La dialettica tra dimensione urbana e aree interne: una risposta alla pandemia
- 07 Luglio 2021

La dialettica tra dimensione urbana e aree interne: una risposta alla pandemia

Scritto da Giulia Lang

8 minuti di lettura

Storicamente l’umanità ha sempre convissuto con le epidemie, ma la possibilità che esse riuscissero a propagarsi rapidamente su scala globale è una novità relativamente recente, dovuta alle rivoluzioni nei trasporti e all’urbanizzazione mondiale affermatesi con la stessa rivoluzione industriale. In questo momento storico particolarmente difficile, la gestione dell’emergenza sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus, ha contribuito a porre in evidenza temi già da tempo in attesa di una più decisa attenzione da parte delle politiche pubbliche. Nello specifico, il dibattito sulle aree interne si è arricchito di nuovi e innovativi spunti di riflessione.

Il fenomeno pandemico ha fatto emergere sentieri alternativi alle logiche dell’agglomerazione, ed ha portato alcuni studiosi a teorizzare che in futuro si potrebbe determinare un ritorno al piccolo e al medio: un pensiero rivoluzionario, questo, che andrebbe in controtendenza rispetto alle stime del Global Cities Index risalenti al 2016, secondo cui nel 2050 due terzi della popolazione mondiale vivrà in grandi aree urbane.

In accordo con tali studi, la sociologa Saskia Sassen nel suo volume Le città globali [1] dimostrò come le trasformazioni relazionali e strutturali avvenute tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, avevano determinato la centralità delle città globali, e più in generale delle metropoli, divenute il nucleo in grado di governare il resto del mondo dal punto di vista economico, legale, tecnologico. In questo contesto, le città medie hanno perso la supremazia produttiva, riducendosi a piccole cittadine o a borghi in stato di abbandono.

Tuttavia, l’attuale emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Coronavirus, sembra aver cambiato il processo di sviluppo in favore delle comunità locali più marginali. Se finora le grandi città rappresentavano la scelta inevitabile, ora «il futuro dipende dal piccolo che pensa in grande» [2]; i borghi possono diventare la soluzione ai problemi generati da uno sviluppo incontenibile e insostenibile.

Infatti, le aree interne e i piccoli centri analizzano da molti anni i loro punti critici e il potenziale di nuovi modelli di sviluppo per far fronte ai problemi tipici dei territori più marginali: spopolamento, aumento dell’età della popolazione residente, rischi ambientali, mancanza di lavoro. Essi, tuttavia, possono ora assumere una nuova centralità di progettazione per un rinnovamento dello stile di vita e per la costruzione di buone pratiche applicabili anche all’interno dei grandi contesti urbani [3]. È necessario, dunque, riportare al centro del dibattito pubblico tutti quei places that don’t matter [4] che pur manifestando chiari segnali di malessere in termini di esclusione sociale ed economica, sono diventati anche luoghi di innovazione sociale.

Nondimeno, anche il “condannare” la città in favore dei luoghi più piccoli e marginali sarebbe un errore. La nostra società tende, infatti, alle polarizzazioni: quando che c’è una crisi generalmente si va alla ricerca di un amico su cui fare affidamento e di un nemico contro cui combattere. Tuttavia, il borgo non può – e non deve – essere una contrapposizione alla città: ciò che deve cambiare è la relazione tra il piccolo, il medio e il grande [5].

Per comprendere meglio queste dinamiche, risulta utile il concetto di smart land, teorizzato nel 2014 dal sociologo esperto in dinamiche territoriali Aldo Bonomi. Smart land è un ambito territoriale nel quale vengono sperimentate politiche diffuse e condivise orientate ad aumentare la competitività e attrattività del territorio con un’attenzione specifica alla coesione sociale, alla diffusione della conoscenza, alla crescita creativa, all’accessibilità e alla libertà di movimento, alla fruibilità dell’ambiente e alla qualità del paesaggio e della vita dei cittadini. «Non si tratta di una semplice sostituzione di un’etichetta con un’altra più moderna, ma si tratta di un terreno fertile di lavoro per ricombinare il DNA del modello di capitalismo incardinato nella dimensione territoriale nell’epoca di crisi strutturale. Da questo punto di vista è fondamentale ricostruire una “società di mezzo” capace di appropriarsi localmente delle opportunità contenute nelle promesse della smart land e di tradurle in pratiche economiche, sociali e culturali capaci di rapportarsi alla logica dei flussi» [6].

Recentemente Bonomi [7], inserendosi nel dibattito teorico a proposito della condizione dei territori – urbani e marginali – duramente colpiti dalla pandemia, ha rivendicato l’attualità e l’importanza del concetto di smart land: «Sembra evidente che non c’è smart city senza smart land. Al centro dell’attenzione non c’è più il pieno metropolitano ma anche il vuoto del territorio circostante. C’è un intreccio tra la dimensione urbana e la dimensione territoriale. Non solo parlando di telelavorare dalla casa in campagna, quanto della riscoperta di una dimensione territoriale. Ad esempio nella stessa lotta al virus abbiamo si è vista l’importanza della medicina di prossimità e che il territorio è lo spazio del buon vivere, della qualità della vita, della green economy. Si tratta di ridisegnare spazi urbani e modelli di convivenza».

Nell’ultimo decennio, le amministrazioni delle realtà più piccole si sono organizzate offrendo incentivi economici e sociali, anche regalando case abbandonate per favorire la rinascita di attività agricole e artigianali. In Italia esistono centinaia di borghi riattivati e centinaia di buone pratiche nazionali replicabili. Nonostante ciò, si percepisce ancora una forte aria di perifericità, non unicamente legata alle questioni geografiche, ma anche alla mancanza di connessioni socio-economiche e politiche tra aree metropolitane – o comunque urbane – e aree interne.

Per cercare di affrontare queste criticità, è forse necessario chiedersi quali siano i possibili modelli utili per ristrutturare la relazione tra città grande e territori al margine. La sociologa tedesca Bettina Bock [8], ha fornito una sua risposta a questo quesito, proponendo la creazione di un nuovo paradigma, che riveda l’antinomia tra modelli di sviluppo esogeni ed endogeni guardando alla centralità del nesso: le distanze possono essere superate attraverso una maggiore connettività. È importante, dunque, creare nuovi modelli in un’ottica relazionale e non conflittuale.

Nonostante non si possa ripartire dalle politiche pensate e strutturate prima del Covid-19, è utile ricercare alcune best practice sperimentate negli ultimi anni, non solo in Italia ma anche all’estero, realizzate proprio nell’ottica di favorire una connessione tra città e campagna e che potrebbero essere replicabili in altri contesti. Ad esempio, il Comune di Santa Fiora, in Toscana, ha aperto il primo smart working village, un progetto lanciato nell’ottobre del 2020 dall’amministrazione comunale, che prevede la possibilità di affittare delle case per almeno due mesi, a lavoratori pubblici e privati, ma anche ad artigiani e professionisti, che avessero la voglia o la necessità di lavorare in smart working in una realtà completamente diversa da quella della grande città. Il progetto ha ottenuto un notevole successo, e fino ad oggi sono state affittate sul territorio di Santa Fiora dodici case collegate al progetto. Gli affittuari sono lavoratori perlopiù provenienti dal nord Italia, alcuni dei quali hanno poi scelto di stabilirsi in quel territorio, creando di fatto una nuova dinamica dialettica tra città e area interna.

Le connessioni tra piccoli centri e grandi realtà, interessano anche le aree metropolitane. In California l’azienda Stripe sta offrendo 20.000 dollari ad ogni dipendente che scelga di lasciare New York e San Francisco, per lavorare in remote working da piccole cittadine fuori dai grandi centri urbani. Aldilà dei motivi economici che hanno spinto l’azienda a sperimentare questo nuovo modo di lavorare, la proposta migliorerà la vita nelle grandi città – decongestionando il traffico e abbassando l’inquinamento – e porterà nuovi flussi nei centri minori.

Su questo sentiero ci sono molte esperienze interessanti in Italia, che mirano a creare legami forti tra comunità diverse che si ritrovano a coabitare. Ad esempio, il piccolo comune di Belmonte Calabro ha costruito flussi temporanei con i docenti della facoltà di architettura della London Metropolitan University che organizzano una Summer School dedicata al recupero architettonico del Paese. L’architetta e docente britannica Sandra Denicke-Polcher, che segue il progetto, ha spiegato quali sono i motivi che hanno spinto l’università ad abbracciare questo programma: «Come molti piccoli comuni della regione, Belmonte ha perso gran parte della sua popolazione, emigrata verso le grandi città in cerca di lavoro. Allo stesso tempo il territorio è stato interessato dall’arrivo di immigrati in cerca di una nuova vita. Dal 2016 abbiamo lavorato con la gente del posto per ringiovanire la zone e per aiutare a riunire la comunità per il beneficio di tutti. Vogliamo scoprire come la ricerca, il design e l’architettura possano essere utilizzati per migliorare il tessuto culturale e sociale delle aree rurali». Questi flussi temporanei hanno dato vita, nel tempo, a connessioni stabili che hanno prodotto legami forti e – in alcuni casi – investimenti e nuovi insediamenti abitativi. L’esperienza si è consolidata, creando un legame forte tra la comunità locale e quella estera, determinando anche nuovi flussi turistici. Il progetto, nel tempo, si è trasformato in una comunità di progetto: un sodalizio tra chi progetta, chi risiede e chi beneficia dei servizi offerti [9].

L’evidenza che flussi di popolazione possano portare nuova linfa vitale nei territori a rischio spopolamento e creare punti di incontro con le città, ha portato alla nascita del progetto europeo KINESIS (Knowledge Alliance for Social Innovation in Shrinking Villages), co-finanziato dal programma Erasmus+ dell’Unione Europea. Il progetto – della durata di tre anni (2021-2023) – si focalizza sulle comunità territoriali più duramente colpite da gravi problemi di natura economica e sociale: emigrazione delle giovani generazioni per mancanza di occupazione, abbandono e solitudine delle persone anziane, perdita di posti di lavoro per il trasferimento di imprese, deterioramento delle proprietà, chiusura delle scuole, scomparsa di tradizioni, contrazione dei governi locali. In assenza di soluzioni adeguate, queste aree non possono che peggiorare, con la conseguente perdita di identità – culturale, storica, territoriale – che invece deve essere preservata, tramandata e ripresa. Il percorso – ideato e coordinato dalla docente Johanna Monti, delegata delle Terza Missione dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” – ha come scopo principale la creazione di un Living Lab internazionale diffuso, nei diversi Paesi partner (Paesi Bassi, Spagna, Estonia e Germania), al fine di scambiare buone pratiche e conoscenze, per rivitalizzare le aree a rischio spopolamento, grazie all’attivazione di stage e alla cooperazione degli attori coinvolti (partner, partner associati, stakeholder).

Le buone pratiche esaminate finora, sono tali proprio poiché nascono dalla volontà di creare delle connessioni tra “città ricca e campagna florida”, che siano durature. Tuttavia esistono casi in cui le relazioni che si instaurano non sono di tipo comunitario: «La rinascita del borgo viene narrata come riscoperta dei valori di comunità, delle tradizioni e della qualità della vita. In realtà, ciò che accade in questi luoghi si avvicina alle relazioni sistemiche che si instaurano all’interno di una gated community. Gli abitanti del borgo diventano elementi di corredo oppure intermediari dell’ospitalità, broker del brand territoriale. Attenzione, allora, alle false narrazioni sulla presunta coesione ritrovata. La maggior parte dei progetti di rigenerazione e sviluppo locale rimangono eterodiretti e top-down. Il coinvolgimento della comunità avviene in un secondo momento e per questioni di consenso che nulla hanno a che vedere con la partecipazione attiva e la condivisione delle scelte strategiche. I progetti di sviluppo locale bottom-up rimangono rari ed eccezionali, ma rappresentano l’unico sentiero che renda lo sviluppo duraturo e sostenibile» [10].

Dunque, anche se l’attuale emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Coronavirus, sembra aver posto le basi per un processo di sviluppo in favore delle comunità locali più marginali – facilitando il lavoro da remoto e sfruttando le seconde case – occorrono politiche mirate e fondi da investire in servizi essenziali per la comunità affinché le buone pratiche possano diventare permanenti e non transitorie. Questo condizioni sono anche fortemente legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che potrebbe essere una grande opportunità per colmare i divari nel nostro Paese e per dimostrare che c’è una rinnovata consapevolezza da parte delle forze politiche dell’importanza dei borghi, non solo come destinazioni turistiche ma anche come luoghi in cui le persone possono scegliere di rimanere.


[1] S. Sassen, Città globali: New York, Londra, Tokyo, UTET, Torino 1997.

[2] S. D’Alessandro, R. Salvatore e N. Bortoletto (a cura di), Ripartire dai borghi, per cambiare le città. Modelli e buone pratiche per ripensare lo sviluppo locale, Franco Angeli, Milano 2020.

[3] M. R. Pinto, S. Viola, K. Fabbricatti e M. G. Pacifico, Adaptive reuse process of the Historic Urban Landscape post-Covid-19. The potential of the inner areas for a “new normal, «Vitruvio International journal of Architecture Technology and Sustainability», 2020, Volume 5.

[4] A. Rodríguez-Pose, The revenge of the places that don’t matter (and what to do about it), «Cambridge Journal of Regions, Economy and Society», 2018, 11(1).

[5] S. D’Alessandro, R. Salvatore e N. Bortoletto (a cura di), Ripartire dai borghi, per cambiare le città, op. cit.

[6] A. Bonomi e R. Masiero, Dalla smart city alla smart land, Marsilio, Venezia 2014.

[7] A. Bonomi (intervista), Nel post-Covid la smart city diventerà smart land, «First Online», 17 ottobre 2020.

[8] B. B. Bock, Rural Marginalisation and the Role of Social Innovation; A Turn Towards Nexogenous Development and Rural Reconnection, «Sociologia Ruralis», 2016, 56, 4, pp. 552-573.

[9] S. D’Alessandro, R. Salvatore e N. Bortoletto (a cura di), Ripartire dai borghi, per cambiare le città, op. cit.

[10] S. D’Alessandro, R. Salvatore e N. Bortoletto (a cura di), Ripartire dai borghi, per cambiare le città, op. cit.

Scritto da
Giulia Lang

Laureata magistrale in Scienze Sociali Applicate presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” con una tesi sul fenomeno dello spopolamento delle aree interne in Italia. I suoi interessi principali riguardano i processi di rigenerazione urbana nei piccoli borghi.

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