Il neo-comunismo di Lucio Magri. Note a partire da un libro di Simone Oggionni
- 01 Aprile 2021

Il neo-comunismo di Lucio Magri. Note a partire da un libro di Simone Oggionni

Recensione a: Simone Oggionni, Lucio Magri. Non post-comunista, ma neo-comunista, Prefazione di Luciana Castellina e Postfazione di Famiano Crucianelli, Edizioni Efesto, Roma 2021, pp. 360, 15 euro (scheda libro)

Scritto da Mattia Gambilonghi

8 minuti di lettura

Pubblichiamo questo contributo che, a partire dal recente libro di Simone Oggionni, riflette sulla figura e il pensiero di Lucio Magri.


La recente pubblicazione dell’ebook La fine della Cosa, edito da Manifestolibri e curato da Castellina, Crucianelli, Garzia, Maone e Serafini, rende per la prima volta fruibili e noti i testi degli interventi tenutisi ad Arco di Trento in occasione del seminario organizzato dal “fronte del No” allo scioglimento del Pci. Questa raccolta di interventi si rivela particolarmente interessante non solo perché permette finalmente di conoscere nel dettaglio gli interventi più rilevanti e autorevoli del dibattito che attraversa il variegato “fronte del No” (è in questo contesto che emerge il famoso rifiuto di Ingrao di aderire alla costituenda Rifondazione comunista, scegliendo di restare “nel gorgo” dell’antica casa madre), un fronte composto da tendenze e sensibilità interne al Pci estremamente eterogenee e che non sempre, nel corso della sua storia, si erano trovate fianco a fianco. Ma anche, e soprattutto, per il fatto di proporre il testo dell’ampia relazione introduttiva tenuta in quell’occasione da Lucio Magri: una relazione che lungi dal voler essere un documento vincolante per tutto il fronte dei contrari, intendeva invece rappresentare un’avanzata base per una discussione comune, al fine di individuare gli elementi e gli argomenti maggiormente cogenti per affrontare al meglio nel partito l’ultima battaglia. Quella, cioè, del XX° congresso del partito, che avrebbe tracciato in maniera definitiva la direzione del rinnovamento che si intendeva imprimere al principale soggetto della sinistra italiana.

Perché è questa, in fondo, la volontà di Magri, che emerge prepotentemente da ogni riga del documento da lui proposto all’assemblea: quella di avanzare una piattaforma che non appaia all’opinione pubblica e ai militanti del partito come una proposta di mera nostalgia e di conservazione di un nome e di un simbolo, altrimenti realmente destinati – come ebbe ad affermare Fabio Mussi – a svolgere il ruolo di semplici “bambole di pezza”. Al contrario, l’intento di Magri è quello di elencare e ragionare intorno ai diversi nodi a partire dai quali teorizzare e praticare una vera e profonda rifondazione dell’identità comunista. Una rifondazione che prenda le mosse da un bilancio rigoroso dell’esperienza del comunismo italiano, valorizzandone gli elementi di forza ma al tempo stesso individuando quelle rigidità intellettuali e quei conservatorismi (tutt’altro che ascrivibili ai soli oppositori della svolta) che a parere del dirigente comunista avevano impedito al Pci degli anni Settanta di mettersi in sintonia con le più vistose novità della società italiana e occidentale, e di opporre negli anni Ottanta una adeguata resistenza alla rivoluzione conservatrice.

A partire da questa ispirazione, la relazione di Magri sviluppa un quadro analitico e programmatico che non solo adatta le tradizionali categorie marxiane alla fenomenologia nuova del capitalismo e del potere politico, ma che si basa anche un bilancio realistico e crudo del socialismo reale e di quelle debolezze teorico-pratiche che hanno condotto dapprima ad una degenerazione burocratica di quell’esperienza, e infine al suo crollo. Magri sembra riproporre qui, in chiave aggiornata e con una veste adatta al mondo nuovo che si staglia oltre gli equilibri di Yalta, i pilastri di quella che nel corso del ventennio precedente era stata la proposta – non solo sua, ma più complessivamente del manifesto prima e del Pdup poi – di una “terza via” in grado di produrre una globale rifondazione delle coordinate strategiche del movimento operaio occidentale. Una vicenda, quella appena richiamata, che può essere conosciuta o compresa più a fondo tramite il pregevole volume recentemente dato alle stampe da Simone Oggionni e dalla casa editrice Efesto: Lucio Magri. Non post-comunista, ma neo-comunista.

Il volume – che non solo sintetizza al meglio un’amplissima mole di testi e scritti magriani più o meno noti, ma che ha il pregio di compiere anche un vero lavoro di scavo, riportando ad esempio alla luce e facendo parlare i primissimi e forse sinora sconosciuti articoli di un Magri ancora adolescente e interno alla sinistra democristiana e cattolica – si articola in tre parti. Dapprima è ricostruita la vicenda biografica di Magri, con i suoi snodi, le sue tappe e le scelte alla base di queste. Tappe che lo vedranno, in seguito alla originaria militanza nella sinistra democristiana, aderire al Pci, esserne radiato per l’attività critica svolta al suo interno, e, infine, rientrare quindici anni dopo nel Pci – durante i quali anima l’esperienza del manifesto e del Pdup – per la volontà di dialogo e la richiesta di supporto alla propria linea di rinnovamento avanzata dal “secondo Berlinguer”. Momenti e snodi della vita di Magri che testimoniano sia un’indisponibilità al conformismo e ad una disciplina fine a sé stessa, ma anche una estrema e ricchissima capacità di indagare il presente e i diversi punti di attacco per una sua trasformazione radicale.

Una seconda parte è poi dedicata al confronto con i cardini e le idee-forza della riflessione sviluppata da Magri nel corso della sua lunga militanza politica, anche e soprattutto al fine di verificarne la vitalità e la capacità di tenuta. Tutto ciò entro un approccio che, lungi dal proporre una mera apologia del “magrismo”, vuole vagliarne i punti deboli come gli elementi di forza, al fine di comprenderne quale “spazio” e quale “ruolo” quei pensieri lunghi possano giocare ancora oggi. Dalla questione cattolica e dal dialogo cristiano-marxista (commentato guardando alle novità del papato di Francesco), al ruolo giocato dalle forme di autogoverno dei produttori e dei soggetti sociali nell’approfondimento della dimensione democratica, funzionalizzando l’espansione di quest’ultima alla trasformazione in senso socialista. Dall’analisi delle degenerazioni burocratiche e autoritarie dei paesi del blocco sovietico (lette da Magri non solamente attraverso l’ottica altrimenti ristretta e angusta del mero proceduralismo di marca liberale, ma concentrandosi anche e soprattutto sullo stato di sviluppo delle forme di proprietà sociale e di superamento della divisione rigida tra lavoro intellettuale e manuale, intesi quali reali fondamenti di una democrazia socialista in grado di andare oltre gli elementi di eterodirezione connaturati al capitalismo), al confronto critico con i limiti del “keynesismo reale” e del modello di sviluppo da questi costruito nel trentennio glorioso. Un keynesismo analizzato e criticato interrogandosi, in prospettiva, sulle modalità attraverso cui ridefinire un modello sociale realmente in grado di guardare non solo agli aspetti quantitativi della crescita, ma anche a quelli qualitativi e legati ad un controllo sociale cosciente dello sviluppo e delle forze produttive. Dei nodi teorici, questi appena elencati, rispetto ai quali Oggionni non si limita a sintetizzare l’elaborazione magriana, ma con cui si confronta mettendo in relazione la riflessione neo-comunista di Magri con le principali tesi del dibattito politico recente o corrente.

Una terza parte – che in realtà nella struttura del libro si pone come cerniera tra le due appena descritte – costituisce un altro degli elementi di interesse il libro, in quanto propone in veste totalmente inedita la trascrizione della lunga relazione tenuta nel 2010 a Marzabotto, nel quadro di un incontro promosso da Alberto Burgio, dallo stesso Oggionni e dalla giovanile dell’allora “Essere comunisti”, area programmatica interna del Prc. Un intervento attraverso cui Magri ripercorre i momenti salienti della vicenda novecentesca e del movimento comunista, nell’obiettivo di illustrare e chiarire al meglio l’ipotesi che aveva ispirato e strutturato la stesura del Sarto di Ulm. Se è infatti vero che l’attività politica di Magri, così come dei gruppi e delle organizzazioni in cui ha militato al di fuori dal Pci, sono stati caratterizzati da una cruda e realistica disanima delle ragioni dell’involuzione conosciuta dal socialismo reale, non per questo l’atteggiamento di Magri può essere ricondotto al liquidazionismo e all’abiura dell’esperienza comunista novecentesca.

Al contrario, lo sguardo di Magri è improntato ad un’ottica di lungo periodo, la sola che può permettere di formulare un bilancio equilibrato e in grado di tener conto degli avanzamenti e degli arretramenti – fuori, dunque, da qualsiasi visione lineare e semplicistica del processo storico – che tutti i modi di produzioni e le formazioni sociali hanno inevitabilmente conosciuto nel corso della loro storia ed evoluzione. Lo stesso capitalismo – ricorda Magri al fine di suggerire l’atteggiamento e la distanza da tenere quando si ragiona sul comunismo e sul secolo in cui esso si è inverato – ha impiegato circa cinque secoli per assumere una forma più o meno egemone e dotata di quelli che rappresentano oggi per noi i crismi della democraticità. Una democraticità, va ricordato, sollecitata perlopiù dai suoi stessi “becchini”, ossia i soggetti sociali antagonisti che lo stesso capitalismo inevitabilmente produce, e dal confronto con l’antagonista sovietico, la cui stessa esistenza impone al capitalismo un profondo processo di autoriforma. Lungi da qualsiasi giustificazionismo circa gli errori e, talvolta, gli orrori prodottisi in seno a quelle esperienze, contestualizzazione storica e sguardo lungo permettono però di approcciarsi in modo diverso e maggiormente efficace alla sfida della liberazione integrale dell’uomo perseguita dal movimento comunista novecentesco, spingendo ad interrogarsi sulle ragioni di una sconfitta ma tenendo ben presente al tempo stesso i tempi lunghi della storia. Entro i quali, l’esigenza di una società superiore in grado di eliminare alla radice la problematica dello sfruttamento e di assicurare uno sviluppo più profondo e multiforme della personalità umana non smetterà mai di riproporsi, seppur con forme e vesti necessariamente diverse e inedite rispetto a quelle già conosciute e sperimentate nel secolo che abbiamo alle spalle.

Un approccio, quello appena enucleato, che non ha caratterizzato solo l’ultimo Magri, ma che ne ha sempre – e in maniera più evidente, a partire dagli anni Sessanta – accompagnato e segnato la riflessione e la proposta politica. Si pensi, appunto, alla già richiamata relazione ad Arco di Trento. Il rinnovamento dell’identità comunista invocato da Magri in quell’occasione, non solo non si pone più, come nella tradizione comunista italiana, in una totale “continuità” col proprio passato, richiedendo al contrario una svolta ed una radicale cesura nei confronti di taluni degli elementi maggiormente caratterizzanti la sua identità. Ma, per di più, questo rinnovamento non assume la forma del mero volontarismo, di un’operazione astratta e confinata nel cielo delle idee. Al contrario, come dimostrano la raffinatissima e puntigliosa analisi dei diversi processi di trasformazione che tra anni Settanta e inizio Novanta hanno cambiato radicalmente la faccia delle società occidentali e della loro “costituzione materiale”, esso assume una dimensione profondamente “materialistica”, in quanto rispondente ai fenomeni e ai processi reali. «Il problema di una trasformazione dell’identità», afferma a questo proposito Magri, assume la forma della ricerca di un equilibrio «delicatissimo e cruciale», in cui entrano in relazione elementi come «storia, ideologia radicata nel senso comune, sforzo rifondativo». Mancando una sola di queste componenti, o essendo una di loro sovradimensionate rispetto alle altre, il rischio concreto è quello di scivolare o nella conservazione dogmatica, o nell’eclettismo nuovista imputato alla gestione occhettiana. Un eclettismo che, precisa (e prevede) Magri, anche se animato da intenzioni nobili, può fatalmente condurre – in quanto «ventre molle» – ad una totale penetrazione della «cultura corrente» e della «egemonia degli apparati dominanti» nei bastioni organizzati del movimento dei lavoratori.

La rifondazione comunista immaginata da Magri non poteva dunque in alcun modo connotarsi come un mero rifiuto o come semplice reazione alla modernizzazione neoliberista che in quegli anni veniva assumendo i suoi tratti più compiuti, dovendo piuttosto – dialetticamente – individuare la propria ragion d’essere nelle nuove e più sottili contraddizioni che quella modernizzazione generava e portava con sé. Da qui il titolo della sua relazione: “In nome delle cose”. Un titolo che richiamava sì l’ormai celebre documentario di Nanni Moretti, ma che intendeva mettere apertamente in luce – proprio attraverso il richiamo ai “fatti” e alle “cose” – la fondatezza e il pragmatismo di una moderna opzione comunista. Quest’ultima può infatti per Magri assumere due diverse connotazioni. La prima, legata ad un’accezione che il dirigente comunista ritiene ormai logora e non più in grado di affrontare la battaglia per l’egemonia, è quella che, rigidamente e schematicamente, identifica l’identità comunista con la delimitazione leniniana del primo dopoguerra, con un approccio giacobino e avanguardistico del governo sociale e con una concezione centralizzata e iperstatalista del problema della pianificazione e della proprietà sociale. La seconda, a partire dalla quale è invece possibile per Magri declinare positivamente un’identità comunista per il XXI° secolo, è quella che prende le mosse dalla nozione di comunismo come “movimento reale” che si propone il superamento e la risoluzioni delle contraddizioni della società in essere, assumendo quindi come criteri e parametri di un agire non statico, ma dinamico, dei capisaldi teorici come la «critica dell’accumulazione e della crescita quantitativa come unico parametro del progresso; critica del profitto e del mercato come meccanismi assolutamente prevalenti dell’economia e del primato dell’economico su ogni altra dimensione sociale […] critica dell’individualismo come condizione per affermare un vero dispiegamento della soggettività individuale, critica dello stato come macchina separata, della divisione tra governanti e governati, tra “borghese” e “cittadino”».

Una pista di ricerca e di riflessione, insomma, che se percorsa e portata avanti da una grande organizzazione di massa ancora in grado di intrattenere una connessione sentimentale con un popolo largo e vasto (ciò che, evidentemente, nessuno dei partiti neo-comunisti sorti in seguito al ‘91 è riuscito ad essere), avrebbe forse potuto rendere maggiore giustizia e garantire un’influenza più duratura e longeva ad una tradizione come quella del comunismo italiano, che sul “genoma Gramsci” e sulla sua successiva rielaborazione e applicazione concreta da parte di Togliatti, aveva a lungo saputo affermare una propria originalità e peculiarità nel panorama della sinistra europea. Evitando, così, di arrivare a quel vicolo cieco rappresentato oggi dall’inerzia e del mutismo progettuale che sembra oramai essere la cifra distintiva di quel filone post-comunista che, attraverso un lungo cammino, è arrivato fino al Pd sprovvisto di una qualsiasi autonomia culturale e di un pensiero forte. Elementi, questi, che appaiono oggi indispensabili per un dare un senso e un volto alla sinistra di questo squarcio di secolo.

Scritto da
Mattia Gambilonghi

Mattia Gambilonghi (Catania, 1987). Laureato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, attualmente conduce un dottorato di ricerca presso il Dispo dell’Università di Genova e il Cevipol dell’Université libre de Bruxelles. Ha pubblicato una monografia intitolata “Controllo operaio e transizione al socialismo. Le sinistre italiane e la democrazia industriale tra anni Settanta e Ottanta” (Aracne, 2017. Interessato alla storia del movimento operaio europeo e alle teorie dello Stato e della democrazia, ha affrontato queste tematiche collaborando con le riviste «Democrazia e diritto», «Cahiers d’histoire. Revue d’histore critique», «La revue du projet», «Materialismo storico. Rivista semestrale di filosofia, storia e scienze umane», «Annali di Ca’ Foscari. Serie occidentale», «Critica marxista» e «PoloSud».

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]