Intervista a Salvatore Biasco

Salvatore Biasco è professore di Economia Internazionale all’Università La Sapienza di Roma. Formatosi a Cambridge è tra i fondatori della “Scuola di Modena”. È stato anche parlamentare nella XIII Legislatura (1996-2001) e Presidente della Commissione Bicamerale su fisco e, successivamente, come autore del “Libro Bianco” redatto dalla Commissione che porta il suo nome (2007) ha contribuito all’attuale legislazione fiscale sulle imprese e sulla finanza. 
Da anni porta avanti una riflessione sulla cultura politica in relazione all’affermarsi dell’egemonia neoliberale e alla subalternità ad essa della sinistra, incapace di contrastarla sviluppando un punto di vista autonomo. Si inseriscono in questo filone di approfondimento libri come Per una sinistra pensante (Marsilio 2009) e Ripensando il Capitalismo. La crisi economica e il futuro della sinistra (LUP 2013), di cui è imminente una nuova edizione profondamente rivista. È su questi temi che verte questa intervista.


La crisi che viviamo, avanti tutto di civiltà, ha in qualche misura svelato la reale natura di una dottrina ideologica, quella neoliberale, ai cui assunti di fondo la Sinistra, in particolare quella europea, è stata subalterna culturalmente prima ancora che politicamente. Cosa ritieni ci sia stato alla base di questo pressoché totale appiattimento?

Ritengo che pensare controcorrente sia sempre difficile. La sinistra ha purtroppo finito per far proprio il convincimento secondo cui i caratteri assunti dal capitalismo fossero irreversibili. Essa si è quindi convinta che il suo compito fosse di umanizzare la nuova fase, difendendo ciò che era possibile difendere, ma comunque arretrando da molte conquiste. Le si deve indubbiamente ascrivere un disorientamento rispetto alla trasformazione di una società che andava facendosi sempre più eterogenea. Vi è stato un deficit di elaborazione e analisi che non ha consentito di fissare su quali argini attestarsi di fronte alla breccia operata anche al suo interno da una critica (di destra) che addebitava alla sua impostazione – definita “burocratica, normativa e statalista” – una mortificazione del potenziale di crescita. Ha concesso sempre di più a tali analisi, centrate sull’esaltazione del mercato come produttore di efficienza e benessere e sulle virtù di una società pervasa da logiche individualistiche e basata sulla libera intrapresa economica priva di interferenze pubbliche. A un certo punto, la critica dello Stato che ha fatto breccia a sinistra non ha avuto molto da invidiare a quella neoconservatrice. Va riconosciuto che abbiamo dovuto confrontarci con trasformazioni oggettive importanti, come la frammentazione della società. e il suo allontanarsi dal modello che la sinistra aveva rappresentato. Anche l’indebolimento della forza dello Stato ha portato trasformazioni con cui confrontarci. Queste trasformazioni hanno trovato migliore rappresentazione a destra. Sarebbe occorsa una capacità di elaborazione per incorporare in nuovi parametri e paradigmi queste trasformazioni, ma salvando l’essenziale della nostra cultura politica. Si sono invece assorbite le ricette – che ormai acquisivano consenso, ricoperte da un manto di necessità e di oggettività – come unica soluzione per la crescita. Non dico che dobbiamo rifiutare il mercato come un mezzo talvolta utile, ma un conto sono soluzioni che occasionalmente possono andare in questa direzione, un altro è la cultura politica e la visione del mondo neo liberale che fa ad esse da contorno.

Nel tuo “Ripensando il Capitalismo. La crisi economica e il futuro della sinistra”, parli spesso del ruolo giocato dalla sedimentazione antropologica nel consolidamento dell’ordine neoliberale. Ad oggi quali strumenti ti senti di indicare come i più efficaci per la costruzione di un senso comune alternativo?

Occorre costruire una capacità critica rispetto all’egemonia delle convinzioni comuni. Bisogna dotarsi di una contro-visione ed essere un polo di resistenza culturale. Le convinzioni che si sono affermate nel corso degli ultimi 30 anni vedono nello Stato il problema e non la soluzione, nel mercato uno strumento egualitario e capace di soluzioni universalistiche, affermano che la centralità sociale appartenga al consumatore. Inoltre, secondo tali convinzioni, la natura della finanza è propulsiva, l’economia deve essere “dell’offerta” e la concorrenza deve essere considerata l’elemento dinamico della società. Potremmo andare avanti, ma credo di aver reso l’idea. Questa visione ne ha sconfitta un’altra, che portava alla consapevolezza che la società governata dal profitto non può che essere instabile, che un equilibrio sia sociale che produttivo è ottenibile nella misura in cui il processo sociale viene governato e regolato dalla politica, che l’effetto del meccanismo capitalistico di generazione di diseguaglianze e differenziazioni di potere mette in condizioni i ceti che ne beneficiano di imporre la propria visione del mondo, cioè, un insieme di giudizi e valori che legittimano le forme di potere così come si configurano. Dobbiamo recuperare la consapevolezza della natura cooperativa del processo di produzione, che fa leva su un concetto di capitale come bene sociale, soggetto quindi a responsabilità sociale. Il che non contraddice la proprietà privata e il perseguimento del profitto individuale nell’attività produttiva, ma presuppone che alle imprese, in qualsiasi campo, sia assegnato un ruolo implicito di agenti attraverso i quali raggiungere un interesse collettivo, di occupazione, produzione, progresso tecnico, stabilità. Presuppone che vi sia un presidio/sorveglianza/ausilio/supplenza da parte dello Stato nella svolgimento di tale ruolo.

Non ci sono strumenti particolari da impiegare, ma una cultura politica da riconquistare e condividere con i militanti, alimentando la loro capacità critica. Abbiamo avuto in passato un partito (il Pci) che aveva una sua concezione della storia, della filosofia, delle arti, della cultura, ecc. e perfino dell’antropologia. Per carità non vogliamo questo, ma una cultura politica, sì. Oggi sembriamo non averne nessuna. In assenza di essa, i partiti in cui ci riconosciamo perdono il loro tratto di cittadelle culturali, con una loro concezione della politica, dell’economia e del potere, una loro espressione di umanità rispetto a quella dominante. Viene così a mancare una base di contrapposizione. Quello che auspico è un partito della sinistra che esca da questa minorità, o subalternità e riprenda, quando necessario, innovandoli, modi alternativi di leggere la società.

La domanda riprendeva anche un passaggio del libro dove in sintesi racconti come la pena riservata a chi, nelle accademie, si sottrae ai dettami del pensiero unico è l’emarginazione.

C’è una parte in cui mi soffermo sui processi attraverso cui si affermano i paradigmi. A livello di massa, essi sono veicolati da idee semplici, ma che rappresentano però una visione dell’ordine sociale. A livello più sofisticato, si tratta di idee elaborate, che svolgono una funzione culturale in quanto demoliscono il paradigma col quale si confrontano. Nel nostro caso, l’hanno demolito in senso proprio, perché sono diventate non solo egemoni; sono diventate pensiero unico organizzato, i cui santuari (nell’accademia e nei centri culturali, nel mondo della comunicazione) si sono trasformati in veri centri di potere, faziosi e fondamentalisti.

Poni l’accento sull’incredibile, almeno sulla carta, assenza di coordinamento e solidarietà politica e sociale alla base (sempre più larga) della “piramide”, al contrario di un “vertice” sempre più interconnesso e incisivo nell’iniziativa politica. Attorno a quale ordine valoriale e orizzonte di senso pensi che la sinistra, almeno europea, debba mobilitare le fasce popolari?

Innanzitutto, va riconosciuto che una visione alternativa non è un prodotto intellettuale. Essa deve essere all’unisono con il sentire di larghe masse che la diffondono, la solidificano e la vivificano. Il punto è che quelle masse devono sentirsi rappresentate. Nella storia della socialdemocrazia, che ovviamente è una storia segnata da una marcata orizzontalità nei rapporti di classe, le masse erano anche cementate dal fatto che vivevano in simbiosi con un partito che le rappresentava, in contrapposizione a uno schieramento che allora veniva chiamato “borghese”. C’era l’orgoglio del “noi” contro “loro”. Io non dico che dobbiamo rifiutare gli elementi integrativi presenti nella società, però è anche vero che non siamo stati capaci né di rappresentare politicamente il disagio politico e sociale, né di condannare e contrastare l’eccessiva disuguaglianza esistente (di reddito e potere).

A questo proposito, ripensare i termini dell’uguaglianza è necessario. A patto però di tener presente che per un partito di sinistra l’uguaglianza non è soltanto una perorazione valoriale, ma è una costruzione politica che crea una coalizione che lotta per ottenerla. È insomma un compito di tessitura politica. Il mancato riconoscimento orizzontale di ceti che potrebbero riconoscersi in questo fine è per l’interposizione di una cultura che legittima l’esistente, produce l’idea che la società sia aperta e impedisce di cogliere i meccanismi sociali dietro le diseguaglianze. Dove vi è il rifiuto di questa cultura, ciò avviene, in forma primitiva ed è facile preda dei populismi protestatari.

La classe operaia non è certo la sola grande sconfitta del quarantennio neoconservatore. La visione keynesiana del ruolo dello Stato, prima ancora che nell’economia, nella vita delle persone, ne è uscita addirittura demonizzata.

La classe operaia è la grande sconfitta del passaggio che abbiamo descritto, ma è stata anche sconfitta dall’evoluzione stessa del capitalismo. Dunque, non si tratta soltanto di una sconfitta politica. Se teniamo presente che il costo del lavoro in tutta la produzione di una autovettura è il 7% capiamo bene che si è affermato un altro paradigma produttivo. Non che la classe operaia sia scomparsa, ma certamente si è ridotta. È stata in parte anche abbandonata nelle sue rivendicazioni sul posto di lavoro e ha perso una soggettività che non è stata più coltivata politicamente. D’altra parte, la stessa “classe operaia” (intesa come perno di una dinamica sociale) è stata una costruzione politica, non un dato spontaneo della sua caratterizzazione sociologica. La sinistra ne ha fatto il centro delle alleanze sociali. Oggi le alleanze andrebbero costruite intorno al disagio sociale più che a settori definiti della società, tenendo assieme congiuntamente anche tutti gli elementi dinamici presenti nella società.

Quanto al keynesismo, ha incontrato difficoltà la sua banalizzazione come dottrina della spesa. Keynes ha una visione di un meccanismo produttivo che non si autogoverna, di investimenti che possono risultare carenti, della speculazione che può essere distruttiva. Sa che tutte le variabili macroeconomiche sono variabili sociali. Non perde di vista che ciò che è vero a livello di singolo operatore (ad esempio: che la riduzione dei salari aumenta i profitti) può non essere vero nell’aggregato (dove la riduzione dei salari, deprimendo la domanda, deprime i profitti).

Che sia stato sempre meno possibile governare le leve dello Stato in termini di stabilizzazione economica, è vero; I governi si sono trovati più deboli di quanto non lo fossero anni prima, a causa dei processi di globalizzazione. Ma questo è vero relativamente. A livello sovranazionale, l’Unione europea, volendolo, non avrebbe nessuna difficoltà a svolgere politiche della domanda e di piena occupazione. Il keynesismo si è, però, preso la sua rivincita. Senza l’intervento dello Stato, la crisi produttiva che viviamo a seguito dei fatti del 2007/2008 sarebbe assai più pesante. Buon per noi che al centro del sistema (la Federal Reserve) vi fosse uno studioso della crisi del ’29 e che l’America di Obama abbia retto con una visione keynesiana. Altrimenti dove staremmo oggi? Guardiamo a Paesi come l’Italia, che hanno privatizzato gran parte della produzione pubblica. Oggi, se noi potessimo disporre di imprese pubbliche propense a investire, a entrare in settori dove maggiore è il valore aggiunto e tenere alta la spesa di ricerca, vivremmo sicuramente una condizione molto migliore e avremmo affrontato meglio la crisi. Se andiamo poi a vedere quali sono i Paesi che hanno retto meglio i colpi della crisi, non sono i Paesi fortemente liberalizzati. Si tratta piuttosto di Paesi che hanno mantenuto un rapporto tra Stato e mercato molto più equilibrato, segnato da un ruolo statale tutt’altro che limitato (in Cina l’80% della produzione è sotto controllo pubblico, in Brasile 40%, e così via). In Europa la stessa Germania è un paese corporativo e cooperativo (purtroppo solo all’interno).

Solo oggi una rivalutazione radicale del paradigma da cui scaturirono i 30 gloriosi prende piede con il dovuto peso. Cosa pensi vi sia da recuperare da quella visione del mondo, da quella stagione di compromesso non certo al ribasso tra Capitale e Lavoro?

Prima di tutto, il senso della parola ‘riforma’. Essa deve tornare a voler dire riforma del meccanismo capitalistico in una direzione di sempre maggiore socialità, e controllo del mercato. Ciò vuol dire tante cose. Ad esempio, la possibilità che la collettività possa incidere nelle scelte che la riguardano, la preservazione dai rischi sociali, quella dai conflitti di interesse, il governo pubblico dell’occupazione e in sintesi la garanzia dei diritti sociali nel loro complesso, regole nel comportamento di impresa e finanza. Sono tutti elementi che non possono non rappresentare la base degli indirizzi fondamentali della sinistra. L’altro visione di “riforma” (oggi dominante) muove dall’assunto che esista una separazione tra un’economia, da assecondare nella sua spontaneità, e la politica che non ha compiti discrezionali, ma solo quello di regolare la libertà e flessibilità di funzionamento dei mercati e garantire la concorrenza, tutt’al più mitigando gli esiti più indigesti delle loro dinamiche. Una netta distinzione di visione è anche nel ruolo assegnato ai corpi intermedi, che, in un caso, andrebbe rafforzato e valorizzato, intrecciandolo con i processi decisionali, e che, nell’altro, è vissuto come “fastidio”.

La sinistra deve essere la forza che punta alla preservazione di uno spazio pubblico, ma anche la forza che ha la capacità di renderlo efficiente, cosa di cui hanno bisogno i ceti popolari. A questo proposito, va sempre tenuto presente che efficienza pubblica ed efficienza privata non sono la stessa cosa, perché la pluralità di obiettivi che ha un operatore pubblico non è la stessa che ha un operatore privato. Come programma politico, dovremmo operare per un ritorno del “piacere del pubblico”, oggi latente, ma comunque vivo. Basti notare le proteste che suscita ogni tentativo di privatizzazione e ogni ritiro dallo Stato.

È evidente che la sinistra europea dovrà dimostrare in primo luogo a se stessa di poter riannodare le fila di una narrazione capace di reinterpretare criticamente il processo di globalizzazione, avviato negli anni ’80. Quale lettura dai di esso? È la naturale evoluzione delle dinamiche del capitalismo finanziario o, secondo una lettura che va diffondendosi, una sorta di strumento della lotta di classe?

Non considero la globalizzazione un programma attuato dal capitale. È piuttosto qualcosa che è venuta strada facendo, determinando mutazioni nelle società non solo occidentali. Non si può, però, dire che sia stata neutra dal punto di vista dei rapporti sociali: ha favorito chi era meglio piazzato di fronte ad essa, che poi ne ha fatto il punto di forza, rafforzando il processo. Probabilmente, anche senza la finanza ci sarebbe stato un processo di questo tipo, poiché in questa direzione, ad esempio, tiravano vere e proprie rivoluzioni come quelle dell’informatica e dei trasporti. Certo, gli Stati nel loro consesso avrebbero potuto preservare alcuni strumenti in più, affinché la globalizzazione potesse essere governata, e non brutale come l’abbiamo conosciuta. Non si poteva essere contro la globalizzazione in sé, perché è anche stata anche un fenomeno grandioso che ha consentito a un miliardo di persone di avere il minimo indispensabile per potersi nutrire e vivere in modo più dignitoso, a differenza del passato. Ma il processo che stiamo descrivendo ha danneggiato diversi aspetti il funzionamento delle società occidentali. Ha infatti inciso fortemente sui processi produttivi, dividendo la forza lavoro tra coloro che da essa hanno tratto vantaggi e coloro che ne sono stati penalizzati. Ha creato insicurezza verso il futuro, ha creato uno scivolamento in basso delle classi medie, spaccandole, ha ridotto i posti di lavoro. Tutto questo avrebbe avuto bisogno di un governo dei modi, dei tempi e degli attori. La globalizzazione è probabilmente un fenomeno irreversibile, ma proprio per questo avrebbe richiesto attori globali a livello globale che fungessero da poteri controbilancianti, come non lo è stata l’Unione europea. Bisognava poi porre un argine al potere della finanza e tornare indietro sulla libertà completa ai movimenti dei capitali. Che la finanza porti potere d’acquisto in Paesi più arretrati nello sviluppo e a più bassi costi è un conto, che moltiplichi senza controllo scommesse finanziarie ad alto rischio è un altro. Quelle scommesse non rimangono circoscritte a chi le fa: siamo tutti esposti a catastrofi globali. La sinistra occidentale non è purtroppo riuscita a fare della definanziarizzazione dell’economia un tema di mobilitazione politica.

Tra le altre cose, sostieni anche che la sinistra europea ha bisogno di alzare lo sguardo dal contingente e dotarsi di un “programma massimo”. Vorremmo che ne delineassi i tratti fondamentali.

‘Programma massimo’ vuol dire avere idee chiare su dove si vuole arrivare, su quali siano gli obbiettivi di fondo e farne idee forza e indicazioni di marcia. Anche quando questi obbiettivi non sono tutti percorribili nell’immediato. La scala di azione per la sinistra in questa parte dell’Atlantico è soprattutto europea. Occorre riformare il capitalismo finanziario sottoponendolo a regole che ne limitino l’autonomia e consentano di portare la finanza nel settore produttivo e farne leva dell’innovazione. Occorre porsi l’obbiettivo di ritornare alla piena occupazione, con politiche della domanda e ingegnerie istituzionali che trasformino l’Unione Europea; e, ancora, gestire politiche sociali che puntino sui meccanismi di mobilità sociale e istruzione contrastando la precarizzazione del lavoro; concepire un minimo sociale quantificato e un diritto europeo del lavoro che ridia forza ai sindacati; riprendere politiche industriali, delle reti e di sviluppo in settori strategici. Vi aggiungo l’obiettivo ambizioso (e molto trascurato dalla sinistra) di por fine alla concorrenza fiscale in sede europea che è il passaggio per arrivare, anche per via fiscali, a stabilire regole globali per il capitalismo e per por fine con decisione all’esistenza di paradisi fiscali (per quest’ultimo obiettivo qualcosa si è fatto). Mi diffondo sul come affrontare questi temi nella nuova edizione del mio libro che uscirà in gennaio (talmente rimaneggiato e che prenderà un altro nome).


Vuoi leggere l’anteprima del numero due di Pandora? Scarica il PDF

Vuoi aderire e abbonarti a Pandora? Le informazioni qui

Matteo Giordano: Classe 1996. Studente di Scienze Politiche presso l'Università di Roma La Sapienza. Tommaso Sasso: Studia giurisprudenza all'università di Roma 3. È membro del Comitato promotore nazionale di Sinistra Italiana e, dal dicembre 2015, del Comitato di redazione di Italianieuropei.

One Comment on “Intervista a Salvatore Biasco

  1. Pingback: Intervista a Pandora | Salvatore Biasco