La lunga notte di Bagnoli
- 01 Aprile 2021

La lunga notte di Bagnoli

Scritto da Angelo Laudiero

7 minuti di lettura

Le periferie industriali italiane sono per lo più accomunate da un percorso similare: nascita proto-industriale, sviluppo fordista, declino post-industriale e, nei casi virtuosi, rigenerazione trainata dai settori del terziario avanzato. Purtroppo, però, la parabola della rigenerazione non solo non è sempre andata a vantaggio di tutti – si legga gentrification – ma in certi contesti non è mai nemmeno decollata, lasciando soltanto gli scheletri (fisici, simbolici e ideologici) del passato industriale. Fenomeni di distruzione dell’identità locale, perdita di coesione sociale e degrado industriale continuano a insistere in molti di quelli che sono diventati oggi “quartieri dormitorio”, alimentando l’idea di “non-luoghi” nei confronti dei quali sia gli attori pubblici che quelli privati appaiono incapaci di intervenire. Il caso di Bagnoli a Napoli è emblematico per descrivere tale condizione: da quartiere che incarnava la trasformazione industriale della città ad esempio del fallimento di tutte le iniziative pubbliche e private di riconversione e rigenerazione.

La storia urbana di Bagnoli parte da lontano, dal XVII secolo, quando furono costruiti i primi insediamenti dal Marchese Candido Giusso, che immaginava di farne un’area residenziale a ridosso delle spiagge di Coroglio e La Pietra. Con la scoperta delle sorgenti termali attorno al 1830, poi, furono costruiti i primi stabilimenti e realizzato un nuovo porto a Nisida, gettando le basi per lo sviluppo proto-industriale dell’area. In pieno XVIII secolo, però, Bagnoli era già destinata a convertirsi in un’area di industrializzazione fordista, specie dopo la realizzazione della rete ferroviaria Cumana tra Napoli e i Campi Flegrei nel 1889. In questo periodo, infatti, Bagnoli fu identificata come il principale hub industriale della città, nonostante l’architetto Lamont Young avesse proposto un piano di sviluppo centrato su un’area residenziale, con attrazioni turistiche, sportive e d’intrattenimento. Tuttavia, questa proposta rimase lettera morta in quanto, nel 1853, i Borbone diedero il via libera all’apertura degli impianti di prodotti chimici di Ernesto Lefevre e di produzione di vetro di Melchiorre Bournique. Nel 1901, poi, fu istituita una commissione preposta all’identificazione di misure che favorissero lo sviluppo industriale di Napoli e nel 1904 una legge speciale creò le condizioni per favorire gli investimenti stranieri attraverso una serie di agevolazioni sui dazi doganali e la realizzazione di una rete infrastrutturale adeguata allo sviluppo di un quartiere industriale.

Proprio all’inizio del secolo l’ILVA, la principale acciaieria italiana, scelse Bagnoli come area di realizzazione di un importante polo industriale: nel 1911, i primi altiforni entrarono in funzione, trasformando rapidamente Bagnoli nel secondo centro di produzione di acciaio e ferro d’Italia, dopo Piombino. All’inizio del XX secolo, quindi, l’area viveva un momento di espansione industriale che culminò nel 1939 con il lancio del piano regolatore Piccinato che consentì all’ILVA di raggiungere la sua massima estensione – completando l’intero ciclo di produzione – nonostante l’interruzione forzata a causa della guerra tra il 1943 e il 1946. Nel 1961, poi, insieme alla Cornigliano, l’ILVA diede vita ad una nuova compagnia – l’Italsider – che in quell’anno produsse circa 860.000 tonnellate di ferro e 820.000 tonnellate di acciaio (Leonardi e Nanetti, 2008), anche favorita dal miracolo economico italiano e della nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) dieci anni prima. Nel 1962, un nuovo impianto industriale fu lanciato per espandere l’Italsider, aumentando la capacità produttiva fino a un milione di tonnellate all’anno: nel 1964 furono acquisiti nuovi spazi per l’istallazione di fabbriche e l’ampliamento degli stabilimenti esistenti. Fu il momento più alto per Bagnoli prima dell’inizio del declino.

Dalla seconda metà degli anni Sessanta, infatti, emersero i primi segnali di crisi che portarono a un iniziale processo di deindustrializzazione: l’ILVA aveva destinato la maggior parte degli investimenti al sito di Taranto, costringendo l’Italsider a ridimensionare la produzione e a immaginare una possibile delocalizzazione. Nonostante questi segnali, all’inizio degli anni Settanta fu avviata una terza fase di ampliamento degli impianti, proprio al principio della rapida deindustrializzazione che interesserà gran parte dei settori industriali ed estrattivi del mondo occidentale. Nel frattempo, importanti investimenti pubblici nell’area occidentale di Napoli (facoltà d’ingegneria dell’Università Federico II, stadio San Paolo, zoo, centro ricerche CNR) stavano portando a riconfigurare l’area di Bagnoli verso una conversione legata ai servizi così da portare gli impianti produttivi a investire nella sola manutenzione ordinaria. In questo periodo, iniziarono anche i primi scioperi e le prime lotte operaie per il mantenimento della struttura sociale tipicamente industriale che identificava Bagnoli come quartiere a fortissima connotazione operaia. Tra il 1979 e il 1984, iniziò una nuova ristrutturazione che puntava a superare la crisi produttiva ancora non percepita come parte di un processo di trasformazione dell’intero sistema di produzione capitalista. Tra le concause del declino di Bagnoli, però, oltre all’andamento del mercato e all’inefficienza della politica italiana, vanno anche citate le politiche europee che soprattutto in quegli anni influenzarono notevolmente il destino dello stabilimento. In particolare, l’intervento della Commissione Europea nel mercato dell’acciaio teso a stabilire quote produttive e prezzi minimi era anche finalizzato ad evitare eccessivi aiuti di Stato alle imprese siderurgiche, vincolando tali sussidi all’efficienza economica degli impianti (basti pensare che nel 1985 la Commissione chiese all’Italia di tagliare 5,8 milioni di tonnellate di produzione di acciaio).

I problemi emersi fin dagli anni Ottanta ebbero un elevato impatto sociale sulla popolazione locale a causa dell’incertezza sul futuro industriale del quartiere. La crisi, infatti, avanzava rapidamente: il numero di operai impiegati negli stabilimenti crollò da 9.000 a 3.500 unità nel decennio (Iaccarino, 2005), marcando gli anni tra il 1988 e il 1994 come una fase di abbandono tanto da costringere l’Italsider a chiudere definitivamente gli impianti nel 1993. Questa situazione di inevitabile declino portò l’allora assessore all’urbanistica del Comune di Napoli, Vezio De Lucia, a valutare l’opportunità di ricondurre l’area alla sua vocazione pre-industriale, provvedendo alla necessaria e urgente bonifica dei terreni e delle acque sottostanti gli impianti industriali ormai dismessi. Nel 1994, la Commissione Inter-ministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) identificò l’ILVA come responsabile delle operazioni di bonifica dei siti industriali abbandonati: Bagnoli fu il primo sito in Italia a essere soggetto ad attività di recupero ambientale grazie ai 343 miliardi di lire stanziati, di cui 261 come contributi pubblici e 82 derivanti dalla vendita degli impianti.

Nel 1995, l’ILVA preparò un piano di recupero ambientale la cui attuazione passò nelle mani di una società pubblica nata ad hoc: nel 1996, il Comune di Napoli presentò una proposta di recupero urbano e nel 1999 assunse la gestione della bonifica e della riqualificazione attraverso la Società Bagnoli Spa. Il piano definiva la trasformazione dei terreni in termini generali attraverso: 1) la destinazione di un’area verde di spazi pubblici e privati ad attività residenziali, turistiche, congressuali, nautiche e tecnologiche; 2) il recupero della spiaggia; 3) il miglioramento del sistema infrastrutturale finalizzato alla protezione ambientale e alla conversione dei vecchi impianti industriali. Seguendo questa direzione, nel 1996, dalla riconversione di un impianto chimico abbandonato nacque un museo sulla scienza e sui fenomeni naturali che assunse il nome di Città della Scienza (Ferrara e Villani, 2018).

Tuttavia, le opere di demolizione degli impianti industriali abbandonati e la bonifica dei terreni proseguivano molto a rilento: tra il 1988 e il 1989, furono bonificati gli ex terreni di proprietà della Eternit (l’impianto chiuse nel 1985, disperdendo nell’ambiente enormi quantità di amianto), mentre tra il 1994 e il 2001 solo una parte degli altiforni, alcuni magazzini e una centrale termoelettrica furono smantellate e vendute da Società Bagnoli Spa. D’altra parte, le operazioni di bonifica evidenziarono la massiccia presenza di metalli pesanti nel sottosuolo (arsenico, piombo, vanadio, zinco), mentre nelle acque antistanti il sito, furono riscontrate tracce di ferro, idrocarburi e manganese in quantità molto superiori al consentito. Nonostante la situazione allarmante, le operazioni si arrestarono del tutto nel 1999, quando la magistratura napoletana accusò la Società Bagnoli Spa. di aver occultato tonnellate di amianto nel sottosuolo. Ancora nel 2001, 163.277 tonnellate di macchinari e 551.383 metri cubi di cemento erano stati demoliti, mentre le opere di bonifica erano ben lontane dal raggiungere gli obiettivi prefissati: solo il 30% dell’area interessata era stata bonificata (TICCIH, 2006). Vista la situazione, sempre nel 2001, con il DM n. 468, il Ministero dell’Ambiente inserì Bagnoli tra i Siti di Interesse Nazionale, ovvero i siti inquinati più problematici in relazione a caratteristiche, quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, rischio sanitario ed ecologico, nonché al pregiudizio per i beni culturali ed ambientali. Il Ministero rifinanziò inoltre la bonifica per circa 12 milioni di euro.

Tra ritardi, incomprensioni tra istituzioni nazionali e locali e il congelamento dei fondi per Bagnoli (sbloccati poi solamente nel 2003) il Comune di Napoli fu costretto a rilevare la Società Bagnoli Spa e ad acquistare, nel 2001, i terreni della Italsider e della Eternit, mentre la ex Cementir rimase di proprietà del Gruppo Caltagirone. Il Comune istituì quindi una nuova società pubblica di trasformazione urbana – la Bagnoli Futura Spa – partecipata al 90% dalla municipalità, al 7,5% dalla Regione Campania e al 2,5% dalla Provincia di Napoli. Bagnoli Futura Spa entrò in possesso dei terreni interessati dalla bonifica, decidendo per la trasformazione, la commercializzazione, la promozione e lo sviluppo dell’area, puntando soprattutto sull’attrazione di investimenti privati (Rea, 2002). In realtà, le imprese private non erano mai state realmente interessate all’acquisto dei terreni, probabilmente a causa della grande incertezza sul recupero di Bagnoli che, come detto, ha sofferto di ritardi e interruzioni che si sono trascinate fino ai giorni nostri. Nel 2014, infatti, anche Bagnoli Futura Spa è stata costretta ad annunciare il fallimento: non solo il Comune di Napoli aveva negato la ricapitalizzazione della società ormai incapace di ripagare i debiti accumulati, ma un’inchiesta della Procura di Napoli ha portato alla chiusura degli impianti della ex Italsider e della ex Eternit, avendo riscontrato una situazione di disastro ambientale perpetrata dalla stessa Bagnoli Futura Spa. Nel 2018, il Tribunale di Napoli ha condannato la società in quanto colpevole di aver volontariamente provocato ritardi e interruzioni nelle operazioni di bonifica del sito col fine di tenere in piedi una società i cui manager ricevevano ingenti fondi pubblici e tentavano di controllare il futuro di un’intera area metropolitana.

Infine nel 2014, il decreto Sblocca Italia ha identificato Invitalia Spa come il soggetto predisposto al recupero ambientale e alla rigenerazione urbana di Bagnoli, sotto la supervisione di un commissario esterno, scatenando le ire delle istituzioni locali. Il Piano Operativo Ambiente FSC 2014-2020 del Ministero dell’Ambiente, con l’Accordo di Programma del 3 marzo 2020, ha stanziato appena 388 milioni di euro a favore della bonifica di Bagnoli il cui completamento però appare ancora un miraggio. A quasi cinquanta anni dall’inizio della crisi industriale e a trenta dalla chiusura dei primi impianti, infatti, il “problema Bagnoli” sembra essere ancora molto lontano dalla risoluzione tanto da diventare un’emergenza nazionale, sia dal punto di vista ambientale che socio-economico. Il caso Bagnoli dimostra ancora una volta l’inefficienza degli attori privati e pubblici nei progetti di rigenerazione urbana di un’area di Napoli che conserva delle potenzialità enormi di sviluppo turistico, residenziale e paesaggistico e che potrebbe garantire un futuro diverso ai residenti del quartiere, riscattando l’immagine nazionale e internazionale di una periferia industriale in attesa di una rinascita promessa da quarant’anni.


Bibliografia

Ferrara L. e Villani S., Immigration Policies, Public Decision-making Process, and Urban Regeneration. The Italian Case, in Sacchetti S., Christoforou A., Mosca M. (eds.), Social Regeneration and Local Development. Cooperation, Social Economy and Public Participation, Routledge, pp. 209-230, 2018.

Iaccarino L., La Rigenerazione. Bagnoli: Politiche Pubbliche e Società Civile nella Napoli Post-industriale, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2005.

Leonardi R. e Nanetti R., La Sfida di Napoli. Capitale Sociale, Sviluppo e Sicurezza, Guerini e Associati, Milano 2008.

Rea E., La Dismissione, Rizzoli, Milano 2002.

TICCIH – The International Committee for the Conservation of Industrial Heritage, Industrial Heritage and Urban Transformation. Productive Territories and Industrial Landscape, 14-23 settembre 2006, TICCIH XIII International Congress, Italy.

Scritto da
Angelo Laudiero

È laureato magistrale in Scienze Politiche presso l’Università “Orientale” di Napoli. Dopo diverse esperienze di lavoro in Italia e all’estero, ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Sviluppo Locale presso l’Università di Trento, con una tesi su innovazione sociale e attività culturali nei processi di rigenerazione urbana delle periferie. Contatti: a.laudiero1@libero.it.

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