La cooperazione come piattaforma. Intervista a Rita Ghedini
- 25 Gennaio 2021

La cooperazione come piattaforma. Intervista a Rita Ghedini

Scritto da Giacomo Bottos

9 minuti di lettura

Questo contributo è tratto dal numero cartaceo 3/2020, dedicato al tema delle “Piattaforme”. Questo contenuto è liberamente accessibile, altri sono leggibili solo agli abbonati nella sezione Pandora+. Per ricevere il numero cartaceo è possibile abbonarsi a Pandora Rivista con la formula sostenitore che comprende tutte le uscite del 2020 e del 2021. L’indice del numero è consultabile a questa pagina.

In questa fase storica le piattaforme, nelle loro grandi contraddizioni, hanno successo anche perché si propongono come strumenti di risposta a determinati bisogni emergenti in un periodo di difficoltà sociali, agendo però sulla base di logiche improntate alla massimizzazione del profitto. La riflessione sulla possibilità di un paradigma alternativo può portare a riflettere sulla forma cooperativa, un tipo di organizzazione che storicamente, in fasi di crisi e di transizione, ha saputo sviluppare risposte alle necessità emergenti in termini di autorganizzazione della società. Per discutere questo rapporto tra piattaforme e cooperazione e per affrontare le questioni poste dalla digitalizzazione, abbiamo intervistato Rita Ghedini, Presidente di Legacoop Bologna e Presidente dell’Alleanza delle Cooperative Italiane di Bologna.


Il concetto di piattaforma, sia sotto il profilo tecnologico che organizzativo, è oggi molto presente nel dibattito pubblico. C’è una riflessione in merito all’interno del mondo cooperativo? Pensa che la cooperazione presenti determinate caratteristiche tali da rendere la discussione sulle piattaforme particolarmente rilevante per il suo futuro?

Rita Ghedini: È evidente che un’organizzazione economica caratterizzata da un elevato quoziente di socialità, che nasce per fornire le migliori risposte disponibili ai bisogni che emergono in relazione alle trasformazioni economiche e sociali presenta molte analogie con il concetto di piattaforma. Questa idea di organizzazione collettiva finalizzata ad obiettivi mutualistici è presente fin dalle origini della storia della cooperazione. In seguito con la nascita della Repubblica Italiana il valore della forma cooperativa è stato riconosciuto nella nostra Costituzione che valorizza la democrazia economica. Questo risulta da una considerazione congiunta dell’articolo 41, che regola la forma d’impresa, e 43, che norma i beni comuni, ovvero quelle risorse naturali, ambientali, o relazionali che hanno valore collettivo e che possono essere gestite dallo Stato o da forme organizzate di cittadini e infine dell’articolo 45 sulla promozione e sviluppo della cooperazione. All’origine della Repubblica viene così affermato un insieme di principi nel quale convergono gestione dell’interesse economico, rispetto dell’interesse e dell’integrità delle persone e gestione collettiva, della quale la forma cooperativa fa parte. In sintesi, parliamo di un’idea di gestione orizzontale della società e dell’economia, nata dall’incontro tra il pensiero cattolico e quello socialista, che prevede che interesse generale e dignità della persona debbano trovare un equilibrio. La forma cooperativa nasce per la necessità di auto-organizzazione di classi sociali che intravedono un potenziale di crescita nell’organizzazione dei propri bisogni. È quindi una forma che, di tempo in tempo, può accordarsi con i modelli di sviluppo che progressivamente emergono.

Passando da questa struttura generale della cooperazione alle specificità della fase attuale – e dunque prendendo in considerazione le caratteristiche delle piattaforme propriamente dette – sottolineerei tre elementi. In primo luogo vi sono delle caratteristiche inedite indotte dalla maggiore accessibilità della strumentazione tecnologica. Con la diffusione di Internet ci confrontiamo con una crescente orizzontalità nell’accesso alla conoscenza, che rende i bisogni più immediatamente esprimibili e dunque suscettibili di un’analisi più standardizzata. Allo stesso tempo, la tecnologia ha ridotto l’intermediazione nell’accesso alla risposta a questi bisogni. È sulla base di questa riduzione dell’intermediazione nella catena del valore che si sono strutturate le grandi piattaforme commerciali che conosciamo, ad esempio quelle di e-commerce. Il secondo elemento, legato a questo, riguarda la messa in comune di esigenze. Grazie alla maggiore accessibilità della tecnologia abbiamo assistito ad una crescente auto-organizzazione di gruppi di interesse che esprimono i propri bisogni in vari ambiti, cercando di mutualizzare la ricerca di risposte più adeguate. La cooperazione è profondamente coinvolta in questi processi, che hanno a che fare con la sua mission, ovvero il tentativo di fornire risposte di volta in volta adeguate alle condizioni storiche in cui si producono i bisogni delle persone, e con le sue forme di governance, che a partire da tali bisogni riducono le distanze nell’accesso al decision-making.

Alla luce di questi elementi si potrebbe trarre la conclusione che la forma cooperativa sia quella più adeguata e performante nell’epoca del successo delle piattaforme, ma così non è. Oggi la presenza della cooperazione nella gestione delle piattaforme è residuale, marginale… Perché? Per le stesse ragioni che molti anni fa avremmo indicato con il termine di possesso dei mezzi di produzione. Se 150 anni fa una delle necessità per la cooperazione era quella di garantire l’accesso alle migliori materie prime al costo più equo, oggi è urgente rendere disponibile, in modalità mutualistiche, l’accesso alla conoscenza e alla competenza sulle reti tecnologiche. Dati, tecnologia e velocità di trasformazione sono gli elementi che hanno spinto lo sviluppo delle grandi piattaforme di intermediazione e che hanno messo in scacco anche gli altri attori dell’economia nazionale il cui modello si basa su relazioni fra persone e fra territori – in opposizione ad un’economia legata ai grandi capitali e alla loro gestione finanziaria –. Anche questi soggetti marcano uno scarto rispetto alle grandi piattaforme non molto diverso da quello della cooperazione. Questo gap segnala la necessità di superare ritardi culturali importanti. Nella narrazione mainstream la disintermediazione e la libertà di accesso senza mediazione ai servizi sono state descritte come le modalità maggiormente democratiche di risposta ai bisogni e di contrasto ai monopoli, mentre sappiamo bene che sono rapidamente nati dei monopoli che per entità e incisività non hanno paragoni nella storia. In questo contesto il racconto incentrato sulla massima libertà e accessibilità che verrebbe fornita tramite questi nuovi strumenti di intermediazione assume caratteri paradossali. Il compito della cooperazione è proprio quello di elaborare una risposta di fronte a tutto ciò.

 

Rispetto allo schema delineato di una cooperazione che, in corrispondenza di diverse fasi e cesure storiche, propone risposte ai nuovi bisogni emergenti, generando auto-organizzazione che rinnova il movimento cooperativo stesso, quali esempi particolarmente significativi possono essere fatti?

Rita Ghedini: Posso fare tre esempi. Il primo è quello della cooperazione sociale, che è statuita come tale dal 1991 ma che, di fatto, nasce con le grandi riforme sociali a cavallo fra anni Settanta e Ottanta: l’istituzione del Sistema sanitario nazionale, l’approvazione della legge Basaglia, la riforma della scuola e quella del diritto di famiglia. È in questo contesto che nasce la cooperazione di produzione e lavoro fra soci e socie lavoratori, che nel 1992 verrà riconosciuta come cooperazione sociale. L’emersione di nuovi bisogni di welfare, legati ad un progressivo, per quanto lento, accesso delle donne al mercato del lavoro, aveva reso necessario lo sviluppo di strumenti che potessero dare risposte formali, sostituendo il lavoro informale gratuito svolto per secoli dalle donne nelle famiglie. La crescente salienza di temi relativi ai diritti della persona, come il diritto alla salute, quello all’assistenza, compresa quella per la salute mentale, che pertengono tutt’ora alla dimensione del lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne, hanno fatto sì che nascesse una nuova forma di cooperazione, che prendesse in carico i bisogni emersi dalla trasformazione della società nonché quelli relativi a salute, assistenza e inclusione lavorativa di persone con diverse forme di svantaggio. Oggi la cooperazione sociale è la forma principale con cui lo Stato rende disponibili alle persone questi diritti sotto forma di servizi. Non casualmente, alcune delle prime esperienze di cooperative a scambio mutualistico plurimo si sono sviluppate nell’ambito della cooperazione sociale negli anni in cui questa muoveva i primi passi.

Il secondo esempio risale a vent’anni fa ed è quello delle cooperative che nascono dopo la confisca di beni alla criminalità organizzata. Sono cooperative che operano nel settore agricolo, poiché molti beni confiscati erano agricoli, e diventano cooperative sociali dopo la decisione dello Stato sul riuso dei beni confiscati, attraverso un processo di sollecitazione delle comunità locali. Il bene confiscato viene restituito dallo Stato all’economia locale attraverso la sollecitazione di un processo di partecipazione pubblica; può sembrare insolito, ma le prime cooperative sociali che operavano sui beni confiscati furono costituite per bando pubblico. Questo perché la costituzione, più ibrida, di queste cooperative rappresentava un punto d’incontro fra la volontà dei territori di riappropriarsi dei beni confiscati e l’incoraggiamento dello Stato ad andare proprio in quella direzione.

Il terzo esempio è quello delle cooperative di comunità, un’esperienza che nasce poco meno di vent’anni fa in quelle che oggi chiamiamo aree interne. Anche quelle cooperative nascono come cooperative a scambio mutualistico plurimo, in luoghi di rarefazione delle relazioni sociali per motivi anagrafici, dovuti allo spopolamento, ed economici, legati alla povertà dei territori, ma anche delle relazioni istituzionali per lo ‘svuotamento’ delle istituzioni di governo di quei luoghi. Nelle aree interne nascono i primi esempi di gestione collettiva dei servizi per rispondere a bisogni essenziali: la posta, la scuola, i trasporti. A partire da queste basi le cooperative di comunità si sono sviluppate e negli ultimi anni stanno vivendo una fase di rilancio legata alla Strategia nazionale per le aree interne. Oggi – su questo stiamo lavorando anche noi – iniziative simili stanno nascendo anche in contesti urbani che si trovano in condizioni di disagio, economico e sociale, e che hanno particolari bisogni da soddisfare: lavoro, riqualificazione ambientale, miglioramento delle relazioni sociali e partecipative. Cooperative sociali, cooperative antimafia e cooperative di comunità sono tre esempi che illustrano bene come nel recente passato la cooperazione abbia saputo dare risposta ai nuovi bisogni emergenti.

 

In seguito alla crisi del 2008 sono emerse nuove fratture e cambiamenti sociali a cui fare fronte. In questo contesto quali strategie sono state e vengono promosse?

Rita Ghedini: Ci sono molti progetti in corso. Innanzitutto, bisogna colmare alcuni gap, a partire da quelli riguardanti la conoscenza e la tecnologia. Su questo fronte abbiamo avviato da qualche anno un percorso di accompagnamento delle nostre cooperative alla valutazione del proprio grado di maturità tecnologica e all’individuazione delle strategie e dei percorsi per dare sostanza all’innovazione in quest’ambito. Abbiamo anche lavorato con InnovaCoop, una dei nodi della rete dei digital innovation hub di Legacoop, per promuovere percorsi di autodiagnosi o diagnosi assistita della maturità tecnologica delle nostre associate e progettare l’upgrading tecnologico. Con ‘maturità tecnologica’ non si intende semplicemente la valutazione dell’adeguatezza dei sistemi IT delle nostre associate, ma quel percorso di maturazione culturale che rende le cooperative, e i professionisti che vi lavorano, consapevoli delle trasformazioni che il passaggio al digitale comporta. Parliamo quindi di un processo di trasformazione culturale che va oltre l’adeguamento dei sistemi informatici e tecnologici di cui le cooperative si avvalgono. Negli ultimi due anni abbiamo anche monitorato il grado di utilizzo degli strumenti e delle agevolazioni previsti dal piano Industria 4.0, registrando un livello di reattività importante delle nostre cooperative prima dello scoppio della pandemia. Con il Covid-19 abbiamo registrato da un lato l’accelerazione inimmaginabile dei processi di adeguamento digitale delle nostre cooperative, dall’altro il congelamento della progettazione, soprattutto nei primi sei mesi della pandemia. Il risultato è stato duplice: grazie al più rapido passaggio al digitale, la performance tecnologica delle nostre associate è migliorata, ma allo stesso tempo il pensiero di medio-lungo termine si è arrestato, anche se sembra stia riprendendo adesso. Ci stiamo preparando ad affrontare la nostra prima assemblea digitale e il leitmotiv che le nostre cooperative ci hanno chiesto è quello di tenere al centro della nostra visione le trasformazioni in corso, compresa ovviamente quella digitale. Sia come elemento di capacitazione che di trasformazione organizzativa.

L’altro tema è quello del possesso e dell’utilizzo dei dati per analizzare bisogni emergenti e costruire risposte adeguate in forma cooperativa. Il problema preliminare è proprio quello del possesso dei dati e siamo convinti che su questo fronte occorra operare in termini di iniziativa, associativa e politica, al fine di rendere la proprietà dei dati consapevole e democratica. La concentrazione della proprietà dei dati è stata resa possibile in maniera antidemocratica e occorre una nuova consapevolezza circa il valore della disponibilità dei dati e ciò che questo rappresenta in termini di autonomia, democrazia e capacità economica delle organizzazioni. Noi stiamo cercando di legarci ad un movimento che si sta diffondendo a livello globale, il cooperativismo di piattaforma, che parte da una riflessione sulla proprietà dei dati. La legislazione in materia, in particolare la legislazione fiscale, è attualmente purtroppo favorevole alle attività estrattive e sfavorevole alla tutela della proprietà dei dati e alla creazione di valore condiviso. Questo deve essere uno degli obiettivi più forti del movimento cooperativo.

Contemporaneamente, stiamo cercando di sperimentare nuove forme d’impresa cooperativa che utilizzino i dati e la tecnologia per migliorare la comprensione dei fabbisogni e delle risposte necessarie. All’interno del progetto Vicoo Platform stiamo studiando le forme tramite cui l’identità cooperativa può dispiegare nuovo valore e fare innovazione usando le piattaforme tecnologiche, al fine di veicolare risposte ai nuovi bisogni. Da questo punto di vista abbiamo in corso quattro ambiti di sperimentazione e lavorazione. Uno riguarda una piattaforma cooperativa che operi nell’ambito dei divari digitali, affrontando i bisogni educativi degli studenti, delle scuole, delle istituzioni educative, dei professionisti dell’educazione (educatori, insegnanti, animatori) e delle famiglie. Compito della piattaforma è quello di operare, attraverso le comunità sopracitate, un upgrading delle competenze digitali, al fine di ridurre il divario. Il secondo ambito riguarda il progetto Consegne Etiche, che punta sul coinvolgimento sia delle cooperative che di diversi esercizi commerciali sul territorio del Comune di Bologna. Lo scopo del progetto è quello di migliorare le condizioni di lavoro e garantire il rispetto dei diritti dei lavoratori che svolgono le consegne a domicilio. Il progetto si muove su due binari paralleli: uno relativo alla logistica di prossimità e uno relativo alla mobilità e al trasporto sostenibile. L’altro progetto su cui lavoriamo è quello di FairBnB, che opera nel settore del turismo e dell’ospitalità ed è improntato alla promozione di startup cooperative nel settore di riferimento. Infine, stiamo lavorando sulla possibilità di accompagnare lo sviluppo e la diffusione di piattaforme cooperative nell’ambito della gestione dei servizi di trasporto persone non di linea (taxi, noleggio con conducente e pullman), dove le grandi piattaforme digitali estrattive sono già fortemente piazzate, si pensi ad Uber e agli altri soggetti di questo genere. C’è molto lavoro da fare. Da un lato, infatti, bisogna difendere le modalità di organizzazione tradizionali di questo lavoro, storicamente svolto da lavoratori autonomi, dall’altro è di fondamentale importanza tutelare i diritti dei vettori che vengono inevitabilmente danneggiati dalla standardizzazione messa in piedi dalle piattaforme digitali estrattive. Queste sono quattro sperimentazioni in corso, ma ne intravediamo molte altre possibili: dai servizi di welfare alla filiera agroalimentare, dove la cooperazione di consumo e fra dettaglianti ha un patrimonio potenziale di contenuti e vettori di bisogni che non ha eguali. Si tratta di fare il salto di qualità.

 

Affinché queste e altre iniziative simili possano avere successo nel costruire un paradigma alternativo in questo ambito, quali condizioni devono verificarsi e quali azioni devono essere intraprese?

Rita Ghedini: Partendo dai cooperatori posso dire che abbiamo bisogno di investire di più in ricerca e sviluppo, al fine di adeguare la consapevolezza e la competenza delle persone e di adeguare sia i sistemi tecnologici che organizzativi. È necessario anche intervenire in termini di best practice, di raggiungimento dell’eccellenza nel disegnare le risposte per i nuovi bisogni. In poche parole, dobbiamo investire su noi stessi. Per poterlo fare è necessario confrontarci democraticamente con le comunità imprenditoriali e civili dei territori in cui lavorano le nostre imprese. Con ‘territori’ intendo aree molto ampie, poiché le nostre imprese operano sulla dimensione nazionale e internazionale, e non solo territori fisici, ma anche digitali. In questo percorso di reciprocità dobbiamo inoltre imparare a contaminare e ingaggiare le istituzioni, che devono elaborare una nuova regolamentazione. Questo è un tema che verrà affrontato rapidamente, dal momento che si iscriverà nella riflessione che dovremo fare per ripensare il nuovo modello economico e sociale per uscire dalla crisi post-pandemia. Infine molto dovrà essere detto sul piano formativo per veicolare le risorse dei nuovi fondi strutturali. L’azione di rappresentanza non deve solo limitarsi a difendere quello che già c’è, ma deve anche delineare gli spazi per il nuovo.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista» e Presidente di Tempora - pensare il presente, associazione, think tank ed editore della rivista. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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