“Il rischio politico” di Cecilia Emma Sottilotta
- 07 Ottobre 2021

“Il rischio politico” di Cecilia Emma Sottilotta

Recensione a: Cecilia Emma Sottilotta, Il rischio politico. Istruzioni per governare l’incertezza, Prefazione di Giovanni Orsina, Luiss University Press, Roma 2019, pp. 140, euro 16 (scheda libro).

Scritto da Massimiliano Frenza Maxia

6 minuti di lettura

Da circa un trentennio, ovvero dalla fine della Guerra fredda ad oggi, il mondo assiste a un processo di progressiva globalizzazione e interconnessione. Tale tendenza apparentemente inarrestabile è sembrata confermare le previsioni che, durante i “ruggenti anni Novanta”[1], erano convinti che avremmo assistito a una certa, seppur non necessariamente lineare, evoluzione delle nazioni in via di sviluppo verso un’economia liberale e verso la democrazia.  Una evoluzione che, attraverso la diffusione del modello liberale e democratico (Washington consensus), avrebbe ridotto il rischio politico e la conflittualità internazionale, poiché il liberalismo dominante avrebbe liberato energie tali dal favorire lo sviluppo economico e la riduzione della povertà a livello globale (Ikenberry, 2018).

Oggi, a vent’anni dall’11 Settembre e in piena epidemia Covid[2], tale previsione si è rilevata errata e, come fa notare il politologo e storico Giovanni Orsina nella prefazione a Il rischio politico di Cecilia Sottilotta, ormai nemmeno più le democrazie liberali sono sufficientemente «stabili e scevre di minacce di natura politica» che vanno a gravare su investimenti di aziende estere (p. 7). La Storia è tutt’altro che finita[3] e, anzi, si è fatta ancor più complicata.

Il libro di Cecilia Sottilotta, Assistant Professor in Relazioni Internazionali presso l’American University of Rome, ha il merito di introdurre in Italia un tema ampiamente trattato nel mondo anglosassone[4], ovvero il dibattito sul rischio politico. Rivolgendosi a un pubblico molteplice, che va da professionisti nell’ambito dell’intelligence economica e dell’analisi del rischio politico fino a studiosi e docenti di scienze politiche, nonché a lettori interessati ad approfondire il tema, il breve saggio della studiosa è  uno strumento snello, ma allo stesso tempo esaustivo  per cogliere l’ampiezza di un tema che ha un impatto sia sui grandi investimenti all’estero delle multinazionali sia sugli investimenti in strumenti finanziari dei piccoli risparmiatori.

La struttura del testo ripercorre una logica di progressiva introduzione all’ambito trattato. Il primo capitolo è infatti dedicato a offrire un quadro d’insieme, ovvero a ripercorrere le origini degli studi legati al rischio politico, all’evolversi delle definizioni dello stesso e alla trattazione di problemi di natura epistemologica. La stessa definizione di “rischio politico” non appare infatti condivisa e univoca ma, semmai vaga e sfocata, soprattutto laddove il perimetro di analisi vada ad allargarsi da rischi di natura finanziaria a rischi di natura operativa, ovvero verso qualsiasi evento capace di incidere sulla redditività o sul valore atteso di un investimento aziendale.

Il secondo capitolo, più tecnico ma comunque concepito affinché risulti comprensibile anche per un pubblico di non addetti ai lavori, passa in rassegna strumenti e tecniche previsionali ad oggi in uso, analizzandone le principali. Il terzo capitolo è totalmente dedicato al ruolo trasversale giocato dagli “esperti”. Infine, l’ultimo capitolo, il più interessante a parere di chi scrive anche se appena accennato, introduce il tema dell’impatto della rivoluzione digitale sul tema del rischio politico.

L’attualità di Il rischio politico risiede nel cambiamento che si è innescato con la crisi provocata dal default di Lehman Brothers (2008) e quindi dalla conseguente crisi del debito sovrano (2011). Sino al 2008 la percezione del rischio politico era tipicamente riferita e associata agli investimenti nei paesi in via di sviluppo e evidenza di ciò proviene da una rapida analisi delle definizioni di rischio politico in voga tra gli anni Settanta e Ottanta[5]. In un paper di qualche anno fa la stessa Sottilotta ne elencava cinque[6].

Tali definizioni, in parte riportate anche nel volume, erano tutte figlie di un’epoca in cui la visione era tipicamente occidentalocentrica e il rischio politico era percepito esclusivamente o quasi come la conseguenza di eventi quali regime change, instabilità politica o possibili rivoluzioni nel Paese ospitante. L’immaginario collettivo, ivi compreso quello degli analisti, era colonizzato dalle immagini e dai ricordi della rivoluzione iraniana (1978-1979) o da eventi come la presa del potere da parte del colonnello Gheddafi in Libia (1969)[7].

Oggi, laddove la definizione di rischio politico sia intesa come la «capacità e la volontà di un Paese di soddisfare i suoi obblighi finanziari» (Hoti e McAleer, 2003), ebbene tale definizione, dagli anni duemila in poi, riguarda sempre più anche paesi del mondo occidentale[8].

Tale definizione tuttavia non è omnicomprensiva e di per sé sufficiente. Il rischio politico non è solo finanziario ma anche di natura operativa (si pensi ai problemi generati dalla scarsa regolamentazione dei mercati), geopolitico (il pensiero va alla crisi greco-turco-cipriota per i diritti di sfruttamento di vaste aree contese del Mediterraneo) o infine digitale (si pensi agli hackeraggi di stato o al tema del ransomware). Alla luce di ciò il primo tema che il libro di Sottilotta tenta di perimetrare è quello di una definizione sufficientemente larga del concetto trattato e del suo inquadramento teorico.

Il problema intorno al perimetro della componente teorica e delle definizioni è, infatti, tutt’altro che marginale o accessorio, poiché in più occasioni è stato possibile verificare, a posteriori, come diversi sistemi di misurazione del rischio si siano rivelati incapaci di predire fenomeni acuti che si sarebbero verificati. Un esempio di ciò è rappresentato dalle Primavere arabe. Nel 2009-10 ad esempio la Tunisia, così come anche l’Egitto, veniva classificata come Paese a bassissimo rischio nell’indice dell’Economist Intelligence Unit (EIU)[9].

Il punto centrale della proposizione di valore nell’analisi dell’autrice sta quindi nella corretta identificazione di un necessario approccio multidisciplinare e multistrumentale a un tema che, «trovandosi al crocevia di diverse discipline [fa sì che], un’esplorazione anche solo superficiale delle ramificazioni epistemologiche dell’analisi del rischio politico [risulti essere] un compito complicato». (Sottilotta, 2019).

Tralasciando in questa sede una puntuale enunciazione degli strumenti analizzati dalla studiosa romana, merita una citazione la trattazione delle analisi veicolate tramite il coinvolgimento dei cosiddetti panel di esperti all’interno di un modello come la tecnica Delphi (Lindstone e Turoff, 1975). Sviluppata nell’ambito della RAND Corporation e quindi, al pari di molte altre innovazioni introdotte negli ultimi decenni, frutto di uno spillover dal campo della ricerca militare. Tra le diverse tecniche citate, la Delphi risulta particolarmente interessante poiché appositamente strutturata per prevenire il rischio conformismo, ovvero che in un panel di esperti il parere di un membro particolarmente autorevole o efficace possa condizionare quello degli altri, inficiando l’esito finale dell’assessment.

Altresì interessante, seppur appena accennato, è il tema dell’impatto della rivoluzione digitale sull’analisi del rischio politico, in termini di nuovi strumenti e tecniche disponibili e di nuovi rischi. Sulla base di tale evidenza, l’autrice elenca cinque nuove fonti di rischio in grado di minacciare la sicurezza informatica di un investimento: hacker di stato, criminalità organizzata, hacktivisti, minacce interne e prodotti e servizi scadenti.

Nel XXI secolo le guerre sono divenute asimmetriche, paesi come la Cina (Quiao e Wang, 1999) e la Russia (Gerasimov, 2012), hanno sviluppato dottrine militari ibride che combinano l’uso dei tradizionali mezzi militari con azioni informative, culturali e informatiche quale nuovo modello di conduzione delle operazioni volte al conseguimento di obiettivi strategici. Circostanze come l’ingerenza informativa, la propaganda virale, il trolling del dibattito democratico e gli attacchi DDoS (Distributed Denial of Services), rappresentano una realtà con cui stati e aziende occidentali devono confrontarsi quotidianamente. A tali azioni, portate da attori statali o collegati agli stati, si uniscono quelle messe in atto dagli hacktivisti come Assange e Manning, amplificando lo spettro delle competenze che gli assessor esperti di rischio politico devono possedere.

La conclusione del breve saggio di Cecilia Sottilotta, ampiamente condivisibile, è duplice. Se da un lato è oramai accertato che i rischi “informatici” vanno a collocarsi «al primo posto nell’agenda della sicurezza degli investimenti internazionali» (p. 100), dall’altro è necessaria una generale riconsiderazione olistica del tema, ai fini di una complessiva interazione dinamica tra rischio politico e rischio informatico.

Nel maggio del 2012 il Mc Kinsey Quarterly dedicato al Political Risk e intitolato Agile operations for volatile times, si concludeva con le seguenti parole: «In molti settori, l’ondata crescente di volatilità, incertezza e complessità aziendale sta turbando i mercati e modificando la natura della concorrenza. Le aziende che riescono a percepire, valutare e rispondere a queste pressioni più velocemente rispetto ai concorrenti saranno più brave a cogliere le opportunità e mitigare i rischi al ribasso»[10]. Tale assunto si collocava nello scenario che vedeva grandi corporation e nazioni intere, alle prese con i postumi della crisi del debito sovrano esplosa nel 2011.

L’articolo del Mc Kinsey Quarterly descriveva a tutti gli effetti quello che gli studiosi, prendendo a prestito un termine di derivazione militare, definiscono uno scenario VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity)[11]. Il mondo VUCA era già, a tutti gli effetti il mondo post 11 Settembre, a maggior ragione lo sarà il mondo post pandemico con cui i political risk assessor si dovranno confrontare.


[1] Il riferimento va ovviamente al famoso saggio di J. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell’economia, Einaudi, Torino 2004.

[2] Per una interessante lettura dell’impatto della pandemia nell’ambito del più generale concetto di rischio politico si veda: J. C. Hulsman, Political risk assessment and the pandemic’s challenge, Aspenia Online, aprile 2020.

[3] Il riferimento va a F. Fukuyama e al suo concetto di “fine della storia”. L’autore propose dal principio la sua teoria nell’articolo The End of History?, apparso sulle pagine della rivista The National Interest nell’estate del 1989 e quindi nel 1992 ne trasse un libro destinato ad avere un successo planetario, F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET, Torino 1992.

[4] Si veda ad esempio il saggio a cura C. Rice, A. Zegart, Political Risk: How Businesses and Organizations Can Anticipate Global Insecurity, Twelve 2018.

[5] Per un panorama completo della letteratura sulla perimetrazione “classica” del tema si veda: Mark Fitzpatrick, The Definition and Assessment of Political Risk in International Business: A Review of the Literature, The Academy of Management Review, Vol. 8, No. 2, Apr., 1983, pp. 249-254.

[6] Si veda in tal senso: C. E. Sottilotta, Political risk: concepts, definitions, challenges, Working Paper Series, School of Government, Luiss Guido Carli, SOG-WP6/2013, ISSN: 2282-4189.

[7] Nel 1970, a seguito del colpo di stato dell’anno precedente, circa 20.000 italiani furono costretti a cedere improvvisamente i propri beni e le proprie attività economiche.

[8] Si pensi alla crisi del debito sovrano avviatasi nel 2011 e capace di impattare su paesi membri dell’Eurozona come Grecia, Irlanda, Italia, Spagna e Portogallo.

[9] La Tunisia veniva valutata più stabile di Italia, Francia e Gran Bretagna e si posizionava al 134° posto su 165 paesi monitorati dove la posizione “1” rappresentava il massimo rischio e la “165” il minimo.

[10] M. Doheny, V. Nagali, F. Weig, Agile operations for volatile times, McKinsey Quarterly, maggio 2012.

[11] Per l’origine del ternine si veda: U.S. Army Heritage and Education Center, Who first originated the term VUCA?, Carlisle, febbraio 2018.

Scritto da
Massimiliano Frenza Maxia

Nato a Roma nel 1974. Laureato con lode in Storia e Società presso l’Università di Roma Tre, con una tesi sulla guerra civile libanese. Master in Geopolitica e Sicurezza con lode presso l’Università di Roma “La Sapienza”, con una tesi sul business plan dello Stato Islamico. Ha recentemente redatto per l’Istituto Affari Internazionali un’analisi sulle ricadute geopolitiche derivanti dal lancio della blockchain e dello Yuan digitale dalle caratteristiche cinesi. Attualmente coordina le attività della Scuola Manageriale della principale realtà del Private Banking italiano e collabora al dibattito geopolitico come analista indipendente. Appassionato di storia, geopolitica e comunicazione, negli ultimi anni si è focalizzato sugli impatti geopolitici della rivoluzione digitale in atto.

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