Scritto da Mattia Diletti
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Questo articolo riprende alcune delle tesi esposte nel libro di Mattia Diletti: Politica e intellettuali. Ideologi, esperti, think tank, edito nel 2023 da Mondadori Università.
«Gli intellettuali sono un gruppo a sé stante, un gruppo non molto simpatico perché presume di avere il monopolio del sapere, del capire. Gli intellettuali sono sempre stati in competizione con i preti»[1]. La citazione di Alfonso Berardinelli è tratta da Che intellettuale sei?, un volume del 2011. Si può convenire con Berardinelli che gli intellettuali abbiano una funzione sacerdotale nell’epoca della modernità borghese europea e dei partiti-chiesa della società di massa. Una funzione che poteva attirare gli strali di chi non apparteneva alla schiera degli iniziati. Quando Berardinelli scrive quel volume esiste già l’intellettuale televisivo e pop, ma si percepisce ancora il dialogo con la figura dell’intellettuale del Novecento: quello delle riviste, dei convegni, degli editoriali, delle pagine culturali, dell’accademia, dei circoli, del ruolo nei partiti, degli appelli, del “lancio” dei dibattiti ecc.
Sarebbe interessante riscrivesse quel testo a più di dieci anni di distanza, ora che le forme della vita intellettuale sono mutate ancora, come è mutato il rapporto fra intellettuali e società. Quando si torna a discutere di un tema – qualsiasi tema, non solo quello degli intellettuali – si tende a enfatizzarne la centralità o la sua profonda trasformazione: “non si può non tornare a discutere di…”. Tredici anni dopo l’uscita di Che intellettuale sei? si vuole sostenere che, per davvero, sono cambiate molte cose. L’ipotesi è che siano accadute in particolare quattro cose, le più importanti di una seria di cambiamenti non banali intervenuti in questo lungo decennio:
1) la fase populista ha delegittimato la figura degli intellettuali quali componente dell’establishment, ma in realtà ha rappresentato anche la sfida di “competenti outsider” che hanno cavalcato l’ondata populista per sfidare gli intellettuali/esperti “insider”;
2) la Grande Recessione del 2007-2008 ha fatto tramontare l’idea che le società occidentali avrebbero prosperato grazie ad hub economici – per lo più urbani – ad alta densità creativa e intellettuale, facendo di questa classe creativa un motore decisivo di creazione di valore aggiunto (in questo caso va accettata una concezione ampia del termine di intellettuale, sulla quale si tornerà);
3) la crisi dell’ordine politico neoliberale ha rotto il dominio intellettuale dei sostenitori della globalizzazione, di un certo modello di società aperta e di relazione fra politica e mercato. Questa crisi di legittimità ha aperto la strada a un’internazionale populista e nazional-conservatrice che esprime i suoi centri di pensiero e i suoi intellettuali;
4) l’intellettuale della democrazia borghese – il prete di Berardinelli, che nel suo libro chiama “il metafisico” – è solo una delle forme possibili dell’intellettualità. Régis Debray diceva che gli intellettuali sono «l’insieme degli individui socialmente legittimati a esprimere pubblicamente un’opinione personale concernente le questioni pubbliche»[2]. Questa legittimità è andata perduta da tempo: la competizione non è più con i preti, ma con gli influencer. Oggi l’intellettuale può continuare a contare sulla potenza delle idee, ma senza un’infrastruttura che lo aiuti ad attraversare con competenza i luoghi della produzione, manipolazione e popolarizzazione delle idee avrà vita dura.
Partiamo dal primo punto.
Intellettuale populista non è un ossimoro
In Italia parlare di intellettuali è tornato di moda: forse, per davvero, qualcosa è accaduto. Come si diceva poco fa, negli anni Dieci del XXI secolo intellettuali ed esperti, accomunati a giornalisti e politici, sono finiti sotto accusa, scivolando insieme nel calderone populista: qualcuno è tornato a interrogarsi su questa vicenda. Giorgio Caravale ha pubblicato un libro che tratta del rapporto fra politica e cultura in Italia nell’ultimo trentennio; la Rivista il Mulino ha curato nel 2022 un volume dal titolo La vocazione intellettuale; l’anno prima, per i tipi della stessa casa editrice, è apparso il testo Intellettuali di Sabino Cassese; sempre nel 2021, lo storico della letteratura Franco Brevini ha dato alle stampe il volume Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali? Siamo già oltre, insomma, le tre coincidenze che fanno una prova, come diceva Agatha Christie. Studiosi e intellettuali di generazioni e discipline diverse hanno avvertito il bisogno, a distanza di poco tempo, di ragionare di nuovo sul ruolo degli intellettuali nella società e in rapporto con il potere politico[3].
Nel discorso populista, a livello globale, la gran parte degli intellettuali e degli esperti sono inclusi nella schiera delle élite corrotte, in virtù di una presunta rendita di posizione garantita dalla contiguità con le élite politiche ed economiche. Il programma de “l’uno vale uno” non ha riguardato solo i processi politici, ma anche quelli della riproduzione del sapere e della funzione intellettuale. Pensiamo, per esempio, all’immaginario politico-ideologico del primo Casaleggio e di Beppe Grillo, e di come entrambi concepivano la Rete come luogo della produzione di un sapere collettivo, come se fosse portatrice di un processo emancipativo basato sull’acquisizione e produzione di sapere di tipo orizzontale, ovvero l’utopia della democrazia digitale. Nell’ottica populista nuove figure provenienti da circuiti diversi della formazione della conoscenza – spesso gli esclusi o la periferia del mondo accademico globale – possono sostituire il vecchio establishment intellettuale.
L’intellettuale frustrato
Alvin Gouldner, negli anni Settanta del Novecento, vedeva negli intellettuali la possibilità di poter svolgere una “funzione universale”. Oltre ai capitalisti che posseggono i mezzi di produzione e ai proletari, sarebbe esistita una “nuova classe”[4] che forniva le competenze tecnico-intellettuali necessarie allo svolgimento delle complesse operazioni della produzione capitalistica. Ci sono vari modi per caratterizzare questa “nuova classe”, ma Gouldner preferiva il termine intellettuali. Comunque la si definisse, insisteva sul fatto che fosse in espansione poiché indispensabile al funzionamento del capitalismo. Senza il contributo degli scienziati, dei ricercatori, dei tecnici, degli ingegneri, degli esperti di gestione e degli specialisti della comunicazione, il capitalismo non avrebbe potuto rendere le sue imprese né produttive né efficienti, né sopravvivere in un ambiente in cui l’innovazione era indispensabile nel fornire un vantaggio competitivo.
Gouldner aveva sbagliato previsione: non è emersa nessuna nuova classe con funzione universale; decenni dopo non è emerso nemmeno nessun “cognitariato” – i lavoratori cognitivi del precariato intellettuale diffuso, ovvero una forma recente di proletarizzazione dei ceti medi – con funzione trasformativa. Al massimo, per un certo tempo era emersa una narrazione pubblica ottimistica rispetto al ruolo di una “classe creativa” urbana che avrebbe trainato la società come motore di innovazioni decisive, grazie alle “Tre T”: «Talento, Tecnologia, Tolleranza»[5]. Nell’interpretazione di Richard Florida l’ascesa di questa “nuova classe” avrebbe avuto un carattere emancipativo, in quanto i creativi avrebbero prodotto una moltiplicazione degli effetti positivi dovuti all’espansione dell’economia digitale, in primo luogo negli spazi urbani in cui vivevano e operavano.
Una nuova generazione che era anche la più istruita della storia dell’umanità, oltre la più plurale: meticcia, integrata, con la più alta partecipazione femminile al mercato del lavoro di sempre, una propensione molto forte all’innovazione e all’autoimprenditorialità nel campo dei lavori “cognitivi”. L’innalzamento delle aspettative che ha caratterizzato gli anni Novanta e parte dei primi Duemila era legata a una specifica interpretazione dei fenomeni di globalizzazione, al tempo stesso dominante e fuorviante: questi ultimi parevano promettere una crescita, se non infinita, assai duratura, legata a fattori ben definiti dello sviluppo economico mondiale. La crisi economica del 2007 ha cancellato il ricordo di queste narrazioni – molto in voga per quasi un ventennio – e ha prodotto tutt’altro umore.
Non a caso il tema della pauperizzazione della classe intellettuale è tornato in auge in questo decennio, portando con sé una domanda che era già comparsa in altre epoche: la proletarizzazione del ceto medio intellettuale, o una condizione di deprivazione relativa, può comportare una politicizzazione della classe intellettuale? In questo caso la classe intellettuale impoverita diviene immediatamente “giovane classe intellettuale impoverita”: quest’ultima soffrirebbe in modo più evidente la crisi di reddito e la mancanza di progressione sociale.
La rappresentazione della “intellettualizzazione dell’umanità” è delineata qui: «Nelle più ripetitive mansioni impiegatizie, così come nelle professioni liberali, sono intellettuali le competenze richieste – il capitale culturale accumulato in tre o quattro lustri di studio – ed è intellettuale il tipo di operazioni svolte – lettura, scrittura, “manipolazione di beni simbolici”, per citare Bourdieu. La diluizione della classe intellettuale in un’ampia classe media istruita procede incessantemente in ogni parte del globo, tanto che potremmo affermare che la Storia universale appare ormai chiaramente come la storia dell’intellettualizzazione dell’umanità (…) Ma ogni società si è da sempre già confrontata con un limite più banale, legato alla sua capacità di assorbire tutti gli intellettuali che produce, mantenendo un equilibrio sostenibile tra le differenti attività economiche. O perlomeno, quando non riesce ad assorbirli, a gestire il loro malcontento»[6]. Il malcontento delle classi medie istruite è sempre stato un motore di destabilizzazione sociale: lo stiamo ancora attraversando e non sappiamo fin dove ci porterà.
I Machiavelli dell’etno-nazionalismo
L’attenzione di studiosi e commentatori si è necessariamente catalizzata anche attorno ai sistemi di idee e credenze che si sono sviluppati grazie ai campioni del Global Populism; e con essa quella per gli animatori – intellettuali ed esperti – che hanno deciso di proporsi come i “Machiavelli” dei leader populisti, nonostante le apparenti contraddizioni sottolineate in precedenza, ovvero l’assunto tipico di buona parte degli studi sul populismo, considerato un movimento che associa l’anti-intellettualismo all’anti-elitismo.
I leader e i partiti populisti, nonostante ciò, non esitano a ricorrere ai “loro” esperti e intellettuali: “gli ingegneri del caos” – fortunata espressione di Giuliano Da Empoli – sono indispensabili sia nella fase “generativa” che in quelle dell’ascesa e in quella dell’istituzionalizzazione. Cosa accade, per esempio, quando conquistano posizioni di comando? O quando devono interpretare la realtà per offrire una visione del mondo orientata all’azione politica organizzata? L’istituzionalizzazione dei partiti populisti e dell’estrema destra ha determinato una relazione diversa con gli intellettuali. Un esempio: per ridurre le distanza fra élite e popolo, i “populisti al potere” propongono sistematicamente il ridisegno delle istituzioni della rappresentanza. I leader populisti, quindi, necessitano di intellettuali e tecnici che costruiscano una teoria della democrazia diretta e del rapporto tra leader e popolo. Come sempre, qualcuno deve assolvere la funzione di legittimare, da un punto di vista ideologico e/o tecnico, le idee di un nuovo potere costituito.
L’ultimissima generazione di think tank conservatori svolge esattamente questa funzione. Registriamo tre fenomeni, osservando la punta più avanzata di questa evoluzione intellettuale, ovvero gli Stati Uniti: l’ulteriore radicalizzazione di alcuni importanti think tank conservatori della generazione nata negli anni Settanta, l’uscita dalla marginalità di alcuni think tank ultra-conservatori e la nascita di nuovi think tank legati alla galassia trumpiana. Nel primo caso l’esempio è la nota Heritage Foundation, nel secondo il Claremont Institute[7], nel terzo l’America First Policy Institute[8], nato nel 2021. Le aree di policy di maggiore importanza per questi think tank sono riconducibili a quattro macro-temi: nazionalismo economico, politica estera del “doppio binario” (proiezione extra-territoriale limitata, ma muscolare nella competizione con la Cina), depotenziamento del welfare e lotta all’immigrazione; inoltre, il compito immediato che si sarebbero prefissati è quello di rafforzare le competenze dei giovani lealisti del partito, ovvero la filiera degli staff per l’amministrazione e i membri del Congresso. Che piaccia o meno, da qui proviene una sfida intellettuale per questa epoca, da parte di un mondo che pare cogliere “lo spirito dei tempi”.
L’intellettuale macchina
L’intellettuale che vuole tornare ad avere una funzione pubblica si confronta con uno spazio pubblico disintermediato, reticolare, digitale e immediato – o meglio: reintermediato attraverso i nuovi media, “l’autocomunicazione di massa” basata su reti orizzontali (per citare Manuel Castells) e l’apparato algoritmico delle piattaforme – spettacolarizzato dal media televisivo (caratterizzato dalle forme dell’infotainment e della politica pop), influenzato dai meccanismi di polarizzazione emotiva degli eventi sociali e politici tipici della fase populista. Molto spesso, soprattutto nella stessa auto-rappresentazione nostalgica dell’intellettuale che fu, lo si rappresenta come “destabilizzato” e orfano di un “piccolo mondo antico”, come se non fosse un animale sociale capace di adattarsi all’evoluzione della società. Esiste un’ampia letteratura che mostra l’adattamento delle leadership politiche al sistema dei media, e in particolare all’assunzione delle forme di comunicazione delle celebrity televisive da parte della classe politica: ciò vale anche per le celebrità intellettuali che dominano i talk-show televisivi e non si sottraggono al fenomeno collettivo della vetrinizzazione sociale.
L’ipotesi che qui si vuole sostenere è che l’intellettuale dei XXI secolo è un intellettuale che può svolgere una funzione pubblica solo se è in grado di accettare tutte le sfide provenienti dagli ecosistemi comunicativi, comprendendo il funzionamento dell’intera linea di produzione, sviluppo, promozione e adattamento ai diversi media grazie alla quale le idee divengono “fatto sociale”. Proprio in virtù di una definizione ampia di intellettuale – che va dal “metafisico” di Berardinelli al social media manager – il lavoro intellettuale deve necessariamente svolgersi dentro una macchina collettiva, che cura ogni aspetto di quella linea di produzione in una dinamica osmotica (il social media manager deve “capire” il “metafisico”, e viceversa). Il grande intellettuale che pensa il mondo e dice la verità al potere non sparirà: deve solo addestrarsi a vivere nei luoghi della produzione di senso comune e abbandonare le vecchie vestigia curiali. Sempre che gli interessi un ruolo pubblico.
[1] Alfonso Berardinelli, Che intellettuale sei?, Nottetempo, Roma 2011, p. 4.
[2] Régis Debray, Le pouvoir intellectuel en France, Ramsay, Parigi 1979, p. 43.
[3] I testi cui si fa riferimento sono, nell’ordine: Giorgio Caravale, Senza intellettuali. Politica e cultura in Italia negli ultimi trent’anni, Laterza, Roma-Bari 2023; AA. VV., La vocazione intellettuale, «Rivista il Mulino» (Vol. 517), 2022; Sabino Cassese, Intellettuali, il Mulino, Bologna 2021; Franco Brevini, Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali? La crisi dell’autorità culturale, Raffaello Cortina, Milano 2021.
[4] Alvin Ward Gouldner, Il futuro degli intellettuali. Per una sociologia del Discorso Critico, Mimesis, Milano 2015.
[5] Richard Florida, Cities and the Creative Class, Routledge, Londra 2005.
[6] Raffaele Alberto Ventura, Le avventure del proletariato intellettuale, in AA. VV., La vocazione intellettuale, «Rivista il Mulino» (Vol. 517), 2022, pp. 62-72.
[7] Il Claremont Institute è un think tank conservatore di base in California, fondato nel 1979. La sua influenza nel dibattito pubblico non è paragonabile ad altri centri della destra americana, ma è stato il primo think tank ad appoggiare Donald Trump durante le primarie del 2016, al quale ha fornito personale per la sua amministrazione a partire dal 2017. Uno dei leader del Claremont ha depositato, in qualità di avvocato, una delle cause per frode elettorale avanzate da Trump dopo le elezioni del 2020. Dal 2021 il think tank si è dotato di una sede a Washington.
[8] L’America First Policy Institute è il primo think tank conservatore “nativo” dell’era trumpiana: la leadership dell’istituto è composta da ex membri dell’amministrazione Trump. Il più noto è Larry Kudlow, ex Direttore del National Economic Council del Presidente Trump e noto volto televisivo della catena Fox News.