Filosofia, estetica cooperativa e intelligenza artificiale: verso la Biennale dell’Economia Cooperativa
- 13 Marzo 2026

Filosofia, estetica cooperativa e intelligenza artificiale: verso la Biennale dell’Economia Cooperativa

Scritto da Antonio Francesco Di Lauro

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Il ricorso all’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un’occasione per ridare centralità a criteri come sostenibilità, equità e trasparenza democratica nel progetto d’impresa? La tappa genovese della Biennale dell’Economia Cooperativa ha affrontato la questione con rigore, ponendo l’IA al centro di una riflessione articolata su più livelli e capace di coinvolgere filosofi, cooperatori e rappresentanti istituzionali, con un obiettivo comune: comprendere – e dunque governare – una delle trasformazioni più significative del nostro tempo. Pandora Rivista è stata media partner dell’evento.


La realtà è investita da cambiamenti profondi e tra questi lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è forse il più dirompente e il meno facilmente decifrabile. Non si tratta di una trasformazione lineare né di esiti sempre rassicuranti: l’IA ridisegna il modo in cui lavoriamo, comunichiamo e creiamo, e lo fa a una velocità che supera la capacità delle istituzioni di regolamentarla e, spesso, la capacità dei cittadini di comprenderla. Per essere affrontata con il rigore che merita, una sfida di questa portata richiede una discussione articolata su più livelli, capace di mettere in dialogo saperi diversi. Del resto, non si può pensare a soluzioni che si rivelino realmente efficaci se non precedute da una riflessione altrettanto attenta e partecipata. È proprio a partire da questo intento che nasce “Filosofia, estetica cooperativa e intelligenza artificiale”, tappa genovese della Biennale dell’Economia Cooperativa, organizzata da Legacoop e Legacoop Liguria con la collaborazione di Coopfond, Coop Liguria e Fondazione Barberini, con Pandora Rivista come media partner. L’evento si è svolto il 26 e 27 febbraio, ospitato da Palazzo Ducale e Palazzo della Borsa di Genova, raccogliendo oltre ottocento partecipanti in una due giorni di keynote speech, panel e workshop che ha riunito attorno allo stesso tavolo filosofi, ricercatori, cooperatori e rappresentanti delle istituzioni.

Nel corso della prima giornata, la domanda da cui prende le mosse la discussione nella prestigiosa Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale è se un dialogo tra il mondo cooperativo e il sapere filosofico possa fornire una prospettiva originale su un dibattito quantomai attuale – e se da tale dialogo possano nascere esperimenti e pratiche nuove di governance democratica. La ricchezza e la quantità di spunti emersi lascia sicuramente pensare che in questa occasione si sia prodotto uno sforzo significativo in questa direzione. Non è nella natura di un evento simile che i presenti traggano conclusioni definitive, assunzioni certe o soluzioni preconfezionate. Resta, tuttavia, in molti dei partecipanti l’impressione che queste giornate abbiano offerto qualcosa di diverso, nonché la consapevolezza che sia stato avviato un lavoro per dare risposta a domande urgenti e che, in questo, il dialogo tra saperi diversi non rappresenti un lusso intellettuale ma una necessità pratica.

L’intelligenza artificiale sta modificando il tessuto della società secondo logiche che non sono neutrali come appaiono: i dati che alimentano i sistemi algoritmici portano con sé i valori, i pregiudizi e gli squilibri della società che li ha prodotti. Pertanto, il rischio concreto è che l’IA non faccia altro che amplificare le disuguaglianze esistenti, restituendole con apparente oggettività. Eventi come questo segnalano l’intenzione del movimento cooperativo di occupare una posizione rilevante in questa discussione, a partire da una esperienza concreta di lunga durata di governance democratica applicata all’impresa.

L’introduzione di Mattia Rossi, Presidente di Legacoop Liguria, ha contribuito a definire il quadro interpretativo della discussione, sottolineando come la trasformazione tecnologica in atto non possa essere letta come un semplice avanzamento tecnico, ma come un passaggio storico capace di incidere sulla distribuzione del valore e sulla qualità della democrazia. In questa prospettiva, il nodo centrale non è la velocità dell’innovazione trainata dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, quanto la direzione che le si intende imprimere: un approccio limitato alla sola competitività rischia infatti di rafforzare dinamiche di disuguaglianza già esistenti. I principi cooperativi di partecipazione, mutualità e interesse per la comunità vengono richiamati come criteri utili a leggere le trasformazioni in corso. Se in passato la questione riguardava l’accesso ai beni essenziali, oggi si ripresenta in relazione al controllo dei dati e delle infrastrutture digitali – divenuti risorse strategiche dell’economia contemporanea – riportando al centro l’interrogativo su chi detenga il valore generato e a vantaggio di chi esso venga redistribuito.

È in questo quadro che si inserisce il concetto di “sussidiarietà digitale”, intesa come esigenza di individuare soggetti e strumenti in grado di assicurare che l’innovazione non generi esclusione. La questione posta riguarda il fatto che, se nel welfare tradizionale Stato e corpi intermedi concorrono all’interesse generale, oggi occorre interrogarsi su chi garantisca che l’innovazione resti ancorata ai diritti fondamentali. La cooperazione viene indicata come un possibile attore capace di tradurre tali principi anche nell’ambiente digitale, attraverso forme emergenti di gestione condivisa dei dati e delle infrastrutture digitali. Anche il riferimento a Genova assume in questo senso un valore concreto, come possibile luogo di sperimentazione, in piena coerenza con la sua lunga tradizione cooperativa e con la presenza diffusa di competenze tecnologiche avanzate.

A proseguire la riflessione è stato Mario De Caro, Professore di Filosofia morale all’Università Roma Tre e Visiting Professor alla Tufts University di Boston, filosofo italiano di fama internazionale con una produzione scientifica ampia e riconosciuta sia nel nostro Paese che all’estero. L’argomento del suo keynote speech è la creatività dell’intelligenza artificiale. De Caro riporta un esperimento pubblicato su Nature da parte dei filosofi della scienza Ashley e Porter: cinquanta poesie autentiche di grandi poeti di lingua inglese (William Shakespeare, Sylvia Plath, Allen Ginsberg e altri) sono state mescolate con altrettante poesie false generate da ChatGPT e presentate a un campione di mille adulti colti. Molti di essi non sono stati in grado di distinguerle, talvolta preferendo quelle generate dall’IA e attribuendole per errore agli autori umani, rivelando, peraltro, un bias antropocentrico nel proprio giudizio estetico. Questa e altre considerazioni servono a illustrare la tesi centrale che De Caro intende sostenere, ovvero che l’intelligenza artificiale sarebbe dotata di capacità e competenze creative del tutto originali.

In risposta a una delle obiezioni più frequenti – secondo cui l’intelligenza artificiale si fonderebbe soprattutto su meccanismi di imitazione – De Caro risponde che neppure la stragrande maggioranza degli artisti umani è pienamente originale: essi sono “soltanto” creativi, non rivoluzionari. E l’IA avrebbe già raggiunto quel livello di creatività non rivoluzionaria, propria dell’artista medio. Inoltre, citando studi recenti, il filosofo prefigura un orizzonte temporale di circa dieci anni in cui l’IA sarebbe in grado di scrivere un romanzo genuinamente originale. Un’altra obiezione ricorrente, secondo la quale l’IA non avrebbe intenzione né volontà d’autore, viene affrontata richiamando la tradizione critica di Roland Barthes (“la morte dell’autore”) e l’esperienza delle avanguardie artistiche del Novecento, che hanno deliberatamente rimosso la coscienza dalla produzione artistica. I surrealisti con la scrittura automatica, Jackson Pollock con l’action painting, John Cage con Music of Changes hanno mostrato come l’idea che la coscienza d’autore sia condizione necessaria dell’arte sia, filosoficamente, molto più fragile di quanto sembri. De Caro chiude sottolineando l’importanza dei rischi che queste tecnologie portano con sé. L’intelligenza artificiale produce risultati che nessuno è in grado di prevedere o spiegare completamente. È un sistema indeterministico, una scatola nera di crescente complessità. E proprio per questo, sostiene, è urgente costruire paletti etici e normativi prima che uno strumento di grande capacità scivoli fuori dal controllo di chi dovrebbe governarlo.

E uno dei fil rouge che tiene insieme i vari piani della discussione che si snoda nel corso della giornata è proprio la tensione tra le potenzialità straordinarie dell’IA e la necessità urgente di governarla con strumenti normativi, prima che i suoi effetti diventino irreversibili. Ad esempio, immaginiamo che in futuro a questi sistemi vengano affidate decisioni di stampo morale in ambito legale, sanitario o bellico. In caso quel caso, difronte ad un errore commesso, di chi sarebbe la responsabilità? Tale questione, legata al significato di agency morale, è al centro del primo panel, moderato dalla giornalista di SkyTG24 Mariangela Pira, che ha visto la partecipazione – fra gli altri – di Maria Silvia Vaccarezza, Michel Croce ed Enrico Terrone, docenti del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova, con cui Legacoop Liguria ha avviato una fruttuosa collaborazione.

Il quesito non è di facile soluzione, ma perlomeno ci consente di individuare alcuni nodi problematici relativi al discorso sull’IA. Il primo è quello di infallibilità tecnologica che ci induce a percepire gli output di questi sistemi come oggettivi e neutrali, dimenticando che sono costruiti su dati carichi di nostri errori e pregiudizi. Il secondo, già anticipato, è relativo al problema della responsabilità: quando un essere umano sbaglia moralmente o legalmente, sappiamo a chi imputare la colpa. Quando sbaglia un sistema artificiale, la catena causale si spezza. In relazione a ciò, si evidenzia una distinzione filosofica fondamentale tra fidarsi (avere fiducia in una persona) e affidarsi (avere aspettative su un oggetto). Fidarsi di qualcuno implica competenza, buone intenzioni e accountability. Affidarsi a un oggetto implica solo la verifica che esso funzioni correttamente. I sistemi di IA, invece, si dispongono in una zona grigia non pienamente riconducibile a nessuno di questi due ambiti, generando una sorta di cortocircuito in materia di responsabilità.

Sul versante imprenditoriale, nel panel si sottolinea il potenziale enorme dell’IA come strumento di democratizzazione culturale, capace di rendere accessibili contenuti e saperi a platee molto ampie, dunque di disintermediare l’accesso alla conoscenza. Il rischio simmetrico è che, senza regole, questa disintermediazione diventi colonizzazione culturale da parte dei grandi player. Così come le imprese e i cittadini hanno adottato il cloud senza capirne pienamente le implicazioni in termini di proprietà dei dati, salvo poi cercare di correre ai ripari, lo stesso rischio si ripete con l’IA, ma con una differenza cruciale: i tempi e la posta in gioco sono incomparabilmente più alti. Il monito è chiaro e altrettanto serio e giunge da due esponenti di rilievo dell’impresa legata alla cooperazione come Piero Ingrosso, Direttore dell’Area Innovazione, Digitale e Promozione Attiva del Fondo mutualistico di Legacoop, e Giovanni Verreschi, Presidente di ETT, azienda di informatica e servizi orientata allo sviluppo di soluzioni innovative.

Le conclusioni emerse inducono a una riflessione più concreta sulla visione e le strategie da adottare per arginare una deriva incontrollata del fenomeno. Sollecitazioni di questo genere vengono raccolte nella tavola rotonda successiva, dove sono poste al centro di un dibattito che vede la partecipazione di Simone Gamberini, Presidente di Legacoop nazionale, dell’Europarlamentare e Co-Relatore dell’IA Act Brando Benifei, della Vicepresidente della Commissione attività produttive Camera dei Deputati Ilaria Cavo e di Irene Tinagli, Europarlamentare Co-Presidente dell’Intergruppo Economia Sociale. Il messaggio che emerge dal panel è condiviso: occorre pensare a un nuovo paradigma e i principi cooperativi, in questo, possono offrire una bussola. Il movimento cooperativo avrebbe gli strumenti culturali e la massa critica per essere protagonista di questa trasformazione ma per farlo deve agire con urgenza.

Il pomeriggio affronta un aspetto differente dell’IA, che apre a potenziali scenari inesplorati. Se nel corso della mattinata si è discusso di intelligenza artificiale come strumento per estendere le capacità umane, il secondo keynote si occupa del tentativo, sempre più sistematico, di usare quelle stesse tecnologie per prevalere sulla morte. Aziende come Calico Labs, fondata da Google, e Altos Labs, sostenute da grandi capitali privati, lavorano esplicitamente non solo a rallentare l’invecchiamento, ma a invertirne la tendenza. Sono sempre più frequenti le pubblicazioni in cui l’invecchiamento è descritto come la peggiore pandemia mortale esistente, da combattere con un approccio ingegneristico. Per la prima volta nella storia della cultura occidentale, invecchiare e morire vengono vissuti come fallimenti individuali. Il fatto di avere una “data di scadenza” è percepito come la causa primaria del nostro non riuscire a eccellere.

Lo chiarisce Simona Chiodo, Professoressa di Filosofia al Politecnico di Milano, evocando la situazione ipotetica di un giovane ambizioso, indeciso se diventare cardiochirurgo o neurochirurgo. Se fosse immortale, potrebbe tentare entrambe le strade, fallire in entrambe e ricominciare da zero infinite volte. Ma nella dimensione reale, segnata da mortalità e finitezza, è il tempo a decretare chi ha realizzato il proprio potenziale e chi lo ha sprecato. Da qui l’angoscia delle nuove generazioni, segnate da ansia da prestazione e tassi di depressione in crescita. Con il suo keynote Chiodo intende proporre una visione alternativa, secondo cui i sintomi dell’invecchiamento non sarebbero solo un segno di declino, ma soprattutto la prova della nostra capacità di cambiamento. In tal senso, la morte è un’esperienza capace di definire – dal latino definio, dare un confine – l’umano e di condurlo all’essenza della propria identità. Una vita senza fine diviene un presente omogeneo in cui i fallimenti perdono di senso come, del resto, anche i successi. E il mistero della morte – ricorda infine Chiodo, citando Platone nell’Apologia di Socrate – è bene che resti tale, perché nulla spinge a evolvere come un mistero irrisolto.

La fragilità e la peculiarità della condizione umana e il suo rapporto con l’alterità della macchina sono state al centro del quarto panel, declinate in relazione alla cura delle persone fragili, anche attraverso casi di ricerca applicata e di impresa cooperativa che usano robotica e intelligenza artificiale nelle case degli anziani, nelle scuole e negli ospedali. La parola robot, viene ricordato in proposito, nasce nel 1920 in un’opera teatrale del drammaturgo ceco Karel Čapek, ben prima del termine intelligenza artificiale, comparso per la prima volta in un documento noto come “proposta di Dartmouth” nel 1955. Lorenzo Landolfi, Post-Doc Researcher U-VIP presso l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) presenta dispositivi pensati per bambini non vedenti, come braccialetti che suonano in risposta al movimento, aiutando i piccoli a costruire la percezione del proprio corpo e dello spazio. Un secondo dispositivo usa vibrazioni ritmiche al polso per aiutare i pazienti con Parkinson a sbloccarsi durante gli episodi di freezing. Nell’ambito della robotica sociale, Francesco Rea, Researcher presso COgNiTive Architecture for Collaborative Technologies dell’IIT, presenta il caso di un robot guida che accompagna i visitatori di un’area museale, personalizzando l’interazione in base alle caratteristiche di ciascuno, grazie a un motore di intelligenza sociale che governa e orienta l’IA, rendendola capace persino di discutere di arte e stili pittorici. Fra le voci interpellate, anche quella di Cristina Dragonetti, Presidente di SintesiMinerva, e di Donato Montibello, Vicepresidente di Coop Mediterranei, a testimonianza del senso di umanità che le cooperative sociali intendono restituire, entrando fisicamente nelle case delle persone fragili e non limitandosi a garantire la trasmissione del dato sanitario.

Il terzo e il quinto panel della giornata hanno invece trattato gli aspetti relativi al potere, facendo riferimento alle big tech che possiedono le piattaforme digitali, controllano i dati e, di conseguenza, danno forma al discorso pubblico. Le scelte comunicative che incidono sulla qualità di tale discorso non sono affatto neutrali: rispondono piuttosto a logiche strategiche ben definite e, proprio per questo, richiedono una più chiara assunzione di responsabilità, come sottolineato da Corrado Fumagalli, ricercatore di Filosofia politica all’Università di Genova. In questa prospettiva, le piattaforme digitali esercitano di fatto un potere assimilabile a quello pubblico, pur non essendo soggette agli obblighi di trasparenza e responsabilità che normalmente ne deriverebbero. Gestiscono lo spazio in cui miliardi di persone si informano, si confrontano, esercitano i loro diritti di espressione e associazione. Federico Zuolo, Professore di Filosofia politica all’Università di Genova, interpreta questa situazione come il risultato di un profondo fraintendimento: l’idea che l’accesso a tali tecnologie fosse privo di costi, quando in realtà il prezzo più elevato è rappresentato dalla cessione dei dati personali. Queste dinamiche si intrecciano con i temi affrontati da Luigi Corvo, Professore di Economia aziendale all’Università di Milano Bicocca, la cui assenza è stata compensata da un’intervista dedicata pubblicata da Pandora Rivista. Un elemento paradossale risiede nel fatto che questo stato di cose si è sviluppato a partire da un’ideologia – almeno in teoria – libertaria, volta a dare più potere alle persone e, parallelamente, sottrarlo agli Stati. L’esito è stato invece che il potere si sia concentrato nelle mani di grandi corporation, che si sono progressivamente sostituite all’entità statale, invertendo la traiettoria della diffusione del potere epistemico, come evidenziato da Maria Cristina Amoretti, Professoressa di Filosofia della scienza all’Università di Genova.

Dunque, secondo quali valori andrebbero riprogettate le piattaforme? Tania Cerquitelli, Professoressa di Sistemi di elaborazione delle informazioni al Politecnico di Torino, propone il modello della cooperativa dei dati e chiarisce il concetto di “data pedigree”: ogni dato deve essere accompagnato da un percorso completo che ne specifichi origine, tipo di consenso rilasciato, finalità d’uso e modalità di trattamento algoritmico consentito. Su questa linea, Soraya Pelvio, ricercatrice di Cognizione sociale dei rapporti uomo-macchina, sottolinea come un simile approccio, fondato sulla trasparenza tecnica, sia essenziale per individuare e correggere errori derivanti da bias radicati nella società –prima ancora che nei sistemi di intelligenza artificiale – garantendo al contempo accountability e tutela effettiva dei diritti degli utenti. L’obiettivo è evitare che i dati vengano trattati in modo opaco o sfruttati senza un consenso informato. L’attenzione ai dati, ai consensi e al processo di valorizzazione viene ripresa anche da Luigi Zucchelli, Direttore dell’Area tecnica integrata e Sviluppo di CNS. Viene evidenziato anche come la questione richieda anche notevoli capacità critiche per essere affrontata: nei fatti, nessuna generazione è attrezzata per default a gestire una simile complessità; pertanto, la risposta deve essere intergenerazionale. Ciò è quanto affermato da Francesca Martinelli, Direttrice della Fondazione Centro Studi Doc, che prosegue notando come le cooperative, fondate su criteri di democrazia, equità e principi etici condivisi, possano offrire un modello alternativo in cui la piattaforma non è uno strumento di auto-sfruttamento, ma uno strumento co-progettato dagli stessi utilizzatori, con dati usati eticamente e sistemi di valutazione collaborativi anziché algoritmici.

A chiudere la prima giornata è la sindaca di Genova Silvia Salis. L’intelligenza artificiale, afferma, non è un fenomeno da combattere né da subire – è uno strumento, e come tale va studiato, capito e orientato. L’IA può essere predittiva, può aiutare a leggere i bisogni del presente e anticipare quelli del futuro, può alleggerire il peso di servizi anagrafici, sanitari, amministrativi. Ma può farlo in modo giusto solo se il suo sviluppo avviene in spazi democratici. È per questo, conclude, che la riflessione avviata rappresenta una risposta significativa ad una necessità civile. La sfida, per ogni amministrazione e per ogni governo, è accompagnare lo sviluppo economico alla giustizia sociale. E in questo l’intelligenza artificiale deve fare la sua parte.

La mattina seguente i lavori si spostano a Palazzo della Borsa e Casa Paganini. I workshop della seconda giornata, rivolti a partecipanti con meno di 35 anni, si articolano in sei tavoli di lavoro, ciascuno orientato alla nascita di una startup cooperativa o di un progetto finanziabile. I temi affrontati sono rispettivamente: il podcast cooperativo; la cooperativa dei dati; le soluzioni per il welfare digitale; il drone cooperativo; il quinto principio cooperativo – formazione, informazione e cultura – declinato in chiave digitale e infine l’intelligenza artificiale applicata ai servizi di cura e assistenza, con particolare attenzione ai bias nei dati e all’inclusione. La scelta dei temi non è casuale. Tre di essi – identità cooperativa e comunicazione, coinvolgimento delle aree interne, formazione digitale – sono emersi direttamente dai cantieri strategici di Legacoop Liguria, mentre gli altri tavoli nascono da collaborazioni più specifiche.

Ogni tavolo è strutturato attorno a tre figure: un esperto dell’argomento di riferimento, un leader scelto tra giovani studenti, dottorandi e neolaureati liguri che hanno svolto il ruolo di facilitatori, e un referente di Generazioni – la rete dei giovani cooperatori – proveniente dalle diverse regioni. Le diciotto figure complessive che ricoprono questi ruoli hanno lavorato nelle settimane precedenti per preparare una guida ai principi cooperativi pensata per i partecipanti meno esperti, tra cui studenti delle scuole superiori e universitari. Lo strumento operativo principale è il Cooperative Model Canvas, una versione del Business Model Canvas che mantiene la struttura classica – value proposition, target, canali, risorse chiave, impatto – ma vi aggiunge una centralità esplicita sul ruolo dei soci, sullo scopo mutualistico e sulla generazione di impatto sociale, non solo economico. I partecipanti vengono supportati nell’elaborazione dei loro progetti da uno strumento digitale che si serve di IA. Indicoo (acronimo di Incubatore Diffuso di Cooperazione) è un’infrastruttura abilitante per la promozione cooperativa, sviluppata da Coopfond, Legacoop e Fondazione Pico.

L’attenzione dedicata al tema della promozione cooperativa deriva dal fatto che oggi si registri un calo delle nascite di nuove cooperative. Le cause sono molteplici e fra queste emergono l’inverno demografico, la concorrenza di altre forme d’impresa e il progressivo esaurimento dei bacini valoriali da cui storicamente provenivano coloro che sceglievano di lavorare in cooperativa o di fondarne una. L’esperienza di Indicoo rappresenta un tassello in una strategia più ampia volta a contrastare questa tendenza. Si tratta di una piattaforma con approccio onlife – stando a quanto illustrato da Piero Ingrosso, che prende a prestito la definizione del filosofo Luciano Floridi – che combina presenza digitale e radicamento territoriale. Da un lato, Indicoo sfrutta le articolazioni locali di Legacoop come antenne sul territorio; dall’altro, usa la piattaforma digitale per abilitare relazioni, fornire contenuti, offrire servizi di consulenza e accompagnare chi voglia costituire una cooperativa lungo tutte le fasi del percorso: dalla comprensione del modello d’impresa alla redazione dello statuto, dall’individuazione di forme di finanziamento alla costituzione vera e propria. Al suo interno, un chatbot IA gestisce il primo livello di contatto con gli utenti, rispondendo alle domande più frequenti e orientando le persone, fino al momento in cui il percorso viene preso in carico da una figura umana sul territorio per la validazione e l’accompagnamento finale. La scelta di integrare strumenti di IA nei workshop riprende coerentemente l’impostazione teorica adottata dall’universo cooperativo, ampiamente discussa nella precedente giornata genovese.

Sul tema del podcast, nel workshop viene inquadrato non come uno strumento nuovo in senso assoluto, ma come un formato capace di reinterpretare con un linguaggio contemporaneo gli strumenti comunicativi della radio, della televisione e dello streaming. Il suo punto di forza sta nella natura intima della comunicazione che genera un coinvolgimento più profondo. Da questa caratteristica nasce l’idea di creare cooperative di ascoltatori, che si presentino come un’evoluzione del concetto di membership editoriale. In questo modello, chi ascolta non è solo fruitore ma diventa socio della cooperativa che produce il podcast, assumendo di fatto un ruolo di co-editore della produzione.

Il workshop sulla cooperativa dei dati introduce ai partecipanti un modello basato sull’applicazione dei principi cooperativi alla raccolta, condivisione e utilizzo dei dati, con l’obiettivo esplicito di creare valore sociale anziché meramente economico. Il meccanismo centrale è il data pedigree, un documento che accompagna ogni dato condiviso volontariamente dai partecipanti, specificando per quali scopi, in quale arco temporale e con quale tipo di elaborazione quel dato può essere utilizzato. Questo strumento garantisce trasparenza e consapevolezza all’utente, trasformando il consenso da atto formale a scelta informata. I dati vengono poi valorizzati tramite algoritmi di intelligenza artificiale, ma sempre sotto una guida umana, per assicurare che gli utilizzi restino orientati all’impatto sociale.

Altrettanto originali sono i prototipi presentati dal gruppo di Casa Paganini, che mirano ad integrare tecnologia, arte e intelligenza artificiale con finalità educative e riabilitative. Il primo, TRATTO (Tangible Representation of Affect Through Togetherness), è destinato a bambini della scuola dell’infanzia e primaria e serve a misurare il clima emotivo della classe. Partendo da un’attività già in uso nelle scuole, il sistema analizza la traiettoria e il gesto del disegno e, tramite un modello di intelligenza artificiale appositamente addestrato, cerca di riconoscere l’emozione espressa. L’obiettivo non è solo leggere la singola emozione, ma comprendere come le emozioni di tutti i bambini si combinino per formare un clima collettivo. Gli altri due prototipi, Danzarte e Respirarte, si basano su un paradigma simile: un’opera d’arte nascosta o oscurata può essere “riconquistata” attraverso il movimento. La finalità è duplice e, da un lato, promuove fruizione artistica e educazione culturale e, dall’altro, consente la riabilitazione cognitivo-motoria, con un target privilegiato di anziani fragili o a rischio di fragilità.

Il quarto tavolo di lavoro affronta il quinto principio cooperativo – quello della formazione, informazione e cultura – declinandolo in termini pratici e contemporanei. L’obiettivo dichiarato è di avvicinare maggiormente le giovani generazioni alla cooperazione.

Il workshop sul drone cooperativo è guidato da DOPE HUB, un’associazione studentesca formatasi nell’Università di Genova. Con il supporto di Legacoop Liguria, DOPE HUB ha costituito la startup cooperativa Firmamento Technologies, il cui obiettivo è abbattere gli ostacoli all’innovazione, permettendo a chiunque di dare forma alla propria passione all’interno di team strutturati. Il suo progetto di punta si chiama H.A.L.E. ed è un drone ad alta quota alimentato interamente a energia solare, concepito per operare stabilmente sopra i 15 chilometri di altitudine, dunque al di sopra dello spazio aereo commerciale, in una fascia di cielo attualmente priva di regolamentazione stringente e sostanzialmente libera da traffico. L’obiettivo è che il velivolo rimanga in quota indefinitamente, scendendo solo quando strettamente necessario. Il vero prodotto non è il drone in sé ma le enormi quantità di dati che H.A.L.E. sarà in grado di raccogliere su qualsiasi dominio – terreni agricoli, aree marine, infrastrutture, connettività – e di fornirli tramite una piattaforma dedicata a chi ne ha bisogno. In relazione al mondo cooperativo, le applicazioni più immediate riguardano il monitoraggio delle aree interne e agricole e la fornitura di connettività in zone non raggiunte dalle infrastrutture tradizionali.

Infine, la sfida affrontata dall’ultimo tavolo di lavoro nasce da un’esigenza piuttosto concreta. Le mutue sanitarie cooperative raccolgono i dati dei propri soci in formati eterogenei e spesso non standardizzati, il che rende difficile qualsiasi analisi strutturata. Per questa ragione, viene proposta una piattaforma che consente a queste strutture di caricare e normalizzare i propri dati sanitari, ripulirli e convertirli in un formato utilizzabile per analisi di intelligenza artificiale, costruendo di fatto un database di qualità a partire da informazioni oggi disperse e difficilmente valorizzabili.

Nel contesto di “Filosofia, estetica cooperativa e intelligenza artificiale”, una due giorni che è riuscita a sollevare nuovi quesiti e a proporre riflessioni originali su temi di estrema urgenza e attualità – dalle opportunità e i rischi dell’intelligenza artificiale, dalla governance dei dati alla robotica sociale, dalla tutela della libertà di espressione online alla sfida etica della progettazione algoritmica –, si sono mostrate nuove geografie dell’innovazione tecnologica in cui Genova, con la sua lunga tradizione cooperativa e la vivacità del suo ecosistema di ricerca, può essere un essere un polo importante di riflessione e sperimentazione. L’evento ha mostrato anche come la prospettiva cooperativa, a 140 anni dalla nascita di Legacoop, possa rappresentare un punto di partenza per fornire risposte eque e sostenibili alle principali sfide del presente, sorte in questo caso dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

A soli tre anni dal lancio pubblico di ChatGPT, il panorama globale ne risulta già profondamente sconvolto. È difficile immaginare come il mondo potrebbe apparire fra dieci anni, sebbene non ci siano dubbi sulla radicalità delle trasformazioni che ci attendono. In questo scenario, tentare di comprenderle è uno dei presupposti per non venirne travolti. Pertanto, di fronte a una realtà in continua trasformazione, momenti di riflessione collettiva come quello genovese offrono strumenti concreti per costruire nuove chiavi di lettura.

Scritto da
Antonio Francesco Di Lauro

Studia presso la facoltà di Scienze Politiche – ramo Relazioni internazionali dell’Università di Bologna. Collabora con diverse realtà giornalistiche e vari blog. Ha partecipato al corso 2024 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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