Il pensiero liberale: verso una crisi irreversibile? Intervista a Giorgio Barberis
- 02 Gennaio 2021

Il pensiero liberale: verso una crisi irreversibile? Intervista a Giorgio Barberis

Scritto da Maria Elisabetta Lanzone

7 minuti di lettura

Pubblichiamo volentieri questa intervista a Giorgio Barberis, la prima di una serie che verrà curata da PerCorsi Associazione Culturale ai protagonisti della rassegna “Nel Mondo che cambia: sfide globali e nuovi attori internazionali”, organizzata nell’ambito del Festival delle Conoscenze trasmesso sul canale YouTube del Gruppo Acos e finanziato da Fondazione Acos per la Cultura. Pandora Rivista ospiterà prossimamente le successive interviste realizzate a margine degli incontri del Festival. 

Giorgio Barberis, qui intervistato, è professore associato di Storia del Pensiero Politico Contemporaneo presso il Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche, Economiche e Sociali (DIGSPES) dell’Università del Piemonte Orientale, del quale è Vicedirettore dal novembre 2019. Presidente del Corso di laurea triennale di Scienze Politiche, Economiche, Sociali e dell’Amministrazione (ASPES), si occupa principalmente di crisi della politica e della democrazia rappresentativa. Barberis è stato ospite del Festival – insieme a Sonia Lucarelli (Università di Bologna) lo scorso 11 novembre in un incontro che è possibile rivedere su YouTube, ed è inoltre intervenuto in un ulteriore incontro dedicato in particolare agli studenti delle scuole superiori.


Andiamo alle origini della tradizione del pensiero liberale: molti studiosi preferiscono parlare di “liberalismi” e non di “liberalismo”. È d’accordo oppure esiste un unico pensiero liberale? Per quali ragioni?

Giorgio Barberis: Si può certamente parlare di “liberalismi” al plurale perché questa corrente di pensiero, dalla sua origine a oggi, ha avuto molteplici declinazioni e ha subíto trasformazioni anche assai rilevanti. Basti pensare, a titolo paradigmatico, al ruolo dello Stato in ambito economico, centrale o marginale a seconda delle varianti teoriche e delle diverse fasi storiche. Tuttavia, io ritengo che si possa ancora parlare di liberalismo al singolare, poiché i suoi tratti qualificanti sono sempre gli stessi: la tutela dei diritti e delle libertà dell’individuo; le garanzie del cittadino contro gli abusi del potere, che deve essere limitato e diviso; l’economia di mercato e la difesa della proprietà privata; l’elogio della varietà, del dissenso e della contrapposizione di punti di vista anche antitetici, a sostegno di una società pluralistico-conflittuale, orientata al progresso individuale e collettivo.

 

Il Novecento è stato caratterizzato da grandi ideologie che sono state capaci di produrre conseguenze di lunghissimo termine; tra queste possiamo dire che nessuna è, però, riuscita a imporsi come modello dominante. Ad un certo punto il “modello” liberale sembrava poter avanzare pretese universalistiche, che ora sembrano perdere cogenza e legittimità. Quali ritiene siano le cause principali di questa crisi?

Giorgio Barberis: Il Novecento è attraversato da contrapposizioni ideologiche radicali, nelle quali comunque il liberalismo ha sempre avuto un ruolo di rilievo, prima in opposizione ai nazionalismi e ai totalitarismi tra le due guerre mondiali, e poi – per decenni – all’URSS e al mondo comunista. Con la caduta del Muro di Berlino e con l’implosione del sistema sovietico, il liberal-capitalismo sembrava destinato a un trionfo definitivo, e la rappresentazione migliore la si ha nell’idea di “fine della storia” di Francis Fukuyama. Per inciso, mi pare che l’autore nippo-americano abbia avuto alcuni meriti – primo fra i quali è l’aver reintrodotto nel dibattito filosofico un autore fondamentale come Alexandre Kojève, al quale anch’io ho dedicato molti studi – ma pure parecchi demeriti, perché ha alimentato un’illusione destinata a franare nel giro di pochissimo tempo. Lungi dall’essere l’ultima configurazione possibile dell’evoluzione umana, il modello liberal-democratico capitalista, infatti, ha mostrato rapidamente tutta la sua fragilità. L’ordine liberale after victory non è riuscito in alcun modo a mantenere le sue promesse di pace, di sicurezza, di benessere e di prosperità universale, ed è precipitato in una profonda crisi, trascinando con sé nel gorgo anche la Politica (che invero aveva da tempo abdicato al suo ruolo, lasciando il primato all’economia di mercato) e tutti gli ambiti fondamentali della vita sociale. Con gli attentati del settembre 2001, che hanno inaugurato una lunga scia di sangue, e con il terrorismo globale, con l’emergere di nuove egemonie (la Russia di Putin e soprattutto il colosso cinese, sempre più protagonista della scena internazionale), con la crisi economica del 2007-8 e la fragilità di una globalizzazione dominata da una finanziarizzazione senza limiti – capace sì di aumentare la ricchezza, ma concentrandola in pochissime mani – e di un sistema di sviluppo sempre più insostenibile e iniquo, l’illusione liberale si è dissolta, e quell’ordine, tutt’altro che permanente, va oggi ripensato fin dalle sue fondamenta.

 

Pensa che il paradigma liberale possa conoscere una nuova fase di diffusione oppure Paesi come la Cina sono destinati a proseguire su una via differente nonostante l’integrazione capitalista con l’Occidente? Amartya Sen sosteneva che non potesse esservi crescita senza democrazia e che un maggiore sviluppo portasse con sé maggiore libertà. È d’accordo con questa affermazione o pensa che le situazioni a cui abbiamo assistito negli ultimi anni possano metterla in parte in crisi?

Giorgio Barberis: Che non vi possa essere crescita senza democrazia sono i fatti a smentirlo. La straordinaria avanzata dell’Unione Sovietica di Stalin, con una rigida pianificazione del sistema economico e un altrettanto rigoroso controllo sociale, ne ha dato una prova mirabile in passato. Oggi la situazione che si verifica in Cina è particolarmente interessante, e dovrà occupare sempre più i nostri studi e le nostre analisi teoriche. Non vi è dubbio che si tratti di un modello di successo, un mix micidiale di monocratismo politico, capitalismo di stato (peraltro con quote vieppiù estese di libera iniziativa) e di nazionalismo confuciano. Il modello liberale democratico e universalista, incentrato sui diritti e sulle libertà dell’individuo nel demos cosmopolita, è chiamato ad affrontare una sfida davvero decisiva, che potrà vincere soltanto superando le sue contraddizioni e le sue ipocrisie, e dando risposte concrete alle questioni epocali del nostro tempo, come l’impetuosa accelerazione della rivoluzione digitale e gli abissi di disparità in ambito economico.

 

Fenomeni come quelli dei “populismi” (anche in questo caso si tende ormai ad utilizzare il termine al plurale) non possono essere certo considerati come grandi ideologie, piuttosto sono stati definiti come “ideologie sottili” (la ‘thin-centered ideology’ di Cas Mudde), ma restano comunque capaci di portare con sé importanti conseguenze all’interno dei nostri sistemi democratici. Possono essere, secondo lei, in grado di produrre effetti altrettanto irreversibili? Come potrebbero essere contrastati, se considerati effettivamente un “pericolo democratico”?

Giorgio Barberis: Anzitutto, in questo caso il plurale mi pare adeguato perché vi sono populismi con matrici ideologiche assai differenti, e condivido la distinzione che è stata fatta di populismi inclusivi contrapposti a populismi esclusivi ed escludenti, che rappresentano certamente una minaccia maggiore per la tenuta dei sistemi democratici. E tuttavia, mi sembra che il “populismo” in quanto tale sia principalmente un sintomo della crisi dell’ordine liberale, una risposta sbagliata a problemi molto concreti, a partire dalla perdita di sovranità e della possibilità di incidere da parte dei cittadini su linee di politica economica predeterminate e indiscutibili. Ricordiamo che anche la nostra Costituzione certifica in modo inoppugnabile che “la sovranità appartiene al popolo”. Che cosa significa oggi questa formula? Come si può declinare nel concreto? Chi decide le sorti del mondo e dei singoli Stati? I cittadini con il loro voto democratico e consapevole o tecnocrazie non elettive, i mercati finanziari e le grandi corporation, di ieri e di oggi? Laddove secondo me la via populista si dimostra fallace e impercorribile è nell’illusione di poter affrontare le questioni epocali che abbiamo citato in una dimensione micro, riproponendo una prospettiva nazionale, o peggio nazionalista, del tutto insufficiente e inefficace nell’età dell’incertezza e del rischio – per richiamare la fortunata formula del sociologo tedesco Ulrich Beck – che stiamo attraversando oggi, in una situazione ulteriormente complicata dall’emergenza sanitaria (che non potrebbe essere più globale!). Occorre dunque cercare un’altra via, ritrovare la centralità della politica su un piano internazionale, affrontare le sfide ad un livello più alto e in una dimensione più ampia e rilanciare l’idea di una cittadinanza planetaria fondata sulla consapevolezza che nessuno, oggi, può salvarsi da solo, come tenacemente ci ricorda Papa Francesco, una delle figure più autorevoli, e direi anche lungimiranti, del nostro tempo incerto. E poi vorrei ricordare che l’internazionalismo è uno cardini della sinistra, che deve ritrovare la sua strada, cercando di dare risposte più pertinenti a quei problemi e a quelle emergenze assai concrete, come dicevo, per le quali i populismi propongono soluzioni semplificate, superficiali e insoddisfacenti. In sintesi, dunque, occorre ripensare e rifondare la politica su nuove basi, ed è questo il compito che ci aspetta.

 

Da un punto di vista sociologico, i nostri sistemi appaiono sicuramente disorientati, instabili e alla ricerca di nuove identità. Anche il pensiero politico sembra vivere un momento di crisi. Che cosa resta degli -ismi del secolo scorso e che cosa, invece, vediamo all’orizzonte?

Giorgio Barberis: Esattamente questo è il punto che sottolineavo nella precedente risposta: la politica (e con essa anche gli –ismi novecenteschi) è entrata in una crisi che per certi versi appare irreversibile. Il paradigma hobbesiano a fondamento della politica della modernità, centrato sul nesso virtuoso tra forza e sicurezza, ricorso legittimo alla violenza in cambio della pace, potenza e garanzia dell’ordine sociale, si sta dissolvendo. La politica, come detto, e come è del tutto evidente, ha perso la sua centralità, non è più in grado di mantenere l’ordine e di assicurare benessere e progresso. Subalterno e marginale rispetto all’economia, incapace di gestire i flussi – di merci e capitali, di informazioni e di persone – che caratterizzano la globalizzazione, tendenzialmente mediocre nei suoi interpreti, a ogni livello, e ormai lontano dalle sue forme tradizionali e dalle sue categorie specifiche – a partire dalla distinzione fra destra e sinistra, problematizzata dalla stagione delle “larghe intese” e del “pilota automatico,” a cui è delegata la guida della politica economica, per riprendere una celebre espressione usata da Mario Draghi nel commentare, da Francoforte, l’esito del voto in Italia nel febbraio 2013 – il sistema politico in frantumi deve essere ripensato e rifondato ab imis. Bisogna recuperare il controllo, sia della vorticosa accelerazione del progresso tecno-scientifico, che pone sempre nuovi dilemmi in ambito etico, sia dei mercati finanziari e di un sistema produttivo che inquina, che moltiplica disuguaglianze e calpesta diritti.

 

Un’ultima riflessione sul rapporto tra capitalismo e Stato. Oggi vediamo due forme del capitalismo – quello statunitense e quello cinese – destinate a contendersi l’egemonia globale. Quale ruolo potrà avere, secondo lei, l’Europa in questo contesto? Ci sono prospettive per quest’area come entità politica?

Giorgio Barberis: Si può rispondere a questa domanda a due livelli differenti. Da un punto di vista pragmatico, e ragionando di geopolitica, certamente l’Europa può, e anzi deve, avere un ruolo importante in questa fase, mediando tra gli interessi contrapposti e mantenendo viva l’attenzione sulla garanzia dei diritti, individuali e collettivi, ivi compresi, evidentemente, i diritti sociali, al centro per decenni delle sue politiche di welfare, oggi pericolosamente in disarmo. Il capitalismo ha bisogno di essere regolato, perché altrimenti rischia di travolgere – portando le ineguaglianze al parossismo – quei sistemi democratici che hanno accompagnato la sua crescita nel mondo liberale, e che sono il fondamento politico dell’Unione Europea, per molto aspetti il miglior esempio di ciò che significa “ordine liberale”. Ma qui entra in gioco il secondo livello della risposta. Il punto, secondo me, non è trovare un equilibrio tra modelli contrapposti di capitalismo, ma è mettere in discussione, alla radice, il capitalismo stesso, costruendo un modello di sviluppo meno aggressivo, più sostenibile e più equo. Di fronte a una situazione socio-economica esplosiva e a un sistema politico al collasso, di fronte all’emergere di nuove minacciose egemonie e al disorientamento di una potenza tecnica fuori controllo, “cambiare” si può e anzi si deve! Dobbiamo esercitare, sempre e comunque, il pensiero critico e fare l’esatto opposto di quel che diceva la signora Thatcher, quando sosteneva che non vi fossero letteralmente alternative al modello liberal-capitalista. Un’alternativa non manca mai! Tutte le forme economiche e tutte le forme sociali sono storicamente situate e determinate, ed è per questo che possono essere ripensate, rifondate, trasformate. Non vi è nulla di predeterminato e di immutabile, non siamo immersi in un destino che annienta i nostri spazi di libertà. Il nostro futuro è, sempre e ancora, nelle nostre mani. Dobbiamo solo esserne consapevoli, e riprendercelo.

Scritto da
Maria Elisabetta Lanzone

Docente di Sociologia della Politica all’Università di Padova e Key-Staff Member all’interno del 2020 Jean Monnet Module “Europe in the Global Age: Identity, Ecological and Digital Challenges” dell’Università del Piemonte Orientale, dove ha tenuto anche corsi di perfezionamento sul Public Management. Ha partecipato a vari progetti internazionali a Nizza (UCA, ERMES-URMIS) Parigi (SciencesPo), Bruxelles (ULB e EP) e presso la Fudan University di Shanghai (2017 e 2018). Ha pubblicato articoli sulla Chinese Political Science Review (CPSR) sulla crisi delle democrazie consolidate europee ed è co-autrice del saggio “The Xi Jinping’s Era and the Evolution of Chinese Political System. Internal and External Effects” (2020, St. Kliment Ohridski Sofia University Press). Collabora con l’Associazione Cultura e Sviluppo e con Edizioni Epoké, per cui ha pubblicato due volumi. Dall’anno scolastico 2019/2020 è, inoltre, docente-formatore presso istituti superiori piemontesi, accreditati sulla piattaforma S.O.F.I.A. Ha fondato, insieme a Fabio Lavagno, l’associazione culturale PerCorsi, per la quale si occupa di formazione nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, e dell’organizzazione di eventi culturali sui rapporti Oriente/Occidente e sulle relazioni internazionali.

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