“L’età dei barbari. Giambattista Vico e il nostro tempo” di Maria Donzelli
- 13 Gennaio 2020

“L’età dei barbari. Giambattista Vico e il nostro tempo” di Maria Donzelli

Recensione a: Maria Donzelli, L’età dei barbari. Giambattista Vico e il nostro tempo, Donzelli Editore, Roma 2019, pp. 186, 25 euro (scheda libro)

Scritto da Francesca Fidelibus

6 minuti di lettura

Diviso in tre parti distinte, il libro di Maria Donzelli, pubblicato nel 2019 e dedicato a Giambattista Vico, risulta un’operazione inedita all’interno dei più ampi e specialistici studi vichiani. Scritto con un linguaggio semplice, infatti, L’età dei barbari. Giambattista Vico e il nostro tempo si rivela un testo accessibile tanto ai lettori che ignorano Vico, quanto ai lettori più colti che lo conoscono perlopiù imbalsamato nel cliché dei “corsi e ricorsi” storici. È precisamente al fine di invitare il pubblico a leggere e conoscere Vico che il volume della Donzelli si presenta nella sua semplicità d’espressione. Una semplicità d’espressione che nulla toglie all’attenzione e alla puntualità con cui l’autrice ripercorre l’itinerario filosofico di Vico senza banalizzarlo, ma, anzi, restituendolo nella sua complessità.

La prima e più ampia parte del volume è dedicata a delineare il pensiero vichiano dipingendo i tratti di un autore alle prese con il cartesianesimo napoletano. In particolare, intento specifico dell’autrice è quello di mostrare il duplice aspetto della modernità vichiana: «la modernità in Vico e la modernità di Vico» (Prefazione, p. VII). Per quanto riguarda la prima direzione di ricerca, l’autrice mostra come, attraverso l’incontro-scontro con il pensiero cartesiano nella sua peculiare ed eclettica ricezione napoletana di fine Seicento e inizio Settecento, Vico di fatto giunga ad un’altra modernità. Per quanto, invece, riguarda la seconda direzione di ricerca, l’autrice tenta di far emergere tutta la carica potenziale del pensiero vichiano rispetto alla contemporaneità come, del resto, evidenzia anche il sottotitolo al volume: Giambattista Vico e il nostro tempo.

La seconda e la terza parte del libro sono rispettivamente dedicate a tradurre in italiano moderno l’Introduzione alla Scienza Nuova del 1744 (cfr. pp. 107-162) – denominata da Vico Spiegazione della Dipintura proposta al frontispizio – e a ricostruire, in Appendice, la perigliosa vicenda storiografica degli studi vichiani (cfr. pp. 163-181). Senza entrare nel dettaglio delle questioni trattate in Appendice, occorre fare qualche accenno alla traduzione in italiano moderno della Scienza Nuova. Un atto, quello della traduzione, evidentemente problematico se consideriamo il linguaggio con cui Vico scrive l’ultima Opera: infarcito di napoletanità, dal gusto settecentesco, pieno di ripetizioni e lunghe frasi. Ma a rendere ancor più difficile la traduzione in italiano moderno della Scienza Nuova è senza dubbio il suo linguaggio poetante che, per lungo tempo, ha contribuito ad avvalorare l’immagine di un Vico “oscuro” e incomprensibile. Nonostante ciò, l’autrice si mostra ben consapevole dei limiti che una traduzione del testo vichiano porta con sé e, per ovviare a questa problematica , inserisce anche il testo originale, senza venir meno all’intento prefissatosi: far arrivare Vico ad un pubblico più ampio.

Fedele agli intenti dichiarati nella Prefazione al volume, la Donzelli restituisce Vico al suo tempo, delineando, attraverso le diverse tappe della riflessione vichiana, le risposte che, di volta in volta, l’autore dà al pensiero cartesiano imperante nella Napoli del tempo (cfr. pp. 15-30). È proprio nel rapporto contrastivo di Vico con Descartes che si situa il secondo elemento che consente all’autrice di contestualizzare con precisione il filosofo napoletano: si tratta del percorso che va dalla sagesse moderna alla sapienza vichiana (cfr. pp. 31-48). In completa distonia con l’immagine del saggio, tipico della sagesse, staccato dalla vita civile e ripiegato su sé stesso, la sapienza – e, in generale, tutta la filosofia – vichiana si proietta nel mondo, estroflettendosi nella vita civile e regolando l’agire e il facere umano. È per questa ragione che Vico, attraverso una diversa definizione di sapienza, critica la separazione «tra i sapienti e il popolo, o vulgus, teorizzata dai savants modernes» (p. 39). E alla logica della pacata solitudine risponde ristabilendo «un rapporto di circolazione del sapere tra le élites e le moltitudini» e indicando «un rapporto di fondazione e circolarità» (p. 47) tra quelle che lui chiama la ‘sapienza volgare’ e la ‘sapienza riposta’. In particolare, la Donzelli, seguendo del resto Vico, dedica diverse pagine (cfr. pp. 65-84) alla sapienza volgare o sapienza poetica – ossia «una sapienza prodotta da un mondo ancora giovane, ingenuo» (p. 65) – sottolineando come il termine ‘poetica’ stia ad indicare «un modo di conoscere il mondo, e […] di “farlo” e crearlo, attraverso una facoltà dotata di una forte potenza creatrice che è l’immaginazione» (p. 66).

Emerge, così, la capacità di Vico di pensare il moderno attraverso l’antico approdando ad un discorso sulla e della modernità con un nuovo concetto di razionalità che, lungi dal chiudersi entro «criteri assiomatici di certezza» (p. 49) e nell’astrattezza di idee chiare e distinte, individua nell’uso metodologico di ingegno e fantasia – non distinta dall’immaginazione (cfr. p. 66) – la base del mondo storico e l’abbrivio del processo di civilizzazione. In tal senso, accanto a e prima di una sapienza riposta che, in contrapposizione al giusnaturalismo e al contrattualismo, è il risultato di un processo storico e non un presupposto, si pone una sapienza poetica che permette a Vico di porsi in un atteggiamento diverso nei confronti dell’origine e di sciogliere in uno sviluppo storico-genetico tanto la razionalità quanto le altre espressioni del vivere umano. In tal senso, la Scienza Nuova, lungi dal ridurre la razionalità all’esclusiva logicità o astrazione concettuale ne individua l’origine melmosa, fatta di senso, fantasia e corpo.

Dimenticare questo, perdere la memoria di un’origine che non è già da sempre logica, significa correre il rischio di decadere in una barbarie legata in modo apparentemente ossimorico alla riflessione. È Vico, infatti, il primo ad individuare il rischio insito in una ragione calcolante che giunge all’acme della propria potenza ma anche al grado più alto della sua fragilità. La ragione, come sottolinea la Donzelli nel VI Capitolo del libro, «può diventare barbara […] quando […] si trova all’acme della sua produttività scientifica e cognitiva, quando prende coscienza delle sue infinite possibilità e dunque della sua potenza […], perdendo così il proprio limite; quando pretende di prendere “il posto di Dio” […]» (p. 89) perdendo la sacralità e la dimensione creatrice dell’uomo che quella idea produce ed esprime. La barbarie della riflessione, in cui l’autrice individua tutta la contemporaneità del pensiero vichiano, rappresenta l’incapacità di accondiscendere al senso comune, abdicando all’humanitas e alla relazionalità che questa porta con sé. È la barbarie che dissolve la civitas trasformando le città, luoghi simbolo della relazionalità umana, in covili, luoghi entro cui vanno a ripararsi gli animali separati gli uni dagli altri. È una barbarie, dunque, che appartiene, da un lato, ad una precisa modalità della riflessione che tradisce la complessità di una ragione che non si limita alla sola logicità; e, dall’altro lato, è una barbarie che si riverbera nello spazio pubblico, civile tanto più se caratterizzato dalla forma politica democratica.

Precisamente nella tematizzazione vichiana della barbarie della riflessione, l’autrice individua l’importanza e l’urgenza di rileggere Vico e, nello specifico, la Scienza Nuova. Tanto la rivalutazione dell’ingegno quanto i rischi che Vico individua nell’iperlogicismo, consentono, infatti, all’autrice di portare avanti un parallelismo con i rischi delle attuali tecnoscienze qualora non le si governi. In pagine decisamente politiche, l’autrice, ricordando che «viviamo in un periodo […] “barbaro”, nel senso di Vico» (p. 101), individua alcune delle conseguenze della “barbarie della riflessione” del nostro tempo: «[…] c’è una conseguenza che riguarda il linguaggio, la comunicazione, la politica: oggi solo al settore tecnologico-scientifico, e al suo linguaggio, si riconosce la capacità di rappresentare la realtà e di produrre forme di evoluzione sociale che si vuole vadano in una direzione unica. Questa direzione è il potere sulle coscienze e la loro sottomissione a beneficio della produttività economica globale piegata a un sistema che trova le sue forme estreme nell’autoriproduzione finanziaria, e che si allontana sempre più dalla produttività reale. L’autoreferenzialità delle tecnoscienze al servizio di questo sistema […] conduce la ragione a occuparsi esclusivamente di nutrire il potere e di produrre danaro, che ne è il segno manifesto e simbolico» (p. 101).

In questo modo, la Donzelli utilizza Vico per parlare del contemporaneo non senza lanciare stoccate alle democrazie attuali: «In Occidente, e non solo, si assiste alla degenerazione delle forme democratiche: la politica sembra aver abdicato a ogni visione del mondo e si riduce progressivamente a una mera gestione – qualche volta appropriazione – dell’esistente» (p. 103). Reagire a ciò, per l’autrice, significa recuperare non solo il senso negativo ma anche il senso positivo della barbarie vichiana: se, infatti, la barbarie rappresenta un crollo, è anche vero che essa può rappresentare un’opportunità qualora si recuperi l’ingenium, «questa facoltà straordinaria, che la razionalità “tutta dispiegata” può mortificare e perdere, determinando la disperazione di tale assenza visibile nella compulsiva quantificazione del facere a discapito della sua qualità» (p. 98). Alla quantità e all’accumulo del fare, la Donzelli invita al recupero della sua qualità da rintracciare, vichianamente, nell’equilibrio continuo tra logos e phronesis, tra razionalità e saggezza. Recuperare l’unitarietà dell’uomo mettendo nuovamente in funzione il suo spirito creativo: questo deve essere lo stimolo da cogliere, per l’autrice, dalla barbarie della riflessione dei nostri tempi.

In conclusione, la Donzelli restituisce un’opera accessibile per l’introduzione ad un autore troppo spesso relegato nell’oscurità o subordinato al triste destino del precursore. Meno argomentato appare, invece, l’intento di capire l’importanza di Vico per la contemporaneità, nonostante l’ultimo capitolo del libro apra strade fondamentali da percorrere e faccia tornare alla mente, indirettamente, la domanda che ha animato la Scienza Nuova e che forse più di ogni altra cosa consente di carpire il potenziale contemporaneo di Vico: dovranno crollare anche le nostre “umanissime” Repubbliche? Anche in questa Europa che «coltiva scienze», «dove dappertutto si celebra la religion cristiana», dove «vi sono grandi monarchie ne’ lor costumi umanissime», dove «sono gran numero di repubbliche popolari che non si osservano» altrove (SN44, §1092): anche qui ci sarà il crollo? Queste erano le domande di Vico. Guarda i sintomi, sente i pericoli della modernità che nella forma dello Stato moderno chiude a doppia mandata la vita, lasciando fuori dal suo meccanismo tutto ciò che non è tale; vede nella ragione moderna la matrice della depoliticizzazione e ne svela il discorso auto-fondativo e contraddittorio. A tutto ciò, Vico tenta di rispondere con la Scienza Nuova, entro cui l’uomo appare come «un funambolo in equilibrio tra un passato alle spalle e un futuro non percettibile e non nettamente configurabile» (p. 106). Fare i conti con il passato e invitare la modernità e la prassi politica ad assumere dalla storia l’onere della disgregazione in vista della durata contro le possibilità contestuali della barbarie e della dissoluzione del vivere libero: questa è la sfida che Vico accoglie e lancia a ciascuno in ogni tempo. Compreso il nostro.

Scritto da
Francesca Fidelibus

Dottoranda presso l'Università di Trento. Laureata in Scienze Filosofiche all'università di Bologna con una tesi dal titolo "L'insostenibile equilibrio. Giambattista Vico tra democrazia e catastrofe", in corso di stampa. Cultrice della materia in Filosofia Morale all'Università di Bologna e membro fondatore del gruppo di ricerca Prospettive italiane. Ricerche di storia della filosofia.

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