“Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente” di Stephen Smith
- 23 Ottobre 2018

“Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente” di Stephen Smith

Recensione a: Stephen Smith, Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente, Einaudi, Torino 2018, pp. 200, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Picotti

6 minuti di lettura

Stephen Smith, antropologo e giornalista americano, si è occupato di Africa per «Libération» e poi per «Le Monde» ed insegna Studi africani alla Duke University. Il suo ultimo libro, Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente, edito da Einaudi per la collana I Maverick, è un contributo importante per un dibattito, quello sull’immigrazione, fin troppo esasperato e mai scevro da incrostature ideologiche e preconcetti.

Il volume, guidato dalla razionalità dei dati, inquadra il tema da una prospettiva spesso sottovalutata eppure fondamentale se si vuole comprenderne appieno la portata: quella demografica. Smith, in un vero e proprio saggio di geografia umana che ha il merito di fornire numeri importanti e imprescindibili per la comprensione del fenomeno, si focalizza sull’invecchiamento dell’Europa e l’emergere della giovane Africa la quale, uscendo dalla povertà assoluta, si metterà probabilmente in marcia verso il Vecchio continente. Per fare un esempio, da qui al 2100 tre persone su quattro del mondo saranno nate a sud del Sahara e l’Europa fra trent’anni potrebbe avere dai 150 ai 200 milioni di afro-europei. Una pressione migratoria di tale portata non potrà essere affrontata con i due approcci diametralmente opposti, ma ambedue deleteri e dai quali l’Autore prende le distanze, dell’egoismo nazionalista e dell’universalismo umanista. È necessario invece trovare un punto di equilibrio tra interessi e ideali, in modo da affrontare questa sfida epocale con una politica lungimirante ed efficace.

Per quanto aridi, i numeri possono aiutare a capire le dinamiche che stiamo vivendo. Il saggio prende come riferimento il 1885, termine del Congresso di Berlino che stabilisce le regole della spartizione coloniale dell’Africa: l’Europa, il continente più avanzato all’epoca grazie soprattutto alla rivoluzione Industriale, contava 275 milioni di abitanti, mentre l’Africa, con una superficie sei volte più grande, non superava i 100 milioni. A partire da questa fotografia demografica di fine Ottocento Smith, con l’ausilio dei dati, tratteggia la ben diversa situazione attuale dei due continenti e, soprattutto, le possibili previsioni future.

«Alla vigilia della seconda guerra mondiale, la geografia umana dell’Africa registra una svolta che delimita chiaramente un “prima” e un “dopo”. Un “prima” in cui, per quanto si risalga a un passato remoto, la popolazione africana cresceva assai lentamente, quando non stagnò a causa di due cataclismi demografici: il commercio degli schiavi, poi, sul finire del XIX secolo, l’”incontro coloniale”. Il “dopo” è invece la crescita folgorante della popolazione in misura assolutamente eccezionale: la moltiplicazione per quindici del numero degli africani nel periodo 1930-2050. A titolo di confronto: il coefficiente moltiplicatore per la popolazione francese, 41,5 milioni nel 1930, è di 1,7, il che significa 70 milioni di francesi nel 2050» (p.4).[1] Il trend si inverte perché, negli anni tra le due guerre, Francia e Gran Bretagna (i due principali colonizzatori) iniziano a disegnare una politica di sviluppo dei loro possedimenti a sud del Sahara, coniata dallo storico Frederick Cooper come developmental colonialism – un modo per calmare le coscienze: con la dotazione di infrastrutture e l’implementazione di politiche sanitarie «avrebbero avviato la più grande crescita demografica della storia dell’umanità».

La popolazione globale, che ha raggiunto il suo zenit di fecondità all’incirca a fine anni Sessanta e la sua massima crescita in numero assoluto negli anni Ottanta, è entrata in una fase di declino demografico.[2] L’Africa rappresenta un’eccezione, ed è per questo necessario focalizzarsi sui numeri del continente nero: gli africani sono passati dai 150 milioni del 1930 ai 600 milioni del 1989, raggiungendo infine il miliardo nel 2010. Nel 2050, scrive Smith, la popolazione dell’Africa – che sotto il Sahara continuerà a crescere fino a quella data tra il 2,5 e il 3% annuo – sarà raddoppiata e rappresenterà il 25% su un totale mondiale di circa 10 miliardi di abitanti; nel 2100 raddoppierà ancora, raggiungendo il 40% del totale mondiale che si aggirerà poco oltre gli 11 miliardi.

Per ora gran parte della popolazione africana è troppo povera per emigrare, però, afferma l’Autore, un numero in rapida ascesa sta emergendo dalla povertà assoluta e potrebbe avere i mezzi per imbarcarsi verso l’Europa: se gli africani seguissero l’esempio messicano – l’avvio di prosperità ha portato tra il 1975 e il 2010 10 milioni di messicani, prima troppo poveri, a emigrare negli Stati Uniti – l’Europa si troverebbe dinanzi ad una immigrazione di portata inimmaginabile.

I numeri dell’Africa: scenari futuri

«Il dibattito sull’immigrazione è sempre stato a dir poco acceso e rischia di infiammarsi ulteriormente in futuro […] Gli uni temono costantemente di perdere la propria “anima”; gli altri vogliono soprattutto dimostrare di averne una» (pp.110-111). Smith si prefigge lo scopo di de-moralizzare il dibattito sull’immigrazione, cercando di descrivere la realtà così come questa si presenta attraverso i dati e i numeri. Innanzitutto, l’Africa, paese estremamente gerontocratico nell’azione politica e nelle tradizioni, è affetto da un «giovanismo» impossibile da trascurare: oltre il 40% degli africani ha meno di 15 anni e l’80% meno di 30 anni, mentre in Europa la popolazione di over 65 raggiunge quasi il 20%. Secondo un sondaggio dell’Istituto Gallup del 2016, riportato dall’Autore, su scala continentale il 42% degli africani tra i 15 e i 24 anni si dicono intenzionati a migrare – tra le varie cause il sogno di una vita migliore in un’Europa mitizzata, le condizioni materiali (circa 400 milioni di subsahariani soffrono di malnutrizione cronica), e lo stress ecologico.

Il numero dei migranti a livello mondiale[3] è passato da 92 milioni nel 1960 a 244 nel 2015: ad aumentare è stata soprattutto l’immigrazione da Sud a Nord, passata dai 20 milioni del 1960 ai 140 milioni del 2015. L’immigrazione dall’Africa è destinata ad aumentare perché, a differenza di quanto normalmente si crede, una parte della popolazione – la cosiddetta classe media africana – sta uscendo dalla povertà assoluta e proprio per questo motivo, avendo a disposizione un tesoretto iniziale e possedendo una più ampia conoscenza del mondo, guarderà all’Europa: circa 150 milioni di africani dispongono attualmente di un reddito quotidiano tra i 5 e i 20 dollari, sufficiente per emigrare. Ad emigrare non sono quindi i poveri, questi «non ci pensano neppure. Sono perennemente occupati a mettere insieme il pranzo con la cena, e quindi non hanno il tempo di mettersi al passo con l’andamento del mondo e, meno ancora, di parteciparvi» (p.87). Partendo da questo assunto, Smith sottolinea le due condizioni principali affinché si scateni la «corsa all’Europa» – alle quali si aggiungerà come aggravante lo stress ecologico: in primo luogo, come si accennava qui sopra, è necessario il superamento di una soglia di prosperità tale da permettere il viaggio. In secondo luogo, a fare da input per la partenza sarà la presenza di comunità diasporiche sull’altra riva del Mediterraneo, in modo da ridurre l’incertezza e i costi di insediamento. Soddisfatte queste due condizioni la gioventù africana che, per citare Aimé Césaire, «volta le spalle alla tribù dei vecchi», darà vita alla «partenza a cascata», un lungo itinerario di apertura, mentale e non solo, che dal villaggio porta alla città limitrofa, da questa alla capitale nazionale e poi ancora alla metropoli regionale, giungendo infine oltre il Mediterraneo.

Come agirà l’Europa dinanzi all’immensa ondata umana che pare essere destinata a riversarsi sulle sue coste? Smith non è in grado di dare soluzioni e consigli di policies adeguate. Si limita a tratteggiare possibili scenari, nessuno soddisfacente – a parere di chi scrive e anche dell’Autore.

Il primo scenario, in conformità con l’approccio dell’universalismo umanista, è quello dell’Eurafrica, deprecabile secondo l’Autore in quanto utopico: lo stato di welfare senza frontiere è una contraddizione in termini, soprattutto considerati i numeri qui sopra riportati concernenti le previsioni demografiche dell’Africa. Inoltre, scrive Smith, l’arrivo in massa dei giovani africani «non migliorerebbe per nulla il tasso di dipendenza del vecchio continente. Certo, i migranti adulti integrerebbero la popolazione attiva e parteciperebbero, col versamento dei loro contributi previdenziali, a finanziare il sistema pensionistico; sennonché, tenendo conto che le loro famiglie sono mediamente più numerose, il guadagno che se ne trarrebbe a livello pensionistico sarebbe ridotto dai costi della formazione, della scolarizzazione e dell’assistenza sanitaria dei loro figli» p.131). Questo tralasciando le criticità e i costi relativi all’incontro culturale, alla coesione e alla sicurezza, con il rischio di un bellum omnium contra omnes per ottenere frazioni di stato sociale.

Un secondo scenario è quello della «fortezza Europa», non impraticabile grazie al tacito (o vile, si domanda l’Autore) consenso dell’opinione pubblica, ma ineluttabilmente fallimentare nel lungo periodo considerato l’esodo previsto: la diga soccomberebbe dinanzi all’ondata.

Un altro scenario è quello del «ritorno al protettorato», con politiche di collaborazione con gli Stati africani al fine di fermare, chiudendo un occhio dinanzi ai diritti umani e versando ingenti somme di denaro, i flussi alla radice: come sta già avvenendo in Libia o in Marocco.

L’ultimo scenario, secondo Smith, è quello di mettere assieme tutti quelli precedenti, «fare un po’ di tutto ma senza esagerare», come probabilmente – a parere di chi scrive – andranno le cose.

Il libro di Stephen Smith, per quanto non proponga soluzioni, rimane un’ottima fonte per comprendere le dinamiche del nostro tempo, soprattutto per quanto concerne il campo della demografia, troppo spesso sottovalutato. Il dibattito sull’immigrazione necessita anzitutto di dati e numeri: solo così è possibile avere un terreno solido sotto ai piedi per affrontare quella che sarà la sfida globale dei prossimi anni. Questo volume ha il merito di fornire al lettore un terreno più solido del mare di notizie e preconcetti che da tempo inquina il dibattito pubblico. Un buon punto di partenza per cominciare a disegnare soluzioni praticabili.


[1]Prima della «svolta» il numero degli abitanti a Sud del Sahara è aumentato nel giro di quattro secoli (1500-1900) solo del 20%. Nello stesso periodo la popolazione europea, al pari di quella cinese, si è quintuplicata.

[2]Vi sono però da segnalare i guadagni in termini di longevità: nel 1900 la speranza di vita in Europa e America del Nord era di 47 anni, a distanza di mezzo secolo era salita a 70.

[3]Ovvero lo stock delle persone insediate in un paese diverso da quello di nascita.

Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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