a soccombere di fronte alla conquista dell’egemonia di quegli stessi mezzi, che pretendono di essere potenziati per superare ogni limite e difficoltà che gli si ponga di contro[12].

Il destino dell’età della tecnica è tuttavia quello di venire a sua volta superata. Al culmine della sua potenza, secondo Severino, essa dovrà prendere coscienza di essere fondata su un sapere ipotetico e controvertibile, cioè la scienza moderna, e di essere quindi radicalmente impotente: tutta la felicità che essa ha contribuito a realizzare non potrà mai essere resa eterna e immortale. L’angoscia generata da questa contraddizione porterà infine all’apparire nel mondo del linguaggio che testimonia il destino, ovvero la filosofia come Severino la intende, destinata a diffondersi fra i popoli[13].

Affermando che il destino di ogni punto di vista particolare sull’essere sia l’oltrepassamento del suo isolamento, Severino è riuscito ad attribuire persino alla propria morte un carattere filosofico e necessario. All’interno della sua filosofia la necessità contraddistingue fino alla più piccola determinazione dell’essere, non vi è spazio per l’imprevisto o per la libertà. Ognuno di noi assiste solamente al dispiegarsi di un libro già interamente scritto, come il creato divino. Non è un caso che, nonostante la rottura con la Chiesa, teologi come Giuseppe Barzaghi cerchino di favorire una conciliazione fra il pensiero di Severino e la dottrina cattolica, e che comunque esso sia guardato in certi ambienti religiosi con rispetto e fascinazione.

Ora che Severino è morto, la sua eredità ci resta come esempio di come il pensiero possa e in un certo senso pretenda di essere portato ai suoi limiti, senza scendere ad alcun compromesso con la contingenza, con il mondo della materialità e dell’opinione, rinunciando a qualsiasi pratica utilizzabilità nel nome del perseguimento di una verità incontrovertibile.


[1]Fra essi Umberto Galimberti, il cardinale Angelo Scola, Carmelo Vigna, Massimo Donà, Luigi Vero Tarca, Luigi Ruggiu.

[2]Per una summa completa del pensiero di Severino comprensiva di cenni biografici e composta con il suo personale contributo, cfr. la monografia di G. Goggi, Emanuele Severino, Città del Vaticano, Lateran University Press, 2015.

[3]E. Severino, La struttura originaria, Brescia: La Scuola, 1957, II ed. con una nuova introduzione Milano, Adelphi, 1981.

[4]Successivamente incluso nell’opera Essenza del nichilismo, Milano, Adelphi, 1982.

[5]Cfr. N. Cusano , Capire Severino. La risoluzione dell’aporetica del nulla, Milano-Udine, Mimesis, 2011.,

[6]È da segnalare che Luigi Vero Tarca, che fra gli allievi di Severino è uno di quelli che più di ogni altro ha elaborato un pensiero proprio, non trovando soddisfacente la soluzione data a quest’aporia data dal maestro, ha affermato la necessità di eliminare tout court la negazione dal discorso filosofico, affermando che omnis negatio est contradictio, e sostenendo la necessità di una filosofia puramente positiva. Cfr. L. V. Tarca, Verità e negazione. Variazioni di pensiero, Venezia, Cafoscarina, 2016.

[7]La pubblicazione di tale opera e del Poscritto che la segue di un anno, destò enorme scalpore negli ambienti dell’Università Cattolica. Severino si sottopose a un processo del Sant’Uffizio conclusosi con l’attestazione dell’inconciliabilità fra la fede cattolica e il pensiero del filosofo che lasciò l’insegnamento alla Cattolica trasferendosi con numerosi discepoli presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove contribuì alla nascita del corso di laurea in filosofia e dove insegnò fino alla pensione. Ha poi tenuto lezioni presso l’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano fino alla morte. Cfr. G. Goggi, Emanuele Severino, cit.

[8]Cfr. il volume L’anello del ritorno, Milano, Adelphi, 1999.

[9]Cfr. le opere Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi, Milano, Rizzoli, 1998, e In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo, Milano, Rizzoli, 2015.

[10]Cfr. il saggio introduttivo da lui scritto per la raccolta di opere edita da Bompiani: E. Severino, Attualismo e storia dell’occidente, in G. Gentile, L’attualismo, Milano: Bompiani, 2010. Cfr. anche E. Severino, Oltre il linguaggio, Milano, Adelphi, 1998.

[11]Tali punti di vista possono ritenersi come quelli di un singolo e particolare individuo? A mio parere sì: la molteplicità dei soggetti, o dei punti di vista sull’apparire, non è da Severino data per scontata ma necessita di una dimostrazione che, insieme alle altre tematiche trattate in questo paragrafo, è argomento dell’opera La Gloria, Milano: Adelphi, 2014. Sul rapporto fra Gentile, Severino e il tema della molteplicità delle coscienze, cfr. anche il mio saggio L’altro in me, in AAVV, Attualismo e storia. Saggi su Giovanni Gentile, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019.

[12]Cfr. E. Severino, Capitalismo senza futuro, Milano, Rizzoli, 2012.

[13]Cfr. E. Severino, Techne. Alle radici della violenza, Milano-Udine, Mimesis, 2013.

Scritto da
Luca Pasini

Dopo la maturità scientifica consegue nel 2016 la laurea triennale in Filosofia presso l’Università di Bologna con la tesi “Dire l’immediato. Sul rapporto essere-linguaggio nella filosofia di Emanuele Severino”. Due anni dopo si laurea con lode al corso magistrale di Scienze Filosofiche con la tesi “Calcolare la vita: razionalità e informatica nel mondo contemporaneo”, sotto la guida del professor Stefano Besoli. Viene successivamente ammesso ai corsi della Scuola Nazionale di Cinema di Roma, che attualmente frequenta. Fra le sue pubblicazioni si segnala il saggio “L’altro in me. Io trascendentale e molteplicità dei soggetti nel pensiero di Gentile e Severino”, in F. Cerrato (a cura di), Attualismo e storia. Saggi su Giovanni Gentile, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019.

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