Il risiko del gas nel Mediterraneo Orientale
- 18 Ottobre 2020

Il risiko del gas nel Mediterraneo Orientale

Scritto da Leonardo Franchi

8 minuti di lettura

Le prime scoperte a gas nel Mediterraneo Orientale

La scoperta di grandi giacimenti di gas nelle acque territoriali di Israele[1] ha suscitato rinnovato interesse per l’esplorazione di idrocarburi nel Mediterraneo Orientale, ricevendo un’ulteriore accelerazione dopo la scoperta di Zohr in Egitto[2] nel 2015. Il primo giacimento scoperto nelle acque di Cipro (Aphrodite, 2011 – scoperto dall’americana Noble Energy) non è di dimensioni giant[3] e ancora non è stato sviluppato dai partner della joint venture[4]. A differenza di Israele ed Egitto, infatti, l’economia cipriota è troppo piccola come mercato di sbocco (meno di un milione di abitanti) e occorre quindi elaborare una strategia di export. Allo stato attuale il progetto più accreditato dovrebbe prevedere di portare il gas via gasdotto in Egitto, dove verrebbe liquefatto in impianti costieri già esistenti e da qui esportato in tutto il mondo via nave. Tuttavia, la joint venture non ha ancora approvato alcun investimento. Sembrerebbero tramontate, in ogni caso, le opzioni progettuali alternative, anche a causa delle variate condizioni di mercato del gas: la realizzazione di un impianto di liquefazione a Cipro (la scoperta contiene volumi di gas insufficienti per giustificare l’investimento) oppure la costruzione di un nuovo gasdotto sottomarino verso la Grecia per vendere in Europa il gas sia cipriota che israeliano. Il gasdotto, denominato ‘East Med’, avrebbe puntato su Creta e, risalendo per il Peloponneso, si sarebbe ricollegato al TAP (Trans Adriatic Pipeline) tra Albania e Italia. A frenare lo sviluppo del giacimento, inoltre, concorrono alcune controversie[5] tra Israele e Cipro, non giudicate però insormontabili dagli addetti del settore.

 

Le ragioni delle rivendicazioni turche

Di tutt’altra scala è invece il livello di tensione raggiunto con la Turchia. Aphrodite rappresenta la punta di un iceberg. Nel corso dell’ultimo decennio il governo di Cipro (greco-cipriota, membro UE e internazionalmente riconosciuto come unica e legittima entità sovrana dell’intera isola) ha assegnato a diverse compagnie internazionali i diritti di esplorazione nelle sue acque territoriali (Figura 1), tra cui la già citata Noble, l’italiana Eni, la francese Total, l’americana Exxon e Qatar Petroleum. Nel 2018 Eni ha scoperto il giacimento di Calypso e nel 2019 Exxon ha scoperto Glaucus[6]. Cipro però è un’isola in parte occupata militarmente dalla Turchia e la repubblica turco-cipriota del nord non è riconosciuta da nessun altro Paese se non la Turchia. Per questa ragione i turco-ciprioti rischiano molto concretamente di non partecipare ai ricavi futuri se Cipro (sud) sviluppasse in modo unilaterale queste risorse energetiche. La partizione dell’isola, inoltre, complica quella che da un punto di vista tecnico e commerciale sarebbe la soluzione probabilmente più economica: ossia la costruzione di un gasdotto tra Cipro e la vicina Turchia a servizio dell’enorme mercato turco, in deficit strutturale di energia.

 

Strategia turca in due fasi

Il governo di Erdoğan, sentendosi escluso dalla diplomazia energetica di Israele, Egitto, Grecia e Cipro ed ergendosi a difesa di Cipro Nord, in una prima fase ha fatto ostruzionismo: nel 2018 ha inviato la marina militare per fermare le attività di Eni, rendendo impossibile alla società italiana la prosecuzione delle attività di perforazione nei blocchi a est dell’isola in acque rivendicate dai turco-ciprioti. Nell’ultimo anno, però, forse fiutando l’opportunità di sviluppare un settore oil & gas nazionale che oggi è estremamente marginale nel panorama globale, i Turchi hanno smesso di giocare di rimessa e sono passati a una strategia più attiva. Dopo la scoperta di Exxon (en passant, avvenuta senza minacce militari turche), Ankara ha avviato una campagna di perforazione nelle acque rivendicate da Cipro Nord, inviando la marina militare a scorta delle navi perforatrici. Cipro Nord e Turchia, infatti, rivendicano come proprie la gran parte delle acque territoriali dell’isola (Figura 2). Ankara, inoltre, nel novembre 2019 ha firmato un memorandum di intesa con la Libia del Primo Ministro Serraj (nemico del Generale Haftar, a sua volta sostenuto dal presidente egiziano al-Sisi). Il memorandum attribuisce a Libia e Turchia una Zona Economica Esclusiva (EEZ – Exclusive Economic Zone, in inglese) attraverso il Mediterraneo. L’accordo ha fatto infuriare Grecia ed Egitto, in quanto la Zona si trova in sovrapposizione alle acque greche e costituirebbe una violazione delle convenzioni del diritto internazionale (mai ratificate, tuttavia, da Libia e Turchia e dunque per loro non vincolanti).

 

La situazione oggi

Il risultato più immediato di questa escalation geopolitica è che, complici la pandemia di COVID e la crisi del settore oil & gas, tutti i progetti relativi a Cipro sono stati messi in standby. Noble Energy è addirittura in procedura fallimentare e nel mese di luglio Chevron ne ha annunciato l’acquisizione. Al contrario, l’attivismo esplorativo turco non conosce interruzioni e si manifesta anche nel Mar Nero, dove lo scorso agosto il presidente Erdoğan ha annunciato la scoperta del più grande giacimento a gas mai trovato in Turchia (Tuna). Il campo sembrerebbe di taglia ragguardevole[7] ma la distanza dalla costa e l’elevata profondità marina ne rendono lo sviluppo non semplice da un punto di vista tecnico (ciononostante Erdoğan ha dichiarato di volerlo in produzione in tempi record già nel 2023[8]).

Figura 1: I consorzi attivi nelle licenze esplorative assegnate da Cipro – luglio 2020

Mediterraneo Orientale

Fonte: Wood Mackenzie, Esri

Fin qui la lunga e doverosa premessa. Proviamo ora a trarre qualche conclusione partendo dai principali elementi fattuali.

 

Uno scenario geologico ancora incerto

Le azioni della Turchia nelle acque di Cipro appaiono sinora perlopiù speculative, in quanto basate su uno scenario minerario ancora altamente ipotetico. Da un punto di vista geologico Aphrodite ha le stesse caratteristiche dei campi israeliani di Leviathan e Tamar. Scoperte come Calypso e Glaucus, invece, hanno caratteristiche geologiche minerarie distinte e in parte analoghe a quelle dell’egiziana Zohr (Eratosthenes Carbonate Platform). Queste scoperte hanno avuto il pregio di dimostrare che mineralizzazioni di questo tipo si estendono in acque cipriote ma una ricognizione del loro potenziale minerario è tutt’altro che completa, non da ultimo proprio per le azioni ostruzionistiche turche. Giova ricordare peraltro che i giacimenti scoperti finora si trovano in acque che non sono rivendicate dalla Turchia (Figure 1 e 2). Ancora più incerto è il potenziale minerario contenuto nella Zona Economica Esclusiva dichiarata da Ankara, nella quale, a mia conoscenza, nessuna compagnia petrolifera ha mai condotto una campagna di esplorazione, perlomeno nel più recente passato.

 

I punti di debolezza della Turchia

In caso di scoperta, difficilmente la Turchia potrebbe procedere da sola. Se anche dovesse realizzare delle scoperte in mare aperto (‘offshore’), la Turchia non appare in grado di sviluppare da sola queste risorse, né da un punto di vista tecnologico né finanziario. L’azienda di stato, TPAO, è piccola se paragonata ai giganti del settore: produce circa 30 mila barili al giorno di idrocarburi rispetto ai 4 milioni di Exxon o Shell. Ha attività solo in Turchia e non ha mai realizzato progetti offshore deepwater. Non sembra quindi possedere né l’expertise né le dimensioni per sviluppare in autonomia progetti complessi come un’eventuale scoperta in acque profonde migliaia di metri. È chiaro, quindi, che lo sviluppo di eventuali scoperte turche richiederà il coinvolgimento di partner stranieri. Per fare un esempio, lo sviluppo di Aphrodite è stimato intorno ai 3 miliardi di dollari di investimento e circa 5 anni di realizzazione.

 

La necessità turca di rafforzare una posizione negoziale debole

Le scoperte minerarie non sono di per sé garanzia di valore economico. Per averne, devono essere recuperabili da un punto di vista tecnico, sviluppabili a un costo sostenibile e commercializzabili a un prezzo capace di remunerare l’investimento. Se mancano queste condizioni, le risorse scoperte restano sottoterra. L’incertezza, compresa quella legata a controversie geopolitiche, è il motivo principale che trattiene le aziende dall’investire. Da questo punto di vista è evidente che eventuali scoperte turche non risponderebbero a più di uno di questi requisiti e incerti sarebbero i diritti di titolarità sulle risorse. La strategia turca, quindi, sembra quella di volersi sedere al tavolo delle trattative con qualche asso in più da giocare, dato che le risorse minerarie che può vantare al momento non esistono e quelle che esistono – vedi la scoperta di Tuna nel Mar Nero – non hanno un valore economico immediatamente evidente[9].

 

Le conseguenze dello stallo

Le azioni militari e le rivendicazioni territoriali della Turchia hanno rallentato lo sviluppo energetico di Cipro e sicuramente ne hanno compromesso le prospettive. Tuttavia, abbiamo visto come le scoperte a sud dell’isola non ricadono nell’area reclamata dalla Turchia e dovrebbero procedere verso lo sviluppo di progetto. Nelle parole dell’ex ministro cipriota dell’energia, Giorgos Lakkotrypis, il solo Aphrodite potrebbe generare entrate fiscali pari a mezzo miliardo di dollari all’anno per 18 anni a partire dal 2025, non poco per il Paese (circa il 2% del PIL). Dove invece l’attivismo turco sta producendo gli effetti più marcati è nelle acque a sud-est dell’isola. Qui siamo di fatto in una situazione di stallo: da un lato, la Turchia impedisce alle major titolari delle licenze di procedere con le attività esplorative; dall’altro lato, la Turchia difficilmente potrà mai sviluppare eventuali scoperte per i motivi fin qui esposti – anche tralasciando le possibili conseguenze geopolitiche di mosse unilaterali e aggressive nei confronti di alleati NATO. Ci troviamo in un certo senso in una situazione grottesca: senza il completamento delle attività esplorative, non sapremo mai se queste acque contengono davvero una ricchezza che può essere sfruttata, o se invece si sta facendo di questa disfida energetica ‘tanto rumore per nulla’. Di certo, al momento l’involontario beneficiario di questa impasse è l’Egitto. Abbiamo visto come in base alle risorse di gas attualmente conosciute, i volumi non sono sufficienti per la costruzione a Cipro di nuovi impianti di liquefazione. Chiaramente, con lo stop all’esplorazione, non sapremo mai se al contrario maggiori risorse avrebbero reso economica questa opzione di sviluppo. L’attuale schema di progetto, quindi, rafforza il ruolo dell’Egitto come hub regionale del gas, sia come Paese esportatore che a copertura dei crescenti consumi interni[10].

Figura 2: Le rivendicazioni territoriali turche nel Mediterraneo Orientale

Mediterraneo Orientale

Fonte: Center for Strategic & International Studies (CSIS), The Jerusalem Post, Stratfor, Limes, alaraby.co.uk. @www.fanack.com

 

Considerazioni finali

L’attivismo diplomatico e militare della Turchia potrebbe, a detta di molti osservatori, tradire un certo nervosismo del presidente Erdoğan in relazione alla difficile congiuntura economica interna. Non sappiamo se il rischio di una escalation militare sia proporzionale alla progressione nazionalista della retorica del presidente turco. Penne più esperte sapranno spiegare le ragioni e i vincoli interni ed esterni intorno al rinnovato militarismo di Ankara.

Qui mi premeva ricostruire i contorni industriali di un intricato puzzle geopolitico che come ogni conflitto racchiude in sé i germi del disastro ma anche un potenziale risolutivo a sostegno della pace e della cooperazione. Ed è questa, in fondo, la natura stessa delle risorse minerarie ed energetiche: una maledizione o un volano di sviluppo. A spingere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra sono le scelte politiche.

Ci tengo infine a sottolineare un altro aspetto importante: in Occidente da molti anni il dibattito sulla transizione energetica tende a enfatizzare (o demonizzare) l’impatto carbonico delle risorse energetiche, tralasciando o mettendo in secondo piano le ricadute geopolitiche e sociali del loro sfruttamento. È un problema che non riguarda solo petrolio e gas: anche le energie rinnovabili dipendono per il loro sfruttamento da materie prime limitate e distribuite in modo difforme tra i Paesi. In futuro è probabile che le vedremo oggetto di contese geopolitiche.

Il risiko del gas nel Mediterraneo Orientale ci ricorda dunque con violenza e attualità che il problema dell’approvvigionamento energetico non smette di essere strategico e pressante, un potente ingrediente che plasma le relazioni politiche e le traiettorie di sviluppo degli stati.


[1] Tamar (circa 11 TCF) e Leviathan (21 TCF) scoperti nel 2009 e nel 2010 da Noble Energy e rispettivamente in produzione dal 2013 e dal 2019. TCF = migliaia di miliardi di piedi cubi.

[2] Zohr – 30 TCF, scoperto da Eni nel 2015 e in produzione dal 2017.

[3] Circa 4 TCF.

[4] Noble Energy 35% operatore; Shell 35%; Delek Group 30%.

[5] Una parte di Aphrodite attraversa il confine tra i due Paesi e occorre un accordo per la ripartizione delle risorse.

[6] 5-8 TCF.

[7] Circa 14 TCF (405 mld m3) in base alle più recenti dichiarazioni di Erdogan (ottobre 2020).

[8] Anno dal forte valore simbolico in quanto ricorre il centenario della fondazione della Repubblica di Turchia per mano di Mustafa Kemal Atatürk.

[9] A soli 100 km da Tuna, in acque romene, il mega giacimento a gas di Exxon, Neptun Deep, attende da anni di essere sviluppato: la convenienza economica del progetto è negativamente impattata dalle complessità tecniche e logistiche del Mar Nero oltre che da incertezze commerciali e regolatorie.

[10] Con la messa in produzione di Zohr l’Egitto è diventato un Paese esportatore di gas. Si prevede che possa tornare in deficit nel corso del prossimo decennio sotto la spinta della crescita della popolazione e dei consumi industriali.


RIFERIMENTI 

Scritto da
Leonardo Franchi

Energy analyst con esperienza nella finanza e nella consulenza, vive e lavora nel Regno Unito. Le opinioni espresse dall’autore rappresentano unicamente il suo punto di vista personale.

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