Gülen e Erdoğan: da alleati a nemici mortali
- 28 Dicembre 2018

Gülen e Erdoğan: da alleati a nemici mortali

Scritto da Federico Lanza

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La fine dell’alleanza tra Gülen e Erdoğan

Le prime crepe nell’alleanza iniziarono ad apparire dopo i processi di Ergenekon, Balyoz e Poyrazköy del 2008: questi tre processi costituirono un violento assalto nei confronti della struttura kemalista dello Stato e in particolare contro l’esercito, accusati di voler rovesciare il governo di Erdoğan. La storia non si è ancora espressa sull’effettivo peso specifico di questi processi, ma in Turchia all’epoca c’era la fortissima convinzione che dietro questi scandali giudiziari si nascondesse in realtà un tentativo senza precedenti di invertire i rapporti di forza mettendo in fuorigioco quello che veniva considerato il principale ostacolo allo sviluppo democratico della Turchia. La comunità di Gülen ha sempre negato con forza ogni coinvolgimento nei processi Ergenekon, Balyoz e Poyrazköy, ma quando İlker Başbuğ – capo delle forze armate turche dal 2008 al 2010 e una delle vittime più illustri – venne rilasciato nel 2014, il castello di carta costruito da Erdoğan e Gülen si sbriciolò rapidamente. Palesando così tutta la faziosità di un processo costruito ad arte e i gravi pericoli che una frattura tra questi due attori, troppo ampia per essere sanata, avrebbe comportato per il futuro del Paese. La frattura non è stata un prodotto inevitabile delle differenze ideologiche tra i due attori presi in esame; abbiamo visto che l’alleanza è durata nonostante le differenze di forma e sostanza di Erdoğan e Gülen. Perché, allora, la rottura si è palesata in tutta la sua devastante pericolosità dal 2008 in poi? Sicuramente il fatto di essere rimasti i due attori più potenti a controllare e gestire le risorse economiche dello Stato non ha favorito il dialogo ma, anzi, ha alzato il livello dello scontro e le tattiche di azione.

L’aspetto che più è interessante sottolineare per spiegare le cause del divorzio è il cambiamento di governance dell’AKP, databile intorno al 2009, che ha interessato uno dei fattori alla base del successo pluridecennale del Movimento: la sostituzione dell’economia di mercato neoliberista con un nuovo regime economico, riassunto nell’espressione giornalistica “Erdoğanomics”. Dopo la riconferma elettorale del 2007, in cui l’AKP ha ottenuto il 46,58% dei voti e 341 seggi in parlamento, il partito di governo si è sentito abbastanza forte da iniziare a perseguire una propria agenda autonoma: da un lato, autonoma sia da quelli che erano i Criteri di Copenaghen per l’avvio dei negoziati di adesione all’Unione Europea; dall’altro sia da quelle linee politiche che avevano garantito fino a quel momento la sopravvivenza della fragile alleanza tra AKP e apparati gülenisti.

Intorno al 2009 assistiamo alla trasformazione dell’economia turca, da un modello spiccatamente neoliberista ad un modello tipico di un “developmental state” (meno libero mercato, meno concorrenza, più statalismo) in grado di fare dello sviluppo economico la propria fonte centrale di legittimità. Come detto in precedenza, la scalata al potere dell’Ak Parti non si può spiegare senza considerare il successo economico delle “Tigri Anatoliche” eredi della tradizione neo-liberista di Özal e la cui rappresentanza politica venne raccolta da Erdoğan, in sostanziale continuità con quanto era avvenuto con il Refah il Fazilet Partisi. Queste imprese, tuttavia, uscirono dalla crisi economica degli anni Novanta fortemente indebitate, e ben presto l’AKP si accorse che il processo di accumulazione di capitale non sarebbe continuato all’infinito ma avrebbe avuto bisogno di incentivi costanti per continuare a mantenere un livello di crescita economica tale da legittimare il dominio politico di Erdoğan. I rendimenti marginali decrescenti degli investimenti delle “Tigri Anatoliche” resero necessaria la creazione artificiale di nuovi mercati alternativi. Lo stato si concentrò su due settori in particolare: la costruzione di mega-infrastrutture come il terzo ponte sul Bosforo, il terzo aeroporto di İstanbul e decine di aeroporti distribuiti capillarmente sul Paese secondo la formula del “costruisci-gestisci-trasferisci” e lo sviluppo del settore edile e il supporto finanziario ad agenzie pubbliche di riqualificazione urbana e urban planning come il TOKİ. È stata riscontrata da molti autori (Tuya Kuyucu e Biray Kolluoğlu) una convergenza tra le pratiche di vendita dei terreni demaniali a investitori vicini al governo e la ristrutturazione del capitale domestico: il settore immobiliare e la “rigenerazione urbana” hanno rappresentato un canale di investimento e profitto molto redditizio. L’intervento statale nel mercato immobiliare e nel settore dell’ingegneria civile ha alimentato una bolla speculativa che costituisce il motore gonfiato dell’economia turca.

Gli apparati economici della comunità di Gülen hanno sperimentato la difficoltà di accesso a questi nuovi mercati artificiali, in cui lo Stato si è configurato quasi come un cliente di sé stesso, capace di sostenere per anni una crescita economica artificiale, ma a costo di grandissime e profondissime fratture politiche e sociali. Il controllo esclusivo e l’allocazione delle risorse statali è stato il principale punto di rottura tra i due attori. Il colpo di stato del 15 luglio 2016 altro non è che l’ultimo atto (per ora) di una battaglia senza esclusione di colpi che prosegue apertamente dal 2013.

Quanto detto fin qui contribuisce a sconfessare alcune “credenze” diffuse sulle dinamiche politiche turche e, innanzitutto di superare la formula Islam vs secolarismo e la dicotomia tra Islam radicale e Islam moderato, linee guida prive di valore per capire come funziona la Turchia di oggi. Questo framework interpretativo, usato perfino nelle ore successive al colpo di stato del 15 luglio, non è più utile a fornire una chiara immagine del Paese, tanto più che ora la contrapposizione si è spostata da “laici” vs “islamisti” ad un confronto diretto tra due attori dichiaratamente islamisti. Una visione di questo tipo, cristallizzata nell’eterna lotta tra establishment kemalista e islamisti, rischia di portare ad una lettura errata del colpo di stato del 15 luglio 2016 ma soprattutto del 12 settembre 1980. Il carattere estremamente conservatore e reazionario della giunta militare guidata da Evren non prese di mira una minaccia, vera o presunta, al secolarismo di stato, ma colpì quella che al tempo sembrava una minaccia molto più imminente e reale: il comunismo e il socialismo.

L’adozione a ideologia di stato della “Sintesi Turco-Islamica” basta a rinnegare, una volta per tutte, l’entità suprema dello Stato, ossia l’esercito e il Consiglio di Sicurezza Nazionale, come una forza laica e progressista in quanto tale. Il colpo di stato del 15 luglio, invece, è la sintesi inevitabile dello scontro tra due movimenti islamisti che, inconsciamente o meno, hanno portato il Paese all’erosione dello stato di diritto e ad una repressione generalizzata del dissenso da parte dello stato motivata, quando in assenza di prove concrete e fondate, dall’appartenenza alla confraternita gülenista o ad organizzazioni terroristiche di diversa matrice.

Fermo restando l’impossibilità morale di giustificare le purghe in seno alla burocrazia, all’accademia e al giornalismo, occorre ricordare che l’alternativa gülenista difficilmente avrebbe potuto rappresentare una forza progressista e democratizzante. Nonostante questo, il presidente turco e l’AKP non hanno esitato a servirsene, creando un problema che adesso lo stesso Erdoğan sta cercando di risolvere in tutti i modi.

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Scritto da
Federico Lanza

Nato nel 1994. Frequenta il corso di laurea magistrale in Studi Afro-Asiatici presso l'Università di Pavia. La sua area di studi è la Turchia: si interessa di nazionalismo, etnicità, processi politici e studi strategici.

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