Capitalismo, energia, ecologia. Intervista a Stéphane Haber

Haber

Questa intervista, è contenuta nel numero speciale di Pandora dedicato al tema dell’ecologia, che sarà spedito a breve in formato PDF agli abbonati. Per ricevere il numero è ancora possibile abbonarsi alla rivista.

Stéphane Haber è Professore di filosofia a l’Université Paris-Ouest-Nanterre, nonché Direttore aggiunto del centro di ricerca Sophiapol, si occupa principalmente di filosofia politica ed epistemologia delle scienze umane, in particolare ha approfondito la teoria critica tedesca: Marx, Honneth ed Habermas. Più di recente si è occupato del concetto di alienazione a partire dalla tradizione marxista mentre i suoi lavori odierni si concentrano su un’analisi della storia del capitalismo legando insieme una ricostruzione storico-genealogica ad una prospettiva critica che intende tenere conto anche delle questioni ecologiche e degli sviluppi tecnologici, nonché delle conseguenze che l’evoluzione dei sistemi di produzione comportano sulle forme di vita delle persone.

L’intervista è a cura di Paolo Missiroli.


Gli obbiettivi che Pandora si propone sono, essenzialmente, due: da un lato, cartografare il nostro momento storico, cioè leggere le sue trasformazioni e le sue problematiche cercando di comprenderle; dall’altro, pensare politicamente il presente, ovvero pensarlo come il risultato di una lotta (o di un gioco) tra una molteplicità di forze. Fare questo non ha voluto dire per noi studiare esclusivamente il capitalismo, ma in ogni caso considerarlo come un argomento privilegiato della nostra ricerca. Ora, nel corso di essa, abbiamo scoperto un tema che ci sembra centrale per svolgere il compito che ci siamo assegnati: l’ecologia. Ci pare infatti che anche secondo lei, mi riferisco soprattutto al libro Penser le néocapitalisme, ma, da un punto di vista più filosofico anche a Critique de l’anti-naturalisme, pensare il capitalismo senza pensare il problema ecologico sia arrestare l’analisi a metà. È d’accordo? Che ruolo gioca oggi l’ecologia nell’analisi del capitalismo?

Haber: Nel libro, pubblicato ormai qualche anno fa, di cui parla, partivo da una certa diagnosi della critica sociale e del suo impatto politico. Mi sembrava, all’epoca, che il femminismo e l’anti-razzismo avessero operato un ribaltamento completo del riferimento alla «Natura» (un classico nel pensiero critico occidentale, almeno da Rousseau) in un antinaturalismo radicale fondato sul tema della costruzione. In altre parole, la messa in questione dell’essenzialismo (le Donne, la femminilità, l’esser-nero, etc.) prendeva, a quel punto, la forma di una decostruzione delle attribuzioni autoritarie che si volgevano verso le popolazioni dominate, interiorizzate e stigmatizzate. Certo, si sapeva da molto tempo che l’ideologia tende a naturalizzare degli stati di fatto e delle differenze sociali, cioè convenzionali (e profondamente imprecise, di fatto); ma la novità della situazione, diciamo, post- foucaultiana era che la messa in evidenza di questo meccanismo banale di naturalizzazione sfociava in un rifiuto dell’idea di Natura in generale ed anche nella supposizione che, appena si parla di Natura, è per affermare cose estremamente sospette e pericolose per quanto riguarda la realtà sociale. D’altra parte, questo movimento del pensiero di estendeva anche al di fuori della sfera della teoria sociale critica grazie a dei nuovi modi di approcciare la storia delle scienze e delle tecniche (secondo lo stile di Bruno Latour, il quale, pur distaccandosene ufficialmente, si mostrava prossimo alla problematica della «costruzione»). Come sbocco ultimo di questo rigetto, abbiamo Philippe Descola, per il quale il termine «naturalismo», paradossalmente, designa la controparte di un prometeismo ottuso, una maniera insolente di isolare la natura lontano dalle attività umane e di ignorarla irresponsabilmente.

La mia preoccupazione di allora era un po’ ingenua. Essa nasceva da un dubbio. Forse, questa nuova configurazione epistemologica, feconda su moltissimi punti, non rischiava di scontrarsi con le nuove intuizioni provenienti dalla coscienza ambientalista? Non abbiamo certamente a che fare, a questo livello, con una «origine» od un principio che la società dovrebbe rispettare incondizionatamente. Si tratta infatti di un ordine di realtà che è esso stesso assolutamente storico, -cioè contingente e composto da assemblaggi approssimativi- un ordine che le attività umane sono portate a modificare ma da cui allo stesso tempo dipendono, come da qualche cosa che le precede e le sviluppa in un modo particolare. Chi si preoccupa per l’attuale crisi della biodiversità o crede che sia ragionevole mantenere sotto controllo il riscaldamento climatico non si richiama a nessun Fondamento ed a nessuna Divinità. Egli pensa, più semplicemente, che le forme di vita umane si siano sviluppate in seno ad un insieme di dipendenze e interazioni con il loro ambiente (un insieme che può ancora evolvere e cambiare in futuro). Egli considera anche che queste forme di vita si siano sviluppate grazie ad un certo numero di situazioni date (per esempio, un certo clima planetario, una certa forma di biodiversità) che sono stati allo stesso tempo molto più determinanti e molto più fragili di quanto non si sia creduto finora. Questa presa di coscienza può guidare il nostro pensiero e la nostra azione. Vorrei dire che, mettendo in luce questo insieme di situazioni date siamo senza dubbio sulla via di un’interpretazione ragionevole di ciò che è concepito altrove come «Natura» e quindi su una sorta di naturalismo rinnovato, un naturalismo infine liberato dalla ricerca dell’assoluto, dell’intemporale, della certezza, della resistenza ad ogni ostacolo.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il ruolo che gioca oggi l’ecologia nell’analisi del capitalismo

Pagina 2: Neocapitalismo e alienazione

Pagina 3: Pensare il presente come pluriverso


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Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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