Instabilità e interessi strategici nella Repubblica Democratica del Congo
- 16 Luglio 2021

Instabilità e interessi strategici nella Repubblica Democratica del Congo

Scritto da Matteo Colacchio, Lorenzo Gardini, Camilla Ravagnan e Ludovica Santo

10 minuti di lettura

Nella regione africana dei Grandi Laghi, un Paese ancora oggi non trova pace: si tratta della Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove si continua a combattere in conflitti aspri e a bassa intensità. Oltre agli scontri etnici, l’epidemia di ebola e una grave crisi alimentare, sanitaria e umanitaria rendono la popolazione allo stremo. Sebbene le elezioni del 2019, con la vittoria di Felix Tshisekedi, siano riuscite a portare il Paese verso una parvenza di stabilità, nessuno, fino ad ora, è riuscito a dare una speranza concreta agli oltre 90 milioni di abitanti che lo popolano. L’oggetto del contendere rimane il Paese stesso, ciò che il suo sottosuolo contiene: le risorse naturali e minerarie, che tutto il mondo desidera.

In seguito al decesso, nel febbraio 2021, di tre vite umane innocenti, il Paese è al centro dei riflettori della stampa internazionale. L’obiettivo della seguente trattazione è di contribuire al dibattito, cercando di comprendere in primis le cause sottostanti all’attuale scenario di crisi, attraverso un’analisi del contesto storico, politico e socioeconomico dello Stato centro-africano. In secundis, si esamineranno i forti interessi internazionali nella “polveriera africana”, centro di attrattiva di molte grandi potenze, spesso in un contesto di opacità e corruzione e si tenterà di valutare l’operato della missione delle Nazioni unite MONUSCO[1]. Infine, il focus si sposterà sulla possibile risposta dell’Alleanza atlantica alle concrete minacce per la sicurezza internazionale provenienti dal cuore dell’Africa subsahariana.

 

Contesto 

La storia recente della RDC cominciò quando nel 1960 il Paese ottenne l’indipendenza dal Belgio. Già nel corso di quell’anno, Patrice Lumumba, primo leader del Paese a essere eletto democraticamente, fu spodestato e, in seguito, giustiziato da un plotone d’esecuzione nel Katanga, allora autoproclamatasi indipendente sotto la guida di Mosè Kapenda Tschombe[2]. Nel 1965, un secondo colpo di stato spodestò il Presidente Joseph Kasa-Vubu, portando al potere il Colonnello Joseph Désiré Mobutu, che mantenne il potere per i successivi 32 anni, nel quadro di una dittatura, contornata da brogli elettorali e violente repressioni.

Il regime di Mobutu portò rapidamente al deterioramento della situazione economica del Paese. Clientelismo e corruzione minarono le fondamenta dello Stato che, per risollevarsi, dovette far affidamento su un crescente disavanzo pubblico. Nel 1973, Mobutu, per far fronte alla situazione, intraprese un programma di zairizzazione (zairification[3]) delle piccole e medie imprese straniere, nazionalizzandole o distribuendole a privati congolesi. Nel 1974, poi, toccò alle grandi imprese belghe, che furono nazionalizzate con la radicalizzazione, il secondo programma lanciato da Mobutu. A quest’esigenza rispose anche la creazione della Société Zairoise pour la Commercialisation des Minerais (SOZACOM), funzionale al controllo nazionale sulle vaste risorse minerarie, costituite in prevalenza da diamanti, oro e coltan.

Queste misure portarono ad una pressoché totale perdita di fiducia del settore privato nazionale e internazionale verso l’economia domestica, che subì pertanto un ulteriore shock. Dinanzi al calo dei prestiti e degli investimenti privati, Mobutu, forte dell’appoggio dell’Occidente, in considerazione soprattutto del suo ruolo strategico di alleato nel contesto della Guerra Fredda, non poté far altro che ricorrere a prestiti bilaterali con potenze estere. Solo parte dei capitali presi a prestito, tuttavia, contribuì allo sviluppo del Paese, lasciando che il resto defluisse direttamente nelle tasche di Mobutu e del suo entourage. Di conseguenza, la situazione economica dell’allora Zaire conobbe un costante deterioramento, con un tasso di inflazione medio annuo del 56% nel periodo compreso tra il 1978 e il 1988[4]. Il conseguente deterioramento delle ragioni di scambio non permise al Paese di partecipare ai vantaggi del commercio internazionale, profittando delle sue immense ricchezze naturali. La mancanza di investimenti, sia internazionali che interni, inoltre, non permise la diversificazione produttiva dell’economia domestica, funzionale allo sviluppo economico[5].

Il bilancio negativo della dittatura di Mobutu Sese Seko[6] non pose fine alle sofferenze del Paese. Nel 1997 una coalizione di ribelli, capeggiata da Laurent Kabila[7] e sostenuta da Uganda e Ruanda, rovesciò Mobutu, ribattezzando nuovamente il Paese Repubblica Democratica del Congo. Divenuto nuovo Presidente della RDC, Kabila sopravvisse nel 1998 ad una insurrezione sostenuta da Uganda e Ruanda, ottenendo il supporto militare di altri Stati africani[8]. Nel 2001, tuttavia, egli fu assassinato a Kinshasa da una sua guardia del corpo e fu sostituito da suo figlio, Joseph Kabila, che, con l’accordo di Pretoria, e con l’istituzione di un governo di unità nazionale, riuscì a porre termine ai disordini nella parte orientale del Paese. L’accordo di Pretoria riuscì nel suo intento di stabilizzare provvisoriamente la frontiera orientale, grazie al ritiro delle truppe di Ruanda, Uganda, Angola, Namibia e Zimbabwe, che appoggiando fazioni in lotta fomentavano la guerra civile con la fornitura di armi e munizioni. Nonostante la permanenza di combattimenti sporadici nell’area in questione e gli avvistamenti occasionali di contingenti militari ruandesi in territorio congolese, la situazione rimase relativamente stabile. A questo risultato contribuì la presenza della missione di peacekeeping delle Nazioni unite MONUC, avviata nel 1999 e potenziata recentemente con la missione MONUSCO[9].

Dopo 18 anni al potere, il 30 dicembre 2018, giorno delle prime elezioni democratiche della storia moderna della RDC, Joseph Kabila, non potendo candidarsi al terzo mandato per il divieto costituzionale, lasciò la guida del Paese. Vincitore delle elezioni risultò Felix Tshisekedi[10], attuale Presidente, che fu subito accusato dal suo avversario, Martin Fayalu, di aver orchestrato una serie di brogli elettorali con il suo predecessore. Il nuovo Presidente apparve così antidemocratico e fu etichettato come “Presidente di facciata”, “burattino nella mani di Kabila”. Ad ogni modo, la sua vittoria fu confermata dalla Corte Costituzionale della RDC; inoltre, nonostante le modalità poco chiare con cui giunse al potere, Tshisekedi cercò subito di avviare una serie di riforme e di mutamenti di linea politica affinché fosse legittimato alla guida del Paese. Sul piano interno, ha ripetutamente cercato il dialogo con il suo avversario elettorale. Sul piano internazionale, ha ristabilito i rapporti con il Belgio e con i Paesi vicini, a partire dal Ruanda e ha chiesto aiuto alla missione MONUSCO, al fine di debellare le numerose bande armate attive nelle regioni orientali del Paese.

Conclusa la fase conflittuale successiva alle elezioni, nel Paese restano tutti i vecchi focolai di guerriglia, cui si aggiungono nuovi conflitti a bassa intensità e la repressione violenta delle tante bande armate e dell’esercito governativo. Di conseguenza, sebbene per la prima volta nella storia nazionale, il Presidente in carica abbia assunto i poteri in modo incruento, il raggiungimento della pace e il miglioramento delle condizioni di vita per gli abitanti sembrano avere ancora una parvenza di irrealtà. Il quadro attuale è alquanto preoccupante: il 71% della popolazione vive sotto il livello di povertà e la speranza di vita media è di 57 anni. Peraltro, solo il 28% dei congolesi ha accesso a servizi sanitari adeguati e il 52% all’acqua potabile[11]. A ciò deve aggiungersi il problema del landgrabbing, ossia l’accaparramento delle terre da parte di società straniere e di grandi multinazionali.

 

Grandi interessi internazionali nella polveriera africana

Stato tra i più ricchi di risorse naturali dell’Africa, la RDC è da tempo al centro degli interessi di molte grandi potenze. Tonnellate di cobalto sono qui estratte e trasportate verso le raffinerie cinesi. Il contrabbando d’oro sostiene quello delle armi, opponendosi ai tentativi di pacificazione della comunità internazionale. Il Paese trae un beneficio molto esiguo dal commercio internazionale di materie prime. Per questo motivo, nel 2018, il governo di Kabila propose una revisione del codice per la regolamentazione dello sfruttamento delle risorse minerarie e quindi degli accordi transnazionali. Proposta che fu approvata e che ha allineato il Congo alla media mondiale del settore[12].

Sempre nel contesto delle risorse naturali vi è il problema delle violazioni dei diritti umani connesso al loro sfruttamento. Con l’emanazione nel 2010 del cosiddetto Dodd-Frank Act dell’amministrazione Obama[13], gli USA obbligarono molte società a evitare l’estrazione di minerali nelle aree soggette a conflitti. La riforma, tuttavia, ha spinto milioni di minatori sempre più nella povertà, destabilizzando ulteriormente la situazione. Durante la prima videoconferenza del febbraio 2021 tra Tshisekedi e Kamala Harris[14], la Vicepresidente ha sottolineato la preoccupazione degli USA per le gravi violazioni dei diritti umani e il peggioramento della crisi umanitaria.

La situazione nella RDC è poi seguita con attenzione e preoccupazione dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna[15], che coordina i programmi di cooperazione degli Stati membri dell’UE e monitora la situazione del Paese. In questo quadro, l’Italia esercita attivamente la propria azione, cercando di favorire una mediazione politica[16], al fine di trovare soluzioni condivise. Integrità territoriale, rispetto della sovranità nazionale e assistenza nel sostenere il processo di pacificazione e la stabilità sono anche gli obiettivi della Francia[17]. A titolo bilaterale e multilaterale, la Francia si era impegnata attraverso la promozione del rispetto della democrazia, dei diritti dell’uomo e della costituzione, per permettere una pacifica risoluzione della crisi politica, cominciata durante il secondo mandato di Kabila. Con la proclamazione della vittoria di Tshisekedi, la Francia ha incoraggiato il nuovo Capo di Stato a rispondere alle aspettative di cambiamento della popolazione, con uno spirito di dialogo e di consenso.

Per quanto riguarda l’obiettivo di stabilizzare il governo, la Federazione Russa ha riallacciato i suoi rapporti con il Paese e Lavrov aveva manifestato massima disponibilità a contribuire alla pacificazione della regione. In questa direzione vanno gli accordi siglati nel 2019[18] e 2020 con cui la Russia si è impegnata a fornire armi e addestrare le forze di sicurezza impegnate nelle operazioni di controguerriglia.

La missione delle Nazioni unite MONUSCO è riuscita sì ad impedire un’escalation nelle varie crisi interne, ma non a debellare la presenza dei numerosi gruppi armati e a risolvere i problemi sociali ed istituzionali[19]. Il progetto dell’ONU, nei metodi e negli obiettivi, non ricalca, infatti, i desideri della governance congolese e l’eccessiva neutralità è percepita negativamente dai politici locali.

L’importanza del Paese sotto ogni profilo – risorse naturali, demografia, collocazione strategica – impone così un rinnovato interesse delle grandi potenze che superi l’approccio spesso predatorio che ha caratterizzato gli ultimi anni e organizzi un più solido impegno multilaterale, nell’interesse anzitutto di una popolazione stremata da decenni di guerre interne.

 

Le minacce per la sicurezza internazionale e il ruolo della NATO

La situazione nella RDC rischia di agevolare trend, che possono trasformarsi in minacce concrete per l’Alleanza Atlantica. In primo luogo, una minaccia è rappresentata dell’ADF[20], che opera principalmente nel Nord Kivu. La sua dimensione attuale non ne fa un attore particolarmente pericoloso a livello internazionale; tuttavia, la porosità dei confini su cui opera e l’instabilità cronica della regione potrebbero trasformare il Nord Kivu nel prossimo santuario per il terrorismo islamico internazionale.

Una seconda minaccia è rappresentata dall’epidemia di ebola. Sporadici casi di ebola continuano infatti a verificarsi nel Nord Kivu[21]. Inoltre, lo sforzo internazionale nella lotta locale al virus è messo a dura a prova dalla presenza di frequenti scontri a fuoco: gli sfollati agevolano la trasmissione della malattia.

In terzo luogo, la presenza formale e informale di Cina e Russia deve allertare membri e partner NATO. Una priorità dovrebbe essere quella di eliminare il gap che si sta creando in termini di presenza militare nell’area, per supportare relazioni diplomatiche ed economiche con i Paesi del centro-africani.

Infine, nel Paese vi sono materie prime strategiche alla base della produzione di microprocessori e componenti che riforniscono sia l’elettronica di largo consumo sia strumenti di precisione industriali, medici e militari. L’accesso a queste materie prime mediato dalla Cina rappresenta una grave minaccia per la supply chain di programmi strategici come il JSF (F35) ed il vantaggio che la Cina possiede in RDC in termini di presenza ed accordi governativi[22] è senza eguali.

Queste sfide dimostrano l’importanza che la NATO dovrebbe dare alla RDC nella pianificazione futura. L’Alleanza dovrebbe agire proponendosi come interlocutore attivo, superando la neutralità della missione ONU e trovando una sintesi tra gli interessi locali e gli interessi e i valori NATO. I primi passi dovrebbero essere una sensibilizzazione sulla gravità dei problemi congolesi, per avviare colloqui diplomatici e una missione di capacity building, addestrando le forze governative contro i non state actors attivi nel Kivu e offrendo strumenti e piattaforme logistiche per la raccolta di intelligence. Sarebbe poi necessario introdurre attori privati nel dialogo con il governo, per lo sviluppo di infrastrutture e attività minerarie. Una volta garantita la presenza NATO nel Paese, sarebbe possibile sviluppare altre attività, come il dispiegamento di un’unità multinazionale anti-rapimento – a tutela di personale diplomatico, turisti, cooperanti e lavoratori –, task force antiterrorismo e una base navale sulla costa atlantica alla foce del fiume Congo a supporto delle attività navali – come le missioni antipirateria – dei membri NATO nel Golfo di Guinea. Infine, si potrebbe offrire supporto con attività CIMIC[23], che amplierebbero lo spettro della missione, in ottica di lotta alle malattie infettive, supporto all’istruzione e alle amministrazioni locali.

 

Conclusioni

Dal coltan all’oro, dal petrolio al legname, il tesoro della RDC è una “magnifica torta da spartire”, citando le parole di Leopoldo II del Belgio. In effetti, gli equilibri imposti dal post Guerra Fredda, hanno fatto sì che i Grandi Laghi africani costituissero un punto di scontro di attori continentali e internazionali; un attrito accelerato dal genocidio ruandese e dalla conseguente “guerra africana” del 1998, un confronto razionalmente inspiegabile alla luce delle potenzialità, dell’importanza e della ricchezza di un Paese, che avrebbe dovuto essere un punto di ricomposizione geopolitica da preservare nell’interesse di molti potenti attori internazionali. Geograficamente la RDC è immensa, ma ancora poco e mal collegata; in essa sussistono forti differenze, anche sociali e linguistiche; rimane irrisolta la questione hutututsi, un continuo generatore di violenza; la legittimità statuale è minata dall’interno e attaccata dall’esterno.

Riprendendo le teorie della ciclicità della storia di Platone e Vico, l’auspicio è che questa sia soltanto una fase di transizione e che in un futuro non lontano anche in quelle terre del centro-Africa possano diffondersi la pace, la democrazia e i diritti umani. A tal fine, il ruolo degli Stati maggiormente sviluppati e delle organizzazioni internazionali, NATO in primis, è quanto mai cruciale.


[1] MONUSCO: Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la Stabilisation en République démocratique du Congo.

[2] Mosè Kapenda Tschombe è stato il leader della Confédération des associations tribales du Katanga (CONAKAT), partito politico che nel 1960 vinse le elezioni nella provincia del Katanga.

[3] In tale occasione la RDC assunse la denominazione di Zaire. Il nome fu mantenuto fino al 1997, anno della caduta di Mobutu. Per approfondimenti, si veda L. Ndikumana, K, Emizet, The Economics of Civil War: The Case of the Democratic Republic of Congo, Political Economy Research institute, University of Massachusetts, 2003, p.17.

[4] Ibidem.

[5] Ndr.

[6] Mobutu era soprannominato Sese Seko, che significa letteralmente Mobutu il guerriero.

[7] Laurent Kabila era all’epoca a capo dei Tutsi nella lotta contro gli Hutu nella provincia orientale della RDC del Kivu Sud.

[8] La nuova insurrezione, guidata dal Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD) e sostenuta da Uganda e Ruanda, diede inizio alla seconda guerra del Congo. In quest’occasione il neopresidente Kabila, ricevette il supporto di truppe provenienti da Angola, Ciad, Namibia, Sudan e Zimbabwe.

[9] M. Mattes, B. Savun, Fostering Peace After Civil War: Commitment Problems and Agreement Design, in International Studies Quarterly 53, pp. 737-759, Oxford Academic, 2009, p. 744.

[10] Leader dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS), il partito politico di opposizione più grande mai esistito nella RDC, dal 31 marzo 2018.

[11] A. Moummi, Analyse de la pauvreté en République démocratique du Congo, in Working Papers Series N° 112, African Development Bank, Tunis, 2010.

[12] A. Lapegna, Congo: miniere di cobalto e grandi interessi internazionali, in Aspenia Online, settembre 2019.

[13] M. Phezo Dizolele, Dodd-Frank 1502 and the Congo Crisis, in Center for Strategic and International Studies (CSIS), agosto 2017.

[14] Readout of Vice President Kamala Harris Call with President Felix Tshisekedi of the DRC, U.S. Embassy in the Democratic Republic of the Congo, febbraio 2021.

[15] The Democratic Republic of the Congo and the EU, in Delegation of the Eu to DR Congo online, 2016.

[16] Ambasciata d’Italia – Kinshasa, online.

[17] La France en RD Congo, Ambassade de France à Kinshasa, online.

[18] Reuters Staff, Russia to send military specialists to Congo Republic: Kremlin, Reuters online, 2019.

[19] A. Novosseloff, Assesing the Effectiveness of the UN Missions in the RDC per Effectiveness of Peace Operations Network, Norwegian Institute of International Affairs, Oslo, Marzo 2019.

[20] L’ADF (Allied Democratic Forces) è una milizia nata in Uganda negli anni Novanta, mossa dall’integralismo islamico.

[21] WHO RDC, Resurgence of Ebola in North Kivu in the Democratic Republic of the Congo, afro.who.int, febbraio 2021.

[22] T. Coloma, Le “contrat du siècle” in Le Monde Diplomatique, febbraio 2011.

[23] CIMIC: Civil Military Co-operation.

Scritto da
Matteo Colacchio, Lorenzo Gardini, Camilla Ravagnan e Ludovica Santo

MATTEO COLACCHIO: Classe 1993, ha conseguito la laurea Triennale e Magistrale in Relazioni Internazionali e il Master in Diplomazia presso l’Istituto di Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano. È appassionato di geopolitica e di temi legati alla sicurezza internazionale, con particolare riguardo alla pirateria marittima, al terrorismo internazionale e alla sicurezza delle rotte marittime. Attualmente è consulente per lo sviluppo di progetti concernenti il Public Sector italiano e internazionale. LORENZO GARDINI: Studente in economia aziendale presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi. Coordinatore regionale di YATA Lombardia. Si interessa di difesa e sicurezza internazionale. CAMILLA RAVAGNAN: Classe 1997, ha di recente conseguito la laurea magistrale in International Affairs presso la Hertie School of Governance di Berlino, dopo una laurea triennale in Scienze Politiche e un master in Cooperazione Internazionale. Ha svolto numerosi stage in Italia e all’estero in enti governativi e non, tra cui l’Asian Development Bank e la Presidenza del Consiglio. A breve comincerà un tirocinio presso la rappresentanza del Parlamento europeo a Milano. È appassionata di diplomazia e politica estera. LUDOVICA SANTO: Laureata in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Al termine del percorso universitario ha proseguito i suoi studi frequentando un Master di specializzazione in Studi Diplomatici presso l’Istituto di Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano. Attualmente lavora a Roma in un’azienda di consulenza e riskmanagement. Appassionata di storia, geopolitica, diplomazia e affari esteri.

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