“Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente” di Stephen Smith

Africa

Recensione a: Stephen Smith, Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente, Einaudi, Torino 2018, pp. 200, 20 euro (scheda libro).


Stephen Smith, antropologo e giornalista americano, si è occupato di Africa per «Libération» e poi per «Le Monde» ed insegna Studi africani alla Duke University. Il suo ultimo libro, Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente, edito da Einaudi per la collana I Maverick, è un contributo importante per un dibattito, quello sull’immigrazione, fin troppo esasperato e mai scevro da incrostature ideologiche e preconcetti.

Il volume, guidato dalla razionalità dei dati, inquadra il tema da una prospettiva spesso sottovalutata eppure fondamentale se si vuole comprenderne appieno la portata: quella demografica. Smith, in un vero e proprio saggio di geografia umana che ha il merito di fornire numeri importanti e imprescindibili per la comprensione del fenomeno, si focalizza sull’invecchiamento dell’Europa e l’emergere della giovane Africa la quale, uscendo dalla povertà assoluta, si metterà probabilmente in marcia verso il Vecchio continente. Per fare un esempio, da qui al 2100 tre persone su quattro del mondo saranno nate a sud del Sahara e l’Europa fra trent’anni potrebbe avere dai 150 ai 200 milioni di afro-europei. Una pressione migratoria di tale portata non potrà essere affrontata con i due approcci diametralmente opposti, ma ambedue deleteri e dai quali l’Autore prende le distanze, dell’egoismo nazionalista e dell’universalismo umanista. È necessario invece trovare un punto di equilibrio tra interessi e ideali, in modo da affrontare questa sfida epocale con una politica lungimirante ed efficace.

Per quanto aridi, i numeri possono aiutare a capire le dinamiche che stiamo vivendo. Il saggio prende come riferimento il 1885, termine del Congresso di Berlino che stabilisce le regole della spartizione coloniale dell’Africa: l’Europa, il continente più avanzato all’epoca grazie soprattutto alla rivoluzione Industriale, contava 275 milioni di abitanti, mentre l’Africa, con una superficie sei volte più grande, non superava i 100 milioni. A partire da questa fotografia demografica di fine Ottocento Smith, con l’ausilio dei dati, tratteggia la ben diversa situazione attuale dei due continenti e, soprattutto, le possibili previsioni future.

«Alla vigilia della seconda guerra mondiale, la geografia umana dell’Africa registra una svolta che delimita chiaramente un “prima” e un “dopo”. Un “prima” in cui, per quanto si risalga a un passato remoto, la popolazione africana cresceva assai lentamente, quando non stagnò a causa di due cataclismi demografici: il commercio degli schiavi, poi, sul finire del XIX secolo, l’”incontro coloniale”. Il “dopo” è invece la crescita folgorante della popolazione in misura assolutamente eccezionale: la moltiplicazione per quindici del numero degli africani nel periodo 1930-2050. A titolo di confronto: il coefficiente moltiplicatore per la popolazione francese, 41,5 milioni nel 1930, è di 1,7, il che significa 70 milioni di francesi nel 2050» (p.4).[1] Il trend si inverte perché, negli anni tra le due guerre, Francia e Gran Bretagna (i due principali colonizzatori) iniziano a disegnare una politica di sviluppo dei loro possedimenti a sud del Sahara, coniata dallo storico Frederick Cooper come developmental colonialism – un modo per calmare le coscienze: con la dotazione di infrastrutture e l’implementazione di politiche sanitarie «avrebbero avviato la più grande crescita demografica della storia dell’umanità».

La popolazione globale, che ha raggiunto il suo zenit di fecondità all’incirca a fine anni Sessanta e la sua massima crescita in numero assoluto negli anni Ottanta, è entrata in una fase di declino demografico.[2] L’Africa rappresenta un’eccezione, ed è per questo necessario focalizzarsi sui numeri del continente nero: gli africani sono passati dai 150 milioni del 1930 ai 600 milioni del 1989, raggiungendo infine il miliardo nel 2010. Nel 2050, scrive Smith, la popolazione dell’Africa – che sotto il Sahara continuerà a crescere fino a quella data tra il 2,5 e il 3% annuo – sarà raddoppiata e rappresenterà il 25% su un totale mondiale di circa 10 miliardi di abitanti; nel 2100 raddoppierà ancora, raggiungendo il 40% del totale mondiale che si aggirerà poco oltre gli 11 miliardi.

Per ora gran parte della popolazione africana è troppo povera per emigrare, però, afferma l’Autore, un numero in rapida ascesa sta emergendo dalla povertà assoluta e potrebbe avere i mezzi per imbarcarsi verso l’Europa: se gli africani seguissero l’esempio messicano – l’avvio di prosperità ha portato tra il 1975 e il 2010 10 milioni di messicani, prima troppo poveri, a emigrare negli Stati Uniti – l’Europa si troverebbe dinanzi ad una immigrazione di portata inimmaginabile.

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Indice dell’articolo

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[1]Prima della «svolta» il numero degli abitanti a Sud del Sahara è aumentato nel giro di quattro secoli (1500-1900) solo del 20%. Nello stesso periodo la popolazione europea, al pari di quella cinese, si è quintuplicata.

[2]Vi sono però da segnalare i guadagni in termini di longevità: nel 1900 la speranza di vita in Europa e America del Nord era di 47 anni, a distanza di mezzo secolo era salita a 70.


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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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