Recensione a: Mauro Bonazzi, Il demone della nostalgia. L’invenzione della Grecia da Nietzsche a Arendt, Einaudi, Torino 2025, pp. XII – 276, 24 euro (scheda libro)
Scritto da Valerio Ricciardi
9 minuti di lettura
Ne Il demone della nostalgia Mauro Bonazzi ricostruisce il ruolo delle interpretazioni della Grecia antica nel processo di costruzione dell’identità europea tra Ottocento e Novecento. In questo periodo la passione per i Greci, che ha caratterizzato a più riprese la civiltà occidentale, acquisisce i contorni di una vera e propria ossessione, che ha spinto alcune delle menti più brillanti, specialmente filosofi, a vedere nella Grecia antica una patria autentica a cui fare ritorno. Tuttavia, dietro questo desiderio nostalgico di ritorno ad una patria ormai perduta in un remoto passato si nasconde una grave crisi di identità che affligge la civiltà europea in quegli anni. Infatti, nonostante l’Ottocento sia un periodo di esaltazione e grande ottimismo – sono anni in cui l’Europa, raggiunto l’apice della propria potenza, domina il mondo incontrastata –, serpeggia il sentore che, nella sua marcia trionfale verso la modernità, la civiltà occidentale abbia perso i propri punti di riferimento. Questo senso di smarrimento spinge molti a interrogarsi sul senso dell’identità europea a partire dalle sue radici. Risulta quindi evidente che l’intenso confronto con i Greci di quegli anni non è espressione di un semplice interesse erudito per un passato morto e sepolto; al contrario, assumendo una funzione decisiva nel processo di creazione dell’identità europea, attraverso le sue reinterpretazioni il passato costituisce una parte fondamentale del presente con cui bisogna fare i conti. In quest’ottica, dando particolare attenzione alla filosofia tedesca, Bonazzi analizza alcuni momenti chiave della storia politico-culturale della crisi dell’identità europea tra Ottocento e Novecento.
Il primo capitolo del libro è dedicato all’interpretazione della Grecia di Friedrich Nietzsche a partire dalle forti polemiche che hanno seguito la pubblicazione della Nascita della tragedia nel 1872. Nella Germania di quegli anni, da poco unificatasi e intenta a costruire la propria soggettività politica e culturale, andava da tempo consolidandosi l’idea, già intrattenuta dal filellenismo tedesco del Settecento, di una affinità speciale tra Grecia antica e Germania moderna: i Greci erano considerati modelli insuperati di ideali di bellezza e armonia razionale che dovevano ispirare l’azione dei moderni tedeschi. Nella Nascita della tragedia, Nietzsche critica ferocemente questa visione di una Grecia razionale e tutta schiacciata sull’età classica; portando avanti una sorta di classicismo anticlassicista, Nietzsche sostiene invece che la vera Grecia non è la Grecia classica di Socrate e Platone, che anzi rappresentano gli iniziatori di un declino della civiltà europea portato a compimento dal cristianesimo, ma la Grecia arcaica in cui prevaleva ancora la dimensione dionisiaca. Inoltre, in un contesto in cui l’idea di classicità diventa sempre più escludente nei confronti delle civiltà non europee, Nietzsche attacca il mito dell’unicità della cultura greca, sostenendo che la grandezza dei Greci non è stata nella purezza della propria cultura, ma al contrario nella capacità di utilizzare e far proprio tutto ciò che veniva dall’Oriente.
Il secondo capitolo si concentra sulla centralità di Platone nel dibattito culturale tedesco nel primo dopoguerra. Con la pubblicazione del suo Platon, Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, l’antico rivale di Nietzsche, si fa promotore di una interpretazione tutta politica di Platone che, pur essendo in parte anticipata da alcune intuizioni di Nietzsche, rappresenta un vero e proprio spartiacque nella storia delle interpretazioni di Platone, che fin dalla tarda antichità era stato largamente interpretato come un pensatore metafisico e dedito alla vita contemplativa. Da lì in avanti, l’interpretazione di Wilamowitz eserciterà un notevole impatto sulle interpretazioni di Platone in quegli anni. In particolare, nel contesto della fragile repubblica di Weimar, Platone politico rappresenterà un nutrimento per visioni sempre più conservatrici e finirà per diventare un potente strumento di legittimazione ideologica nelle mani dei nazisti, che vedevano in Platone un pensatore razzista e un profeta della dittatura hitleriana. È significativo come l’interpretazione politica, che rende manifesta l’incompatibilità di Platone con un ordine liberaldemocratico, influenzerà anche critici del nazismo come Karl Popper, che, dando in qualche modo per buona l’appropriazione politica nazista, considererà Platone, in maniera peraltro anacronistica, il capostipite dell’ideologia totalitaria.
Il terzo capitolo esamina il rapporto tra Martin Heidegger e Edmund Husserl a partire dalle loro interpretazioni della Grecia, avanzate rispettivamente nel discorso di rettorato pronunciato all’Università di Friburgo nel 1933 e nella conferenza di Vienna del 1934. Nel discorso di rettorato, Heidegger sosteneva che la grande missione del popolo tedesco era la risoluzione della questione del concetto di verità, questione che poteva essere risolta solo attraverso un ritorno ai Greci, specialmente alla tradizione preplatonica. Come Nietzsche, Heidegger considerava la filosofia platonica l’inizio del decadimento della civiltà occidentale, avendo segnato il passaggio dalla concezione della verità come svelatezza alla concezione della verità come corrispondenza, che aveva aperto le porte alla moderna società della tecnica. Allo stesso tempo, Bonazzi osserva come Heidegger si faccia portatore di una concezione del filosofo radicalmente diversa da quella di Platone: se per Heidegger il filosofo è membro organico e ben radicato nella sua comunità, per Platone il filosofo è atopos (letteralmente privo di luogo), ossia privo di radici e libero di muoversi senza vincoli, anche andando contro il senso comune del proprio tempo. La conferenza di Vienna del 1934 di Edmund Husserl è una risposta alla concezione della Grecia portata avanti da Heidegger e dai nazisti. Come il suo allievo, Husserl considera la nascita della filosofia nella Grecia antica come il fenomeno originario alla base della civiltà europea. In particolare, i Greci hanno introdotto un nuovo atteggiamento teoretico distaccato da ogni fine immediato che ha aperto le porte ad una nuova umanità di cui tutti possono fare parte sulla base dell’uso della ragione. Ne viene fuori un ideale di Europa come patria universale e aperta a tutti che differisce radicalmente sia dalla concezione heideggeriana dell’Europa come comunità di destino, sia dal mito della superiorità razziale propugnato dai nazisti.
Il quarto capitolo e il quinto capitolo raccontano le vicende intellettuali e personali degli ebrei fuggiti dalle persecuzioni naziste (come ad esempio Auerbach, Weil, Adorno, Arendt, Strauss). Che il confronto con i Greci giochi un ruolo importante nelle riflessioni di questi pensatori è tutt’altro che sorprendente, se si considera come, dal punto di vista culturale, la Germania nazista si presentava come una nuova Grecia, completamente purificata dall’ebraismo. Gli ebrei in esilio si sono quindi trovati a interrogarsi sul ruolo di Gerusalemme e Atene nella formazione della civiltà occidentale, dando luogo alle interpretazioni più diverse. Se per Auerbach non è la superficiale cultura greca, ma la tradizione biblica a costituire il vero fondamento della tradizione europea, nelle riflessioni di altri autori i Greci rappresentano una fondamentale fonte di ispirazione. Per Simone Weil, Omero in modo simile ai Vangeli ci porta a riflettere sull’illusione della forza, che schiaccia tutti, vincitori e vinti. Nella sua lettura dell’Odissea, Theodor Adorno sostiene che Odisseo sia in realtà il prototipo semita e proto-capitalistico del commerciante, e di conseguenza i nazisti, celebrando gli eroi omerici e perseguitando gli ebrei al tempo stesso, mostrano in realtà di odiare sé stessi. Hannah Arendt e Leo Strauss invece, pur non stimandosi, sostenevano entrambi la necessità di una rifondazione della modernità che non poteva che partire da un ritorno ai Greci. La prima sosteneva che da Platone in poi la filosofia ha cercato di ridurre la politica a tecnica di gestione competente del conflitto, svalutando non solo la pluralità come elemento essenziale della vita politica, ma più in generale l’intera dimensione delle attività umane, che era al centro della vita della polis, che oggi ci offre un modello di vita activa. Il secondo pensava che la crisi della modernità derivasse dall’inconciliabilità tra ragione e rivelazione, che, con il venir meno della seconda, aveva aperto la strada al relativismo e al fascismo, e la soluzione non poteva che essere quella di recuperare forme di razionalismo premoderno come quelle elaborate dagli antichi.
Il demone della nostalgia traccia quindi un affresco variopinto dei modi in cui la Grecia è stata ripetutamente inventata e reinventata tra l’Ottocento e il Novecento. Nonostante la natura stessa dell’argomento imponga un importante lavoro di selezione dei momenti e delle figure da analizzare, in questo caso tratti primariamente dalla cultura filosofica tedesca, Bonazzi riesce a ricostruire efficacemente la complessità dei fattori politici e culturali alla base delle interpretazioni della Grecia antica e delle modalità in cui le varie interpretazioni diventano di volta in volta parte del processo di costruzione dell’identità europea. Inoltre, il libro consente di apprezzare la stratificazione delle interpretazioni, evidenziando attraverso i singoli capitoli gli sviluppi di alcune tendenze di fondo che finiscono per ripresentarsi in forme nuove e a volte del tutto inaspettate. La linea nietzschiana, che rivalutava la Grecia arcaica e preclassica (sia essa rappresentata da Omero o dai presocratici) a sfavore di Platone, si ripropone in forme diverse in Heidegger e Arendt. Allo stesso tempo, le sintesi più ardite e sorprendenti sono possibili, come la visione portata avanti dai membri del Circolo di George, che hanno inteso Platone come un pensatore fortemente vitalistico e sostanzialmente compatibile con Nietzsche (l’antiplatonista per eccellenza!), o l’accostamento dell’Iliade di Omero ai Vangeli portato avanti da Simone Weil.
Oltre all’analisi di momenti storico-filosofici ben circoscritti, la lettura del volume solleva importanti questioni di carattere generale sul nostro modo di approcciarci al passato. In primo luogo, l’analisi delle dinamiche politiche e culturali dietro la costruzione dell’identità europea tra Ottocento e Novecento rendono manifesta quanto la nostra concezione dell’essenza della civiltà occidentale sia in realtà fluida. Infatti, oggi viene largamente data per scontata l’idea che la civiltà occidentale si fondi sull’eredità greco-romana, che sarebbe poi stata completata e perfezionata dal cristianesimo. Anche concentrandosi su un’area culturale circoscritta, il libro mostra efficacemente come la definizione dell’identità sia una questione estremamente controversa, in cui lo scontro non riguarda solo quali singoli autori debbano essere considerati come più importanti per la tradizione occidentale (ad esempio se bisogna preferire Omero o Platone), ma gli stessi blocchi costitutivi della tradizione occidentale (Grecia, Roma, Gerusalemme) possono essere messi in discussione e combinati nei modi più diversi. Da questo punto di vista, è significativo come nell’area culturale germanica, oggetto principale del volume, il tentativo principale sia stato quello di costruire un rapporto diretto con l’antica Grecia escludendo completamente Roma, con una tendenza a svalutare il valore della filosofia romana. Un caso significativo è rappresentato da Cicerone, che, dopo aver goduto di una grande fortuna fino al Settecento, è stato degradato dai filologi tedeschi a mera fonte di informazioni sulle filosofie ellenistiche. In buona parte questa tendenza ad escludere Roma deriva dalla necessità di creare un accesso privilegiato all’antichità che si contrapponesse alla cultura francese, considerata come un’emanazione della latinità. Lo stesso vale per il rapporto con la componente giudaico-cristiana. Bonazzi mostra chiaramente come Gerusalemme, tanto nella sua accezione ebraica quanto nella sua accezione cristiana, sia al centro del processo di invenzione della Grecia. In Germania la tendenza dominante è stata quella di cercare di ridimensionare o addirittura eliminare la componente “orientale” dell’identità europea. Se Nietzsche, che è bene sottolineare considererà i Greci come un popolo sostanzialmente non distinto culturalmente ed etnicamente dagli altri popoli del Mediterraneo orientale, si faceva il portatore di un attacco feroce contro il cristianesimo (criticato però in quanto continuatore del greco Platone!), nel Novecento posizioni antiorientali prenderanno la forma dell’antisemitismo e del mito della superiorità razziale.
Una seconda questione sollevata dal libro riguarda la riflessione su quale sia il modo giusto di costruire il nostro rapporto con gli antichi. Come si è visto, nello scenario peggiore, l’antichità greca, a partire da Platone, può diventare un potentissimo strumento di legittimazione ideologica per progetti politici di stampo autoritario. Allora cosa fare degli antichi? Di fronte al pericolo di simili appropriazioni, da una parte è forte la tentazione di neutralizzare quegli elementi problematici degli autori greci che non sono compatibili con il nostro sistema di valori liberaldemocratici cercando di salvare in qualche modo gli antichi da loro stessi, dall’altra la problematicità degli antichi si può anche tradurre in un rifiuto in blocco sul modello della peggiore forma di cancel culture. In questo senso, Bonazzi suggerisce che forse non è affatto necessario proteggere gli antichi da loro stessi; anzi, gli antichi possono continuare ad essere di continuo interesse per noi in quanto, pur essendo parte della nostra cultura nei modi più disparati, rappresentano una costante alterità con cui fare i conti e che può aiutarci a capire chi siamo. Questo chiaramente non significa che, nella consapevolezza di stare operando una selezione, non possiamo immergerci nello studio degli antichi alla ricerca di “perle” che possono essere parte di una cultura autenticamente democratica e liberale.
Infine, di grande interesse è la questione del rapporto della civiltà europea con le altre civiltà. Molte delle interpretazioni della Grecia esaminate nel volume rientrano in una tendenza di carattere generale della cultura occidentale, ovvero la netta distinzione tra l’Occidente, razionale e virtuoso, e l’Oriente, arretrato, irrazionale, e quindi bisognoso della supervisione dell’Occidente, la cui superiorità è a tratti basata su una eccezionalità culturale a tratti basata su una presunta superiorità razziale. Queste macrocategorie, spesso date per scontate, si rivelano ad un’analisi critica come intrinsecamente fragili: le varie civiltà non sono espressione di una cultura monolitica e inalterabile, ma spazi di scontro e confronto tra diverse visioni che si scontrano su quale tipo di identità costruire e come affrontare le sfide interne ed esterne. Come si è già osservato, la lettura del libro mostra chiaramente che, anche solo prendendo in considerazione alcuni momenti specifici all’interno di un’area culturale ben delimitata della civiltà occidentale, sono numerose le visioni che si contendono l’egemonia su cosa voglia dire essere europei, e la stessa pluralità esiste anche all’interno delle altre civiltà. Da questo punto di vista, al netto del suo eurocentrismo, forse inevitabile per un europeo nella prima metà del Novecento, Edmund Husserl promuove l’idea di un Europa come fiducia nella ragione e nel confronto razionale come strada per trovare verità condivise, un progetto a cui tutti possono aderire. In quest’ottica è possibile creare un dialogo tra culture a partire da quelle componenti, presenti in ogni cultura, che, pur in una fisiologica molteplicità di prospettive, valorizzano la ragione umana e il confronto. Si tratterebbe di instaurare un dialogo improntato allo spirito di ricerca e al rispetto di una pluralità di visioni, che contribuisca alla circolazione delle idee e non funga da strumento di legittimazione del dominio sugli altri. In conclusione, Il demone della nostalgia, attraverso l’analisi di alcuni momenti critici della storia politica e culturale europea, ci spinge a riflettere sui modi in cui il passato, oggetto di costante ridefinizione da parte di tentativi di interpretazione contrapposti, dia forma al nostro presente, costituendo una parte fondamentale della nostra identità e del modo in cui stiamo al mondo. Infatti, il desiderio nostalgico di “tornare alle origini” non è espressione di un desiderio disinteressato di conoscenza di un tempo passato, ma della volontà di capire chi siamo o dovremmo essere, e, da questo punto di vista, il processo di costante reinvenzione della Grecia coincide con il processo di invenzione dell’Europa stessa.