I linguaggi del virus. Intervista a Bruno Montanari
- 19 Settembre 2020

I linguaggi del virus. Intervista a Bruno Montanari

Scritto da Nicola Dimitri

14 minuti di lettura

L’avanzare violento e, per certi versi, inaspettato della pandemia ha causato in tutto il mondo innumerevoli sofferenze umane e severe turbolenze economiche che hanno indotto gran parte dei decisori politici ad adottare – sia pure per comprovata necessità – misure securitarie tese a comprimere i diritti fondamentali dei cittadini (ad. es. la libertà di circolazione, di iniziativa economica, di riunione) e modificarne abitudini sociali e lavorative. Invero, se da un punto di vista economico-sanitario le conseguenze negative collegate alla diffusione del Covid-19 sono del tutto evidenti, meno lo sono le conseguenze che la pandemia ha generato sul linguaggio, fattosi tempestivo testimone dell’emergenza in corso. In pochissimo tempo, infatti, il lessico della pandemia ha permesso a parole nuove di fare il loro ingresso nell’uso comune e, invece, a parole ormai dimenticate di imporsi con prepotenza nel vocabolario della comunità. Si pensi ad esempio a parole – apparentemente – nuove come lockdown, spillover, smart-working o, all’opposto, al ridondante ricorso a parole quali: confinamento, distanziamento, assembramenti, letalità. Perfino “DPCM”. L’emergenza sanitaria, pertanto, ha offerto l’occasione di spendersi in una riflessione sul linguaggio. Più propriamente, in una riflessione incentrata sulle conseguenze prima di tutto sociali e poi politiche che, inevitabilmente, la modifica del linguaggio a causa della pandemia ha generato nel tessuto sociale. 

Bruno Montanari è Professore Ordinario di Filosofia del diritto e Teoria generale del diritto. Ha insegnato nelle facoltà di giurisprudenza delle Università di Bari e di Catania e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Tra le sue pubblicazioni: Fenomeni sociali e lettura giuridica (Torino 1989), Effettività e giuridificazione. Il diritto sindacale negli anni ‘80 (Milano 1990), Itinerario di Filosofia del diritto (Padova 1995), Luoghi della Filosofia del Diritto. Idee, strutture, mutamenti (Torino 2009) e La fragilità del potere (Milano-Udine 2013).


Come ci avverte – tra gli altri – Ludwig Wittgenstein, il modo in cui si parla e il modo in cui si vive sono legati da una inscindibile complicità. In questo senso, osservare un linguaggio – e le modificazioni che lo stesso subisce – non significa solo osservare delle parole; significa (anche) comprendere tutto un intricato e complesso sistema sociale, composto da norme giuridiche e pratiche relazionali che, insieme, permettono il farsi della vita in comune. Ciò considerato, è interessante chiedersi in che modo il linguaggio adoperato dagli attori della comunicazione e dell’informazione abbia influito sulla percezione della minaccia dovuta alla pandemia.

Bruno Montanari: La sua domanda coglie nel segno. La realtà che noi incontriamo ogni giorno, o meglio ciò che noi nel linguaggio comune chiamiamo “realtà”, non è costituita altro che dai nostri “sguardi” sul mondo, i quali prendono consistenza attraverso la forma della parola, che si struttura in “linguaggio”. Parole e strutture linguistiche sono dunque le “rappresentazioni” di ciò che ciascuno di noi, sia come singolo individuo, sia come appartenente ad un ambiente sociale, definisce “realtà”. I linguaggi, quindi, riflettono sistemi di pensiero o più semplicemente modalità con le quali un ambiente sociale si rappresenta il mondo in cui vive e comunica, capendosi. Da questo punto di vista ciò che sta accadendo nella abitudine linguistica propria degli organi della comunicazione mediatica per giungere fino al linguaggio giornaliero, soprattutto delle più giovani generazioni, è qualcosa di sconcertante. Accade ciò che io definisco l’affermarsi di una sorta di meticciato della lingua italiana; il suo essere infarcita (sì “infarcita”: uso scientemente questo termine piuttosto rozzo) da parole inglesi. Proprio perché parole e linguaggi esprimono sistemi di pensiero e relative rappresentazioni del mondo, meticciare la propria lingua significa non avere più una propria visione del mondo e lasciarsi colonizzare da visioni altrui; significa rinunciare alla propria tradizione culturale quasi che questa, ormai, non sia più in grado di leggere il mondo nel quale viviamo. L’anglomania prevalente è ciò che definirei, con una espressione che prendo dall’oggi, una sorta di smart lingua, che ha ridotto al minimo la riflessione e la capacità di argomentazione dei pensieri; meglio, ha sostituito il pensare con un insieme di affermazioni icastiche, scheletriche, apodittiche, destinate a produrre una semplicistica interazione reattiva. Se, allora, il linguaggio è la rappresentazione del mondo, la smart lingua è il segno di una riduzione semplicistica di quella che chiamiamo “realtà”. Anche qui occorre chiarire: ci troviamo di fronte ad un mondo estremamente complicato, ma un conto ne è una rappresentazione linguisticamente semplice che tuttavia sia capace di far pervenire il senso della complessità dei problemi, altro è una semplificazione che disabitua la capacità di riflettere e costruire pensieri. E questo è un fenomeno che stiamo registrando a tutti i livelli: dalla politica internazionale alla comunicazione politica interna, alla comunicazione mediatica fino alla conversazione comune ridotta a “faccette”. Soprattutto quando questa disabitudine al pensiero è resa diffusamente operativa dalle tecnologie che conformano l’ “Infosfera”. Ricordo una intervista che Luciano Floridi, come è noto professore ad Oxford di filosofia ed etica dell’informazione, rilasciò nel 2018 al Domusforum di Milano su “Il futuro delle città”, intorno alla intelligenza artificiale, intesa come “matrimonio” tra uomini e macchine, o piuttosto un “divorzio”; in essa stigmatizzava come “fenomeni complessi possono essere resi concettualmente più semplici, ma c’è un limite oltre il quale la semplificazione diviene una distorsione inaffidabile e pertanto inutile”.

Cosa totalmente diversa, ovviamente, è conoscere altre lingue, proprio per comprendere altre visioni del mondo; solo dalla reciproca comprensione, infatti, può svilupparsi il dialogo ed il confronto tra diversi sistemi di pensiero. Con il meticciato, al contrario, non si apre al confronto ed al dialogo ma si cade in una sorta di subordinazione culturale a qualcosa di altro del quale non si ha consapevolezza neppure del modello culturale di provenienza.

 

Ad avviso di John Austin ogni dire è anche un fare. In buona sostanza, ogni lingua non è soltanto un sistema di pensiero e ogni linguaggio è – anche – traccia dell’operatività del sistema sociale in cui esso è impiegato: ogni parola, infatti, riesce non solo a rappresentare un comportamento ma anche (tramite diritti, obblighi e doveri, che sono parole a loro volta) reificare fatti. In questo senso, si può affermare che dall’osservazione delle parole si possono dedurre comportamenti e dall’osservazione dei comportamenti si può risalire alle norme che li disciplinano – e viceversa –. Ciò considerato, a suo avviso, il lessico impiegato per descrivere il fenomeno pandemico, evidenziarne gli effetti negativi sulla salute e raccomandare le condotte da assumere, ha avuto un effetto disgregante nella comunità, generando sentimenti di ostilità, frammentazione e diffidenza reciproca o, al contrario, è stato in grado di responsabilizzare gli individui, avviare una riflessione sui doveri dell’essere in comunità, così favorendo la coesione sociale? Al riguardo, crede che l’utilizzo abusato e cronico di parole, invece, assai sporadiche in scenari pre-pandemici (come ad esempio contagio, terapia intensiva, focolaio) o, ancora, il ricorso sistematico a statistiche e cifre circa il numero dei contagiati, abbia avuto l’effetto di depotenziare la percezione della drammaticità dell’evento o, al contrario, abbia generato eccessivo allarmismo allontanando il dibattito pubblico da una seria presa in considerazione delle priorità sociali e politiche? In altri termini, che impatto (dunque che forza) hanno avuto e tuttora hanno, le parole della pandemia?

Bruno Montanari: Le sue domande sono davvero stimolanti, prima Wittgenstein ora Austin; potrei anche aggiungere un linguista, e non solo, scomparso pochi mesi fa: Georges Steiner. Ma fermiamoci a Austin. Come fare cose con parole è il titolo di un testo di John Austin, che raccoglie alcune lezioni che il filosofo oxoniense, fondatore della filosofia analitica, tenne ad Harvard nel 1955; il testo fu pubblicato in Italia nel 1962. Nell’attuale secolo, le tecnologie che hanno dato vita all’infosfera hanno concretizzato e materializzato, a livello di fruizione quotidiana, come ho ricordato poco sopra, quella posizione filosofica che si affermò alla metà del secolo scorso.

La sua osservazione circa “l’utilizzo abusato e cronico di parole, invece, assai sporadiche in scenari pre-pandemici (come ad esempio contagio, terapia intensiva, focolaio)” richiamano da vicino il tema di Austin, naturalmente con i dovuti distinguo e mediazioni operative dettati dall’uso, anche inconsapevole, nei vari ambiti nei quali prende forma quella che possiamo definire “vita comune”.

In questa prospettiva non intendo entrare in affermazioni, giudizi, valutazioni intorno al virus; osservazioni che toccano a coloro che per mestiere si occupano della materia in termini scientifici, sia sul piano della virologia (in senso ampio) che su quello della clinica. Intendo, invece, soffermarmi proprio sui linguaggi da lei richiamati e adoperati dagli attori della comunicazione, sia essa politico-amministrativa, sia essa di tipo genericamente informativo.

Innanzitutto alcune parole ricorrenti nella informazione, capaci di “far cose”; due in particolare: “focolai” e “contagi”. Esse, unite al nome proprio del virus, “Covid-19”, hanno una funzione propagandistico-allarmistica, con relativo efficace impatto. Queste tre parole, messe insieme, “fanno cose”: producono, infatti, nella gente comune, quel genere di impatto emotivo-subliminale relativo alla presenza di un qualcosa che in altra epoca sarebbe stato chiamato vaiolo, peste nera o colera, del quale ultimo (detto per inciso) un’epidemia vi fu davvero, a Napoli, qualche anno fa, ma che credo nessuno ricordi, perché il linguaggio fu assai più moderato. Con questa osservazione non intendo sminuire la gravità della situazione, intendo solo ribadire le parole di Floridi che “fenomeni complessi possono essere resi concettualmente più semplici, ma c’è un limite oltre il quale la semplificazione diviene una distorsione inaffidabile e pertanto inutile”. E, aggiungo, socialmente e politicamente pericolosa; ma su questo magari torneremo più avanti.

 

Per restare nell’ambito del vocabolario della pandemia può essere opportuno fare riferimento ad una serie di parole che hanno occupato a lungo il dibattito pubblico, come: “terapia intensiva”, “infermieri e operatori sanitari”, “banchi con le rotelle” e, da ultimo, “sperimentazione del vaccino”. Ebbene, parole di questo tipo strettamente legate all’emergenza in atto – e spesso utilizzate dagli attori politici per evidenziare le criticità dovute al malgoverno degli avversari o per sponsorizzare proprie iniziative – hanno, in qualche modo, messo in evidenza emergenze precedenti. Si pensi, ad esempio, alle questioni antiche – ma tornate alla ribalta in questi giorni – legate alla carenza delle terapie intensive: segno dell’inefficienza di un sistema sanitario sempre più devoluto alla gestione privata. Si pensi, inoltre, al tema relativo agli insufficienti compensi degli infermieri o all’inadeguato inquadramento contrattuale degli operatori sanitari o, ancora, alla questione che attiene la (in)sicurezza strutturale degli istituti scolastici, emersa solo a seguito della – asserita – necessità di dotare le scuole di banchi anti-virus. Infine, si pensi al tema, assai dibattuto, della corsa alla produzione del vaccino: numerosi esponenti politici hanno affermato che la fase per giungere alla produzione sarebbe vicina. Invero, è notizia recente che la sperimentazione, a causa di effetti collaterali imprevisti, in parte è stata sospesa. Alla luce di ciò, fino a che punto, il linguaggio politico, anche in un contesto emergenziale come questo, si può ritenere scevro da fini utilitaristici e interessi privati? In altre parole, alla richiesta di una rapida responsabilizzazione degli individui, è seguita una responsabilizzazione del contesto politico?

Bruno Montanari: Rispondo per ora solo alla prima parte della sua domanda. Le considerazioni socio-politiche, alle quali peraltro ho già accennato, le vorrei svolgere più avanti.

Su quanto dice circa la questione sanitaria non si può che essere d’accordo. Infatti, il risultato linguistico-impressionistico che la sequenza linguistica focolai – contagi – Covid-19 realizza è quello che oggi ci si ammali, si sia ricoverati e si muoia solo di Covid-19. Tutte le altre patologie, con tutta la loro drammaticità, sembrano essere scomparse. Ed una conferma di questa novità materiale è data dalle dichiarazioni che si susseguono circa l’uso dei fondi ottenuti dall’Europa per un forte rafforzamento della nostra sanità pubblica, fortemente indebolita negli anni scorsi. Quasi che solo l’avvento del Covid-19 abbia sollecitato tale doverosa intrapresa, mentre le altre gravi patologie non meritavano, già nel passato, analoga attenzione finanziaria e propagandistica. La forza delle parole!

In immediata correlazione, ma in senso opposto, è stato l’annuncio giocato sulla espressione spauracchio dei mesi passati “lockdown”: “non vi saranno lockdown, in italiano “confinamenti”. Dalla comparazione dei linguaggi nasce spontaneo l’interrogativo: come si può fare una affermazione così perentoriamente tranquillizzante, se tutta l’informazione è innervata da un linguaggio allarmistico?

Dalla comparazione dei linguaggi, qualcosa non torna. Ma andiamo avanti, altro annuncio; questa volta con finalità prescrittive: le mascherine obbligatorie dopo le 18.

Se ci fermiamo alle parole nasce immediata l’idea che il virus contagi ad orario. Il virus sarebbe una sorta in impiegato che alle 18 timbra il cartellino esce dal posto di lavoro e va in giro a contagiare. Una manifestazione linguistica del genere mi ricorda una immagine che mi si è impressa nella memoria molti anni fa. Ero a Halle an der Saale, nella allora Repubblica Democratica Tedesca, per un soggiorno di studio della lingua tedesca. Un pomeriggio, approssimativamente intorno all’ora fatidica sopra ricordata, mi trovai dinanzi a un discreto numero di lavoratori che, usciti dal lavoro, con una vecchia borsa sotto il braccio, forse di pelle sgualcita, in fila, si accingevano a prendere un cono gelato. Una immagine che mi impressionò: ordine, obbedienza e modestia di vita, se non povertà, tutto in un attimo impressionistico. Muoversi con la mascherina dopo le 18 ha resuscitato in me questa immagine; chissà perché. Forse l’immagine di obbedienti in fila… ma ancor più “obbedienti”, perché destinatari di una prescrizione dal senso imperscrutabile.

A parte il ricordo personale, l’interrogativo resta: il virus ha una incidenza ad horas oppure sviluppa la sua contagiosità su base logistica: luoghi chiusi, promiscuità in modalità ristretta… e così via? Situazioni che nulla hanno a che fare con l’orario!

A proposito di promiscuità in modalità ristretta vediamo gli annunci sulle discoteche. Inizialmente via libera, purché nel rispetto del distanziamento di un metro e le mascherine. In questo caso, quelle parole non “fanno cose”. Non credo, infatti, ci voglia una grande perizia per capire che è un annuncio da presa in giro: come è possibile muoversi in una discoteca con quegli accorgimenti? Allora la domanda è: cosa si muoveva nella testa di quel ministro quando ha fatto un tal tipo di annuncio? O meglio: come è fatta la testa di quel ministro per dar voce a quel tipo di linguaggio permissivo e al tempo stesso cautelare, ma impossibile?

Continuo. Giunge, poi, la nuova disposizione che chiude le discoteche per il pericolo del contagio. È ancora una questione di testa. Il pericolo rappresentato dalle discoteche è ben precedente il Covid-19 e seguirà a questo (se vi sarà un dopo): alcolici e droga sono gli ingredienti principe dello “sballo” con le conseguenze purtroppo spesso tragiche che conosciamo.

Come nell’esempio sanitario precedente: da questi annunci sembra che l’unica causa di effettivo, immediato pericolo, questa volta per i giovani, sia stata l’individuazione del Covid-19. Ma alcolici e droga nelle discoteche, con i relativi affari sporchi, sono mai entrati nell’agenda degli annunci governativi (di qualsiasi governo) e delle loro conseguenze normative?

Poi passiamo alla scuola: inizio il 14 settembre. A parte la questione dei controlli sanitari, la scuola consente di prendere in esame un altro annuncio: il commissario preposto allestisce un bando per 2 milioni e mezzo (o 3 milioni, non è chiaro) per nuovi banchi anti virus. Mi chiedo perché un commissario di uguale investitura giuridica quattro anni fa non abbia fatto un annuncio di gara per rimuovere i milioni di tonnellate di macerie del terremoto d’Abruzzo e per promuovere celermente la ricostruzione? Forse, bisognava dare a quel terremoto un nome come al virus? Ancora una volta è la sequenza linguistica focolai – contagi – Covid-19 a far fare cose con parole (i bandi di gara sono cose fatte con parole) che in passato, di fronte a grandi tragedie umane, non sono state pronunciate. Ancora una volta “effetti”, ma questa volta negativi, da mancato impatto linguistico.

Insomma, dalle parole si risale alle teste che le pensano e le pronunciano; l’interrogativo allora è: come funziona la testa di questi parlanti? E nella “testa” si mescolano intelligenza, cultura, competenza, fini personali e di qualche sistema, interessi pratici immediati e così via. Le parole veicolano e dissimulano questa poltiglia di stimoli e sollecitazioni che operano nella testa…nella testa, si badi, di ognuno di noi. Ed è su questo che si misura la differenza tra parole in buona fede o in mala fede, tra quelli che Habermas ha definito linguaggi veritativi e linguaggi utilitaristici. E in tutte quei settori della vita nei quali incide il sapere medico – scientifico – sanitario occorrerebbero linguaggi veritativi.

 

L’esperienza della pandemia ha reso evidente quanto le parole siano dotate di un’intrinseca caratura prescrittiva e permettano di modificare condotte, alterare abitudini e percezioni e, al tempo stesso, modificare non solo la scala delle priorità a livello collettivo, ma anche a livello individuale. In altre parole, la performatività del lessico pandemico ha inciso sulla tenuta della coesione sociale. E invero, fatte queste premesse, viene da chiedersi: quanto la pandemia ha inciso anche sulla tenuta del modello democratico? Al riguardo, basti pensare – ad esempio – al discorso con cui il Presidente del Consiglio sulle piattaforme social (bypassando ogni intermediazione) ha annunciato in anticipo il decreto con cui si sarebbe disposta l’interruzione delle attività produttive; o, ancora, alla circostanza che si è scelto di fare ricorso ai DPCM per introdurre misure restrittive impedendo, di fatto, un più ampio coinvolgimento dei diversi organi costituzionali

Bruno Montanari: La sua domanda apre due questioni: una socio-antropologica, l’altra giuridico-politica. Due questioni, però, non separabili, perché si mescolano andando a formare un unico “clima” ambientale. La prima questione, quella socio-antropologica. La funzione ordinaria dei linguaggi, adeguatamente studiati e confezionati, è proprio quella di produrre effetti nei destinatari; dunque non vi è alcuna anomalia nel caso del virus. Ma proprio per questo vi è da chiedersi perché usare un linguaggio allarmistico anziché un linguaggio capace di conciliare responsabilità individuale, responsabilità interpersonale e sociale ed educazione al “buon senso” comune. Anche perché un linguaggio “sopra le righe” genera paura, assuefazione, nevrosi, “menefreghismo”, diffidenza, frammentazione sociale e talora anche ribellione (tornerò sulla questione concludendo questo dialogo). Parlo di concetti noti a chiunque rifletta sugli aspetti della psicologia di massa e sono altrettanto noti gli effetti pericolosi e contraddittori che si verificano. Basti solo una immagine della nostra attuale quotidianità: incontrare persone che in bicicletta o in motorino o chiusi nella propria auto indossino la mascherina è il sintomo di una rappresentazione della realtà che ha due aspetti. Il primo è una sorta di somatizzazione della paura, il secondo è il radicamento di una diffidenza interpersonale, per cui l’ “altro” è un soggetto dal quale occorre guardarsi: non si sa mai! Potrei definirla la sindrome hobbesiana, naturalmente aggiornata, dell’homo omini lupus, il cui esito, occorre averlo a mente, è il Leviatano. Lo diceva chiaramente Hobbes: il pactum societatis, in altre parole il patto interpersonale, non ha, da sé solo, tenuta perché l’ “altro” è per natura inaffidabile; occorre allora il pactum subiectionis. L’immagine della prima edizione del Leviatano (1651, se non ricordo male) è emblematica: il Leviatano raccoglie e custodisce sotto il suo mantello tanti omini, ciascuno conchiuso nella sua singolarità. In altre e più aggiornate parole: la frammentazione sociale affonda le proprie radici in una antropologia monadica e diffidente che induce a soluzioni autoritarie più o meno formalmente visibili.

Tocco ora il secondo punto, che è di natura giuridico-politica, ma costretto entro formule linguistiche: la questione dei due decreti legge con i quali si è autorizzato il Presidente del Consiglio ad emanare norme di natura amministrativa (DPCM) per governare la pandemia prima e la ripresa poi, pur confermando lo stato di l’emergenza. Vediamo i diversi aspetti della questione.

In molti hanno già rilevato che si tratta di una figura, quella dei DPCM, normativamente inedita sul piano costituzionale. L’argomento a contrario, sostenuto dal Presidente è che la loro legittimità deriva da un decreto legge approvato dalle Camere. Procedura, dunque, formalmente ineccepibile. Apparentemente.

In effetti, esiste una legge ordinaria che prevede di per sé la figura del DPCM, come forma in cui vengono promulgate le deliberazioni collegiali del Consiglio dei Ministri che non debbano assumere diverse e più onerose forme (per esempio quella del DPR, con il correlato primo vaglio di costituzionalità operato sotto la responsabilità del Presidente della Repubblica). Di per sé, quindi, il DPCM è una forma normativa, di natura amministrativa, attraverso la quale possono espletarsi talune di quelle competenze che la Costituzione e, conformemente ad essa, le leggi assegnano al Presidente del Consiglio. Ed è questo il punto: le competenze. Meglio. Poiché esiste una norma di legge che tipizza, definendo la natura strettamente amministrativa dell’atto, la competenza del DPCM, è possibile estendere e modificare sostanzialmente, con un decreto legge, la tipicità amministrativa dell’atto?

Infatti, ciò su cui occorre rivolgere l’attenzione è l’oggetto del decreto legge: esso si configura come una sorta di autorizzazione in bianco data al Presidente del Consiglio per operare normativamente, in senso legislativo, e in qualsiasi materia, pur nello spazio di tempo determinato dal decreto; dunque non solo fuori delle competenze gestionali previste dalla legge, ma in qualsiasi materia e quindi anche in quelle costituzionalmente sensibili. Il punto è qui. Sappiamo che gli atti normativi che incidano in materie costituzionalmente sensibili, come quelli che toccano la libertà della persona (ma non solo), debbano assumere, per esplicita riserva costituzionale, forma di legge. Per “scavalcare” quella riserva occorrerebbe una vera e propria revisione costituzionale, da approvare, come si sa, a maggioranza qualificata.

Siamo di fronte dunque ad un decreto legge dal contenuto così costituzionalmente inedito che avrebbe meritato anch’esso, quanto meno, una approvazione a maggioranza qualificata. Mi si dirà, a contrario, che la nostra Costituzione non prevede un tale rafforzamento per l’approvazione di un decreto legge. Rispondo: ma la nostra Costituzione non prevede un decreto legge dal contenuto così innovativo e extra vagans, che, di fatto, seppure indirettamente, comporta un’alterazione del rapporto di competenze tra l’esecutivo e il legislativo in materie costituzionalmente riservate a quest’ultimo. Ne segue che, se è extra vagans l’oggetto del decreto legge, conseguenzialmente avrebbe dovuto essere adeguatamente innovativa anche la procedura di approvazione.

Non so cosa ne pensino i costituzionalisti; mi piacerebbe sentire qualche loro argomentazione in proposito.

Per concludere queste righe, con una considerazione di tipo socio-politico, originata dai linguaggi. Occorre evitare che le parole radicalizzino una alternativa semplicistica e pericolosa tra allarmismo obbediente e negazionismo ribellista, con la relativa speculazione partitica (non politica, la politica è altra cosa) altrettanto dannosa. A tal fine, gli organi di informazione dovrebbero avviare un serio confronto pubblico tra le molteplici teorie sostenute dalle diverse figure e culture professionali (per es. i sopra ricordati virologi, epidemiologi e clinici). Si dovrebbe tener conto, inoltre, che anche nella rete circolano posizioni argomentate scientificamente, sostenute da professionisti che “ci mettono la faccia”; posizioni, quindi, che non possono essere sbrigativamente liquidate come “controinformazione”. La semplificazione conformistica delle parole produce una sensazione di bombardamento linguistico che non educa le persone ad esercitare quella riflessione, quella prudenza e quel buon senso che solo un linguaggio avveduto e intelligente può generare. Lo stesso linguaggio pubblicitario ha assunto contenuti così banalmente ottimistici e tonalità così falsamente carezzevoli da divenire irritante: quasi che sia destinato ad un mondo popolato solo da bambini.

I linguaggi che stiamo sperimentando, insomma, finiscono per realizzare, con la performatività dell’immediatezza, da un lato diffidenza relazionale, frammentazione e reattività sociali e, dall’altro, spingono verso una tendenziale e semplicistica gestione para-autoritaria del governare, sia a livello centrale che locale; e tale tendenza non vale solo per l’Italia, ma è questione mondiale o “globale”, come si usa dire oggi. Questo anche come strumento per fronteggiare quell’altro fenomeno linguistico altrettanto performativo e socialmente disgregante: il libertarismo parolaio ed ugualmente propagandistico (per dir così) che gira nella Web.

In definitiva, la performatività dei linguaggi del Covid-19, incidendo sulla tenuta della coesione sociale, mette in crisi nella sostanza, se non esplicitamente nella forma, il modello democratico parlamentare, del quale quella coesione è lo zoccolo duro. Ma questo è un altro problema da affrontare separatamente. Come è da affrontare partitamente una questione che definirei epocale. È notizia di questi giorni che in tempo di pandemia le multinazionali dell’infosfera e sanitarie, in altre parole i potentati tecnologico-finanziari globali, hanno ottenuto profitti extra ordinem, che non hanno reinvestito in posti di lavoro, ma in capitale finanziario (azioni). In altre parole l’epocalità della questione mi sembra essere la seguente: la globalizzazione tecnologico-finanziaria ha fatto evaporare lo Stato e con questo l’idea stessa di politica. Ma, come dicevo, è una vicenda da trattare diversamente.

Tornando ai linguaggi: come ho cercato di mostrare tutta la realtà che incontriamo, e che a sua volta incontra la nostra vita, è fatta di parole: parole che producono fatti. “Come fare cose con parole”, dunque, come disse John Austin.

Scritto da
Nicola Dimitri

Dottorando in filosofia del diritto presso l’Università degli studi di Genova, cultore della materia in sociologia del diritto presso la stessa Università, è borsista presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli, IISF. È membro di Società Italiana di Filosofia del Diritto, SIFD; Società Italiana Diritto e Letteratura, ISLL; Centro per l’Eccellenza e gli Studi Transdisciplinari, CEST.

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