La forza come sintomo di debolezza

La prima impressione che sorge di fronte alla violenza operata a Bologna contro i manifestanti è di scoramento. La partecipazione non si fa solo, ma si fa anche in piazza. Pensare che non ci siano le condizioni di possibilità per tali movimenti a fronte di una tale violenza, è quasi istintivo.  Come organizzare una resistenza concreta, se poi questa resistenza può essere “disattivata” senza troppa difficoltà? Come pensare di costruire un movimento partecipato, costruttivo se in queste modalità terminano moltissime delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni?
Mi pare importante cercare di ribaltare quest’impressione, senza dimenticare la gravità della situazione e i problemi che questa svolta alla Bava Beccaris della gestione dei problemi di agitazione sociale comporta.
In effetti è esattamente il contrario. L’utilizzo massivo di questo tipo di violenza, lungi dal manifestare una forza del sistema (mi si perdoni l’utilizzo di questi termini così vaghi, ma vorrei non parlare solamente a chi ha studiato filosofia) ne manifesta una profonda debolezza. Cos’è il potere? Due cose bisogna dire: in primo luogo, che il potere non sta nelle istituzioni. Il potere sta, semplificando, nelle relazioni. Il potere è una relazione; in quanto relazione non può non suscitare costantemente delle resistenze, delle difficoltà, degli scontri; questi scontri il potere può gestirli oppure no. Nella seconda metà del Novecento, con molte difficoltà, queste difficoltà sono state incanalate e rese controllabili nella contrattazione sindacale, nella rappresentazione partitica, nel Welfare, negli alti salari. Oggi, al volgere del 2015, niente di tutto questo esiste più.
In secondo luogo, il potere è produttivo. Si è pensato per molto, moltissimo tempo, che il potere avesse un carattere essenzialmente repressivo, di indebolimento e di indirizzamento di elementi già presenti nell’uomo “naturale”. Se in parte mi pare che convenga oggi andare oltre Foucault ed affermare che è anche così, è anche vero che il potere ha però una dimensione, al contrario, essenzialmente produttiva. Produttiva di cosa? Di soggettività e di pratiche possibili. La forza del neoliberismo sta nella sua capacità di produzione e di riproduzione di un soggetto individualista, solo, imprenditore di se stesso, incapace di comprendere il carattere immediatamente comune della sua stessa esistenza, del suo stesso lavoro.
La pienezza delle piazze, forze come Podemos e Syriza, il grande e storico risultato del referendum greco, ed in parte anche l’emergere dell’estrema destra in tutta Europa, dimostrano senza dubbio la debolezza del capitalismo neoliberale, cominciata a manifestarsi a partire dalla crisi del 2011.
In fondo, l’utilizzo spregiudicato della violenza è un sintomo di questo. Non voglio certo dire che la coercizione non sia importante per il potere; voglio dire che l’utilizzo massivo della coercizione emerge solamente al tramonto della capacità di produrre soggettività fedeli e controllabili e di organizzare la lotta di classe dentro sistemi prevedibili (contrattazione sindacale). Se la piazza si rempie, se il popolo greco vota OXI in massa, allora c’è già una sconfitta da segnare per la governamentalità neoliberale, indipendentemente dalle conseguenze e dai fatti accaduti successivamente. Cos’è, infatti, la governamentalità? E’ l’indirizzo dell’azione possibile degli altri. E’ chiaro che qui viene a mancare qualcosa di simile.
Il neoliberismo ha il fondamentale problema del mantenimento dei rapporti sociali. Diverse pratiche (e ne abbiamo parlato molto su Pandora) vengono messe in atto dal neoliberismo per produrre soggettività. Anzi, è proprio a partire dallo studio del neoliberismo che Foucault mette a punto  tutto un insieme di strumenti concettuali atti a cogliere alcune delle cose a cui abbiamo accennato. Eppure oggi una parte della crisi della governamentalità neoliberale si genera proprio a partire dalle difficoltà che si incontrano al livello della soggettività medesima.
La forza è dunque, nei termini in cui ne abbiamo parlato. una manifestazione di debolezza. Non è debolezza essa stessa, evidentemente: essa è piuttosto un goffo tentativo di fuga dalla debolezza. Si cerca di ordinare il mondo con strumenti grezzi come il manganello (o la pistola, o il fucile; non importa, qui), quando non lo si riesce più (o vi si riesce meno) a farlo con la bio-politica, il sapere-potere, la costruzione di soggettività. Bisogna riassumere così: nel momento stesso in cui il potere diviene effettivamente e solamente repressivo, lì si dà la sua debolezza. In quello stesso momento, la sua potenza è già disfatta. Si pensi al fascismo di inizio Novecento. Lo si colleghi al Biennio Rosso e alla Rivoluzione d’Ottobre. Il fiato dello spettro rosso soffiava da anni sul collo della borghesia spaventa e tremante italiana, francese, tedesca, inglese, europea. Il fascismo non è altro (si pensi a Polanyi e ad Hobsbawn) che il tentativo disperato di mantenere l’ordine. La forza del potere è nel suo essere produttivo; la sua parte repressiva è sempre una debolezza.
Si tratta, per noi, di ribaltare anche il discorso, evidentemente. Di pensare che il ricorso massivo alla violenza da parte della sinistra (le Brigate Rosse) oltre ad essere evidentemente un errore politico di dimensioni mastodontiche, è un sintomo della medesima debolezza. Si potrebbe interpretare la storia degli anni di Piombo, qui in Italia, in questi termini. Una sinistra abbattuta e in decadenza, piuttosto che rinnovare la sua analisi del mondo, piuttosto che studiare la sua stessa condizione storico-politica, si pone nel campo della violenza per disperazione. Nessuno meglio di Sciascia, mi pare, ha descritto tutto ciò nell’ Affaire Moro.
Lungi dal trionfalismo, lungi dal disfattismo. Conviene guardare a questi processi con preoccupazione, perché se è vero che il potere neo-liberale trema sotto i molteplici colpi che gli arrivano da tutte le parti, è anche vero che da un lato la sua forza è solo superficialmente intaccata, non solo al livello economico ma appunto a quello della produzione di soggettività: chi abita oggi lo spazio europeo è ancora, in buona parte e con tante crepe, il soggetto neo-liberale, che abbiamo ancora cercato di analizzare su Pandora. D’altro lato, e anche di questo parliamo di continuo, non c’è ancora in campo, o c’è solo marginalmente, spontaneisticamente in qualche caso, una produzione di soggettività diversa; o quantomeno, questa produzione non è indirizzata, non è costruita. Non bisogna certo illudersi con un leninismo pour les nuls e pensare che il soggetto differente si produca a tavolino. Bisogna comprendere che già da sempre la struttura stessa del sistema capitalistico produce un soggetto che differisce dal sistema medesimo. A questo bisogna guardare; a quale tipo di soggettività si crea oggi nei meandri del capitale; quali problemi suscita il mantenimento dell’ordine neo-liberale. Senza lasciarsi spaventare dai manganelli, dai fili spinati, dalle passioni tristi di un potere sempre più traballante. Cosa verrà dopo il neoliberismo è aperto alla politica.

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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