Recensione a: Marco Almagisti, La democrazia in Italia. Storia e geografia di un sistema politico, Carocci, Roma 2025, pp. 488, 43 euro (scheda libro)
Scritto da Anna Napoletano
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La democrazia siamo noi: nessuno si senta escluso
Nel 1985 il cantautore Francesco De Gregori scriveva «la storia siamo noi, nessuno si senta escluso». Seppure risalenti a parecchi anni fa, queste parole sembrano scritte apposta per il libro La democrazia in Italia. Storia e geografia di un sistema politico (Carocci 2025) del politologo Marco Almagisti, docente di Scienza politica e Sociologia della politica presso l’Università di Padova. Il motivo di questa curiosa associazione risiede nel fatto che, in questa sua ultima opera, il politologo padovano invita a guardare al sistema democratico italiano come ad una trama antica, i cui fili continuano a tessere le fondamenta delle nostre istituzioni e quindi della nostra società. Pensare di poter comprendere la complessità di questa trama guardando solo alla storia recente italiana degli “anni Novanta” con lenti univoche e settoriali, non restituirà mai la realtà dei fatti sulla sua democrazia.
Ciò è dovuto anche al fatto che l’Italia rappresenta un caso particolarmente interessante per la scienza politica dato che, nel solo Novecento, la Penisola ha vissuto almeno tre transizioni: «negli anni Venti dalla democrazia al fascismo, negli anni Quaranta dal fascismo alla democrazia e dagli anni Novanta a oggi una transizione da un assetto democratico ad un altro» (p. 204). Per poter studiare al meglio il caso italiano e le sue transizioni è necessario che «la “scienza per la democrazia” si apra al confronto con tutte le discipline che possono concorrere ad arricchire l’analisi della politica, privilegiando la costruzione di ponti a quella di reticolati sui confini» (p. 19). Questo è esattamente quello che questa ambiziosa opera si propone di fare.
Basandosi su di un continuo dialogo con altre discipline, preferenzialmente la sociologia e la filosofia, l’autore invita il lettore ad abbandonare l’idea che il sistema democratico italiano possa essere compreso attraverso una prospettiva limitata al presente proponendo invece un’analisi che affonda le proprie radici nelle diverse fasi storiche passate e nella loro complessità. In questo senso, particolarmente rilevante è il richiamo al concetto di “capitale sociale” di Robert Putnam che rappresenta una delle principali lenti interpretative adottate da Almagisti per indagare la relazione nel tempo tra sistema politico e società italiana. È così che istituzioni, comportamenti politici e culture civiche descritte dall’autore appaiono come il risultato di processi culturali territoriali o “conflitti” (cleavages) stratificati, che ancora oggi continuano ad influenzare il funzionamento della democrazia contemporanea.
Partendo da queste premesse metodologiche l’opera di Almagisti si sviluppa distinguendo tra “sistema osservante” e “sistema osservato”, articolando di conseguenza l’opera in due sezioni che sembrano dialogare incessantemente tra loro. il sistema osservante è descritto dall’autore come «l’insieme delle teorie a disposizione del ricercatore per costruire le sue ipotesi interpretative» (p. 44). Ogni individuo è immerso in una rete di significati condivisi, all’interno di un tessuto sociale radicato in uno specifico contesto storico e istituzionale. Di conseguenza, anche il ricercatore non può considerarsi “neutrale” rispetto al proprio oggetto di studio. Ne deriva l’esigenza, per chi si propone di studiare la democrazia, di prendere coscienza delle lenti interpretative che intende usare e delle necessità contestuali che motivano tale studio. Occorre, infatti, «storicizzare la stessa analisi della democrazia» (p. 56). Per questo, Almagisti avvia la sua riflessione con una disamina dei contesti e delle esigenze sociali in cui sono nati i primi studi sulla teoria democratica. In particolare, con riferimento agli studi successivi alla Seconda guerra mondiale, l’autore evidenzia come le ricerche degli anni Sessanta fossero orientate a «comprendere le differenze tra democrazie stabili e instabili» (p. 56) mentre, nello scenario successivo alla fine della Guerra fredda Francis Fukuyama (The End of History, 1992) intravedeva nel futuro delle liberaldemocrazie la difficoltà a gestire le spinte individualistiche alimentate dal consumismo, mentre Samuel P. Huntington (The Clash of Civilizations, 1996) già prevedeva l’insorgenza di rilevanti conflitti culturali fra le diverse civiltà (p. 57). In seguito, le fratture della storia globale più recente, dalla fragilità mondiale seguita all’11 settembre fino alla crisi economica del 2008, hanno ulteriormente influenzato lo studio della democrazia e delle sue sempre più evidenti vulnerabilità. L’impatto della pandemia da Covid-19 in particolare «ha riportato al centro dell’attenzione una questione politica decisiva (…) la possibilità di accesso ai farmaci e alle prestazioni del sistema sanitario» (p. 58). In questo quadro, la diffidenza verso le istituzioni politiche insieme alla guerra «tornata a bussare alle porte dell’Europa» (p. 58), hanno reso sempre più necessario interrogarsi sullo stato di salute della democrazia di fronte alle sfide contemporanee.
Questo stato di salute, sottolinea Almagisti, è indissolubilmente legato al sistema di rappresentanza democratica vigente (p. 40) ed è su di esso che occorre focalizzare l’attenzione. Riprendendo l’importante lavoro di Leonardo Morlino, tra i primi a fornire gli strumenti per uno studio empirico sulla qualità della democrazia, Almagisti utilizza le dimensioni di “responsiveness” («la ricettività dei rappresentanti verso le richieste dei rappresentanti», p. 59) e di “accountability” («la responsabilizzazione degli stessi rappresentanti», p. 59) per spiegare le fondamenta del sistema democratico italiano, offrendo un’accurata disamina delle sue diverse fasi nel tempo alla luce di questi due concetti chiave.
Guardando ai giorni nostri, la realtà degli ultimi decenni ha evidenziato una crescente sfiducia nei confronti dei partiti politici, legata a consolidate “tensioni irrisolte” nel rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Questo processo ha progressivamente favorito l’emergere di fenomeni quali populismo – fedele “ombra” della democrazia (Margaret Canovan, Populism 1981) – e «mediatizzazione e personalizzazione» della politica (p. 66). Il capitale sociale e radicamento territoriale che avevano storicamente contribuito a strutturare l’identità politica nella società italiana hanno progressivamente perso peso nelle scelte elettorali contemporanee. Al contrario, con l’avanzare della mediatizzazione e della digitalizzazione, «leader e partiti sono costretti a continui riposizionamenti per inseguire cittadini ed elettori sempre più incostanti e “volatili”» (p. 120), meno radicati nelle loro identità politiche. Eppure, argomenta l’autore, anche in questa «democrazia della disaffezione» (p. 116) i partiti politici rimangono il «ganglio cruciale del meccanismo della rappresentanza» (p. 117), confermando, in linea con Joseph Schumpeter, l’impossibilità di pensare la democrazia al di fuori del ruolo dei partiti.
I concetti di accountability e responsiveness, definiti nel sistema osservante, vengono poi sistematicamente applicati nella ricca sezione dedicata al “sistema osservato” dove l’autore propone un’analisi storico-comparata sul periodo che va dall’Unità d’Italia fino ad oggi, basata su di una prospettiva putnamiana-rokkaniana (p. 131). In particolare, l’autore dedica un’ampia parte della sua analisi alle subculture territoriali “bianca” e “rossa”, rispettivamente in Veneto e Toscana e al loro ruolo storico come concreti esempi di capitale sociale e identità politica. Nello specifico, attraverso una ricostruzione ricca di particolari, Almagisti mostra come la Chiesa e il socialismo siano stati capaci di costruire un forte radicamento sociale in contesti in cui l’autorità statale risultava debole o incompleta, dando così vita a subculture di identità politica ancora visibili oggi. In questo senso, particolarmente interessanti sono le riflessioni sviluppate intorno alla natura del voto proposte in questa sezione. Il comportamento elettorale, argomenta l’autore, non è da considerarsi quale esito di decisioni puramente individuali, ma come il prodotto di una rete complessa di relazioni sociali, appartenenze collettive e risposte ad emergenti conflitti interni alla società: «anche se le subculture politiche territoriali non possono essere considerate riduttivamente come zone elettoralmente omogenee, l’omogeneità del voto può tuttavia costituire un importante indicatore della presenza di una subcultura, in quanto la manifestazione di voto rappresenta un atto terminale di una più vasta trama di rapporti interpersonali» (p. 140).
Nel capitolo finale, “la transizione infinita”, l’autore tira le fila della sua poliedrica analisi, portando il lettore a (ri)considerare il contesto politico attuale alla luce degli strumenti forniti all’interno della narrazione precedente. La sua analisi mostra come a partire dalla soglia degli anni Novanta, complice una progressiva erosione del capitale sociale, si sia assistito ad un processo di “disancoraggio” dei cittadini rispetto ai partiti politici, non più capaci di incanalare le spinte identitarie della società, come avevano fatto nel secondo dopoguerra, né di mantenere fede alle loro promesse democratiche. In questo senso, il venir meno delle forme tradizionali di radicamento della politica segna una trasformazione profonda del rapporto tra società e istituzioni politiche, che l’autore interpreta come un passaggio cruciale nella storia della democrazia italiana (la “transizione infinita” p. 300). L’ascesa in campo di Silvio Berlusconi rappresenta una manifestazione concreta di questo crescente sradicamento territoriale e disaffezione alla tradizione politica conosciuta sino a quel momento: «secondo la nuova narrazione proposta, gli elementi unificanti derivano dalla comunicazione televisiva e dal conseguente ruolo del leader” anche le sedi partitiche smettono di avere la funzione associativa che le contraddistingueva e concorreva a creare rapporti sociali» (p. 299).
Guardando agli anni più recenti e alle elezioni politiche del 2018 e del 2022 – che hanno segnato l’ingresso al governo anche di forze populiste (fenomeno tutt’altro che nuovo nel contesto italiano – Almagisti individua nuove linee di frattura all’interno della società italiana, che sia il Movimento 5 Stelle sia Fratelli d’Italia sono riusciti a intercettare e capitalizzare. Entrambi questi attori politici, di recente conformazione organizzativa, hanno saputo fare leva sulla crescente disaffezione dei cittadini verso la politica tradizionale presentandosi come interpreti di una disaffezione diffusa verso i partiti politici e di diffidenza verso l’Unione Europea. In particolare, il Movimento 5 Stelle ha particolarmente fatto leva su questa dinamica rivendicando, soprattutto nelle sue origini, un’attitudine ideologica indefinita. Entrambe le forze politiche si sono inserite strategicamente soprattutto nella faglia tra establishment e anti-establishment che l’autore considera centrale per comprendere la competizione politica contemporanea.
Accanto a questa dimensione, Almagisti evidenzia una seconda importante frattura emergente, legata alla crescente distanza tra voto metropolitano e voto periferico. Tale opposizione riflette due diversi modi di vivere e interpretare la globalizzazione. Da un lato vi sono le metropoli, integrate nei processi globali e orientate a valori liberali e mainstream, dall’altro, le periferie e le aree meno centrali che sperimentano la globalizzazione soprattutto in termini di esclusione e marginalizzazione. Certo, ammette Almagisti, come sempre, sarà la storia a dare le risposte che servono per capire se queste nuove faglie saranno profonde e stabili al punto da dare vita a identità politiche definite che resistano al tempo.
In tempi segnati da incertezze e mutamenti, questo volume offre al lettore le chiavi interpretative per orientarsi nella complessità della politica contemporanea italiana. Alla luce di quanto accaduto durante l’ultimo referendum confermativo del 22 e 23 marzo 2026, soprattutto riguardo alla grande partecipazione che ha caratterizzato l’evento, sorge spontanea la domanda se la vera “ancora” per i cittadini non siano i partiti politici ma la Costituzione italiana. Sulla scia di quanto appreso da questo lavoro di Almagisti, appare doveroso riflettere sul momento storico in cui è stata scritta la Costituzione e sulle ragioni per cui sia stata concepita secondo un siffatto bilanciamento dei poteri, dopo anni di guerra e di dominio di un regime totalitario. A detta di chi scrive, questo è il vero insegnamento che quest’opera restituisce: per capire quanto sia importante un’istituzione democratica, una legge o un diritto è necessario guardare al momento storico e al contesto in cui sono stati concepiti. La Costituzione italiana e il bilanciamento dei poteri in essa contenuti sono figli di una storia condivisa che il nostro Paese ha vissuto e che la grande partecipazione a questo referendum ha ricordato. La Costituzione non è solo un presidio giuridico, ma una chiamata alla cittadinanza attiva: nasce in un contesto storico segnato dalla guerra e dalla dittatura proprio per impedire che la soppressione di diritti e libertà possa ripetersi, e per questo richiede di essere “tenuta viva” attraverso pratiche partecipative. Soprattutto in questi tempi caratterizzati dalla diffidenza dilagante verso la politica tradizionale possono diventare decisivi i luoghi e gli strumenti che trasformano i principi costituzionali in esperienza: associazioni, corpi intermedi, movimenti, partiti rinnovati e forme di partecipazione locale.
Se, il radicamento verso i partiti politici tradizionali è andato perso, quello verso la Costituzione italiana no, e questa è una gran bella notizia sullo stato di salute della democrazia italiana. La storia siamo ancora noi, nessuno si senta escluso.