Geografie discrete tra le carte dei Pandora Papers
- 05 Febbraio 2022

Geografie discrete tra le carte dei Pandora Papers

Scritto da Luca Mazzali

5 minuti di lettura

Tra i milioni di file pubblicati nell’ottobre 2021 non si trovano solo i nomi di migliaia di persone e società che, in questi anni, hanno occultato i propri capitali in rifugi fiscali; ma anche un compendio geografico vero e proprio. La definitiva emersione dell’opacità che caratterizza alcuni Stati della Superpotenza americana. Tema che merita una riflessione. 


La rivelazione dei cosiddetti Pandora Papers, avvenuta il 3 ottobre 2021 a opera del collettivo giornalistico internazionale ICIJ, ha portato alla luce l’ennesima lista di persone, celebri e non, che hanno dirottato le loro ricchezze nei paradisi fiscali, ossia in quegli Stati o dipendenze caratterizzati da livelli di imposizione tributaria minima o pressoché nulla. Territori e giurisdizioni che in buona parte, come faceva notare Federico Petroni su Limesonline, dipendono o in passato sono dipese da Regno Unito, Paesi Bassi e Stati Uniti [1].

 

Tra idealtipi e casi concreti

Quando si parla di questi luoghi si hanno in mente, a grandi linee, tre idealtipi: quello elvetico-urbano, costruito sui centri finanziari della Confederazione alpina; quello caraibico-tropicale, fatto di fiduciarie su isole sperdute, tanto esotico quanto poco trasparente; e in ultimo, quello micronazionale-europeo ispirato dagli staterelli situati nella parte centro-occidentale del Vecchio Continente e sopravvissuti ai processi di unificazione e formazione degli Stati-nazione che hanno caratterizzato l’Europa nel corso del secondo Ottocento [2].

Eppure dalle carte dell’inchiesta Pandora Papers emergono geografie e toponomastiche dell’off-shore che, se da un lato non sorprendono più di tanto gli addetti ai lavori, dall’altra potrebbero modificare la percezione collettiva dei cosiddetti “rifugi dalle tasse”. Già, perché tra le migliaia di pagine rese pubbliche dall’indagine si certifica come Stati americani quali Delaware, South Dakota, Nevada e Wyoming, che negli anni hanno adottato regimi di tassazione tanto permissivi quanto poco trasparenti; siano diventati attrattori di enormi flussi di denaro.

Fiumi di soldi provenienti da ogni dove e convogliati verso alcuni centri finanziari situati all’interno di questi Stati. Casi di perni off-shore caratterizzati da curiose somiglianze e situati non su atolli dalle fattezze esotiche, bensì nel cuore della Superpotenza; d’altronde, vi è posto più sicuro in questo pianeta dove nascondere le proprie ricchezze che nel cuore dell’attore col massimo peso politico, economico e militare globale?

Certo, non si tratta quasi mai di metropoli, anzi: un tratto che contraddistingue queste città dell’off-shore statunitensi è proprio la loro dimensione superficiale medio-piccola. Areale esiguo a cui si accompagna un’importanza misurabile su una scala regionale. Il collocamento in Stati, come quelli sopracitati, caratterizzati da uno scarso peso demografico e dunque poco rilevanti a livello politico. Andiamo verso nord-nordovest e vediamo un caso – a parere di chi scrive – esemplare.

 

Un paradiso nelle Grandi Pianure

Il Big Sioux River è un affluente del Missouri che attraversa placidamente la parte orientale del South Dakota per 670 chilometri, seguendo sostanzialmente una direttrice nord-sud. Giunto a metà del suo viaggio, il corso d’acqua comincia a descrivere una serie di anse, come se volesse ritardare il più possibile la sua immissione nel Big Muddy. Curve che spezzano l’altresì perfetta regolarità di quella porzione di Stato, scevra di qualsivoglia ostacolo orografico e organizzata secondo un reticolato euclideo. Presso la più pronunciata di queste anse, proprio in corrispondenza del punto dove il fiume forma delle piccole cascate, sorge Sioux Falls, la città più popolosa dello Stato con i suoi 192.000 abitanti. Questo toponimo emerge ripetutamente dalla geografia delineata dai Pandora Papers in quanto sede di numerose società fiduciarie specializzate nell’apertura e gestione di trust, strumento principe del sistema fiscale “paradisiaco” del South Dakota.

Per buona parte del XX secolo, l’economia di Sioux Falls, che si trova al centro di una sconfinata regione agricola, è stata trainata dal settore agroalimentare e da quello delle carni (in città si trovava un recinto per il bestiame tra i più grandi degli Stati Uniti). Il vento è cominciato a cambiare dai primi anni Ottanta quando, dopo due decenni di stagnazione economica oltreché demografica, il governo del South Dakota ha deciso di promulgare una serie di leggi che hanno trasformato lo Stato in un paradiso fiscale.

Sioux Falls, approfittando dal cambio di traiettoria dettato dalla capitale Pierre, ha cominciato ad accogliere servizi e uffici della filiera finanziaria, tra cui anche quella off-shore; facendosi forza anche del fatto di essere l’unica realtà urbana dello Stato ad avere una dimensione e collegamenti di tipo regionale. E così, accanto ai silos e agli impianti di confezionamento delle carni che per decenni hanno caratterizzato il paesaggio cittadino, sono comparsi uffici distaccati di grandi gruppi bancari, fiduciarie e studi legali specializzati in diritto societario.

Pandora Papers

Veduta di Sioux Falls

Negli anni il South Dakota e Sioux Falls hanno difeso strenuamente la loro appetibilità di “rifugio dalle tasse” dalla concorrenza di altri Stati americani. E con successo. In che modo? Apportando frequenti emendamenti alle leggi tributarie, in una chiave sempre più permissiva. Oltreché innalzando livelli di segretezza bancaria tali da garantire il massimo della discrezione a chiunque decidesse di collocare le proprie ricchezze nello Stato del Monte Rushmore. Scelte che hanno spianato la strada alla definitiva consacrazione di questo santuario dei trust, avvenuta a partire dal 2008. E che ha proiettato Sioux Falls su una dimensione intercontinentale.

 

Meta-Sioux Falls

Si è così formata un’interessante ipertrofia. Intangibile e allo stesso tempo sensibile; e che spinge, chi scrive, a formulare una serie di interrogativi. Qual è il rapporto tra flussi immateriali e città fisica? Ossia, siamo di fronte a due elementi, invisibile e visibile, che, per quanto sproporzionati per forza di attrazione, sono parte del medesimo organismo il quale, sfruttando le logiche dell’economia mondiale e dei capitali off-shore, è ormai «del tutto slegato dal quadro di riferimento dello Stato-nazione»? [3] Oppure flussi immateriali e realtà concreta sono di fatto due città distinte ma sovrapposte, dove la prima sembra intaccare in maniera solo relativa la seconda, e questo nonostante i tanti anni di influenza esercitata su di essa? Difficile comprendere appieno il fenomeno tale è la complessità. Per questo ci si limita a far osservare un paio di dettagli che – a parere di chi scrive – sono motivo d’interesse.

All’infuori della gestione dei capitali off-shore e dei conti bancari, Sioux Falls rimane un centro di importanza regionale. Ne sono una riprova le connessioni infrastrutturali, a cominciare da quelle aeree, che restano e resteranno quelle di una realtà metropolitana di terzo livello. Come se l’astrazione della finanza permettesse il verificarsi di questa circostanza. Quasi non ne sentisse il bisogno.

D’altro canto, analizzando Sioux Falls attraverso la sua demografia, un dato attira l’attenzione; nonostante sia in controtendenza con l’osservazione appena riportata. È proprio a partire dagli anni Ottanta che la città ha sostenuto un consistente incremento della popolazione. Una crescita nell’ordine del 24% per decade che si è mantenuta costante fino a oggi. Tanto che, se quarant’anni fa il numero degli abitanti superava di poco gli 80.000, nel 2020 questo è più che raddoppiato. Cifre considerevoli, figlie di decisioni prese altrove. Conseguenze tangibili dell’impatto di flussi immateriali sullo spazio topografico.

Come si è visto, sembra non esserci una soluzione al dilemma posto all’inizio di questo paragrafo. Più si aggiungono informazioni e più aumentano la complessità e, apparentemente, le contraddizioni. Sembra difficile giungere a una definizione tout court. Prevale l’opacità. Eppure, man mano che i cappi della Superpotenza e dell’OCSE si stringeranno sempre più attorno ai paradisi fiscali “tradizionali”, legit senza nume tutelare, realtà come Sioux Falls accresceranno sempre più la loro attrattività e, di conseguenza, la nomea di ridotti inespugnabili dei capitali off-shore. Sarà interessante osservare come questi ingentissimi flussi di denaro, nella loro immaterialità, si relazioneranno con realtà come quella qui analizzata. Se continueranno a incidere o a non incidere su di esse e in cosa eventualmente le trasformeranno.

Sono ormai passati diversi mesi dalla rivelazione dei Pandora Papers e l’attenzione mediatica su di essi è rapidamente scemata, così come l’indignazione delle collettività. Le luci delle telecamere si sono temporaneamente spente sul South Dakota e gli altri paradisi fiscali, almeno fino al prossimo leak di documenti riservati. Nel frattempo, il Big Sioux River ha continuato a scorrere placidamente attraverso Sioux Falls, incurante del clamore suscitato dall’inchiesta; e con buona probabilità non era l’unico flusso a non aver smesso di riversarsi indisturbato in città.


[1] Federico Petroni, I tre angeli dei paradisi fiscali, «Limesonline», 4 aprile 2016.

[2] È doveroso sottolineare che gli idealtipi, pur derivando dalla realtà, si differenziano da essa essendone un’esagerazione concettuale; quasi mai si troveranno nel mondo reale. Si tratta di strumenti euristici per mettere a fuoco casi concreti e fare confronti con essi.

[3] Franco Farinelli, Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Einaudi, Torino 2003, p. 189.

Scritto da
Luca Mazzali

Cartografo per l’editoria scolastica e la varia basato a Bologna, laureato in geografia e urbanistica. Collabora con alcune testate giornalistiche e radiofoniche nazionali.

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