Foucault contro il Leviatano: “La grande soif de l’Etat” di Arnaut Skornicki

Foucault contro il Leviatano

Scrivere un libro sullo Stato e su Foucault può apparire o impresa impossibile o banale ripetizione. Impresa impossibile in quanto Foucault è notoriamente il teorico del potere inteso come relazione e non come cosa che si possiede e che sta in un luogo od in un altro e, per questo, un grande critico dello statocentrismo, cioè di ogni analisi (Hobbes) che consideri il potere risiedere nelle mani dello Stato, cioè del detentore della violenza fisica in ultima istanza. Banale ripetizione perché in effetti Foucault dello Stato ha parlato parecchio, sopratutto nei corsi tenuti al College de France dal 1975 al 1980. In quegli anni ha elaborato le assai conosciute e spesso abusate, sopratutto in Italia, categorie di biopolitica e governamentalità, ed ha approfondito e studiato la storia del liberalismo e del neoliberalismo, tutti concetti evidentemente legati a quello di Stato. Ognuno di questi termini è stato soggetto di saggi ed articoli a non finire e l’ennesimo libro sulla governamentalità nel pensiero di Foucault, o sulla concezione neo ed ordo liberale dello Stato, non desterebbe alcun interesse.
L’ultimo libro di Arnault Skornicki, La grande soif de l’État (La grande sete dello Stato), per Les praires ordinaires, non risulta né assurdo né banale. Questo è dato, credo, da una duplice motivazione: in primo luogo l’approccio dell’autore, che è essenzialmente comparativo (non a caso il sottotitolo è Michel Foucault avec les sciences sociales), che gli consente numerosi excursus tra vari autori come Bordieou, Elias, Weber, Poulantzas ed altri, utili sia per comprendere il pensiero di Foucault sui vari punti, sia per allargare il respiro del testo, rendendolo così un libro non tanto su Foucault ma sullo Stato. In secondo luogo, Skornicki riesce, attraverso una rilettura complessiva dell’opera del filosofo di Poitiers negli anni ’70, a costruire un discorso compiuto su cosa pensa Foucault dello Stato e ad analizzare diversi altri punti interessanti legati a questo tema, tanto classico quanto ostico per tutto il pensiero politico moderno. Il libro non è quindi l’ennesimo saggio su Foucault ma un lavoro su un concetto. Certamente il filosofo ne risulta al centro, non però come un Santo a cui rivolgersi per essere illuminati, ma come un pensatore che ha elaborato qualcosa di  innovativo che però viene fatto emergere anche nella sua problematicità. Il punto che emerge dunque è quello sulla novità indubitabile della riflessione di Foucault per l’intera riflessione politico-concettuale sullo Stato e sulla sua genealogia. Quello che proverò a fare nelle prossime righe sarà dare conto del concetto di Stato in Foucault servendomi di qualche dispositivo concettuale messo a punto dall’autore. Il testo non verrà dunque qui recensito, ma utilizzato. Il capitolo più interessante e probabilmente anche il più innovativo da un punto di vista della ricerca storico-concettuale è probabilmente quello intitolato Le roi et le berger (Il re ed il pastore) ed è un capitolo sulla teologia politica presso Foucault, e merita senza dubbio una riflessione approfondita a parte; qui non vi si accennerà nemmeno.
Il primo punto da chiarire quando si parla di Stato e di Foucault è il seguente: come può essere conciliata la microfisica del potere, che porta necessariamente sempre lo sguardo su pratiche determinate, inizialmente minoritarie, disperse nel corpo sociale, con una macrofisica del potere, che è quella che sempre si fa studiando lo Stato? In fondo Foucault, lo abbiamo già accennato, è il teorico del potere come disperso nel corpo sociale. Cosa vuol dire che il potere è disperso, per Foucault? Che esso è null’altro che l’insieme delle pratiche e dei discorsi che mettono a regime i corpi, le azioni possibili, le gerarchie in una data società. Il potere non è mai qualcosa che un soggetto possiede ed esercita su di un altro soggetto, in quanto non è una cosa, ma un insieme di relazioni determinate ed in continua trasformazione. Bisogna fare dunque una microfisica del potere, cioè studiare l’insieme delle pratiche e dei discorsi (del complesso sapere-potere) che fa sì che, ad esempio, in un dato momento storico (il nostro) si costituisca una certa idea di sessualità. Lo Stato dunque non detiene il potere per il semplice motivo che il potere non si detiene mai: è evidente lo scarto che si marca con quella che Foucault chiama “idea giuridico-marxista” del potere, che lo considera cioè come un qualcosa che qualcuno (lo Stato o la classe dominante) possiede. Giunti a questo punto, dobbiamo chiederci: come può esserci allora una teoria dello Stato all’interno di un simile approccio concettuale?
Nel lungo capitolo sulla sociogenesi dei monopoli Skornicki tratta di come per Foucault lo Stato, pur non avendo alcuna sostanzialità per i motivi che abbiamo visto, ricopre un ruolo centrale nell'”ontologia del presente” che il filosofo francese si predisponeva come compito primo. All’autore pare che “Foucault avanzi l’idea di accumulazione di potere e renda così possibile e pensabile la compatibilità tra la microfisica del potere e la sua accumulazione/concentrazione”. Ripercorrendo testi fondamentali tra cui, ad esempio, Sorvegliare e punire, Skornicki nota come in Foucault si faccia progressivamente strada l’idea secondo cui lo Stato emerge sempre di più come il luogo in cui tutto un insieme di discipline e di pratiche, nate essenzialmente altrove, cioè in quel campo relazionale che abbiamo descritto sopra, si concentrano nel corso della modernità per giungere sotto un relativo controllo dello Stato. Ad esempio, l’esercito, che nasce anche nella sua struttura organizzativa da un’insieme di pratiche e di discorsi sull’individuo, sul suo corpo, sulla sua educazione, viene in qualche modo preso dallo Stato, sia da un punto di vista immediato (lo Stato controlla l’esercito) sia da un punto di vista “microfisico” (la burocrazia di Stato ricalca, nel trasformarle, quelle pratiche che hanno costituito l’esercito). Questo concetto della concentrazione del potere, che Skornicki mette sullo stesso piano dell’accumulazione primitiva del capitale descritta da Marx, riesce ad essere una proposta interessante di concepire lo Stato moderno in modo anti-sostanzialista a patto di pensarlo sempre come un processo e non come una cosa data. Lo Stato non è altro che il processo di statalizzazione continuo che procede più o meno a partire dal 1500, secondo modi diversi, in tutta l’Europa. Se pensiamo alle lezioni raccolte nel corso Nascita della biopolitica questo ci appare in tutta la sua evidenza: lo Stato si costituisce anche nelle sue stesse pratiche e nel suo stesso senso non per una struttura interna ma a seconda del complesso sapere-potere che informa di sé un dato periodo storico. D’altro canto non bisogna nemmeno pensare ad una sussunzione totale, ma ad una diversità delle pratiche che viene mantenuta anche in questa concentrazione relativa. In questi termini è possibile immaginarsi il monopolio del potere dello Stato: come potere sui poteri, cioè come sfondo, costituito dalla rete del potere, che organizza ed è organizzato dalle pratiche e dai saperi medesimi. Lo Stato risulta così essere il risultato di una molteplicità di lotte combattute nel corpo sociale tra enunciati e pratiche differenti; esso non è né il cuore della sovranità e quindi del potere (Bodin) né una vuota struttura che la classe di turno comanda (marxismo). Esiste dunque una sete dello Stato. Dobbiamo intendere questo “dello” come genitivo contemporaneamente oggettivo e soggettivo. E’ oggettivo nel senso che la sete dello Stato è un sentimento diffuso, a partire sopratutto dalla seconda metà del XVIII secolo, nel corso del processo di normalizzazione e di razionalizzazione che Foucault descrive nei suoi testi; è soggettivo nel senso che lo Stato è appunto un processo di concentrazione di potere, cioè di organizzazione e di relativa rielaborazione di pratiche nate nella rete del mondo. 
Visto che questa recensione è scritta per una rivista italiana, non si può non parlare della governamentalità, parlando di Foucault.
Se la governamentalità è un concetto (peraltro elaborato molto tardi da Foucault ,nel 1979) così centrale nell’economia del discorso foucaultiano, è perché consente di arricchire e di utilizzare concretamente la sua concezione del potere. La governamentalità è l’insieme di relazioni che consente l’indirizzo delle azioni possibili degli altri. All’interno di un dato contesto relazionale (si tratta sempre, in Foucault, di una rete sapere-potere) si strutturano le divisioni di classe, di razza, di ruolo nel sistema dato. E’ la governamentalità il sistema di potere tipico della modernità. Questo non perché nei tempi passati il potere non fosse una relazione; ha certamente ragione Gilles Deleuze quando sostiene che per il suo amico Foucault ogni mondo storico ha un potere relazionale. Questo, al contrario, perché la particolare configurazione sapere-potere della modernità è essenzialmente biopolitica cioè agisce sulla vita quotidiana, immediata, degli individui, costituendoli proprio come individui. Il potere del Re è un potere differente; è “splendente”, ma non “insinuante”. Con gli strumenti che abbiamo ottenuto nei paragrafi precedenti, possiamo chiaramente comprendere come stia il rapporto Stato-governamentalità a questo punto: lo Stato non è altro che l’effetto di governamentalità multiple, cioè di una molteplicità di discipline e di pratiche che costituiscono il suolo del potere moderno.
Pensare lo Stato in questo modo evidentemente vuol dire anche tagliare immediatamente fuori dal campo ogni teleologia. Non esiste nessun processo obbligato ma solo un insieme di contingenze e di legami che si sono creati nel corso della storia; non esistono processi dialettici di sintesi e negazione ma solo strategie complesse che si intrecciano a molteplici livelli e che danno di volta in volta luogo allo Stato, alla società disciplinare, etc..
In conclusione del suo libro, Skornicki affronta il tema della resistenza, argomento ormai classico nell’esegesi foucaultiana. L’autore sottolinea la difficoltà di trovare in Foucault analisi o dispositivi per inaugurare una resistenza collettiva al potere pastorale che in qualche modo fa suo il dispositivo statuale. In effetti, sebbene Foucault sottolinei spesso, sopratutto nelle sue lezioni riguardo alla nascita della biopolitica, che la fobia dello Stato non è che l’altra medaglia dell’idolatria dello Stato, risulta evidente dalla medesima genealogia che abbiamo tracciato a grandi linee come si ponga per l’analisi critica un problema riguardo alla disciplinarizzazione ed alla normalizzazione che anche lo Stato, in quanto concentrazione di meccanismi disciplinari, mette in atto. Come costruire un orizzonte anti pastorale di emancipazione?  Questo orizzonte non può essere certo costituito né mediante l’abbattimento dello Stato (giacché le dinamiche di potere-sapere che costituiscono una società non risiedono in esso) né mediante la semplice conquista dei suoi apparati. C’è qui una molteplice critica di Foucault: agli anarchici, da un lato, che pensano di eliminare il potere eliminando lo Stato non rendendosi conto che lo Stato è esso stesso il risultato di determinati giochi di potere; ai marxisti bolscevichi, dall’altro, che avendo conquistato lo Stato (URSS) pensavano così di aver cambiato i rapporti sociali di potere. Ci pare che la risposta vada cercata a due livelli che scandiscono anche temporalmente il pensiero di Foucault: da un lato si tratta di costituire una “governamentalità socialista” di cui il professore francese notava la mancanza già ai tempi del corso sulla biopolitica: essa dovrà necessariamente passare anche per le istituzioni, vecchie e nuove, ricostruite e prodotte dal nulla; dall’altro si tratta del concetto di “cura di sé” o di autocostituzione libera della soggettività mediante pratiche e discorsi che siano sì contro pratiche e contro discorsi ma che producano un modo diverso di stare nel mondo. Non si tratta mai per Foucault di sfuggire al potere, o, se sì, si tratta di sfuggirne solamente per costruire delle pratiche e dei discorsi che si scontrino con quelli dominanti. E’ una nuova governamentalità che deve scaturire dall’insieme delle contro-condotte. Su questi concetti di resistenza, del potere come gioco e non come gabbia, della cura del sé e dell’autocostituzione del soggetto, si può concludere l’analisi, sottolineando la centralità che rivestono in questa lettura, di contro ad interpretazioni, un tempo comuni ed ora, di fronte all’evidenza sfolgorante degli ultimi testi pubblicati, ormai in disuso, di un Foucault “estetizzante” o “individualista”.


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Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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