Scritto da Andrea Boitani
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Questo è il testo rivisto dell’intervento svolto alla Fondazione Corriere della Sera il 13 ottobre 2025, in occasione della discussione sul volume di studi in memoria di Francesco Saverio Nitti Un ponte verso il futuro[1] (Editoriale Scientifica), con la partecipazione di Giuliano Amato, Giorgio La Malfa, Michela Minesso e Stefano Rolando.
Il tema su cui mi concentro in questo intervento è il rapporto tra Francesco Saverio Nitti e il nuovo liberalismo, o liberalismo sociale, che si era andato sviluppando in vari Paesi europei e negli Stati Uniti tra la fine del XIX secolo e gli anni Trenta del XX secolo. Come specchio utilizzerò soprattutto citazioni tratte da Liberalism (1911) di Leonard Trelawny Hobhouse, ma farò anche riferimento a qualche scritto del più noto di tutti i pensatori liberali del Novecento, John Maynard Keynes.
L’appartenenza di Nitti alla corrente del nuovo liberalismo o “liberalismo atlantico” è affermata a chiare lettere da Michele Cento nel suo saggio compreso in Un ponte verso il futuro[2]. La dinamica democratica permette di svelare la distanza tra le promesse di uguaglianza con cui si era aperto il XIX secolo e la crescente disuguaglianza tra i sempre più ricchi e potenti finanzieri (l’America è in piena gilded age) da un lato e i lavoratori (operai, contadini, piccoli impiegati) dall’altro. «È in questo contesto – scrive Cento – che tra le due sponde dell’Atlantico affiora un movimento intellettuale che punta a riformare, organizzare e regolare il capitalismo per renderlo compatibile con il progetto ugualitario della democrazia. Quello che nasce è un “nuovo liberalismo atlantico” che emerge dalle correnti progressiste e riformatrici del liberalismo europeo e americano, rifiutando individualismo e utilitarismo, laissez-faire e “leggi naturali” dell’economia proprio perché celano quelle disuguaglianze materiali che rischiano sempre di rendere la democrazia una parola vuota»[3]. Nel 1893 Nitti aderisce a quello che Cento definisce come un network di scienziati sociali che fu un incubatore del liberalismo atlantico[4], l’Institut international de sociologie.
Già nel 1895, in Il lavoro umano e le sue leggi, Nitti argomenta che salari reali elevati garantiscono una maggiore efficienza produttiva perché stimolano l’innovazione e l’investimento per modernizzare e aumentare la produttività degli impianti industriali. Mentre i bassi salari generano inefficienza e degradano le condizioni di vita materiali e psicologiche dei lavoratori. Interessante l’esplicito riferimento di Nitti a lavori empirici di matrice britannica e la sua critica agli esponenti più in vista del liberismo italiano, come Francesco Ferrara e Maffeo Pantaleoni[5]. Nitti riprende un argomento già introdotto da Adam Smith nella Ricchezza delle nazioni[6], che sarà poi ancora ripreso dalla letteratura economica successiva in varie fasi e in varie forme[7]: gli alti salari favoriscono la crescita della produttività, sia perché incentivano lo sforzo dei lavoratori, sia perché incentivano le imprese a fare investimenti in tecnologie che, a loro volta, siano capaci di far aumentare la produttività dei lavoratori. Si innesca così una spirale virtuosa che spinge verso l’alto l’efficienza complessiva del sistema economico. Troviamo lo stesso punto in Hobhouse: «Una bassa remunerazione è di per sé causa di bassa efficienza, che a sua volta tende a ripercuotersi negativamente sulla remunerazione. Al contrario, un miglioramento generale delle condizioni di vita si ripercuote favorevolmente sulla produttività del lavoro. I salari reali sono aumentati considerevolmente nell’ultimo mezzo secolo, ma le dichiarazioni dei redditi indicano che la ricchezza degli imprenditori e dei professionisti è aumentata ancora più rapidamente. Fino al minimo di efficienza, vi è quindi ogni motivo di ritenere che un aumento generale dei salari aumenterebbe positivamente il surplus disponibile, sia che tale surplus vada agli individui sotto forma di profitti o allo Stato sotto forma di entrate nazionali. Il miglioramento materiale delle condizioni della classe operaia sarà più che ripagato se considerato puramente come un investimento economico a favore della società»[8]. Hobhouse si spingerà a dire che «le condizioni di efficienza sociale determinano il minimo della remunerazione industriale e, se non sono garantite senza l’intervento deliberato dello Stato, devono essere garantite mediante l’intervento deliberato dello Stato»[9].
Per Nitti sono inaccettabili le disuguaglianze estreme, che caratterizzavano l’Italia e gli altri Paesi europei alla fine del XIX e agli inizi del XX secolo. Inaccettabili e incompatibili con la democrazia (Socialismo scientifico e socialismo utopistico, 1892) sono le disuguaglianze estreme, che conducono a una dominazione dell’uomo sull’uomo basata sul denaro invece che sulla spada (L’ora presente, 1893). Certo, afferma Nitti, questa dominazione appare oggi in una forma più mite; «ma io mi sono tante volte domandato se non è in conclusione lo stesso uccidere materialmente un servo con un colpo di scure, o restringere artificialmente la domanda di lavoro e far morire per anemia lenta delle famiglie intere, gittate d’un tratto nella miseria. La forma sola è cambiata: la sostanza è rimasta la stessa»[10].
Hobhouse nutre lo stesso disagio nei confronti della disuguaglianza estrema e si spinge a proporre una soluzione riformista radicale al problema. Tale soluzione si articola, a mio modo di vedere in tre passi logici che mi permetto di ricavare dalle seguenti citazioni: 1) «Invece di riscattare gli indigenti, dovremmo cercare di rendere generalmente disponibili i mezzi per evitare l’indigenza, anche se nel farlo dovremmo chiedere uniformemente all’individuo uno sforzo corrispondente da parte sua»[11]. 2) «In uno Stato ricco come il Regno Unito, ogni cittadino dovrebbe avere i mezzi per guadagnare, con un lavoro socialmente utile, quel sostegno materiale che l’esperienza dimostra essere la base necessaria per un’esistenza sana e civile. E se nell’attuale funzionamento del sistema industriale i mezzi non sono in realtà sufficientemente disponibili, egli ha diritto, non per carità ma per diritto, alle risorse nazionali per colmare la carenza»[12]. 3) «Dobbiamo accettare una condizione in cui la grande maggioranza nasce senza nulla se non ciò che può guadagnare, mentre alcuni nascono con più del valore sociale di qualsiasi individuo, qualunque sia il suo merito? Non è forse vero che in un sistema ragionato di etica economica dovremmo riconoscere ai membri della comunità un vero diritto di proprietà che assumerebbe la forma di un certo diritto minimo alle risorse pubbliche?»[13].
Quindi: diritto alle risorse pubbliche, che per Hobhouse non si limitano alle entrate fiscali ma si estendono alla ricchezza che è tanto personale quanto sociale: «La ricchezza, a mio avviso, ha una base sociale oltre che personale. Alcune forme di ricchezza, come i canoni fondiari nelle città e nei dintorni, sono sostanzialmente una creazione della società, ed è solo a causa degli abusi del governo in passato che tale ricchezza è stata lasciata cadere in mani private. Altre grandi fonti di ricchezza si trovano nelle operazioni finanziarie e speculative, spesso di chiara tendenza antisociale e possibili solo attraverso l’organizzazione difettosa della nostra economia»[14]. E ancora: «La base della proprietà è sociale, e questo in due sensi. Da un lato, è la forza organizzata della società che mantiene i diritti dei proprietari proteggendoli dai ladri e dai predatori. Nonostante tutte le critiche, molte persone sembrano ancora parlare dei diritti di proprietà come se fossero conferiti dalla Natura o dalla Provvidenza a certi individui fortunati, e come se questi individui avessero il diritto illimitato di comandare allo Stato, loro servitore, di garantirli attraverso il libero uso degli strumenti legali per il godimento indisturbato dei loro beni. Dimenticano che senza la forza organizzata della società i loro diritti non valgono nemmeno una settimana di acquisti»[15]. Infine: «Un individualismo che ignori il fattore sociale nella ricchezza esaurirà le risorse nazionali, priverà la comunità della sua giusta quota dei frutti dell’industria e porterà così a una distribuzione unilaterale e iniqua della ricchezza»[16].
Certo, in Hobhouse la soluzione redistributiva (rendere i cittadini partecipi di quote della ricchezza perché essa è, per natura ricchezza sociale) appare più netta e forse più radicale di quanto appaia nelle opere di Nitti di fine Ottocento. Tuttavia, Nitti affidò compiti redistributivi alla spesa sociale: dall’istruzione pubblica alla garanzia di condizioni sanitarie accettabili, dall’assicurazione sulla vita e contro gli infortuni sul lavoro alla assicurazione contro la disoccupazione. Tutte cose che, tra l’altro, cercò di proporre da parlamentare e di realizzare quando ricoprì sempre più rilevanti cariche di governo (dal 1911 al 1920). In Hobhouse troviamo una piena giustificazione teorica della spesa sociale, che adombra la visione del Welfare State che sarà di William Beveridge: «Indubbiamente l’unico metodo giusto per gestire i fondi comuni è quello di spenderli in oggetti che servono al bene comune, e ci sono molti settori in cui la spesa pubblica va effettivamente a beneficio di tutte le classi sociali. […] Si consideri, ad esempio, il valore dei servizi igienico-sanitari pubblici, non solo per le regioni più povere che sarebbero le prime a soffrirne se venissero sospesi, ma anche per quelle più ricche che, per quanto possano isolarsi, non possono sfuggire alle infezioni. In passato, giudici e giurati, così come i prigionieri, morivano di febbre carceraria. Consideriamo, ancora una volta, il valore economico dell’istruzione, non solo per il lavoratore, ma anche per il datore di lavoro che egli servirà. Ma quando si tiene conto di tutto ciò, bisogna ammettere che abbiamo sempre contemplato una misura considerevole di spesa pubblica per l’eliminazione della povertà. La giustificazione principale di questa spesa è che la prevenzione della sofferenza causata dall’effettiva mancanza di adeguati comfort fisici è un elemento essenziale del bene comune, un obiettivo di cui tutti devono preoccuparsi, che tutti hanno il diritto di esigere e il dovere di realizzare. Qualsiasi vita comune basata sulla sofferenza evitabile anche di uno solo di coloro che ne fanno parte è una vita non di armonia, ma di discordia»[17]. In concreto, Hobhouse prevede un welfare che vada ben oltre il sostegno ai più poveri. È necessario aiutare anche chi si aiuta da solo, ma che, pur lavorando, non riesce a mettere insieme mezzi sufficienti a garantirsi tutela della salute e pensione di vecchiaia dignitosa.
Mentre Hobhouse sottolinea più di Nitti il ruolo dello Stato nella redistribuzione del reddito derivante da una ricchezza per sua natura “sociale”, è proprio Nitti a propugnare il ruolo dello Stato per lo sviluppo economico. Naturalmente ciò è, almeno in parte, spiegabile con l’arretratezza dell’economia italiana rispetto a quella britannica all’inizio del XX secolo. È comunque un fatto che Nitti, già nel 1905 (La conquista della forza), porta argomenti rilevanti a favore di quella che oggi chiameremmo “politica industriale”, individuando la centralità della politica energetica e, per essa, dello sfruttamento delle risorse idriche, attraverso la nazionalizzazione della produzione di energia idroelettrica. Come sottolinea Crosti[18], Nitti ritiene pacifico che le acque pubbliche di laghi fiumi e torrenti siano risorse che appartengono alla collettività nazionale e non agli individui e che perciò lo Stato, a nome e a beneficio della collettività nazionale, abbia il diritto-dovere di utilizzare quelle risorse per produrre l’energia che esse possono sprigionare. Ma anche l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, proprio in quanto obbligatoria, dovrebbe essere, secondo Nitti, fornita da un “ente pubblico”, cioè un soggetto giuridico che, benché controllato dallo Stato e da esso ricevendo il suo mandato (obiettivi e vincoli), sia in grado di offrire anche “prodotti” competitivi per prezzo e qualità con quelli offerti dalle compagnie private.
La creazione da parte di Nitti dell’INA (1912) è un esempio significativo di come egli intendesse coniugare obiettivi pubblici e reperimento di risorse finanziarie (con le assicurazioni sulla vita) da destinare al finanziamento dello sviluppo economico e di altre attività di carattere più marcatamente sociale. Con puntuali riferimenti Cento[19] mostra come Nitti fosse a conoscenza di esperimenti analoghi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, prima di creare l’INA, da Ministro dell’agricoltura, dell’industria e del commercio (1911-1914). Anche in ciò Nitti mostra di essere parte di quella innovativa corrente di pensiero (e di azione politica) che fu il “liberalismo atlantico”.
Nitti fu, proprio come gli altri liberali atlantici, profondamente antiliberista. Non solo perché – come s’è visto – era a favore dell’intervento dello Stato in molti aspetti della vita economica e sociale, ma anche perché respinse (fin dal 1894) il darwinismo sociale che, col tempo, sarebbe diventato, in nome della meritocrazia, il marchio di fabbrica della moderna ideologia di mercato[20]. Nitti sottolinea come la “lotta sociale” sia combattuta ad armi ineguali e i vincitori siano coloro che l’eredità economica o il caso hanno reso più forti e perciò capaci di emergere e prevalere. L’intervento pubblico, lungi dal comprimere le libertà individuali, ne consente il pieno sviluppo. Non arrivo a dire che Nitti anticipa l’avvicinamento tra libertà e “capacità” che sarà propria di Amartya Sen e Martha Nussbaum, ma mi sembra che leggendo gli scritti di Nitti degli anni Novanta dell’Ottocento si abbia forte la sensazione che egli avesse colto molto bene le limitazioni di una libertà puramente formale.
Nitti non ebbe forse la chiarezza teorica e la precisione di Keynes, che arrivò a scrivere: «Non è vero che gli individui possiedono una “libertà naturale” prescrittiva nelle loro attività economiche. Non esiste alcun “comandamento” che conferisca diritti perpetui a coloro che possiedono o a coloro che acquisiscono. Il mondo non è governato dall’alto in modo tale che gli interessi privati e quelli sociali coincidano sempre. Non è gestito qui sotto in modo tale che nella pratica essi coincidano. Non è una deduzione corretta dai Principi di Economia che l’interesse personale illuminato operi sempre nell’interesse pubblico. Né è vero che l’interesse personale sia generalmente illuminato; più spesso gli individui che agiscono separatamente per promuovere i propri fini sono troppo ignoranti o troppo deboli per raggiungerli. L’esperienza non dimostra che gli individui, quando costituiscono un’unità sociale, siano sempre meno lungimiranti di quando agiscono separatamente»[21]. Ma se non arrivò a questo livello di coscienza teorica, Nitti respinse l’assolutismo individualista del liberismo ottocentesco (oltre che, naturalmente, il comunismo) e si contrappose ai sostenitori dello Stato minimo argomentando che dagli sprechi e dalle inefficienze dello Stato (che possono sempre verificarsi) non sono esenti neanche le aziende, in particolare le grandi. Come evidenzia Crosti[22], citando La scienza delle finanze (1903), sarebbe facile documentare «gli sperperi di ricchezza delle grandi anonime, gli atti di corruzione da esse compiuti, le distruzioni di ricchezza fatte dai trusts». Evidentemente, Nitti non aveva grande fiducia nella governance fondata sugli incentivi orientati allo shareholder value… Alla luce della storia industriale e della finanza, come dargli torto?
Concludendo, Nitti fu promotore di un liberalismo sociale radicale, lungo linee simili a quelle del nuovo liberalismo di matrice anglosassone e soprattutto inglese. Linee simili, ma non identiche, perché tagliate sulla realtà economico-sociale di un Paese relativamente arretrato come l’Italia di fine Ottocento e inizio Novecento. Un liberalismo, quello di Nitti, che in Italia è sempre rimasto minoritario. Nitti – come ha scritto Giuliano Amato – è il costruttore di «un ponte sul quale pensa potranno convergere i liberali, i riformisti cattolici, i socialisti». Nonostante la plausibilità e la sostenibilità di quel ponte, il progetto riformatore nittiano, rimase di minoranza nell’Italia prefascista e lo è rimasto anche nell’Italia postfascista. Dopo l’ubriacatura neoliberale (che ha contagiato parte della sinistra socialdemocratica e perfino ex-comunista) si può ripensare al liberalismo sociale radicale di Nitti e dei nuovi liberali inglesi (come il qui più volte citato Hobhouse) come un “ponte” da frequentare nuovamente per riprendere il filo (oggi apparentemente perduto) della coesistenza di capitalismo e democrazia?
[1] Fondazione Nitti, Un ponte verso il futuro. Francesco Saverio Nitti e il centenario del governo italiano 1919-1920, a cura di Stefano Rolando e con la supervisione di Luigi Mascilli Migliorini, Editoriale Scientifica, Napoli 2024.
[2] Michele Cento nel suo saggio compreso in Un ponte verso il futuro, op. cit., pp. 594-611. Fastidioso – ma comprensibile, data l’abituale ignoranza anglosassone di quanto elaborato dagli intellettuali italiani – che Edmund Fawcett nel suo volume intitolato Liberalism (Princeton University Press 2014) ignori del tutto Nitti anche quando scrive, diffusamente, del nuovo liberalismo. Meno comprensibile (e, a mio parere, poco giustificabile) che Nitti sia ignorato anche da Michele Salvati e Norberto Dilmore nel loro Liberalismo inclusivo (Feltrinelli 2021).
[3] Michele Cento, in Un ponte verso il futuro, op. cit., p. 595.
[4] Michele Cento, in Un ponte verso il futuro, op. cit., p. 599.
[5] Sui rapporti tra Francesco Ferrara e il neoliberismo tardo-novecentesco mi piace ricordare Federico Caffè, Il neoliberismo contemporaneo e l’eredità di Francesco Ferrara, in Federico Caffè, In difesa del welfare state, Rosenberg e Sellier, Torino 1986; tradotto in inglese da mio fratello Piero e da me in Italian Economic Papers, vol. II, a cura di Luigi Lodovico Pasinetti, Oxford University Press, Oxford 1995.
[6] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Isedi, Milano 1977, p. 81.
[7] Solo per citare due autori molto noti e distanti per impostazione teorica: Robert Solow, Another possible source of wage stickiness, Journal of Macroeconomics (1979), vol. 1, pp 79-82; Paolo Sylos Labini, Torniamo ai classici, Laterza, Roma-Bari 2004 / 2006.
[8] Leonard Trelawny Hobhouse, Liberalism, 1911, p. 154.
[9] Ibid., p. 152.
[10] Cit. in M. Crosti, Nitti interprete del Novecento, Editoriale Scientifica, Napoli 2024, p. 73.
[11] Leonard Trelawny Hobhouse, Liberalism, op. cit., p. 133.
[12] Ibid., p. 138.
[13] Ibid., p. 139.
[14] Loc. cit.
[15] Ibid., p. 141.
[16] Ibid., p. 143.
[17] Ibid, pp. 146-147.
[18] Massimo Crosti, op. cit., p. 97.
[19] Michele Cento, op. cit., pp. 606-611.
[20] Sul tema del nesso tra meritocrazia e ideologia di mercato sia consentito il rinvio a Andrea Boitani, L’illusione liberista, Laterza, Roma-Bari 2021; e Andrea Boitani, Maurizio Franzini, Elena Granaglia, Disuguaglianza, merito e meritocrazia, «pandorarivista.it», 27/11/2023.
[21] John Maynard Keynes, The end of laissez-faire, 1926, Essays in Persuasion, pp. 169-170.
[22] Massimo Crosti, op. cit., p. 79.