“Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica” di Miguel Gotor
- 16 Ottobre 2019

“Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica” di Miguel Gotor

Recensione a: Miguel Gotor, Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica, prefazione di Gian Carlo Caselli, Paper First, Roma 2019, pp. 144, 16 euro (scheda libro).

Scritto da Francesco Magni

8 minuti di lettura

Nel 2018 ricorreva il quarantennale del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro. Sul tema c’è sempre stato un profluvio ininterrotto di pubblicazioni, libri, saggi, articoli di giornale, film e trasmissioni TV e l’importante ricorrenza ha comportato un significativo aumento di tali contributi.

Tra i tanti, è senz’altro meritevole di attenzione e consultazione il prezioso volume offertoci da Miguel Gotor. Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica, edito da PaperFirst, è la risultante di un insieme di scritti che l’Autore ha avuto modo di pubblicare nel corso del tempo su alcune importanti testate (principalmente «Diario» e «il Fatto Quotidiano») e che qui vengono sistematizzati in un’opera unica. Gotor, dunque, non è nuovo alla tematica affrontata nel libro e ha altresì già dato alle stampe i fondamentali Aldo Moro. Lettere dalla prigionia (Einaudi, 2008) e, successivamente, Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (Einaudi, 2011) in cui si concentrava con straordinaria capacità analitica ed espositiva sulle lettere dalla prigionia e sul cosiddetto “Memoriale Moro”.

L’Autore è, innanzitutto, uno storico e un professore di Storia. Il che non rappresenta un mero elemento biografico, ma, al contrario, è un tratto caratterizzante del suo pensiero, dei suoi studi e del suo modus operandi. Elementi che inevitabilmente si ritrovano nei suoi preziosi scritti in materia: Gotor ha dato un contributo fondamentale e a suo modo unico alla questione Moro, mosso dalla convinzione che il 1978 sia un anno fondamentale e periodizzante della Storia d’Italia.

L’attitudine di Gotor permane nonostante la sua partecipazione, nel corso della precedente legislatura, alla Commissione parlamentare d’inchiesta, partecipazione che senz’altro lo ha influenzato ma che, per espressa ammissione dell’Autore, rimane il più possibile separata dai suoi lavori di studioso. L’attività della Commissione è consultabile online ed è stata illustrata in maniera eccellente nel volume Moro. Il caso non è chiuso. La verità non detta da Giuseppe Fioroni, che della Commissione è stato Presidente, e dalla giornalista Maria Antonietta Calabrò. Di questa decennale esperienza trae profitto l’opera in commento, che costituisce un contributo prezioso e in grado di mettere un po’ di ordine su quanto accaduto non solo nei noti 55 giorni, ma anche nella cornice temporale che precede e segue il rapimento.

Il volume, pur nella sua struttura organizzativa per capitoli/articoli, mantiene una organicità complessiva, raccogliendo e sistematizzando i numerosi contributi che nel corso degli anni l’Autore ha pubblicato. Ciò fa sì che siano ivi trattati tutti gli aspetti più importanti (o meglio, più problematici) del caso Moro. Alcuni sono noti e sono diventati nel corso del tempo oggetto di numerosi contributi, altri sono meno indagati ma non per questo secondari.

Gli scritti che compongono questo volume sembrano ispirati dalla medesima intuizione dell’Autore: il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro sono due eventi diversi e come tali vanno trattati, analizzati e studiati. Rileva giustamente Gotor, infatti, che «se i brigatisti avessero voluto uccidere Moro e basta, lo avrebbero fatto già il 16 marzo, insieme con la scorta. In realtà l’obiettivo della loro “propaganda armata” era più raffinato: eliminare l’ostaggio dopo avere destabilizzato il quadro politico e istituzionale mediante il suo rapimento, funzionale a distruggerne l’immagine sul piano civile e morale affinché il suo progetto di allargamento della base democratica dello Stato non avesse eredi». Questo è un punto cruciale, spesso non adeguatamente evidenziato. Non può essere considerato un caso, allora, che Io ci sarò ancora sia un’opera sul rapimento Moro, più che sul caso Moro e che non si soffermi sulla morte dello statista. Eppure, anche della morte di Moro ancora si sa poco. Non si conoscono l’identità dell’omicida, le modalità dell’omicidio, il luogo dell’omicidio. Tutto ciò che oggi è considerato la “verità ufficiale” si basa esclusivamente sul cosiddetto “memoriale Morucci”, dal nome del già citato brigatista che avrebbe redatto, secondo molti, una verità di comodo d’accordo con gli ambienti governativi di allora (sul punto si veda la monumentale opera del Senatore Sergio Flamigni e, in modo particolare, Patto di omertà. Il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro: i silenzi e le menzogne della versione brigatista, Kaos Edizioni 2015). Gli argomenti, insomma, non mancherebbero.

Gotor presta, innanzitutto, molta attenzione alla ricostruzione del contesto in cui avviene il rapimento. Anzi, dei contesti. Vi sono infatti vari piani che si incrociano nell’affaire Moro. C’è il contesto della Capitale, centro del potere governativo e conseguentemente di molte trame parlamentari ed extraparlamentari. Roma è, innanzitutto, lo scenario in cui il tutto si svolge. Le puntine da attaccare su una immaginaria mappa appesa a un muro non sono poi tante, né distanti tra loro. La via Fani del rapimento, la via Montalcini del sequestro, la via Gradoli del covo segreto del “grande capo” Moretti e, infine, la via Caetani dove la R4 rossa venne parcheggiata, distano tra loro qualche chilometro. In questo, relativamente ridotto, perimetro si svolge una delle più intricate trame della storia d’Italia. Acquista, così, importanza notevole il rapporto di pericolosa connivenza tra le Brigate Rosse e l’area della sinistra extraparlamentare romana, molto numerosa e inevitabilmente più sfuggente e meno indagabile delle Br stesse (si vedano, soprattutto, le pp.107 e ss.). D’altra parte la colonna romana delle Br era composta quasi esclusivamente da ex appartenenti all’Autonomia e a Potere Operaio (Morucci, Faranda, Seghetti, Maccari e Savasta su tutti) e con gli ex compagni di lotta erano rimasti rapporti che spesso non si limitavano alla sola simpatia. Così importanti dirigenti di PotOp come Lanfranco Pace divennero i protagonisti dei contatti clandestini e delle trattative. Come nota opportunamente l’Autore, Roma torna, poi, protagonista qualche settimana dopo il rapimento, quando compare un falso comunicato delle Brigate Rosse. A redigerlo e a costringere le Autorità a scandagliare il semisconosciuto Lago della Duchessa è Toni Chichiarelli, noto falsario della malavita romana, inevitabilmente in stretti rapporti con la Banda della Magliana.

Vi è poi il secondo piano, quello nazionale. Innanzitutto, è da sottolineare come l’Italia degli anni Settanta e Ottanta era un Paese in cui i sequestri di persona erano letteralmente all’ordine del giorno: tra il 1972 e il 1989 ve ne furono 593. Lo scenario italiano è, poi, quello ove si è concentrata la maggior parte della storiografia politologica sul caso Moro ed è qui che va inquadrata la grande frattura che divise e continua a dividere il Paese, quella tra il cosiddetto fronte della fermezza e il fronte della trattativa. Il primo, ufficialmente composto dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista Italiano e il secondo, più variegato, imperniato sul Partito Socialista di Craxi che si prodigava come ponte verso la sinistra extraparlamentare e il suo doppio “né”, né con lo Stato né con le BR, che spesso, come detto, altro non era che il paravento ufficiale di ben più pericolose posizioni. Da questo punto di vista Gotor sottolinea come questa spaccatura fosse, in realtà, ben meno rigida e le posizioni ben meno manichee di quanto non apparisse.

Ci sono, poi, le trame internazionali. D’altronde proprio un evento di un Paese straniero, il golpe in Cile, aveva portato Berlinguer a teorizzare il compromesso storico cinque anni prima e a rendere in questo modo ancora più centrale la figura di Moro, garante del patto che avrebbe introdotto il Pci nell’area della maggioranza proprio il giorno del sequestro. Il piano internazionale ritorna prepotentemente e parla molte lingue. C’è l’inglese americano degli Stati Uniti che intervennero direttamente con l’emissario/psichiatra/scrittore/musicista Steve Pieczenik, il francese con l’accento parigino della scuola Hyperion che avrebbe dato copertura a molti brigatisti, l’arabo dei palestinesi con cui Moro avrebbe trattato un accordo di salvacondotto per evitare attentati in Italia, attirandosi qualche antipatia che vestiva proprio a stelle e strisce.

In ultimo, c’è il Vaticano di Paolo VI che si muove come interlocutore diretto tanto del prigioniero Moro quanto dei rapitori. Non è oramai un mistero che il Papa si sia esposto in prima persona per il salvataggio del Presidente della Dc e per il reperimento di una somma, piuttosto ingente, da proporre come contropartita (si vedano le pp.64 e ss.). Gotor ricorda inoltre come ambienti vaticani tornino protagonisti anche dopo l’uccisione dell’ostaggio. Rileva, infatti, come «oggi sappiamo che Gallinari, nell’autunno del 1978, trovò rifugio in via Massini, a poche centinaia di metri da via Fani e da via Licinio Calvo, dove vennero lasciate le macchine del sequestro. Evidentemente in quello stabile di proprietà dello Ior [la cosiddetta Banca del Vaticano], abitato da alti prelati, diplomatici, giornalisti, agenti e società di copertura dei servizi segreti mediorientali e statunitensi, Gallinari dovette sentirsi sufficientemente al sicuro» (pp.57-58).

Insomma, rileva l’Autore come «l’operazione Moro vide la convergenza di interessi, a livello internazionale, tra il blocco orientale e quello occidentale e, a livello nazionale, tra un fronte reazionario legato all’oltranzismo atlantico, alla Destra anticomunista ed ambienti massonici assai prossimi alla P2) e i gruppi rivoluzionari del cosiddetto Partito armato intorno a una comune matrice sovversiva. Il principale obiettivo era quello di continuare a destabilizzare l’Italia per stabilizzarla in senso centrista e moderato […] Soltanto una settimana dopo la fine di Moro si votò per le elezioni amministrative in molte città: la DC aumentò i suoi voti, mentre il PCI, per la prima volta dal 1953 in poi, arretrò i suoi consensi» (pag.52). 

In questi scenari si inseriscono anche gli altri attori, più o meno noti, della vicenda. Cosa Nostra, innanzitutto, che, coinvolta da alcuni settori della Dc, decise di non intervenire, sposando la linea “corleonese” che di lì a qualche anno avrebbe predominato anche in altri ambiti (pp.89-96). In secondo luogo, vi è il noto e mai chiarito episodio della seduta spiritica del 2 aprile 1978 che avrebbe portato alla ribalta il nome “Gradoli”. Non è un mistero che l’espediente delle sedute spiritiche serva a far trapelare qualcosa all’esterno mantenendo oscure le fonti delle informazioni. Sul numero e sull’identità dei partecipanti vi sono ancora dubbi e divergenze. Senz’altro ne fu protagonista Romano Prodi, di lì a poco Ministro nel Governo Andreotti. Francesco Cossiga sostenne a lungo che fosse presente anche Beniamino Andreatta, parlamentare della Dc vicinissimo a Moro e, soprattutto, fondatore ed ex rettore dell’Università di Cosenza, ove aveva mossi i primi passi da docente Franco Piperno, fisico e poi figura carismatica di Potere Operaio. Ora, il nome Gradoli, trapelato dopo la presunta seduta spiritica, poteva portare in due direzioni: il paese di Gradoli, in provincia di Viterbo, che infatti venne poi – vanamente – perquisito dalle Autorità; oppure a via Gradoli a Roma, ove sorgeva un condominio che per un verso ospitò a lungo Moretti, allora capo delle Brigate Rosse e grande inquisitore di Moro, e, per altro verso, rappresentava una delle basi del Sisde, l’allora servizio segreto civile. Rileva, allora, acutamente Gotor come «la seduta spiritica servì anzitutto a occultare all’interno di un indeterminato soggetto collettivo la fonte informativa originaria – un brigatista dissidente o un esponente del Partito armato – che avrebbe indirizzato la polizia al paese di Gradoli piuttosto che all’omonima via di Roma. Per depistare – informando ma al tempo stesso disinformando […] – o perché a conoscenza di una verità soltanto parziale […]» (p.103).

I vertici della Dc, neonate Università calabresi, il mondo del sovversivismo. Ecco, ancora, vari piani che si incrociano tra loro. Come si comportava, in tutto questo, il prigioniero?

Moro, innanzitutto, scrive. Nel corso della detenzione lo statista redasse numerose lettere. Le prime tre missive furono recapitate dopo tredici interminabili giorni di silenzio assoluto. Risuonarono, come sottolinea lo stesso Gotor, «come uno sparo nel buio» (p.63). I destinatari erano la moglie Eleonora, il Ministro dell’Interno Cossiga e il suo diretto collaboratore Rana. Moro diviene, in questo modo, diretto protagonista della trattativa. Propone uno scambio di prigionieri, suggerisce di interpellare la Santa Sede come interlocutore per il negoziato.

Qui c’è la grande anomalia del sequestro Moro. Normalmente durante un sequestro un prigioniero non comunica con l’esterno, neanche con lettere potenzialmente artefatte. L’intento delle Brigate Rosse, invece, è stato da subito quello di spettacolarizzare il ruolo di Moro. Gotor rileva come Renato Curcio, fondatore delle Br sotto processo a Torino durante i cinquantacinque giorni, disse al suo legale di fiducia Giannino Guiso che «i partiti avrebbero dovuto dialettizzarsi con l’uomo politico democristiano, ossia con le sue missive, e non direttamente con i brigatisti come stavano cercando inutilmente di fare» (p.72. Si veda sul punto La condanna di Aldo Moro. La verità raccontata dall’avvocato difensore di Renato Curcio, SugarCo Edizioni, 1979).

Gli scritti di Moro divengono, così, strumento di battaglia politica. L’ultima battaglia di Moro come uomo politico. Del rapimento e dell’uccisione di Moro sappiamo, oramai, tantissimo. C’è una grande quantità di informazioni, molte delle quali digitalizzate e facilmente accessibili. Eppure, sembra di trovarsi di fronte a una moderna tela di Penelope. Più si cerca di ricostruire la verità più questa finisce per disfarsi. Bizzarro, soprattutto tenendo in considerazione che sulla vicenda Moro non è mai stato apposto il segreto di Stato.

In questa opera Gotor riscopre la sua attività redazionale e si ripresenta come storico, studioso e ricercatore dopo gli ultimi anni spesi nell’ambito della Commissione parlamentare d’inchiesta. Quella frase scritta da Moro e significativamente selezionata da Gotor per il titolo del libro, Io ci sarò ancora, sembra assumere, in conclusione, un significato peculiare. Quarantuno anni dopo, l’affaire Moro, come brillantemente lo chiamò Leonardo Sciascia, vive ancora sui giornali, negli scaffali delle librerie e, soprattutto, nelle aule di giustizia. Moro c’è ancora. Nonostante la follia dei tempi moderni e la loro irriducibile capacità di disegnare rapide parabole senza scampo per i leader dell’oggi, la figura di Moro, quarantuno anni dopo, continua a dominare la nostra attualità. Alle migliaia di pagine già scritte da studiosi, giornalisti, parlamentari se ne aggiungeranno ancora altre. Nulla che possa essere racchiuso in un tweet.

L’occhio dello storico Gotor è una torcia che aiuta a districarsi in un labirinto di teorie, cospirazioni, libri e trasmissioni televisive non sempre impeccabili. Ci sono ancora molti aspetti da chiarire, da indagare, da approfondire, dal ruolo di Giovanni Senzani, criminologo e consulente di molte amministrazioni statali prima di divenire il più sanguinario capo delle Brigate Rosse a quello del musicista e direttore d’orchestra russo Igor Markevic, secondo alcuni tra i mediatori tra Br e servizi segreti italiani. L’auspicio è che l’attività redazionale di Gotor non sia conclusa e che ci possa consegnare, magari in un futuro non troppo lontano, opere ancor più approfondite e dettagliate.

Scritto da
Francesco Magni

Nato a Roma nel 1988, dopo la laurea in giurisprudenza ha esercitato per tre anni la professione di avvocato. Oggi è funzionario pubblico. Mantiene vivi la passione e l'interesse per la politica, il diritto amministrativo, l'attualità e la teoria dello Stato che cerca sempre di analizzare, ove possibile, alla luce della sua formazione giuridica. Collabora con Youtrend, per cui ha contribuito alla stesura del volume "Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni".

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