“Italia creativa. Condivisione, sostenibilità, innovazione” di Laura Bovone e Carla Lunghi
- 19 Dicembre 2020

“Italia creativa. Condivisione, sostenibilità, innovazione” di Laura Bovone e Carla Lunghi

Recensione a: Laura Bovone e Carla Lunghi, Italia creativa. Condivisione, sostenibilità, innovazione, Donzelli Editore, Roma 2020, pp. XVI-192, 26 euro (scheda libro)

Scritto da Angelo Laudiero

6 minuti di lettura

Nel volume Italia creativa. Condivisione, sostenibilità, innovazione (Donzelli Editore, 2020), i contributi dei diversi saggi raccolti da Laura Bovone e Carla Lunghi indagano e confrontano due fenomeni paralleli ma intrecciati: da una parte, la crisi (intesa in senso ampio come crisi economica, sociale, valoriale, politica e culturale) che mette in dubbio le sicurezze sui modi di lavorare e di consumare e, dall’altra, le nuove modalità di far fronte alla crisi stessa attraverso pratiche di produzione e consumo alternative. È possibile anche definire questa capacità degli individui e delle collettività di adattamento e di risposta alle forme che una crisi può prendere con il termine di resilienza[1]. D’altra parte, le persone, da sempre, si trovano a fare i conti con le costrizioni imposte da ambienti, relazioni e strutture e le loro azioni sono inevitabilmente orientate verso il miglior tipo di adattamento possibile. Al tempo stesso, sono proprio le condizioni critiche a favorire la nascita, lo sviluppo e la valorizzare di tipi di risposte in cui gli attori sociali colgono opportunità creative in un nuovo equilibrio tra vecchi e nuovi modi di creare valore.

A partire dall’idea che il termine “crisi” indichi il venir meno della condizione di equilibrio nelle tre principali dimensioni della realtà umana, ovvero quella politico-istituzionale, quella economica e quella socioculturale[2], la ricerca confronta dapprima le reazioni creative degli italiani alle grandi crisi del Novecento (1929, 1973), per poi approdare alle nuove pratiche di produzione e consumo sorte per fronteggiare l’ondata di crisi economica che ha investito il Paese a partire dal 2008. Nell’ultimo decennio le nuove criticità emerse sono state anche un’occasione per la nascita e lo sviluppo di pratiche sociali ed economiche innovative come, ad esempio, le attività collaborative: spesso portate avanti da giovani millennials con un elevato capitale culturale. Tali pratiche hanno determinato un rimodellamento strutturale di abitudini e prassi di produzione e consumo, testimoniando anche un sentimento di sfiducia nei confronti di un sistema sociale, economico e politico ritenuto obsoleto.

A partire da ciò, attraverso trentuno casi studio analizzati tra il 2014 e il 2015 su tutto il territorio italiano, i vari contributi chiariscono pratiche e significati di quella che è stata definita economia collaborativa[3]mettendo in evidenza le logiche ricorrenti in tali pratiche: 1) sharing[4], ovvero la condivisione e l’utilizzo collettivo (online e offline) di una risorsa percepita come comune; 2) swapping/bartering[5], cioè lo scambio di beni e servizi senza mediazione monetaria; 3) disintermediazione della filiera, ossia la creazione, grazie al digitale, di rapporti diretti tra domanda e offerta che facilitano l’incontro peer-to-peer (ne sono un esempio piattaforme come Blablacar); 4) making[6], ovvero le forme di produzione con tecniche di fabbricazione digitale e la condivisione di progetti open source; 5) crowding[7], cioè la creazione di un servizio o prodotto attraverso la raccolta di pareri, idee, soluzioni o denaro che coinvolge una moltitudine di persone.

È interessante notare come le reazioni alle diverse crisi che hanno investito l’Italia dagli anni Trenta ad oggi, siano state condizionate non solo da pratiche individuali e collettive, ma anche dal contesto culturale, storico e politico di riferimento. Mentre, infatti, le pratiche di reazione alla crisi del 1929 furono strettamente controllate dal regime fascista, le risposte più innovative allo shock petrolifero del 1973 nacquero soprattutto all’interno della società che sperimentò nuove abitudini di consumo legate al risparmio energetico e a pratiche eco-compatibili. Dal 2008 in poi, invece, stiamo assistendo ad una reazione creativa alla crisi che avviene al di fuori dei canali istituzionali e della società classicamente intesa: sempre di più le innovazioni nascono dal basso, da iniziative spontanee, e proprio in mancanza di una risposta istituzionale.

La crisi del 2008 è un esempio paradigmatico che ha confermato lo stretto legame tra i vantaggi portati dalla modernizzazione e le difficoltà a controllarne gli effetti. Nel corso dell’ultimo decennio, in reazione a tali difficoltà, sono emerse e si sono consolidate nuove pratiche che hanno mostrato la capacità delle persone di reagire e di cercare nuove strade creative per fronteggiare una situazione di vulnerabilità generalizzata. In questo filone, si iscrivono le pratiche di economia collaborativa che, come indica il termine, si fondano su rapporti di condivisione già ampiamente diffusi e sperimentati e tali da interessare, almeno potenzialmente, centinaia di milioni di persone nel mondo. In tal senso, l’economia collaborativa è emersa nel dibattito pubblico come risposta innovativa ed etica alla necessità di ripensare il funzionamento dell’economia e i rapporti tra economia e società in seguito alla crisi del 2008.

I nuovi attori che ne fanno parte possono produrre in proprio e passare ad altri informazioni, energia, oggetti, oppure scambiarsi auto, vestiti e case, o ancora finanziare le proprie attività attraverso il crowdfunding. Nei casi più virtuosi, le pratiche collaborative possono anche essere considerate come la tappa più recente di un percorso di sostenibilità e di responsabilità sociale e ambientale che passa inevitabilmente attraverso la tecnologia digitale e che comporta un mix di pratiche di produzione e consumo nelle mani degli stessi attori sociali.

In particolare, le pratiche collaborative possono essere ricondotte a tre filoni principali: quello riguardante l’economia sostenibile; quello relativo alla creazione di nuovo capitale e di conversione tra capitale economico, sociale e culturale; e quello legato a nuove forme di divisione del lavoro. Pertanto, si può affermare che, almeno in principio, l’economia collaborativa abbia riportato al centro la dimensione sociale, presentando aspetti di innovazione nei rispettivi filoni: in quello economico, con la valorizzazione delle risorse scarse e l’ottimizzazione delle transazioni; in quello sociale, attraverso l’ampliamento del capitale sociale individuale e collettivo; in quello ambientale, con l’utilizzo di forme di economia circolare.

Un aspetto specifico dell’economia collaborativa riguarda la produzione tra pari: si tratta di progetti sviluppati grazie a tecnologie di fabbricazione e di comunicazione digitale o di iniziative di finanziamento avanzate (come il crowdfunding e gli incubatori) in cui progettazione e produzione sono distribuite tra semplici cittadini e professionisti. In particolare, queste esperienze esemplificano in modo strutturale i processi produttivi in cui il contesto locale e la dimensione sociale giocano un ruolo più forte rispetto alla produzione industriale tradizionale. È importante rimarcare il fatto che, in questi sistemi di produzione, la tecnologia rappresenta uno strumento abilitante per supportare le comunità locali nel raggiungere l’auto-sostenibilità.

In tal senso, si parla di produzione collaborativa proprio per indicare quell’insieme di pratiche in cui le persone cooperano per lo sviluppo di prototipi e per la manifattura di beni materiali che addirittura sarebbero in grado di porsi come alternativa all’economia di mercato proprio poiché riuscirebbero a promuovere forme di reciprocità e di condivisione prima impensabili. Un elemento essenziale, quindi, sembra essere quello della socialità: l’esigenza riguarda il costruire una comunità, il far emergere nuovi rapporti che rafforzino la posizione di potere sul mercato, rivendicando la libertà ma anche la qualità e la capacità di immaginare un diverso sistema economico basato sulle persone e sul rispetto degli ecosistemi.

L’economia collaborativa, quindi, sembra aver fatto emergere un nuovo paradigma caratterizzato da specificità di tipo socio-relazionali, esperienziali, pratiche ed economiche e da un’interessante miscela di dimensioni solo apparentemente antitetiche come il vecchio e il nuovo, il globale e il locale, la produzione e il consumo. Ciò vuol dire che gli utenti da semplici consumatori di prodotti di aziende sono diventati loro stessi erogatori di servizi, beni o prodotti, comportando la diminuzione o addirittura la scomparsa della netta differenza tra chi offre e chi acquista.

Vanno però anche rimarcate le criticità emerse dall’analisi di queste nuove forme di sharing economy: innanzitutto, il rischio concreto è che pratiche collaborative e di comunità si trasformino in occasioni di business e di profitto puro e semplice (si pensi ad Airbnb come riferimento paradigmatico). Nel contributo di Ivana Pais[8], ad esempio, si sottolinea come le motivazioni degli utenti delle piattaforme di sharing economy siano principalmente di tipo economico (58%), mentre la soddisfazione personale si ferma al 27%, la responsabilità sociale al 25% e la relazione con nuove persone al 22% (fonte: Ps2Share).

D’altra parte, si può anche affermare che dietro il successo di queste realtà, vi sia una progressiva mercificazione di tutte le dimensioni dell’esistenza umana visto che le nuove possibilità di interazione offerte dalle piattaforme hanno ampliato il mercato di prodotti da assoggettare a transazioni economiche. In questo senso: la casa, l’automobile, le attività e le stesse esperienze umane si sono trasformate in vere e proprie merci di scambio[9].

Si noti, infine, come alcuni dei casi studio analizzati nel volume, siano diventati oggi (solo cinque anni dopo) qualcosa di diverso, ponendo grosse problematiche sotto il piano normativo e fiscale (si pensi ad Uber come caso emblematico). La pericolosa deriva di deregolamentazione del lavoro, l’inadeguatezza e la scarsa chiarezza burocratica, l’assenza di norme fiscali sono solo alcune delle questioni più urgenti che istituzioni, piattaforme e utenti dovranno affrontare nel prossimo futuro. A rischio è la stessa sopravvivenza dell’economia collaborativa e di tutti gli attori che in modi diversi ne sono coinvolti.


[1] L. Hempel, D. Lorenz, Resilience as an Element of Sociology of Expression, «Behemoth – A Journal of Civilisation», 7 (2), 2014.

[2] G. Rusconi, Crisi Sociopolitica, Enciclopedia delle Scienze Sociali, Treccani, Roma 1992.

[3] Commissione Europea, The Sharing Economy. Accessibility Based Business Models for Peer-to-Peer Markets, Business Innovation Observatory, 2013.

[4] R. Belk, Sharing, «Journal of Consumer Research», 36 (5), 2010.

[5] D. Graeber, Debt. The First 5000 Years, Melville House, Brooklyn 2012.

[6] S. Micelli, Fare è innovare. Il nuovo lavoro artigiano, il Mulino, Bologna 2016.

[7] I. Pais, P. Peretti, C. Spinelli, Crowdfunding. La via collaborativa all’imprenditorialità, Egea, Milano 2014.

[8] I. Pais, Alle origini dell’economia collaborativa: memorie dal futuro, in L. Bovone, C. Lunghi, Italia creativa. Condivisione, sostenibilità, innovazione, Donzelli Editore, Roma 2020.

[9] S. Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, Roma 2019.

Scritto da
Angelo Laudiero

È laureato magistrale in Scienze Politiche presso l’Università “Orientale” di Napoli. Dopo diverse esperienze di lavoro in Italia e all’estero, ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Sviluppo Locale presso l’Università di Trento, con una tesi su innovazione sociale e attività culturali nei processi di rigenerazione urbana delle periferie. Contatti: a.laudiero1@libero.it.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici