Il neomutualismo digitale dalle piattaforme all’intelligenza artificiale. Intervista a Francesca Martinelli
- 04 Dicembre 2025

Il neomutualismo digitale dalle piattaforme all’intelligenza artificiale. Intervista a Francesca Martinelli

Scritto da Andrea Baldazzini

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Sappiamo che la tecnologia evolve in maniera molto rapida e ciclicamente dobbiamo confrontarci con diversi suoi sviluppi, che hanno impatti molto significativi sulla vita delle persone e sulle organizzazioni. Quando si parla di sviluppo tecnologico, spesso uno dei temi più dibattuti è la competizione tra imprese e Paesi per raggiungere l’innovazione successiva. Ma, proprio in relazione agli effetti e alla gestione di queste tecnologie, risulta particolarmente interessante comprendere come agisce il mondo della cooperazione e, dunque, riflettere sulla possibilità di realizzare modelli cooperativi anche in relazione all’intelligenza artificiale.

In questa intervista a Francesca Martinelli, Direttrice del Centro Studi Fondazione Doc, approfondiamo alcune di queste evoluzioni, provando a ragionare con uno sguardo di insieme alle rivoluzioni tecnologiche dell’ultimo decennio e all’approccio del mondo cooperativo. In particolare, attorno a tre concetti chiave: piattaforme digitali, cultura del dato e intelligenza artificiale.


Partiamo dal tema delle piattaforme digitali, su cui ha lavorato a lungo, e che rappresenta uno dei casi più interessanti di tecnologie recenti che hanno maggiormente stimolato il mondo della cooperazione. Il cosiddetto “cooperativismo di piattaforma” ha dato vita a numerose esperienze e reti a livello internazionale. Qual è il lo stato dell’arte di questo modello? 

Francesca Martinelli: Ad oggi, il repository del consorzio internazionale delle piattaforme cooperative conta 638 progetti in 53 Paesi. Quella del cooperativismo di piattaforma rimane, dunque, un’esperienza di nicchia all’interno dell’ecosistema cooperativo mondiale, che è composto da oltre tre milioni di cooperative. A poco più di dieci anni dalla nascita del neologismo ideato dal ricercatore e attivista Trebor Scholz, sono emersi alcuni limiti legati al modello della piattaforma cooperativa che fanno sì che questo modello sia poco diffuso. In primo luogo, vi è la fragilità del modello economico e di business proposto dalla visione di Scholz, che spinge sull’imitazione e la replicazione dei modelli dominanti i quali, però, sono poco applicabili dalle cooperative. Inoltre, nonostante spesso siano sfruttati, la maggior parte dei gig worker non è interessato alla creazione di una cooperativa in quanto rappresenta un modello che richiede un alto livello di partecipazione e ingaggio dei lavoratori stessi che, soprattutto in certi ambiti, faticano a maturare una diversa cultura del lavoro, che potrebbe vederli come protagonisti invece che come sfruttati. Infine, nei fatti, la piattaforma nei business delle imprese cooperative non ha un ruolo centrale – tranne in rare eccezioni – anche quando si opera in contesti di business dominati dalle grandi piattaforme. Questo è dovuto al fatto che, nonostante l’apprendimento dell’uso delle tecnologie sia fondamentale anche in ambito cooperativo, i modelli di business delle principali piattaforme, che prevedono la vendita di dati, il monopolio del mercato e la vendita di pubblicità, non sono propri del mondo cooperativo. Ciò che caratterizza le cooperative che usano piattaforme è che la tecnologia è strumentale a un modello organizzativo proprio del sistema cooperativo, basato sulla democrazia, la redistribuzione della ricchezza, il protagonismo delle persone, la risposta a bisogni reali.

 

Quali sono stati i principali apprendimenti per il sistema cooperativo emersi dal confronto con il tema delle piattaforme digitali?

Francesca Martinelli: Guardando oltre l’esperienza delle piattaforme cooperative, l’apprendimento più importante è che le cooperative possono essere competitive con i modelli dominanti di piattaforme, dove la competitività non si gioca però seguendo le loro regole del gioco, ma riscrivendole. Il punto di forza del modello cooperativo è, sin dalla sua fondazione, quello di mettere al centro la persona, rendendo strumentale il profitto. Con lo stesso sguardo bisogna osservare le piattaforme, che diventano strumentali alle esigenze della base sociale. Da qui possono nascere anche nuovi modelli e nuove opportunità per il movimento cooperativo. Ne segue un secondo apprendimento, corollario del primo, ovvero l’importanza di conoscere le tecnologie e prendere posizione rispetto al loro utilizzo, in modo che siano rispettose dei principi e dei valori cooperativi. Su questo punto possono giocare un ruolo cruciale le cosiddette tech coop, ovvero le cooperative di sviluppatori e sviluppatrici, che hanno le competenze e i mezzi per offrire supporto nella creazione e utilizzo di sistemi informatici non solo innovativi ma anche eticamente adeguati alle specificità del mondo cooperativo. 

 

Potremmo aggiungere che tra gli apprendimenti acquisiti lavorando sul tema delle piattaforme digitali da parte del sistema cooperativo, vi è la comprensione di come la partita riguardante le nuove tecnologie si possa giocare solo allargando la squadra e creando alleanze con una pluralità di attori diversi. Che caratteristiche dovrebbero avere queste alleanze e in che modo il sistema cooperativo potrebbe sviluppare nuove sperimentazioni in questo ambito?

Francesca Martinelli: Come ci insegna il sesto principio cooperativo, che invita a cooperare tra cooperative, il movimento cooperativo è collaborativo per definizione ed è, pertanto, aperto al confronto. In ambito digitale, queste alleanze possono avere diverse sfaccettature, ma non troppo dissimili dalle alleanze strette dalle cooperative in generale. La prima riguarda il mercato di riferimento, che nel modello imprenditoriale cooperativo è strettamente legato alla risposta ai bisogni reali della base sociale. Per questo le prime alleanze da stringere sono quelle con le realtà locali e le comunità del territorio, che possono anche diventare un supporto alla progettualità, al finanziamento e all’ampliamento del mercato di riferimento. Considerando poi anche gli alti costi di creazione e mantenimento delle piattaforme, un secondo livello di alleanze è da pensare sul piano organizzativo e consiste nel creare reti tra cooperative e realtà del Terzo settore, in modo da condividere i costi e la gestione di tecnologie e piattaforme. Il terzo livello è quello degli strumenti, per cui risulta importante allearsi non solo con le tech coop già citate, ma anche con università, enti di ricerca e, soprattutto, realtà non cooperative all’avanguardia nell’uso delle nuove tecnologie, così da apprendere l’uso degli strumenti. Infine, è cruciale avere un ecosistema che accolga la visione cooperativa delle tecnologie, e qui mi riferisco ad alleanze a livello politico, dove giocano un ruolo cruciale le associazioni di categoria e le federazioni internazionali, fondamentali per supportare le leggi a favore delle cooperative e attivare programmi di finanziamenti pensati ad hoc.

 

È importante però guardare anche al proprio interno: il sistema cooperativo possiede una risorsa basilare per il funzionamento delle nuove tecnologie, ovvero i dati, che sappiamo essere il nutrimento di ogni dispositivo tecnologico-digitale. Come si potrebbe valorizzare maggiormente tale risorsa e quali sono i principali ostacoli a ciò?

Francesca Martinelli: Effettivamente tutte le cooperative producono dati, anche se non ne sono consapevoli. Il vantaggio dei dati digitali è che sono molto più facili da raccogliere e condividere rispetto ai dati unicamente cartacei, come quelli che si trovano nei vecchi archivi. Nonostante questo, la maggior parte delle cooperative non sa come gestirli, soprattutto perché non sa in che modo usarli o a cosa potrebbero servire. Considerando che ogni informazione digitale che si può elaborare con un algoritmo è un dato, per capire come orientarsi in un potenziale mare magnum la prima azione da compiere è interrogarsi sull’uso che se ne vuole fare, ovvero cercare di capire a quali domande potrebbero aiutare a rispondere. Servono informazioni sui propri clienti? Sulla stagionalità o meno del lavoro? Si vogliono usare meglio le proprie risorse? Una volta definita la domanda è più semplice capire quali dati utilizzare. Superata la questione di metodo, ci sono diverse questioni tecniche che diventano potenziali ostacoli all’uso dei dati come, solo per citarne alcuni, la sicurezza informatica, la privacy dei dati e il tema della proprietà, dell’autonomia e del controllo dei propri dati.

 

Come giustamente è stato sottolineato, un utilizzo strategico dei dati non dipende solo da una dotazione adeguata di strumenti per la loro elaborazione, ma dalla giusta domanda posta a monte del processo. Ciò vuol dire anche maturare una cultura del dato a matrice cooperativa. In che modo è possibile stimolare e accompagnare le realtà cooperative in un percorso di acquisizione di tale cultura e consapevolezza? 

Francesca Martinelli: Una delle difficoltà maggiori che riscontro quando si parla di tecnologia è la mancanza di conoscenza anche basilare dei termini che vengono utilizzati. Soprattutto in Italia, ma non solo, c’è un problema enorme di “divario digitale”, che non è solo una questione generazionale ma trasversale e particolarmente forte nel mondo cooperativo, proprio per la tipologia di persone con cui molte cooperative, come quelle sociali, si confrontano, soprattutto quando si parla di soggetti svantaggiati o in difficoltà. Concretamente, questo significa che le cooperative devono garantire che i loro servizi e le loro offerte digitali siano accessibili a chiunque, indipendentemente dal livello di competenza tecnologica o di accesso. Quindi, per poter pensare di lavorare sui dati è innanzitutto necessario offrire alle persone la formazione più adeguata per capire di cosa si sta parlando, anche partendo dai concetti più semplici, che non bisogna dare per scontati per chi non si occupa di questi temi. Il rischio, altrimenti, è che si crei diffidenza, se non paura, nei confronti di strumenti il cui uso diventa sempre più imprescindibile nel mondo del lavoro.

 

Nel recente periodo si è iniziato a parlare anche di cooperative di dati, a testimonianza delle concrete potenzialità che si possono giocare in questo specifico ambito. Qual è più in generale il rapporto tra dati e realtà della cooperazione? 

Francesca Martinelli: Il rapporto tra dati e cooperative è ancora un territorio da esplorare. Per renderlo realmente competitivo, soprattutto rispetto ai modelli non cooperativi, è essenziale affrontare il tema dell’interoperabilità. Ciò significa semplificare lo scambio di dati e informazioni tra diverse entità, mediante, appunto, sistemi interoperabili. Attualmente, uno dei principali limiti del mondo cooperativo è la scarsa interoperabilità tra i sistemi utilizzati, che spesso non comunicano tra loro. Garantire questa connessione è cruciale per valorizzare le relazioni tra cooperative e con altri attori del mercato. Ragionare in questi termini potrebbe inoltre aprire la strada alla creazione di data space cooperativi, cioè spazi di gestione dei dati che aggregano ecosistemi basati su regole, strumenti e tecnologie condivise. Questi sistemi di aggregazione permetterebbero di sfruttare al meglio i dati di più organizzazioni all’interno di un settore, rafforzando la posizione sul mercato di chi condivide i propri dati e rendendo il mondo cooperativo molto concorrenziale e un’alternativa valida anche rispetto ai giganti che oggi gestiscono le tecnologie digitali.

 

Parlare di dati permette poi di passare al terzo tema di questo dialogo, che tanto appassiona anche l’opinione pubblica nell’ultimo periodo, ovvero l’intelligenza artificiale. Useremo questa etichetta nella sua generalità sapendo che ne esistono di diverse tipologie, ma qui non c’è modo di distinguere oltre. In particolare, è interessante riflettere su qual è la relazione tra la progressiva evoluzione e diffusione di sistemi di intelligenza artificiale e il mondo del lavoro: quello cooperativo in che termini può offrire un modello di lavoro alternativo capace di promuovere un equilibrio tra innovazione tecnologica e dignità del lavoro?

Francesca Martinelli: Penso che l’intelligenza artificiale riapra il dibattito in merito alla liberazione del tempo e alla redistribuzione della ricchezza generata. Secondo McKinsey, l’adozione e lo sviluppo dell’IA e della robotica contribuiranno con circa 13 trilioni di dollari all’economia globale entro il 2030, con il 70% delle imprese che avrà già abbracciato questa rivoluzione. In questo contesto, le cooperative possono giocare un ruolo di ponte garantendo un’equa redistribuzione della ricchezza nel rispetto della persona e delle sue competenze. La coincidenza tra proprietà e forza lavoro all’interno delle cooperative rappresenta un vantaggio cruciale, capace di ridurre i conflitti tipici di un mercato del lavoro sempre più digitalizzato e garantendo al tempo stesso una distribuzione più equa della ricchezza. Inoltre, con l’IA emergono nuove sfide etiche – come i bias che genera – che i valori e i principi cooperativi possono dirimere a favore di chi lavora, promuovendo un equilibrio tra innovazione tecnologica e dignità del lavoro. Per riuscire a sfruttare questi punti di forza serve che il mondo cooperativo non resti indietro nella comprensione e nell’uso dei sistemi di IA.

 

Toccare il tema del lavoro con una sensibilità cooperativa significa anche andare a toccare quello che è il principio distintivo di questa realtà, ovvero il principio mutualistico. Domanda molto sfidante: è possibile immaginare di generare nuove forme di mutualismo ricorrendo all’uso dell’intelligenza artificiale? 

Francesca Martinelli: Come ogni tecnologia, l’intelligenza artificiale di per sé è neutra. In generale, si tratta di un sistema probabilistico che si perfeziona grazie al nutrimento che continuiamo a fornire. Pertanto, le problematiche emergono dall’uso che se ne fa, ad esempio riguardante i pregiudizi che finiscono per rendere alcuni software che usano l’IA un motore di ricerca inaffidabile e superficiale; allo stesso modo agiscono le regole di ingaggio iniziali e che possono modificare il risultato. L’IA può offrire livelli di ottimizzazione elevatissimi che non vanno in contrasto con i principi del mutualismo. Perché non pensare a strumenti basati sull’IA che, condivisi tra più soggetti, possano ottimizzare la conoscenza di un settore, supportare la condivisione di pratiche o anche inventare nuove forme di condivisione?

 

Esistono esperienze cooperative, italiane o di altri Paesi, che stanno sperimentando nuovi utilizzi dell’intelligenza artificiale e a cui guardare con interesse?

Francesca Martinelli: Com’è noto, i sistemi di intelligenza artificiale sono innumerevoli e servono molteplici scopi, dalla scrittura di testi alla creazione di immagini o presentazioni, dalla realizzazione di musica fino a opere d’arte, e, in generale, il loro uso nelle imprese cooperative si divide in due tipologie: l’utilizzo dell’IA per ottimizzare i propri processi oppure la creazione di nuovi sistemi. Nel primo caso, ci sono imprese come la cooperativa di artisti Doc Servizi che usa l’IA per ottimizzare le conoscenze interne in modo che siano più facilmente accessibili alla base sociale poiché, essendo un’impresa basata sui servizi, la diffusione efficace della conoscenza è il fulcro della loro attività. Nel secondo caso troviamo, ad esempio, MemorAiz un progetto italiano che sfrutta l’intelligenza artificiale combinandola con la gamification e la scienza educativa per supportare l’apprendimento. Un altro progetto a livello europeo è la coalizione Cosy AI che mira a costruire un’infrastruttura organizzativa di proprietà cooperativa caratterizzata da dati decentralizzati. Al momento stanno lavorando su una suite di applicazioni che consentano alle persone di utilizzare l’IA in modo sicuro e responsabile. Altri esempi sono VibeCheck, un’applicazione che controlla il tono dei messaggi per comunicare in modo più chiaro, KnowledgeSeed, per la condivisione della conoscenza, e DontTouchMyData, che consente di utilizzare altri strumenti di IA assicurandosi che non ottengano dati privati.

 

A conclusione di questo nostro confronto, quali potrebbero essere i nodi sui quali il sistema della cooperazione deve investire maggiormente per costruire una propria e distintiva “intelligenza tecnologica”? 

Francesca Martinelli: Restando sul tema dell’intelligenza artificiale, in molti settori le persone sono spaventate e temono che a causa sua perderanno il lavoro perché saranno sostituiti. Un esempio sono i tecnici del cinema e dello spettacolo che hanno paura che i sistemi di IA possano rimpiazzarli. In realtà, diverse ricerche mostrano che l’IA sta rivoluzionando molti settori, ma il fattore umano rimane insostituibile in ambiti che richiedono empatia, creatività e capacità decisionali complesse. Le competenze trasversali, come la comunicazione, la leadership e la gestione delle emozioni, restano un valore aggiunto unico che le macchine non possono replicare pienamente. Inoltre, non solo l’IA, ma ogni tecnologia può essere un supporto prezioso per migliorare l’efficienza e alleggerire le attività ripetitive, permettendo alle persone di concentrarsi su compiti più strategici e di valore. Se a questo mix di interazione sempre più stretta tra tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale, e le capacità umane imprescindibili si aggiungono la dimensione etica del lavoro, la democraticità delle scelte, il profitto realizzato nell’ottica di valori quali la solidarietà, l’equità e l’eguaglianza, allora si ottiene l’intelligenza tecnologica cooperativa. Per arrivarci è però fondamentale non avere paura e abbracciare questo cambiamento, accettando che il proprio lavoro con l’ingresso di tecnologie nuove potrebbe cambiare, ma non necessariamente in peggio, soprattutto se si decide di formarsi e formare le persone all’uso di questi nuovi strumenti.

Scritto da
Andrea Baldazzini

Ricercatore Senior presso AICCON, centro di ricerca dell’Università di Bologna dedicato alla promozione della cultura della cooperazione e del non profit, dove si occupa di imprenditoria sociale, innovazione e trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Svolge inoltre attività di formazione e consulenza per organizzazioni di terzo settore e pubbliche amministrazioni. Per «Pandora Rivista» è membro della Redazione.

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