Il Terzo settore e l’economia sociale e solidale. Intervista a Rossella Vigneri
- 13 Giugno 2025

Il Terzo settore e l’economia sociale e solidale. Intervista a Rossella Vigneri

Scritto da Daniele Molteni

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Rossella Vigneri è Portavoce Forum del Terzo Settore Bologna e Presidente Arci Bologna.


L’economia sociale è spesso vista come un modello alternativo di sviluppo, più inclusivo e sostenibile, rispetto all’economia di mercato. Per un periodo questo concetto si è sovrapposto a quello di Terzo settore. Quali sono le differenze e quali, secondo lei, le principali sfide e opportunità oggi per il consolidamento di questo paradigma?

Rossella Vigneri: Vorrei partire da come intendiamo il concetto di economia sociale o, meglio, di economia sociale e solidale, secondo la visione delle organizzazioni del Terzo settore. Aggiungo volutamente il termine “solidale”, perché credo sia fondamentale per comprenderne appieno il significato: l’economia sociale e solidale rappresenta un’alternativa alla logica estrattiva dell’economia tradizionale. In questo paradigma, la dimensione sociale non è considerata un’esternalità, né un valore aggiunto o un fattore accessorio. Al contrario, è l’essenza stessa del valore economico, e ciò comporta un ribaltamento delle logiche e delle relazioni su cui si fonda il sistema attuale, perché pone al centro la persona. L’economia, in questa visione, diventa uno strumento per rispondere ai bisogni individuali e collettivi, e dunque all’interesse generale. Ritengo che questo sia un punto assolutamente centrale. E il Piano promosso dalla Città Metropolitana di Bologna rappresenta, in questo senso, un’importante opportunità, perché coinvolge non solo le cooperative, ma un ampio spettro di attori del Terzo settore: organizzazioni di volontariato, associazionismo, imprese sociali. È un’occasione concreta per valorizzare il capitale sociale che queste realtà generano e per aprire a nuove modalità di relazione con il mondo profit. Rispetto al passato, oggi è fondamentale costruire spazi di dialogo e collaborazione tra profit e non profit, pur riconoscendo la delicatezza di questo passaggio. L’economia sociale, infatti, propone un paradigma che supera il dualismo Stato-mercato, inserendo un “terzo pilastro”: la comunità. In questo schema, il Terzo settore diventa un attore centrale, capace di rappresentare e rispondere ai bisogni delle persone in modo più diretto e partecipativo.

Una sentenza della Corte Costituzionale, la n. 131 del 2020, sancisce chiaramente questo cambiamento di paradigma. Si parla di sussidiarietà in termini nuovi, cioè con il riconoscimento di una dimensione di orizzontalità e corresponsabilità tra lo Stato e i soggetti privati che operano per l’interesse generale. È un riconoscimento importante, che considera le organizzazioni del Terzo settore capaci di interpretare e dare voce alle istanze, ai bisogni e alle aspettative delle comunità, in un contesto in cui le disuguaglianze aumentano e i bisogni si fanno sempre più differenziati. Questo lo abbiamo visto con ancora più evidenza durante e dopo la pandemia. È emersa con forza la varietà delle esigenze, dalle persone anziane agli adolescenti, e la necessità di risposte differenziate. In questo senso, il Codice del Terzo settore, insieme alla sentenza citata e ai piani per l’economia sociale, costituisce un quadro normativo importante. Tuttavia, a mio avviso, manca ancora un passaggio fondamentale: un vero cambiamento culturale. Abbiamo gli strumenti normativi, ma serve una trasformazione più profonda, che coinvolga la formazione, la conoscenza e la consapevolezza, sia all’interno del Terzo settore, sia tra chi è chiamato a governare. Solo così questi strumenti potranno essere utilizzati in modo efficace e non restare semplici enunciazioni.

 

Il Forum del Terzo Settore è un’associazione di enti rappresentativa, che va dal livello nazionale a quello regionale, fino a quello locale. Come si organizza e qual è il suo scopo?

Rossella Vigneri: Il Forum del Terzo Settore è innanzitutto un organismo di rappresentanza, presente a tutti i livelli – nazionale, regionale e locale – e svolge un duplice ruolo. Da una parte, ha una funzione politica: rappresenta le istanze delle organizzazioni del Terzo settore, dà loro voce e lavora per portare alla luce esigenze e proposte concrete. Questo significa anche fare pressione sulle istituzioni – penso, ad esempio, al Piano Metropolitano per l’Economia Sociale – affinché vengano stanziate risorse adeguate per attuare obiettivi e missioni, e si definiscano strumenti finanziari adatti a sostenere il comparto. Dall’altra parte, soprattutto in questa fase storica, credo che il Forum debba svolgere anche un importante lavoro culturale. Mi riferisco, in particolare, alla necessità di sensibilizzare e informare sia le organizzazioni che l’opinione pubblica su cosa sia davvero l’economia sociale e su quali effetti positivi possa generare per la società. C’è ancora poca consapevolezza, non solo tra i cittadini, ma anche tra chi ricopre ruoli decisionali e politici. Se oggi chiedessimo alle persone cosa sia l’economia sociale, temo che in pochi saprebbero rispondere. È una sfida culturale che dobbiamo assolutamente affrontare.

Un altro tema cruciale riguarda le competenze. Le organizzazioni del Terzo settore spesso operano in contesti difficili, con risorse limitate, e fanno leva su una forte componente di volontariato, di giovani e di persone motivate ma che hanno bisogno di strumenti per crescere. Per questo, credo sia fondamentale rafforzare le competenze di chi lavora e guida queste realtà: dirigenti, operatori, volontari. È una condizione necessaria per poter utilizzare al meglio gli strumenti che l’economia sociale mette a disposizione. Un esempio concreto di questo lavoro lo stiamo portando avanti anche a livello locale, ma vale anche per il piano nazionale: stiamo promuovendo percorsi formativi rivolti non solo alle organizzazioni del Terzo settore, ma anche alle amministrazioni pubbliche. Il tema è quello dell’amministrazione condivisa, ovvero la co-progettazione e la co-programmazione tra enti del Terzo settore e istituzioni. Questi strumenti sono previsti dal Codice del Terzo Settore e le procedure sono già definite, ma la vera sfida è capire come applicarli concretamente nei nostri territori. Si tratta, in fondo, di reimmaginare i servizi, prenderci cura dei beni comuni e rigenerare gli spazi pubblici attraverso una logica di collaborazione. Anche in questo, il ruolo del Forum è aiutare tutti gli attori coinvolti a capire come utilizzare al meglio gli strumenti esistenti, ma anche a evidenziare le criticità e le difficoltà che ancora oggi si incontrano nell’applicazione concreta di questi modelli.

 

Uno degli assi strategici del Piano metropolitano riguarda il public procurement e l’amministrazione condivisa (missione 5). Stimolare il dialogo tra istituzioni locali, terzo settore, imprese e imprese sociali è la giusta strada per favorire la più ampia partecipazione nei processi decisionali e nell’accesso alle risorse in ottica di parità? Quale lavoro andrebbe svolto in questo senso? 

Rossella Vigneri: Credo che strumenti come l’amministrazione condivisa, la co-progettazione e la co-programmazione siano fondamentali. Non solo perché migliorano i servizi rivolti alla comunità, ma perché ci permettono di impostare in modo completamente diverso come quei servizi vengono pensati e costruiti. L’amministrazione condivisa ci invita a superare una logica puramente prestazionale: non si tratta più di fornire un servizio in risposta a un bisogno specifico e circoscritto, ma di partire dai bisogni complessivi delle persone, mettendole davvero al centro. Ad esempio, se voglio ragionare sull’assistenza domiciliare per gli anziani, non posso limitarla al calcolo delle ore di assistenza previste, ma devo considerare l’anziano nella sua interezza, come persona fragile che ha bisogno sì di supporto, ma anche di non essere isolata, che ha bisogno di una rete, di spazi, di relazioni. L’amministrazione condivisa ci consente di ripensare il welfare in un’ottica più integrata e più umana. Detto questo, la sfida è enorme. Per le organizzazioni del Terzo settore, abituate a operare in un sistema competitivo basato su bandi e appalti, non è facile cambiare approccio. Ma lo stesso vale per le amministrazioni pubbliche, che per anni hanno agito con logiche verticali: “Io, ente pubblico, ti dico cosa fare e con quali risorse, tu esegui”. Cambiare questa cultura richiede tempo, formazione, fiducia reciproca. E oggi vediamo che, anche quando si sperimenta la co-progettazione, spesso questa viene ancora vissuta come una “gara mascherata”, dove si fatica a realizzare una vera co-responsabilità.

Uscire da questa logica è una delle sfide più grandi, ma anche più urgenti. Le risorse pubbliche sono sempre più scarse, le difficoltà aumentano. Se non cambiamo approccio, non saremo più in grado di rispondere in modo efficace ai bisogni delle persone. Serve invece una nuova visione, in cui le comunità, le istituzioni e il Terzo settore lavorino insieme, in un’ottica di alleanza, di co-responsabilità e di fiducia. Non è facile, certo, anche perché le organizzazioni vivono delle difficoltà economiche, e lo stesso vale per le amministrazioni locali. Ma proprio per questo, il dialogo e la collaborazione diventano indispensabili. Anche in questo contesto il ruolo del Forum del Terzo Settore è cruciale: deve aiutare a individuare le criticità, a capire dove si inceppano i meccanismi e soprattutto a promuovere un cambiamento culturale che renda davvero la co-programmazione una prassi strutturale, un metodo fondamentale per costruire le politiche sociali. Come organizzazioni del Terzo settore, lo diciamo con forza: se contribuiamo al benessere della comunità e se facciamo parte a pieno titolo dell’economia sociale, vogliamo essere legittimati come soggetti attivi nella costruzione delle politiche sociali delle nostre città. Non siamo semplici fornitori di servizi: vogliamo co-progettare, co-decidere, co-governare.

 

Quale può essere il contributo del Forum del Terzo settore rispetto agli ambiti, alle missioni e alle azioni di raccordo previste dal Piano Metropolitano per l’Economia Sociale, in particolare sui temi del welfare di prossimità, della cultura, dell’inclusione lavorativa delle persone fragili, della riduzione delle disuguaglianze e dell’innovazione? Esistono, secondo lei, delle missioni che parlano in modo più diretto al Terzo settore? E quali iniziative possono essere attivate in questo contesto?

Rossella Vigneri: Tutte le missioni previste dal Piano possano incrociare, in modo più o meno diretto, il lavoro e le attività che già oggi portano avanti le organizzazioni del Terzo settore. Naturalmente, la prima missione che viene in mente è quella legata al welfare, che è spesso la più immediata da associare al nostro mondo. Tuttavia, come accennavo, dobbiamo stare attenti a non ridurre il Terzo settore alla sola dimensione assistenziale o sociosanitaria: sarebbe un errore. Il nostro è un universo molto più ampio, articolato, con competenze e visioni che si estendono ben oltre l’ambito del sociale in senso stretto. Detto questo, come Forum del Terzo Settore di Bologna, sicuramente riconosciamo nel welfare di prossimità una delle missioni più strategiche. Insieme a questa, anche l’ambito dell’educazione e, in particolare, il tema dell’abitare sono centrali, soprattutto in una città come la nostra, ma anche in molte altre realtà urbane. Riteniamo fondamentale tornare a concepire il diritto all’abitare come un diritto primario, universale, da garantire a tutte e tutti. E questo può avvenire solo attraverso alleanze nuove e coraggiose tra enti pubblici, organizzazioni sociali e cittadinanza attiva. Un altro tema importante è quello del turismo sostenibile. Anche qui si tratta di ripensare radicalmente il modello dominante, superando l’idea di un turismo “mordi e fuggi” e puntando invece su pratiche che valorizzino i territori, le comunità e le economie locali. È un ribaltamento di prospettiva che chiama in causa direttamente anche il Terzo settore.

Personalmente, poi, sento molto forte anche la questione culturale, perché provengo da quel mondo: sono Presidente del comitato territoriale dell’ARCI di Bologna, quindi rappresento anche una parte del Terzo settore che lavora sulla produzione culturale, sulla socialità, sull’aggregazione. E devo dire che nel Piano, purtroppo, la cultura compare in maniera un po’ marginale e generica. Eppure, la cultura è fondamentale: crea lavoro, produce capitale sociale, rafforza il senso di comunità; è parte integrante di ciò che siamo e di ciò che possiamo costruire come società. Per questo ritengo che il nostro contributo possa essere significativo anche in questo campo, così come in quello dell’inclusione lavorativa e della lotta alle disuguaglianze. Anche il tema del lavoro, infatti, è centrale. Da un lato c’è la questione dell’inserimento lavorativo di persone fragili o svantaggiate, su cui molte cooperative e associazioni sono impegnate da anni. Ma dall’altro c’è anche la necessità di riflettere in modo più ampio sulle condizioni di chi lavora nel Terzo settore, a partire dagli operatori sociali, figure fondamentali che spesso operano in condizioni difficili, con retribuzioni basse e senza sufficienti tutele. Credo che il nostro mondo debba interrogarsi seriamente su questo punto: come garantire condizioni di lavoro giuste e dignitose a chi, ogni giorno, si prende cura della comunità? Come affrontare le contraddizioni che esistono anche all’interno delle nostre stesse organizzazioni? È un tema che dobbiamo avere il coraggio di affrontare, e su cui dobbiamo iniziare a costruire proposte e pratiche concrete. Insomma, direi che tutte le missioni del Piano, in modi diversi, interpellano il Terzo settore. Non c’è una sola “missione propria”: ci siamo dentro tutte e tutti, con le nostre diverse anime – dal mondo cooperativo al volontariato, dall’associazionismo alle fondazioni. La ricchezza del nostro settore sta proprio in questa pluralità, che può diventare una risorsa preziosa per l’attuazione concreta del Piano Metropolitano per l’Economia Sociale di Bologna.

 

Il Piano riprende alcuni punti del Social Economy Action Plan, come la finalità rivolta al bene comune, la pluralità di ambiti di interesse e l’intersettorialità, e il coinvolgimento di un ampio ecosistema di organizzazioni dell’economia sociale. Da un punto di vista europeo e internazionale, questo modello di collaborazione e co-programmazione potrebbe rappresentare un esempio da seguire per una transizione ecologica, digitale e demografica equa, e per rivedere gli attuali sistemi socioeconomici di sviluppo? Qual è il contesto fuori dall’Italia?

Rossella Vigneri: Dal punto di vista europeo c’è stato sicuramente un riconoscimento dell’economia sociale; quindi, partiamo da una base che è positiva. Tuttavia, personalmente ho delle riserve sull’idea che il nostro modello possa essere semplicemente replicato altrove, o che sia pienamente compreso nel contesto europeo. L’Italia ha una specificità davvero unica. Non credo che esista un altro Paese in cui il Terzo settore presenti una tale varietà e complessità, perché da noi convivono realtà molto diverse: c’è il mondo del volontariato, quello dell’associazionismo, che nel nostro caso è fortemente autonomo, e quello delle imprese sociali. In altri Paesi, come ad esempio la Francia, il mondo associativo è spesso più legato allo Stato, riceve finanziamenti pubblici diretti ed è meno indipendente. In Italia, invece, esistono moltissime organizzazioni che producono valore sociale ed economico senza dipendere direttamente dallo Stato. Sono realtà auto-organizzate, che si fondano su principi di mutualismo, solidarietà, partecipazione attiva. Ed è proprio questa autonomia che rappresenta una delle nostre grandi forze, ma allo stesso tempo è un elemento difficile da far comprendere a livello europeo.

Faccio un esempio concreto che rende bene l’idea. In questo momento si sta discutendo, a livello europeo, dell’estensione dell’IVA ad alcune attività del Terzo settore, e la Commissione Europea ha richiesto che il Governo italiano applichi l’IVA anche alle attività associative, trattandole alla stregua delle attività commerciali. Questo accade perché l’Europa, in molti casi, non ha ancora capito bene cosa siamo: non ha compreso fino in fondo cosa significhi auto-finanziamento, cosa sia l’auto-organizzazione, quale sia la logica mutualistica che muove molte delle nostre realtà. E allora rischia di applicare criteri e norme pensati per l’impresa tradizionale a contesti che funzionano con logiche completamente diverse. Per questo io credo che, a livello europeo, ci sia ancora molto lavoro da fare nella definizione del perimetro dell’economia sociale. È importante capire chiaramente chi può essere ricompreso al suo interno e su quali basi. Noi, a Bologna, questo lavoro lo abbiamo fatto, perché abbiamo cercato di definire con precisione il perimetro dell’economia sociale nel nostro contesto, individuando i soggetti e i principi che la caratterizzano. Ma questo è un passaggio che, a mio avviso, manca ancora a livello europeo.

Detto questo, riconosco che l’Unione Europea, rispetto a molti governi nazionali, sta dimostrando una certa apertura verso l’economia sociale. Sono stati messi a disposizione strumenti importanti, come il Fondo Sociale Europeo, il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e altri canali di finanziamento che potrebbero sostenere progetti e iniziative legate al nostro mondo. Quindi, ci sono senz’altro delle opportunità, anche in termini di accesso a risorse. Nonostante ciò, il nodo resta politico e culturale: bisogna davvero comprendere chi sono i soggetti dell’economia sociale e riconoscere non solo le attività economiche che svolgono, ma anche tutto quel vastissimo insieme di attività non economiche che caratterizzano il Terzo settore. Sono attività che generano valore – sociale, culturale, relazionale – pur non rientrando nelle logiche di mercato. Ecco, credo che l’obiettivo debba essere questo: arrivare a un riconoscimento pieno e consapevole della specificità dell’economia sociale italiana, valorizzandone il contributo sia a livello nazionale sia nel più ampio contesto europeo. 

Scritto da
Daniele Molteni

Editor di «Pandora Rivista», si è laureato in Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano e ha collaborato con diverse realtà giornalistiche, tra cui «Africa Rivista», «Lavialibera» e «Modern Insurgent». Si occupa di politica internazionale, questioni sociali e tecnologia. È membro del collettivo giornalistico “Fuorifuoco”.

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