“La filosofia contemporanea” di Lucio Cortella
- 14 Maggio 2021

“La filosofia contemporanea” di Lucio Cortella

Recensione a: Lucio Cortella, La filosofia contemporanea. Dal paradigma soggettivista a quello linguistico, Laterza, Roma-Bari 2020, pp. 488, 28 euro (scheda libro)

Scritto da Emanuele Lepore

5 minuti di lettura

È stato recentemente pubblicato dalla casa editrice Laterza il libro La filosofia contemporanea. Dal paradigma soggettivista a quello linguistico di Lucio Cortella (Professore di Storia della filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia): uno strumento utile tanto allo studente che voglia sondare la vicenda filosofica contemporanea in alcuni dei suoi momenti più importanti, quanto allo studioso che voglia confrontarsi con un’operazione storico-filosofica certamente ambiziosa.

Si tratta di un testo di cui consigliamo la lettura, anzitutto perché si rivolge alla filosofia contemporanea elaborandone una visione d’insieme, segnando uno dei possibili percorsi – non l’unico, come lo stesso autore segnala – attraverso cui studiare la filosofia che prende avvio dalla dissoluzione del sistema idealistico hegeliano. Di quest’opera, che si presenta come «una sorta di mappa filosofica, attorno a cui raccogliere le più importanti idee del pensiero contemporaneo» (p. VIII), ricostruiremo la movenza fondamentale, mostrando una possibile via di confronto con essa.

I sette capitoli di questo libro affrontano le prospettive di alcuni tra i maggiori esponenti della filosofia tra XIX e XX secolo, protagonisti, come s’è detto, del processo di transizione dal paradigma soggettivista a quello linguistico. Più precisamente, la coscienza filosofica post-hegeliana insiste nel vuoto lasciato dall’abbandono della reciproca convertibilità del razionale e del reale, a cui viene contrapposta la frattura brutale tra Assoluto e mondo, realizzata già dallo Schelling delle Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana (1809); frattura da cui germina tanto il cortocircuito della soggettività come piena autocoscienza, quanto il rifiuto di una forma di prevedibilità logica della radicale contingenza del mondo.

«E tuttavia, nessuna di quelle filosofie, dopo il depotenziamento del soggetto, era riuscita a sottrarsi alla necessità di tematizzare o presupporre nuovi orizzonti, più ampi di quelli del pensiero. Il soggetto poteva diventare consapevole della propria finitezza solo in quanto si scopriva posto da un qualcosa che era altro da esso. L’orizzonte marxiano della prassi, quello schopenhaueriano-nietzschiano della volontà, quello storicistico della vita, non sono altro che l’istituzione di nuove trascendentalità, di nuovi orizzonti insuperabili (pp. 97-98)».

Un autentico cambio di passo sarebbe stato compiuto dal pensiero del Novecento, che sarebbe così riuscito a istituire un nuovo campo filosofico, comune alle molteplici diramazioni prodotte dalle filosofie post-hegeliane. Si tratta precisamente del linguaggio, la cui trascendentalità non rimarrebbe incagliata nello stretto passaggio tra opacità del mondo, per un verso, e una forma di pensiero totalizzante, per l’altro, riuscendo a istituire nuovamente una mediazione tra il pensiero e le sue condizioni di possibilità. Tematizzando la centralità del linguaggio nella filosofia contemporanea, precisamente quanto al congedo che quest’ultima prende dalla metafisica moderna, Cortella elabora un canone storiografico che gli consente di passare in rassegna le diverse forme che il ripensamento del trascendentale ha assunto presso le principali tradizioni filosofiche del Novecento, tranne che per gli autori francesi post-strutturalisti che pure non avrebbero costituito un’eccezione rispetto all’inquadramento utilizzato da Cortella – basti pensare al Foucault de Le parole e le cose del 1966.

In prima battuta, dunque, il cambio di paradigma dal soggetto al linguaggio è il canone per ricostruire il modo in cui la filosofia del Novecento intende liberarsi di strutture filosofiche ingombranti e già “alleggerite” criticamente dalla coscienza filosofica post-hegeliana. Più a fondo, il tentativo della filosofia contemporanea è di guadagnare una realtà in cui le medesime strutture ricevano una nuova articolazione: il trascendentale linguistico, appunto. Seguendo l’autore fino agli ultimi giri del suo itinerario, si può riconoscere come l’orizzonte entro cui la sua argomentazione va sviluppandosi sia profondamente segnato dal pensiero habermasiano. Non a caso il testo si chiude ricostruendo i più recenti risultati del confronto che Habermas ha condotto con i suoi critici: tanto quelli che della sua prospettiva contestavano un progressivo indebolimento delle potenzialità critiche sociali e politiche, come Honneth – la cui categoria di riconoscimento può essere letta come una traduzione della moralità nel campo delle pratiche intersoggettive –; quanto quelli che, come Rorty, pur riconoscendo l’importanza di una intesa comunicativa, ne limitavano fortemente le pretese di universalità.

Ricostruita la struttura argomentativa dell’autore, si può avanzare una domanda, volta a mettere in luce una tensione che ci pare attraversare proficuamente il testo preso in esame. In che modo il trascendentale linguistico, spinto dalla filosofia contemporanea al limite della sua rarefazione materiale, riesce a superare il perimetro di una determinazione solamente formale e a confrontarsi con la dimensione della storia e, più precisamente, con la sua propria storicità? In altri termini: è possibile, con l’apparato storico-filosofico mobilitato da Cortella in questa importante operazione, dare conto di un pensiero che, riconoscendo la contingenza delle molteplici e divenienti forme di vita (siano esse forme culturali o politiche o scientifiche), voglia comunque pensarle filosoficamente, cioè abitare il medesimo campo dello scambio orizzontale – talvolta conflittuale – in cui queste si determinano?

Si comprende a questo punto perché si è segnalata l’assenza dei pensatori francesi del post-strutturalismo da questa disamina critica. Una trattazione di questa esperienza filosofica avrebbe forse consentito a Cortella di ampliare il suo paradigma, così da volgere la sua analisi anche verso il linguaggio che diventa esplicitamente potere, pratica politica, veicolo di consenso o dissenso. In un certo senso, è sul terreno del pensiero politico che la riflessione habermasiana sul linguaggio viene messa più duramente alla prova: basti pensare al noto testo di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe del 1985, Hegemony and Socialist Strategy, il cui obiettivo di fondo consiste nel recupero della possibilità di una teoria critica che sappia analizzare le pratiche linguistiche e strutturano il campo sociale. Perché questa segnalazione non sia intesa come una mera richiesta di completezza storiografica, va detto che essa pare coerente con quanto Cortella mostra nelle ultime pagine del suo testo. L’analisi del linguaggio nella sua dimensione politica si innesterebbe senza forzature (almeno non teoretiche, forse editoriali) nel momento in cui l’autore presenta l’opzione realistica di Habermas (p. 449), consentendo così una riflessione ulteriore.

La presupposizione di un mondo comune, resa necessaria dalle pratiche linguistiche, è giustamente specificata come solo formale e indipendente dalla realtà oggettiva. Di qui la divergenza tra «giustificazione immanente e verità trascendente», di cui Cortella riconosce la incolmabilità strutturale (p. 451). Il problema di questo esito, tuttavia, non sta tanto nella sua incolmabilità – almeno a nostro modo di intendere il punto – perché lo spazio che viene così lasciato aperto è esattamente quello delle pratiche sociali e politiche quotidiane. Fa invece problema perché, almeno a nostro modo di vedere, non libera Habermas dalle critiche che sono state rivolte a più riprese al suo paradigma di razionalità, che dà per acquisite una abbondante e complessa serie di competenze e conoscenze che consentono al soggetto di accedere concretamente alla sfera dell’argomentazione razionale (Sanders 1997). La problematicità si reduplica, se si prendono in considerazioni le pratiche di traduzione in termine di razionalità pubblica di argomenti non immediatamente pubblico-razionali. Come sostiene Brandon Morgan-Olsen, la prospettiva habermasiana sembra non risolvere, anche nelle sue ultime articolazioni, il problema della “esclusione concettuale” (Morgan-Olsen 2010). Quanto ci pare di riscontrare nella riflessione di Habermas è la sostanziale estraneità delle pratiche politiche rispetto al linguaggio, che ha indotto lo stesso filosofo tedesco ad avanzare una serie di proposte per integrare i due ambiti: si può leggere in questo senso lo sforzo habermasiano di contemplare le credenze religiose dei soggetti in termini di discorso politico informale (Habermas 2006).

Riassumiamo l’ultimo giro di considerazioni per chiarire il punto. Il ripensamento del concetto di verità epistemica, e la conseguente dissociazione tra giustificazione immanente e verità trascendente, ha un grado di conflittualità e di politicità che non si limita al campo delle azioni e al mondo oggettivo ma raggiunge la sfera epistemica della vita dei soggetti. Questa riflessione si rivolge alla prospettiva habermasiana e, per parte nostra, incide sulla ricostruzione di Cortella soltanto nella misura in cui prendere in considerazione questo livello di problematicità (anche attraverso un confronto con altre filosofie contemporanee attente al linguaggio) avrebbe consentito a questo testo un’ampiezza maggiore; e questo non avrebbe comportato uno snaturamento della ricostruzione offerta del rapporto tra filosofia contemporanea e linguaggio.

D’altra parte, è doveroso riconoscere che il testo di Cortella si presenta anche come uno strumento di studio. Chi volesse avviare un confronto ravvicinato con la filosofia contemporanea attraverso il tipo di questioni che abbiamo appena sollevato, troverebbe nel testo qui presentato una robusta base, che si segnala soprattutto per la chiarezza del quadro in cui il materiale filosofico – comunque vasto – è sistematicamente presentato.


Bibliografia

Habermas J., Tra scienza e fede, Laterza, Bari-Roma 2006.

Laclau E., Mouffe Ch., Hegemony and Socialist Strategy. Towards a Radical Democratic Politics, Verso, UK 1985.

Morgan-Olsen B., Conceptual Exclusion and Public Reason, «Philosophy of the Social Sciences» 40(2), 2010, pp. 213-243.

Sanders L. M., Against Deliberation, «Political Theory» 25(3), 1997, pp. 347-376.

Scritto da
Emanuele Lepore

Nato nel luglio del 1995, è dottorando in Filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. La sua ricerca verte sul nesso tra ideologia ed egemonia nella filosofia politica contemporanea.

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