“Il contagio dell’algoritmo” di Michele Mezza
- 05 Giugno 2021

“Il contagio dell’algoritmo” di Michele Mezza

Recensione a: Michele Mezza, Il contagio dell’algoritmo. Le Idi di marzo della pandemia, Donzelli, Roma, 2020, pp. 288, 14 euro (scheda libro)

Scritto da Nicola Dimitri

12 minuti di lettura

L’emergenza sanitaria in atto, non soltanto ha già mietuto numerose vite umane e causato profonde depressioni economiche, ma ha messo in evidenza tutta la fragilità dei sistemi sociali complessi cui apparteniamo. La fitta rete di interdipendenza economica e sociale che, grazie alla globalizzazione, consente a tutti gli attori – individui, imprese, governi –, quasi senza ostacoli geografici, di effettuare scambi, di implementare politiche, di costruire rapporti umani, è la stessa fitta rete di interdipendenza che, attraversata dal virus, ha coinvolto i medesimi attori nel dramma della pandemia. Investendo ogni aspetto della vita in comune: quello relazionale, emotivo, commerciale, politico, sanitario.

In altre parole, le vicende tragiche che attraversano in questo momento il mondo intrecciano e aggrovigliano tanti fili: ogni destino individuale è accomunato dalla paura e dalla minaccia del virus. E in questo senso, ogni singola vita sembra rientrare nei binari di un destino più ampio, collettivo, ancora avvolto da un interrogativo comune ed irrisolto; che risponde alla domanda: che ne sarà di noi dopo la pandemia?

Ebbene, in questo apparente disordine di fili, in cui ogni incertezza personale è anche un’incertezza collettiva circa i futuri sviluppi della pandemia, la società – ogni società – sente la necessità di affidarsi a qualcosa che, almeno apparentemente, trasmetta sicurezza. Dunque di affidarsi ad un algoritmo, ad un calcolo, ad una previsione statistica; più in generale ad un dispositivo tecnologico (prima) e sociale (poi) che permetta di prevedere l’andamento del contagio lì dove nulla sembra prevedibile. Un dispositivo che permetta di regolare i rapporti umani lì dove ogni regola sembra sopraffatta dalla sua eccezione. Che tenti di garantire il mantenimento della propria salute anche quando nessuna certezza sembra in grado di emanciparsi dall’essere soltanto un’opaca speranza.

Ma quali sono questi dispositivi tecnologici che offrono e trasmettono sensazioni di sicurezza anche in mezzo all’incertezza dovuta alla pandemia? Che ruolo hanno gli algoritmi nella gestione delle emergenze? Chi controlla i dati sanitari e quando la strategia preventiva meramente sanitaria, smette di essere tale e diventa strategia politica?

Il contagio dell’algoritmo (Donzelli Editore) prova a rispondere a queste, ed altre, domande. Certamente il libro in commento è un libro che parla della pandemia da Covid-19 e per questo è un importante riferimento se si è interessati a comprendere da vicino le vicende sanitarie e sociali legate all’imperversare del virus. Ma è anche qualcosa di più. È soprattutto, come suggerisce il titolo, un libro che invita a riflettere sull’importanza che riveste nelle nostre vite e nei sistemi di potere, in particolare in momenti di emergenza, quel sistema nervoso che attraversa il globo che è la rete e con essa il potere tecnologico.

In questi termini, a differenza di altre opere sulla pandemia, sin dalle prime pagine si coglie subito che Michele Mezza, l’autore, non si accontenta di descrivere semplicemente ciò che dal punto di vista sanitario e poi economico è accaduto a partire da febbraio 2020 e che, purtroppo, ancora accade a distanza di un anno. Va più in profondità. Il contagio dell’algoritmo offre al lettore l’opportunità di osservare, da un inedito punto di vista, le implicazioni che gravitano attorno alla pandemia: la riorganizzazione della vita in comune, le inedite modalità di esercizio del potere pubblico in stato di emergenza e, soprattutto, l’importanza rivestita dalle nuove tecnologie digitali e della rete per risolvere la crisi epidemica.

Il contagio dell’algoritmo, dunque, per i temi che pone e le argomentazioni che offre è senza dubbio un libro complesso e ambizioso insieme. Arricchito, inoltre, dalla testimonianza e dai contributi di alcune autorevoli voci che, in modo diverso, si sono trovate coinvolte nella lotta alla pandemia. Ad esempio: la prefazione del libro è affidata a Enrica Amaturo, già presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia. Andrea Crisanti, invece, interviene con un interessante saggio sul metodo scientifico e sull’importanza della ricerca per contrastare il virus. Infine, in appendice, è custodita l’ultima e preziosa lezione del filosofo e matematico Giulio Giorello, scomparso proprio a causa del Covid-19.

Ma entriamo nel merito. Nel volume in esame, l’autore invita a soffermarsi sul fatto che il fenomeno pandemico che sta attraversando il mondo è entrato a pieno titolo a far parte di quegli eventi che per importanza e caratura mutano la storia: la storia della convivenza umana, la storia della percezione del tempo e dello spazio, la storia della partecipazione degli individui ai processi deliberativi. In particolare la storia del potere e del suo rapporto con la tecnica e la scienza.

Tecnica, scienza e potere, appunto. Sin da subito, si comprende che il tema che accompagna l’intero lavoro di Mezza fa riferimento a questa combinazione tripartita. In effetti, l’autore comincia col dirci che, in un momento come quello attuale, la vita sociale si sta ridisegnando e con essa si stanno riorganizzando i poteri che regolano la vita sociale: i poteri pubblici, trovatisi impreparati a gestire con strumenti tradizionali gli sconvolgimenti dovuti all’imperversare del virus, hanno trovato nell’inedita quanto intima relazione con la scienza e con la tecnologia la chiave – almeno apparente – per domare l’onda del contagio.

La rete digitale, che quanto a diffusione sembra competere con la rete dei contagi dovuti al virus, ha dato prova di custodire – avverte Mezza – una logica immunitaria (per certi versi salvifica) e, al tempo stesso, una dimensione politica. I servizi di statistica, di tracciamento, di previsione e profilazione offerti dalle maggiori corporation digitali, infatti, in un momento di generalizzata incertezza, non solo hanno dimostrato di rispondere efficacemente alla minaccia epidemica, ma hanno dimostrato di riuscire a farlo meglio di qualunque altra istituzione pubblica. In altri termini, nell’ultimo periodo, è divenuto più che mai chiaro che la rete e il potere di calcolo (più in particolare il potere dell’algoritmo predittivo) sono risorsa indispensabile per garantire l’ordine sociale in momenti di crisi e tutelare la salute individuale e pubblica quando gli strumenti tradizionali non riescono a farlo.

Ma fino a che punto il potere pubblico, senza perdere la sua autenticità, potrà convivere con il potere tecnologico e digitale che invade la vita e le dinamiche relazionali e si propone come l’unico tra gli strumenti possibili per fronteggiare il virus?

Sulla base di queste premesse, approfondendo il volume in commento, si ha la sensazione che, nella società, sia in atto – come accade nei processi fisici – una vera e propria transizione di stato. Se in uno scenario tradizionale il potere pubblico esercita legittimamente le funzioni idonee a tutelare gli interessi collettivi (quali la salute, l’istruzione, la sicurezza) servendosi talvolta di competenze esterne al fine di espandere la propria capacità di azione ora, invece, in questo periodo di emergenza, le posizioni sembrano essersi invertite. Sono i soggetti terzi, esterni, per lo più privati, che si servono del potere pubblico – incapace di gestire da solo l’emergenza – per porre in essere le condizioni volte a tutelare gli interessi collettivi.

Come abbiamo avuto modo di vedere nelle vicende legate alla pandemia (si pensi all’utilizzo degli algoritmi predittivi circa i contagi, alle applicazioni di tracciamento, alle statistiche che hanno consentito di “aprire” o “chiudere” le Regioni) le funzioni decisionali sulla cosa pubblica non sono più di esclusiva competenza del decisore politico ma sembrano essere manovrate da un soggetto terzo che, proprietario di un essenziale potere tecnologico e digitale, orienta dall’esterno la cosa pubblica e sollecita il legislatore ad assumere decisioni.

In altre parole, il libro descrive l’innovativa immagine dei rapporti di potere che l’attuale momento di crisi sanitaria ed economica ha messo in evidenza: il potere pubblico, in evidente difficoltà e in carenza di competenze, da manovratore è divenuto manovrato. Ostaggio delle competenze e del patrimonio di dati e informazioni di soggetti terzi, appartenenti alle corporation digitali.

Ad esempio, il controllo dei dati sanitari, avviato nel corso dell’emergenza, ha dimostrato come il potere di Google e Apple «che insieme controllano con i loro sistemi operativi Android la prima e iOS la seconda, il 94% degli smartphone del mondo» permette a imprese private di elevarsi a veri e propri mediatori unici tra decisori e cittadini. Nel corso della pandemia, in particolare nella prima ondata, i decisori hanno elaborato testi normativi in adeguamento ai resoconti e ai risultati prodotti dagli algoritmi di proprietà dei big del digitale. In questo senso, i colossi del web e delle tecnologie digitali, in cambio dei dati personali e sanitari che appartengono agli individui e delle informazioni sensibili riconducibili alle Istituzioni, forniscono i loro servizi di previsione, analisi e tracciamento e, con ciò, si pongono alla stregua di nuovi interlocutori del patto che lega i governanti ai governati.

In altre parole, il fenomeno pandemico ha offerto il pretesto per istituzionalizzare il ruolo esercitato dalle piattaforme social e dalle corporation tecnologiche nella sfera pubblica. Del resto, come avverte l’autore, è innegabile che l’intera strategia di contenimento dell’epidemia si è basata su «fenomeni computazionali, in cui il calcolo, come linguaggio consequenziale di un sistema di misurazione, diventa l’unica fonte di legittimità sia della scienza che della politica».

La capacità di gestire, elaborare ed interpretare la mole di dati riconducibili alla pandemia, sostiene l’autore, è diventata cruciale per impostare la strategia idonea a fronteggiare la minaccia del virus. In questo scenario, lo Stato sprovvisto di adeguati sistemi di calcolo o di elaborazione algoritmica, si è affidato quasi interamente a soggetti privati e alla loro potenza di calcolo determinando un vero e proprio passaggio di competenze tra potere istituzionale e potere effettivo. Il potere pubblico (istituzionale), incapace di contenere e contrastare la pandemia seguendo le sole e canoniche vie istituzionali, ha dovuto cedere lo scettro alle corporation e, in questo modo, la gestione della pandemia è diventata anche un affare privato.

In effetti, la circostanza che spazi pubblici come scuole, ospedali, Regioni, siano stati nel profondo attraversati da soggetti privati e dai loro strumenti statistici e di calcolo, solleva questioni che coinvolgono la responsabilità della politica di assumere decisioni in modo autonomo e, di conseguenza, la capacità della politica di esercitare un controllo vigile e critico sull’attività svolta dai soggetti privati coinvolti nella lotta alla pandemia.

Il rischio è che la potenza del calcolo e la ricerca dell’automatizzazione algoritmica possa finire per deresponsabilizzare del tutto l’ambito politico dai ruoli cui è deputato: dietro lo scudo della professata infallibilità dell’algoritmo, si nasconde infatti l’alibi per la politica di disconoscere ogni eventuale errore politico. Una questione di questo tipo non è di poco conto. Il procedere violento e imprevedibile della pandemia – che ha richiesto alle Istituzioni di fornire risposte veloci e allo stesso tempo precise – ha eliminato ogni differenza tra competenze tecniche (tecnologiche) e competenze politiche (istituzionali), e ha inciso perciò sulle modalità di manifestazione della politica e sull’intero processo deliberativo. La tecnica non è più al servizio della politica ma, al contrario, la politica impreparata e priva di competenze appalta ogni sua funzione all’infallibilità della tecnica.

Con parole efficaci, l’autore osserva che la matematica, la tecnologia, l’algoritmo «diventa la giustificazione di ogni discrezionalità dei dominanti». In altri termini, a causa del Covid-19 l’ambito politico, ricorrendo automaticamente e indiscutibilmente alla tecnologia per affrontare la crisi, sembra essersi immunizzato dai rischi propri della politica. Il virus, come avverte l’autore del volume in commento, richiamando le affermazioni rilasciate da Peter Piot, direttore della London School of Hygiene & Tropical Medicine, è perciò non solo una crisi sanitaria ma anche una crisi sociale «non recintabile o risolvibile con i reparti di terapia intensiva», destinata ad incidere «profondamente nelle dinamiche dei comportamenti e dunque nelle gerarchie e nelle forme di inclusione sociale».

In effetti, guardando a ritroso le vicende legate alla gestione della pandemia e quindi alle misure adottate per contrastare il virus, abbiamo avuto già prova di come, inevitabilmente, è stata ricalibrata la relazione che lega libertà e sicurezza e, per certi versi, anche la relazione che intercorre tra interesse privato e interesse collettivo. Il contagio dell’algoritmo, pertanto, alimenta il senso critico del lettore e lo invoglia a mettere in discussione i processi che si celano dietro «questa altalenante emergenza che ci costringe a riorganizzare a distanza relazioni sociali, attività, comportamenti». È bene specificare che Mezza non stigmatizza affatto i potenziali benefici che possono discendere da un calibrato e ragionato utilizzo del potere dell’algoritmo e della rete. Piuttosto, invita a riflettere sul fatto che la tecnologia è a tutti gli effetti un potere e come tale deve essere regolamentato.

Non a caso, l’autore ricollega il tema della pandemia al tema del potere e richiama l’importante testo di Shoshana Zuboff Il capitalismo della sorveglianza (Luiss University Press, 2019) ove si evidenzia che il potere dell’algoritmo e il potere della rete esercitato dai “colossi” del web e del digitale strumentalizza ogni comportamento «al fine di modificarlo, predirlo, monetizzarlo, controllarlo». In questo senso, benché sia innegabile che «senza le informazioni sulla profilazione dei nostri comportamenti, che Google e Facebook accumulano incessantemente, non avremo mai la capacità di anticipare il contagio», è pur vero, che la bussola per riorganizzare la società non può essere affidata interamente a queste corporation.

In altre parole, non bisogna fidarsi ciecamente della tecnologia. La rete che sin da principio ambiva ad affermarsi come spazio libero e a beneficio di tutti non può divenire, invece, spazio concentrato in poche mani e libero solo nel senso di essere affrancato da ogni vera regolamentazione. L’intervento e la presenza costante dello Stato è perciò necessaria per evitare che si passi da una, attuale, democrazia coadiuvata dalla tecnologia, ad una democrazia subordinata ad essa. Per così dire, è importante il controllo dell’autorità pubblica per scongiurare che si giunga ad una forma di democrazia, come sottolinea l’autore «in quarantena», in quanto immersa nella tecnologia e invasa dal mercato che ruota attorno a questo settore.

Senza dubbio siamo ancora lontani da questo scenario. Eppure, tracce di questa alterazione della democrazia già si scorgono e appaiono sin da ora preconizzate: basti pensare, in proposito, al fatto che proprio nella vicenda legata all’attuale fenomeno pandemico, il governo italiano per non entrare in contrasto con gli interessi di Google e Apple, in un momento di emergenza, ha aderito ai diktat imposti dalle stesse società lasciando che i sistemi operativi Android e iOS lasciassero «sui telefonini i dati del tracciamento, alla mercé degli stessi sistemi operativi».

Il sistema tecnologico, prima, e sociale, poi, che ruota attorno alle capacità predittive dell’algoritmo, dunque è un sistema ambiguo. Da un lato, si pone come sistema terapeutico: il procedimento di calcolo, con finalità predittive, diviene capace di individuare il comportamento e la condotta corretta da tenere per evitare di infettarsi e impedire alla curva del contagio di salire. Dall’altro, assume connotazioni politiche, in grado sia di derubricare «l’apparato medicale a puro traduttore di procedure e indicatori che vengono elaborate automaticamente dalle piattaforme» che di trasformare il potere pubblico a mero esecutore di risultati indiscutibili, in quanto asseritamente infallibili.

Lo scenario pandemico, pertanto, tra le altre cose, porta inevitabilmente a prendere in considerazione lo strapotere dei cosiddetti big del web, i quali hanno visto in questa pandemia, proprio in questa pandemia che tante opportunità ha interrotto (opportunità di vita, di carriere, di relazioni), un’opportunità di crescita e rafforzamento del loro potere. Il calcolo, la caratteristica predittiva dell’algoritmo, ridisegna gli ambiti relazionali di ciascun individuo e i confini della propria esperienza di libertà.

A riprova di ciò, basti riflettere sul fatto che, sia pure per comprovate e condivisibili ragioni, in certi territori, ad esempio (quando il rischio di contagio è stato valutato come basso) è stato concesso di fare esperienza della propria libertà in modo più ampio: circolando liberamente, viaggiando, lavorando presso le sedi degli uffici. In altri territori, invece, quando il rischio di contagio è stato valutato come alto, la possibilità di fare esperienza della propria libertà è stata drasticamente ridotta. Fino quasi ad essere annullata.

Come insegna, ancora una volta, Shoshana Zuboff ne Il capitalismo della sorveglianza, la novità di questo tempo appaltato alle capacità predittive degli algoritmi «sta nell’esproprio dell’esperienza umana da parte dei monopolisti del sapere». Altrimenti detto, la cura alla pandemia, offerta indirettamente dalle elaborazioni dell’algoritmo, se nel medio periodo può (potrebbe) abbattere significamene la presenza del virus, nel lungo periodo potrebbe (può) divenire malattia che avvelena le relazioni; può assumere le forme di divieto arbitrario e indiscutibile che impedisce l’esercizio alle attività commerciali; può ergersi a giudice invisibile che detta le regole perfino della governance istituzionale. Come sostiene Mezza, chi governa i dati, oggi, «determina politiche sanitarie e dunque l’insieme del governo sociale».

Ebbene, il libro dice molto sulla pandemia ma pure molto dice su tutta la serie di implicazioni che la pandemia porta con sé: «la pandemia, oltre al dramma delle morti, lancia un allarme più profondo: se vogliamo riconsegnare il potere al pubblico, affidare la gestione dei nostri dati alle istituzioni» occorre rimanere vigili, non adoperare con disinvoltura gli strumenti informatici e non credere che il potere della rete o della tecnologia sia neutrale. Ad esempio, continua l’autore, «il rifiuto di Google e Facebook di rendere accessibili i propri data set in cui milioni di portatori di infezioni, nei mesi precedenti al picco del contagio, avevano depositato preziosi indizi della diffusione del virus, ci dice quali gerarchie prevalgono rispetto all’interesse pubblico, e quali subalternità» impediscono ai governi di detenere quel patrimonio di dati che più che appartenere ai “giganti” del web dovrebbe essere ricondotto alla legittima proprietà degli individui che questi dati forniscono e, più in generale, a beneficio della collettività.

Non per questo però si deve rinunciare a credere nei vantaggi che possono discendere da un intelligente impiego della tecnologia a servizio della comunità. La sfida è quella di regolamentare le potenze tecnologiche; orientare la diffusione dei dati a beneficio della collettività; investire in una società solidale che proprio grazie alla tecnologia possa maturare e così divenire più sensibile alle ingiustizie e ai divari sociali. La lezione veneta, in particolare il cosiddetto “Modello Vò”, ha insegnato che la tecnologia è essenziale per il benessere della comunità. Basti pensare all’eccellente lavoro svolto nella provincia di Padova (appunto, nel paese di Vò) da Andrea Crisanti. L’intervento tempestivo, nel corso della prima ondata, secondo il metodo suggerito dal noto microbiologo, ha dimostrato che la giusta combinazione tra tecnica, scienza e potere pubblico può garantire importanti risultati: mediante l’attivazione combinata di un sistema regionale (dunque, potere pubblico) e di un sistema di tracciamento del contagio (mediante dispositivi tecnologici) è stato possibile contenere la diffusione del virus.

In conclusione, come avverte Mezza, il coronavirus al pari di tutte le altre maggiori epidemie – come quelle che ad esempio «decimarono l’Europa dopo l’anno mille» o come il vaiolo che, secondo l’insegnamento dell’antropologo Jared Diamond «costruì gli imperi occidentali in Mesoamerica o in Africa» – può essere motore di nuove forme di sviluppo sociale. Può essere la leva che induce le Istituzioni ad ampliare il catalogo dei diritti in favore delle fasce sociali più deboli; l’occasione per disciplinare nuove forme di commercio e far sì che questo possa diventare più sostenibile. Infine, può essere la fonte che, sulla scorta degli errori passati, genera nuove regole di comportamento individuale, a beneficio delle generazioni future.

Ebbene, il Covid-19 come tutte le grandi epidemie non ha causato solo morti e sconvolgimenti economici ma ha costretto la società a fare i conti con i propri modelli di vita e con le trame che permettono ai poteri, talvolta in contrasto tra loro, di incontrarsi. Più nel dettaglio, il Covid-19 ha obbligato a fare i conti con il ruolo e l’importanza della scienza e della tecnologia nel contesto pubblico e politico. Il virus, come la rete, è perciò un sistema vivo. Il virus, come la rete assume le forme non solo di un organismo vivente ma anche, al tempo stesso, di un insospettabile agente politico e geo-politico capace di cambiare le sorti di un’intera generazione e di incidere sul peso politico di un intero Stato.

Proprio per questo, stante il fatto che il virus come la rete incide sulla dimensione politica di ogni società, l’autore punta l’accento sul fatto che senza la volontà di costruire uno Stato forte, che sappia regolamentare i grandi dell’high tech e sappia ragionare sul valore dei dati e soprattutto sul valore della condivisione degli stessi, prescindendo da ogni valutazione meramente economica, ci si potrà liberare dal contagio del virus ma non, appunto, dal contagio dell’algoritmo.

Scritto da
Nicola Dimitri

Dottorando in filosofia del diritto presso l’Università degli studi di Genova, cultore della materia in sociologia del diritto presso la stessa Università, è borsista presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli, IISF. È membro di Società Italiana di Filosofia del Diritto, SIFD; Società Italiana Diritto e Letteratura, ISLL; Centro per l’Eccellenza e gli Studi Transdisciplinari, CEST.

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