Recensione a: Lorenzo Castellani e Gaetano Quagliariello, Il Principe e la Repubblica. Potere e istituzioni in Italia dal 1943 a oggi, Luiss University Press, Roma 2026, pp. 360, 25 euro (scheda libro)
Scritto da Luca Picotti
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Nell’anno in cui la Repubblica Italiana celebra il proprio ottantesimo anniversario, la casa editrice Luiss University Press esce con grande puntualità in libreria con un volume che ne ripercorre la storia istituzionale e politica. Frutto di un lavoro di ricerca originale firmato da Gaetano Quagliariello, Dean della School of Government e Professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma, già Senatore e Ministro delle riforme istituzionali, e Lorenzo Castellani, Lecturer presso la Luiss School of Government e docente di Storia delle Istituzioni Politiche nella medesima università, oltre che saggista e editorialista.
Il clima culturale di provenienza di entrambi gli autori è quello della scuola storica della Luiss, e la lente proposta rappresenta il punto d’incontro, o di arrivo, delle rispettive angolature e sensibilità. Già solo il titolo è parecchio evocativo: Il Principe e la Repubblica. Potere e istituzioni in Italia dal 1943 a oggi. La scelta di richiamare la figura del Principe non è solo stilistica. Trattasi invero della raffigurazione metaforica della tesi di fondo del volume, l’asse individuato per cogliere il fragile baricentro della Repubblica Italiana nel corso dei suoi primi ottant’anni, ripercorsi minuziosamente dagli autori in quello che può già presentarsi come un nuovo caposaldo della letteratura sulla storia d’Italia.
Chi è, dunque, il Principe, e perché accostare alla Repubblica, forma scelta nel referendum del 2 giugno 1946 in alternativa proprio alla monarchia e i suoi simboli, questa figura? Per rispondere alla domanda, bisogna prima cogliere il taglio della ricerca di Castellani e Quagliariello. Il fulcro è l’infrastruttura concreta su cui la Repubblica si è fondata, a partire dalla Costituzione del 1948. È una storia istituzionale, in primo luogo, perché le istituzioni fungono da cardine centrale. In questo senso, la concretezza si traduce nel costante richiamo a disposizioni costituzionali, sentenze della Consulta, riforme della pubblica amministrazione, leggi elettorali, organizzazione della magistratura, trattati europei. In parte, potrebbe quasi considerarsi una storia del diritto pubblico italiano, nelle sue diverse sfaccettature, dal diritto pubblico dell’economia al diritto pubblico europeo e via dicendo.
Il lavoro degli autori, che sono prima di tutto storici, va però oltre. L’originalità e il merito del volume risiedono proprio in questo quid pluris: analizzare la base concreta, ossia l’infrastruttura giuridica delle cose, a partire dalla cornice costituzionale, ma ponendola sempre in relazione ai rapporti di potere, alle dinamiche politiche, ai mutamenti economici e socioculturali. La forma rimane, ma in costante dialogo con la sostanza, sì da cogliere stirature, discrasie, limiti e contro-limiti, così come prassi, consuetudini, binari paralleli. Istituzioni di diritto e istituzioni di fatto. Trattasi di una «“storia costituzionale “allargata”, che incrocia diritto, politica e società, in linea con la tradizione della scuola istituzionale europea e con un aggancio alla teoria della “Costituzione materiale” avanzata da Costantino Mortati», ma con alcune importanti specificazioni: «Nella nostra accezione l’attenzione non si concentra esclusivamente (e neppure prevalentemente) sulla struttura economica o sulla rappresentazione giuridica dei rapporti di classe, né riduce la Costituzione materiale alla proiezione immediata degli interessi economici dominanti nell’ordinamento. L’idea che guida l’analisi è più propriamente istituzionale: riguarda la forma concreta che assumono nel tempo i rapporti tra poteri pubblici, partiti, corpi intermedi, apparati amministrativi, vincoli internazionali, e il modo in cui da questo intreccio scaturisce l’indirizzo politico fondamentale della Repubblica. Non si tratta, dunque, di contrapporre una Costituzione giuridicamente “formale” a una Costituzione “sostanziale” in quanto solo economico-sociale, ma di ricostruire come la dimensione istituzionale e quella economica si coagulino in specifiche configurazioni storiche, all’interno delle quali i soggetti politicamente rilevanti – e non soltanto le classi in senso sociologico – determinano la fisionomia effettiva dell’ordine costituzionale».
La ragione per cui il volume identifica il 1943 come punto di partenza dell’analisi, e non invece il 1946 (referendum) o 1948 (promulgazione della Costituzione), risiede nella necessità di individuare i fattori già embrionalmente emersi in quegli anni, e destinati ad essere poi condizionanti, alla base della successiva costruzione (1946, 1948), e sviluppo, della Repubblica. La transizione da fascismo a post-fascismo (in cui convivono l’ordine del giorno Grandi, l’armistizio, la fuga di Vittorio Emanuele III, i comitati di liberazione, la guerra civile ecc.), nonché le divisioni che l’hanno accompagnata, rappresentano una fase imprescindibile per cogliere poi le decisioni, così come i compromessi, alla base della Repubblica Italiana – e della sua fragilità istituzionale, che richiederà un contrappeso, come si dirà. «In tutto quel crogiolo di anarchia e di rinascita si fissano, insomma, i tratti costitutivi della democrazia repubblicana: in ambito istituzionale, in ambito politico, in ambito internazionale e in ambito economico»: dalla presenza centrale dei partiti di massa al ruolo inedito del Partito Comunista, dal difficile collocamento internazionale all’economia mista.
Questi fattori fungono da necessaria premessa e li si ritroverà, tradotti su carta, nella Costituzione del 1948, testo di compromesso, nonché fulcro dell’analisi di Castellani e Quagliariello, in quanto momento in cui la Repubblica si istituzionalizza nel suo documento di più alto rango e, contestualmente, nasce il Principe, o meglio la sua necessità. Il compromesso costituzionale disegnerà, di fatto, una formula di governo atta a limitare strutturalmente le capacità decisionali, ossia architettata per evitare torsioni autoritarie o verticali, e garantire invece una distribuzione del potere, quasi assorbito dalle regole della Carta, che arriva quasi a negarne, nel concreto, l’esercizio. La conseguenza è una forma di governo intrinsecamente debole, fragile e tendente alla frammentazione, da un lato limite per i governanti, dall’altro garanzia per chi sarà escluso dall’esercizio di tale non-potere, come il PCI, che infatti troverà nella difesa del compromesso della Carta il proprio salvagente politico-esistenziale.
Il punto, e qui si inserisce l’intuizione originale del Principe, è che se la dimensione giuridico-formale ha inteso sin dalle origini porsi come ostacolo rispetto all’emergere di un potere effettivo, l’esigenza di simile baricentro è di necessità emersa dalla prassi, dalle consuetudini, dall’insieme di rapporti, vicende, fatti e strutture radicatesi attorno alla Carta. Un Principe per stare in piedi, per consentire alla Repubblica, che non ha incoronato formalmente nessun vero potere, di sopravvivere. Non si tratta, scrivono gli autori, di una singola persona fisica, di un Principe-individuo, sebbene diversi tentativi di leaderismo carismatico siano apparsi durante questi decenni di storia repubblicana, bensì di «un soggetto politico capace di concentrare la legittimazione, di tenere insieme un sistema parlamentare frammentato e di assumere decisioni nei momenti di crisi».
Questo soggetto sarà rappresentato, in particolare modo dagli anni Sessanta, dai partiti, ossia dalla infrastruttura partitica, all’interno della quale, e quasi mai al di fuori, saranno gestite le dinamiche parlamentari, la formazione di governi, la regolazione del conflitto. Un baricentro in grado di incanalare istanze e interessi, sino a comporli, rappresentarli, ed esercitare il potere effettivo tra le fessure della cornice giuridico-istituzionale. Ci saranno dei tentativi di dare vita a baricentri alternativi, dalla cosiddetta “legge truffa” per garantire un esecutivo più forte al presidenzialismo di Gronchi, così come al personalismo carismatico di Pertini, ma fino alla Seconda Repubblica l’infrastruttura partitica rimarrà l’asse portante della Repubblica, il suo Principe – in mezzo alle tante e profonde trasformazioni economiche e socio-culturali, accuratamente ripercorse dagli autori, in una costante tensione dialettica tra forma costituzionale, Principe e società. Un equilibrio fragile, ma che è riuscito a reggere, nonostante anomalie come la presenza del PCI (tenuto fuori dall’esercizio del potere nelle istituzioni di diritto per ragioni di collocamento internazionale, ma presente nelle istituzioni di fatto della democrazia dei partiti, a dare voce alla propria fetta di società), in modo strutturale e implicitamente istituzionalizzato sino alla fine degli anni Ottanta.
Qui un’accelerazione del corso giuridico-economico (mutamenti internazionali; integrazione europea) e politico-giudiziario (Mani Pulite, nuovi attori politici e sensibilità), oltre che socioculturale, porterà alla fine dei partiti e, dunque, alla fine del Principe. Non potendo però la Repubblica sopravvivere senza un baricentro, come ci insegnano gli autori, ecco che emergerà un nuovo Principe, destinato a diventare sempre più centrale lungo la storia della Seconda Repubblica e ancora di più con la stagione del cosiddetto populismo, sino ad oggi: il Presidente della Repubblica.
«Venuto meno il partito-Principe, con la dissoluzione della DC, del PSI e la trasformazione del PCI, il fulcro di stabilizzazione si trasferisce progressivamente sul Presidente della Repubblica, che assume una funzione sempre più attiva nella gestione delle crisi, nella formazione degli esecutivi e nel raccordo con i vincoli europei e internazionali. Si può perciò affermare che il Capo dello Stato divenga il nuovo Principe della Repubblica: non per un mutamento formale della Costituzione, ma per l’inerzia di una forma di governo che continua a non fornire da sola un baricentro solido e che, in assenza del partito egemone, trova nel Quirinale l’unico attore in grado di garantire la continuità del sistema». Interessante è l’inciso «non per un mutamento formale della Costituzione». È anzitutto una dinamica sostanziale, di fatto. Una tendenza della Repubblica a trovare il proprio baricentro, non potendo sopravvivere senza. Dai governi tecnici alla prassi della ri-elezione (Napolitano, Mattarella), dall’assertività nella scelta dei ministri alla garanzia del collocamento internazionale (vincoli esterni euro-atlantici), sino alla istituzionalizzazione di partiti con origini anti-sistema, il Quirinale ha assunto il ruolo del Principe, e continua a interpretarlo oggi. Un baricentro in grado di esprimere, anche all’esterno, una immagine salda, di stabilità, mentre all’interno partecipa alla dialettica con il governo in ottica di compromesso, nonché come polo di moderazione rispetto a certi istinti più radicali, in un senso o nell’altro.
Una soluzione fragile? Certamente, come fragile era l’equilibrio della democrazia dei partiti. Va da sé che trattasi comunque di un baricentro, e la tendenza della Repubblica Italiana a individuarne uno rappresenta un tratto costante, che il volume di Lorenzo Castellani e Gaetano Quagliariello evidenzia lucidamente. La densità dell’opera non consente di ripercorrerne tutti i diversi spunti, riferimenti, profili storici approfonditi e discussi. Quanto però qui più conta è la logica di fondo, il filo conduttore della ricostruzione: la frammentazione e il compromesso, dapprima sociopolitico, poi giuridico, alla base della formazione della Repubblica, cui seguirà la costante fragilità di un modello di potere limitato, e la conseguente, necessaria, ricerca di un baricentro a equilibrare questa assenza: ieri l’infrastruttura partitica, oggi il Quirinale. Un modo per sopravvivere, e che effettivamente, nonostante tutte le contraddizioni e difficoltà, per ora ha permesso alla Repubblica di andare avanti: «Per tutte queste ragioni, la vicenda della Repubblica Italiana, a ottant’anni dalla sua nascita, può essere letta come la storia di un sofferto successo: non certo il trionfo lineare di un modello, ma la persistente capacità di una democrazia imperfetta di non essere vinta dalle proprie crisi».