L’orizzonte della sostenibilità nel Patto per il Lavoro e per il Clima
- 20 Dicembre 2021

L’orizzonte della sostenibilità nel Patto per il Lavoro e per il Clima

Scritto da Pierluigi Stefanini

9 minuti di lettura

In questo contributo Pierluigi Stefanini, Presidente e Portavoce di ASviS Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile e Presidente del Gruppo Unipol, considera il Patto per il Lavoro e per il Clima promosso dalla Regione Emilia-Romagna dalla prospettiva della sostenibilità e degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.


Il Patto per il Lavoro e per il Clima della Regione Emilia-Romagna è sicuramente l’esperienza di progettazione condivisa e partecipazione più avanzata in Italia. Un’esperienza che, già nella premessa del documento firmato dagli aderenti al Patto, identifica nell’Agenda 2030 e negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile una vera e propria bussola delle politiche che si vogliono promuovere. Non è, del resto, senza significato l’individuazione proprio del 2030 come orizzonte strategico e programmatico del processo che il Patto intende avviare. Per queste caratteristiche il Patto è un elemento di eccellenza e, come Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – un soggetto che riunisce oltre 300 aderenti, fra le principali istituzioni e reti della società civile, a cui si sono aggiunti oltre 240 associati che condividono gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite –, ci auguriamo che questo modello possa diffondersi nel Paese e che altre Regioni decidano di sperimentare con determinazione questa strategia di coinvolgimento e di dialogo. Sostenibilità significa infatti creare le condizioni affinché tutte le scelte politiche concorrano a creare condizioni durature di benessere.

Naturalmente, perseguire un modello di sviluppo sostenibile implica un’azione congiunta su diversi piani. Per questo auspichiamo che l’Italia si doti in futuro di una strategia multilivello nella quale la Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, ad oggi ancora ferma al 2017, sia aggiornata e integrata sulla base degli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza. Questo è indispensabile per garantire al Paese uno strumento per immaginare e progettare i programmi e le azioni che possano portarci a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità sul piano economico, sociale, ambientale e istituzionale stabiliti per il 2030. Impostare una strategia multilivello significa delineare una cornice nazionale entro la quale articolare le diverse strategie regionali. Ogni Regione dovrebbe quindi dotarsi di una propria strategia coerente con le politiche nazionali e nell’ambito della quale integrare anche le Agende Metropolitane. In tal modo si può comporre un quadro d’insieme dove i diversi enti stabiliscono, in accordo con gli altri livelli, quali sono i piani e gli obiettivi che, come Paese, abbiamo il dovere di promuovere e di realizzare.

Per andare nella giusta direzione occorre porsi le domande giuste. Quali sono gli obiettivi? Quali i percorsi per arrivarci? Quali le risorse e le energie da mettere in campo? Che metodologie è necessario sperimentare e implementare? Quali sono gli indicatori di monitoraggio che periodicamente misurino lo stato di progresso del Paese e della Regione nel raggiungimento degli obiettivi? Sono domande che non investono aspetti puramente legati alla governance, ma che sollevano un punto sostanziale: se infatti parliamo di transizione ecologica dobbiamo avere piena consapevolezza delle implicazioni di questa transizione sul modo di essere, di produrre e di consumare dei cittadini e delle imprese. Oggi cominciamo ad avvertire quanto sia importante questa prospettiva, ma lo sforzo di approfondimento realizzativo delle strategie per l’economia green e la sostenibilità è tutto da sviluppare. Faccio solo due esempi. L’Italia è un Paese che più di altri si è impegnato per mettere in pratica i principi dell’economia circolare – un modello che supera la concezione di economia lineare adottando un sistema che prevede la gestione integrata di tutto il processo produttivo e il riutilizzo dei rifiuti mediante la loro re-immissione nel ciclo produttivo, limitando al massimo gli scarti e l’impatto sull’ambiente –, ma anche in questo campo molto resta ancora da fare. Per questo è importante che il Patto per il Lavoro e per il Clima preveda l’individuazione di ulteriori estensioni e sperimentazioni nel mondo della produzione a tutti i livelli, mettendo al centro l’idea chiave che, tendenzialmente, nulla deve essere scartato ma tutto va riusato. Questa deve diventare una costante. Su questo punto il Patto, in collaborazione con gli attori del sistema della ricerca regionale, prevede correttamente di investire in tecnologie in grado di ridurre gli scarti e facilitare la simbiosi industriale, aumentando la durabilità dei prodotti e l’utilizzo di materiali a basse emissioni, promuovendo il riciclo, il recupero e il riuso dei rifiuti attraverso la nascita di nuovi circuiti dedicati.

Un altro punto importante riguarda l’obiettivo fissato per il 2035 in base alle indicazioni dell’Unione Europea sul raggiungimento del 66% di energie rinnovabili. Oggi siamo al 40%, un dato già molto significativo. Tuttavia, il gap è ancora ampio e per arrivare al 40% abbiamo impiegato un certo numero di anni. Ora siamo chiamati ad un’evoluzione ulteriore, che però deve avvenire in un periodo di tempo molto più breve. Si tratta di programmare e implementare azioni a tutti i livelli che, partendo dagli usi e dai consumi quotidiani nelle abitazioni per arrivare ai sistemi produttivi più complessi, aiutino a raggiungere l’obiettivo europeo e quello regionale che col Patto punta ad accelerare la transizione ecologica e raggiungere la decarbonizzazione entro del 2050 e il target del 100% di energie rinnovabili entro il 2035. Sempre nell’ambito della transizione alle energie rinnovabili va sottolineata l’importanza della strategia per le comunità energetiche, sulle quali il Patto prevede l’emanazione di una Legge regionale.

Ma l’elemento innovativo del Patto non riguarda solo i contenuti, ma prima di tutto il metodo. Il problema a cui il Patto cerca di dare risposta è quello delle modalità di costruzione di un’azione condivisa con i cittadini, le famiglie e le strutture produttive a tutti i livelli. Nel Patto si colgono immediatamente le implicazioni a livello di cambiamento di governance e di modalità di progettazione, che appaiono davvero notevoli e articolate. Il Patto, infatti, è uno strumento di sintesi caratterizzato da mediazioni “alte”, ispirate ad un interesse generale che ha coinvolto profondamente le parti sociali e che può costituire un argine alla disintermediazione nelle relazioni fra cittadini e istituzioni, dimostrando quanto sia strategico per le politiche pubbliche saper dialogare con le forze sociali per costruire soluzioni a vantaggio della comunità.

 Per affrontare un altro capitolo enunciato dal Patto per il Lavoro e per il Clima, su cui è necessario un ulteriore approfondimento, come ASviS a livello nazionale nel 2020 abbiamo lanciato la proposta di realizzare un Patto per il Lavoro ai giovani, che mira a mettere in campo impegni concreti in accordo con il Governo e le parti sociali per raggiungere entro il 2030 una forte riduzione della percentuale di NEET – che si attesta ad uno dei livelli peggiori tra le economie avanzate – in linea con gli obiettivi fissati per l’attuazione del Pilastro europeo dei diritti sociali, che ha definito come target una soglia inferiore al 9%. Credo che nel quadro del Patto questa linea d’azione debba diventare prioritaria, in modo da poter dare risposta, con un programma di azione serrato ad una questione tanto decisiva per il futuro del Paese. Insisto particolarmente su questo punto: la creazione di lavoro per i giovani deve essere considerata la prima delle priorità dentro il Patto. Il concetto di giustizia intergenerazionale è fondamentale per il Paese. Su questo tema è importante anche sottolineare l’aspetto dell’agire collettivo e l’ambizione importante del Patto che mira a coinvolgere e responsabilizzare tutta la società regionale nel conseguimento dei suoi obiettivi. Anche la parità di genere è una questione cruciale e trasversale agli obiettivi del Patto e rappresenta un elemento trasformativo potentissimo che dobbiamo assolutamente mettere al centro delle nuove politiche e dell’impegno delle istituzioni in modo sempre più forte e convinto.

Voglio sottolineare anche un aspetto che purtroppo è molto dibattuto, ma sul quale non vengono prese sufficienti misure concrete. Si tratta di quelle forme di sfruttamento lavorativo che ad oggi permangono in una serie di settori, sia dal punto di vista delle condizioni materiali che da quello delle condizioni normative. È necessario un salto di qualità: non basta più solo denunciare la permanenza di questo fenomeno ma occorre prendere una posizione netta. Il 29 ottobre a Ecomondo a Rimini abbiamo tenuto un incontro incentrato sulla necessità per l’Unione Europea di dotarsi di una direttiva comunitaria secondo la quale le imprese UE e non UE di una certa dimensione, che operano sul mercato europeo avranno il compito di presentare annualmente una cosiddetta due diligence, al fine di dimostrare che nei loro comportamenti, e all’interno della loro filiera, i diritti umani e la salvaguardia dell’ambiente sono considerati punti fondamentali. In Germania è stata approvata nel luglio di quest’anno una legge che prevede anche risvolti penali per le imprese che non rispettano i comportamenti previsti dalla normativa; lo stesso accade in Francia, con una legge del 2017 che affronta il tema. C’è bisogno che anche l’Italia si doti di una normativa nazionale estremamente rigorosa, che impegni le imprese a dimostrare che nei loro comportamenti verso le forniture a tutti i livelli sia previsto il rispetto per la dignità e i diritti dei lavoratori. Su questo punto la Regione Emilia-Romagna può essere un soggetto capace di fornire una spinta importante nella giusta direzione. Su questo occorre agire al più presto.

Ci sono anche altri aspetti che meritano di essere considerati in relazione al contesto del Patto. Uno dei più rilevanti riguarda la questione delle risorse per realizzare la strategia per la sostenibilità. Abbiamo sottolineato, anche nel recente rapporto presentato a settembre, l’importanza di porre le premesse per un’evoluzione della finanza: una nuova visione nazionale e regionale entro la quale la finanza pubblica sia complementare a quella privata, creando le condizioni per momenti di dialogo e convergenza tra di esse. Per affrontare le principali sfide che il Paese ha davanti non basteranno le sole risorse pubbliche, siano queste quelle previste nel PNRR o nella Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile. Ci troviamo, peraltro, in un contesto favorevole da questo punto di vista. L’Unione Europea sta puntando molto sull’incentivazione della finanza sostenibile. È appena entrata in vigore una classificazione delle attività economiche che possono essere oggetto di investimenti sostenibili, una vera e propria tassonomia che diventerà un punto di riferimento per tutti gli investitori, garantendo trasparenza a mercati e operatori. Tutto questo si abbinerà a criteri che diventeranno sempre più stringenti. In quest’ottica di complementarietà tra mobilitazione delle risorse private e investimento pubblico, è pensabile, e l’Emilia-Romagna lo sta già facendo, che ci si possa dotare su scala regionale di strumenti dedicati, che non si pongano come sostitutivi delle politiche nazionali ma agiscano in ottica sussidiaria e complementare. In concreto la Regione, a fronte di determinati progetti di transizione ecologica, può ad esempio prevedere l’emissione di green bond o di social bond, questi ultimi legati alla gestione degli impatti sociali delle trasformazioni e in generale al rafforzamento della coesione sociale. Tornando sul tema del lavoro per i giovani, è possibile immaginare che, a fronte di obiettivi di crescita e di creazione di spazi occupazionali, possa essere utilizzata la leva delle obbligazioni pubbliche per sostenere gli investimenti dedicati.

Va anche ricordato l’aspetto della sanità e delle risposte da fornire ai bisogni socio-sanitari – un ambito che già vede l’Emilia- Romagna come punta avanzata del Paese –. Serve un approccio che metta al centro le forti interrelazioni che la salute ha con il benessere e le condizioni materiali e immateriali di vita. Proprio perché la Regione si situa già ad un livello molto alto, essa è in grado di prefiggersi obiettivi ulteriori. Anche qui, seguendo le indicazioni proposte da ASviS a livello nazionale e presenti anche nel PNRR e in generale nelle politiche stabilite dal Governo sul tema, è necessario trovare una modalità per sperimentare soluzioni più avanzate di integrazione pubblico-privato. Tradotto nella pratica, ciò significherebbe fare leva in modo coordinato e pianificato sulle risorse provenienti dal mondo del terzo settore e della cooperazione sociale, coinvolgendolo in qualità di soggetto attivo e qualificato come un volano intelligente e propositivo nel campo dei bisogni socio-sanitari del territorio.

Su tutti questi fronti, comunque, l’Emilia- Romagna parte da livelli molto positivi. ASviS ha compiuto un aggiornamento degli indicatori del monitoraggio sulla situazione delle Regioni. L’Emilia-Romagna si conferma un punto di eccellenza, sicuramente una tra le Regioni più avanzate in Italia e in Europa, che ha saputo costruire negli anni dei percorsi virtuosi, a partire dal Patto per il Lavoro del 2015, a cui segue ora il nuovo Patto del 2020, che è stato potenziato e ampliato e nel quale è stato aggiunto il fondamentale riferimento al Clima. Restano tuttavia aspetti da non trascurare. In primo luogo, sempre a proposito di lavoro, l’Emilia-Romagna è una delle Regioni con il più alto tasso di incidenti e di morti sul lavoro. Inoltre, secondo una tendenza che coinvolge tutta la Pianura Padana, la Regione presenta un livello di utilizzo del suolo per scopi abitativi e industriali estremamente elevato. Su questo c’è bisogno di cambiare rotta. La Regione ha già adottato una legge sui suoli, ma occorre essere ancora più decisi su questo punto. C’è infine un altro nodo su cui occorre lavorare, ovvero quello della governance intraregionale. In Emilia-Romagna è possibile compiere un ulteriore passo da questo punto di vista, creando una strategia multilivello. Non è possibile infatti trascurare la necessaria integrazione dei livelli decentrati con il livello regionale, ed è quindi opportuno un salto di qualità delle politiche pubbliche, specie in termini di concertazione tra la dimensione regionale e la dimensione comunale o sovracomunale, a partire dalla città metropolitana. C’è ancora un’insufficiente integrazione nel senso di una strategia condivisa; è stato già fatto molto, ma bisogna comunque sottolineare l’esigenza di rafforzare una strategia univoca, potenziando un forte coordinamento intraregionale tra le varie città. Il Patto per il Lavoro e per il Clima può contribuire a dare maggiore valore a questa dimensione, perché la partita si può vincere anche riuscendo ad essere più efficaci, e cioè integrando e facendo convergere le diverse politiche.

Pur con questi margini di miglioramento, la Regione Emilia-Romagna resta un punto avanzato nel panorama italiano ed europeo che può contribuire decisamente allo sviluppo sostenibile di tutto il nostro Paese. Vorrei ricordare in conclusione un altro importante progresso, frutto anche di un lungo percorso di collaborazione con ASviS, che ha portato recentemente la Regione a dotarsi di una Strategia Regionale Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che porta avanti con coerenza la visione di sostenibilità che già è alla base del Patto. Un risultato che, come ASviS, consideriamo fondamentale e che contribuisce, in sinergia con la fondamentale progettualità del Patto per il Lavoro e per il Clima, a disegnare un percorso nella direzione di una transizione giusta, ecologica e digitale, verso un futuro sostenibile.

Scritto da
Pierluigi Stefanini

Presidente e Portavoce di ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, Presidente del Gruppo Unipol e Vice Presidente della controllata UnipolSai Assicurazioni. È inoltre Presidente della Fondazione Unipolis e Presidente di Euresa, network europeo di mutue e cooperative di assicurazione. Ha ricoperto ruoli importanti nel settore bancario, assicurativo e nel movimento cooperativo tra cui la Presidenza di Legacoop Bologna e di Coop Adriatica. Tra i suoi libri ricordiamo il recente: “Conversando con Enrico Giovannini e Pierluigi Stefanini. Per un futuro sostenibile” (a cura di Fabrizio Ricci, Ediesse 2019).

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