Forme della città e strategie di governance

città

Henri Lefebvre amava ripetere che “cambiare vita” o “cambiare la società” sono frasi completamente vuote se non si prendono in considerazione i modi attraverso cui i loro spazi vengono prodotti e abitati1. Tra i tanti, uno spazio che da sempre riveste un’importanza decisiva per la vita individuale e collettiva, è certamente quello della città, luogo per eccellenza del vivere moderno e contemporaneo. In queste poche pagine l’idea sarà dunque quella di mostrare lo stretto rapporto che lega le trasformazioni della forma-città, con alcune modificazioni avvenute nel corso degli ultimi trent’anni a livello di organizzazione, diffusione e legittimazione del potere politico (soprattutto nei paesi occidentali). Sempre più spesso infatti ci si chiede se sia ancora possibile parlare di città: gli spazi urbani esistenti proseguono la loro espansione che appare inarrestabile, i confini geografici tradizionali vengono sostituiti con nuove delimitazioni di altro carattere (economico, culturale, politico) altamente contingenti e fluide, le categorie di centro\periferia, aree abitative\aree commerciali\aree produttive, perdono la loro capacità descrittiva rispetto ad un ambiente dove prevalgono dinamiche di ibridazione, differenziazione e sovrapposizione; infine, le stesse persone che popolano tali spazi tendono a divenire veri e propri “nomadi urbani”, espressione che indica lo spostamento dalla categoria di cittadino a quella di generico abitante, e ciò principalmente in ragione dei modi attraverso cui si vivono oggi gli spazi urbani dominati dai flussi, dalla velocità e dalla difficoltà nell’appropriarsi o nel crearsi un proprio luogo di vita stabile.

Dunque, che fine ha fatto la forma-città? Come si può pensare di progettare e amministrare uno spazio così indefinito e dinamico? Quali implicazioni emergono rispetto alle modalità contemporanee dell’abitare l’urbano? Ovviamente non è qui possibile fornire una risposta esaustiva a ciascuna di queste domande, piuttosto l’obbiettivo è prima di tutto quello di sottolineare alcune dinamiche di lungo corso che hanno portato alla costruzione di spazi urbani tanto complessi e densi di conflittualità, divenuti i cuori pulsanti di molti paesi europei, americani e asiatici. Il suggerimento allora quello di rivolgere lo sguardo agli anni ’70, in quanto è proprio in questo decennio che si assiste all’emergere di quel fenomeno che sempre Lefebvre ha denominato “esplosione degli spazi”: «Né il capitale né lo Stato possono più controllare lo spazio contraddittorio da loro prodotto. È un fenomeno di cui facciamo esperienza a ogni livello. […] A livello delle città, ci confrontiamo con l’esplosione non solo della forma di città, ma anche di ogni cornice amministrativa al cui interno si è voluto confinare il fenomeno urbano»2.

L’apertura dirompente di tutti quei confini che fino a quel momento avevano svolto il compito di delimitazione rigorosa e precisa dei vari spazi cittadini, e che avevano permesso una precisa forma di amministrazione del territorio, segna: da un lato l’inizio della cosiddetta globalizzazione e dell’affermazione del paradigma neoliberale, dall’altra una rapida ridefinizione del tessuto urbano che ha portato il capitale ad uscire dai muri della fabbrica, e lo Stato a ridisegnare le proprie strategie di amministrazione e sviluppo. Succede così che al posto della forma subentri l’immagine, all’identità la narrazione, ai soggetti e alle strutture i flussi, portando la città a divenire metropoli.

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Indice dell’articolo

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Pagina 3: Città e governance


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Classe 1992. Laureato in Scienze Filosofiche all’università di Bologna con una tesi su Niklas Luhmann. Attualmente svolge un corso di alta formazione in Welfare Community Manager presso la stessa università dove si occupa di Terzo Settore, sistemi di welfare territoriale ed urbanistica. Ha scritto per le riviste: Dianoia, Officine Filosofiche-online e Sociologia e politiche sociali.

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