La politica al tempo della campagna elettorale permanente. Intervista a Luigi Di Gregorio
- 23 Giugno 2024

La politica al tempo della campagna elettorale permanente. Intervista a Luigi Di Gregorio

Scritto da Tommaso Malpensa

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La crescente volatilità e liquidità dei com­portamenti politici è una tendenza costan­te degli ultimi decenni. Luigi Di Gregorio, docente di comunicazione pubblica all’U­niversità della Tuscia di Viterbo e consu­lente politico, in questa intervista affronta questo scenario a partire dal recente War Room. Attori, strutture e processi della po­litica in campagna permanente (Rubbet­tino 2024), formulando alcune ipotesi per la governance non solo della fase elettorale ma anche di quella di governo.


Che cos’è e a cosa serve la “war room” che dà il titolo al suo libro?

Luigi Di Gregorio: La war room si potrebbe definire come il comitato elettorale tipico della politica contemporanea, che è una politica in campagna permanente. Partiamo da questo concetto. Essere in campagna permanente non vuol dire votare di continuo; vuol dire che gli attori politici si comportano come se fossero sempre in campagna elettorale. Perché accade questo? Perché, rispetto a qualche decennio fa, è cambiato profondamente il rapporto tra elettori e partiti. Nella cosiddetta età dell’oro dei partiti di massa (dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta del Novecento), ciò che legava elettori e partiti erano credenze stabili, tendenzialmente di natura ideologica, che garantivano elettorati fedeli e un comportamento di voto costante. Nei decenni successivi, per tante ragioni – che vanno dalla crisi delle ideologie, al calo progressivo della fiducia nelle istituzioni e nella politica, alla società del benessere e al consumismo, al graduale predominio della televisione come mezzo di informazione, alla progressiva individualizzazione e de-istituzionalizzazione della società che ha messo in crisi ogni tipo di corpi intermedi e di rappresentanza – l’elettorato è diventato volatile, fluido, molto meno fedele di prima. Ciò significa che il mercato degli elettori si è aperto e che i partiti hanno iniziato a parlare potenzialmente a tutti, non più a determinati gruppi o classi sociali. Ma per arrivare a un pubblico ampio e caratterizzato da opinioni deboli e comportamento elettorale volatile i partiti e i leader hanno dovuto necessariamente aprire le porte a chi quel mercato lo studia e a chi ha le conoscenze utili per catturarne l’attenzione e il consenso. Così entrano pesantemente in gioco il marketing e la comunicazione e, di conseguenza, anche alcuni attori un tempo esterni al gioco politico, come gli istituti demoscopici e di ricerca, le agenzie di marketing e di comunicazione, i giornalisti e gli uffici stampa, i team digital e così via. L’ingresso di questi nuovi attori ha trasformato i comitati elettorali di un tempo in quella che oggi possiamo definire war room.

 

Le ultime elezioni europee per l’Italia sono state la prima tornata elettorale dell’epoca repubblicana in cui l’affluenza è scesa sotto il 50%. Livelli di astensionismo così elevati non se ne erano mai visti, ma si tratta comunque di percentuali più alte di quelle che vediamo, ad esempio, nel modello di democrazia statunitense. Quali sono le cause e le responsabilità di questo suffragio universale “ristretto”?

Luigi Di Gregorio: Il calo tendenziale della partecipazione elettorale è una costante in quasi tutte le democrazie occidentali, da diversi decenni. In Italia questo fenomeno fa più impressione perché il nostro Paese è stato a lungo un’anomalia al contrario: noi abbiamo avuto elezioni con tassi di partecipazione anche superiori al 90%, tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso e questo dato era decisamente anomalo all’interno del panorama democratico, con Paesi nei quali mediamente andava a votare al massimo il 60-70% degli aventi diritto. Quei tassi di partecipazione molto alti non erano considerati salutari dai politologi stranieri perché erano il sintomo di una politica “febbrile”, di uno scontro ideologico intenso e di un panpoliticismo che non si addice a un regime liberaldemocratico. Oggi, sembra che stiamo procedendo speditamente verso il polo opposto: da una politica totalizzante e ad alta intensità a una politica “minima” che pare interessare sempre meno cittadini. Le cause sono molteplici – in parte le ho menzionate prima – e hanno a che fare con il diffuso percepito di una politica deludente, delegittimata e sempre più debole, ossia sempre meno in grado di incidere nelle nostre vite. Individualizzazione e de-ideologizzazione completano il quadro, perché senza un credo forte, condiviso e mobilitante, vengono meno le appartenenze, va in crisi ogni tipo di rappresentanza e ci si convince di poter (e dover) fare tutto da soli. Questo genera anche un forte disorientamento che spinge gli elettori o a disertare le urne oppure a cambiare opzione di voto frequentemente. E dunque, sempre meno gente va a votare e sempre più elettori cambiano opzione di voto da un’elezione all’altra. In sintesi, una democrazia in salute dovrebbe collocarsi tra i due estremi che l’Italia ha vissuto negli ultimi quarant’anni. Se la partecipazione elettorale è molto alta, è il sintomo di una politica molto divisiva e ipermobilitante e di una condizione di forma non ottimale di una democrazia. Se, invece, è molto bassa, è il sintomo di un popolo che non crede più alla politica e di una democrazia che tende a delegittimarsi. E, a quanto pare, noi siamo passati rapidamente da un polo all’altro, da una democrazia febbrile a una apatica e disinteressata, in cui a votare vanno solo i “tifosi”, che peraltro sono sempre meno numerosi.

 

Nel suo libro lei imputa alla politica italiana una mancanza complessiva, e a tutti i livelli, di capacità strategica e di strutture di vertice deputate alla gestione dei procedimenti e alla divisione del lavoro interna nelle strutture centrali del governo, evidenziando anche come in Italia determinate figure e uffici siano presenti sulla carta, ma di fatto male o non utilizzati. Come ritiene che si possano implementare questi meccanismi in un sistema come quello italiano, caratterizzato dall’instabilità degli esecutivi e dall’iperpersonalizzazione della vita politica nazionale? E quali miglioramenti potrebbero portare nella governance?

Luigi Di Gregorio: Anche in questo caso non è un problema solo italiano, ma sicuramente in Italia è più evidente. L’Italia è la patria dei partiti personali, ha ancora governi mediamente instabili, ha un livello di volatilità elettorale molto alta. Queste caratteristiche spingono la classe politica a concentrarsi molto sul brevissimo periodo e poco sul medio-lungo. Cioè, a privilegiare la tattica e a sottovalutare (o non considerare affatto) la strategia. Quello che provo a concepire e a disegnare nella terza parte del libro è una doppia ipotesi di una “war room permanente” di governo, che chiamo “control room”. La premessa è semplice: se è vero – ed è vero – che siamo in campagna permanente, perché la politica italiana non si attrezza anche con una war room permanente di governo? Cioè, perché fa affidamento a certi attori e a certe strutture esterne in campagna elettorale e poi non replica lo stesso schema quando governa (a livello nazionale, regionale o di grandi comuni)? La risposta che mi do è duplice: 1) concentrarsi sul breve periodo e sulla tattica fa sì che questa attenzione alla strategia venga meno; 2) in Italia la politica è considerata più un’arte che una scienza, per cui fiuto, talento, esperienza contano più dei dati e della conoscenza scientifica. Nessuno discute il fatto che la politica sia anche un’arte, ma credo sia giunta l’ora di considerarla anche una scienza, o quantomeno di prendere coscienza del fatto che una comunicazione strategica data-based può aiutare parecchio quell’arte. Le proposte che faccio nel libro sono di due tipi: una più minimale, attuabile nell’immediato e un’altra più radicale, che implica una sorta di rivoluzione culturale nella definizione degli uffici di diretta collaborazione dei vertici istituzionali. In entrambi i casi, i miglioramenti nella governance potrebbero essere importanti perché avvicinerebbero notevolmente le istituzioni e le policy ai bisogni e ai desiderata dei cittadini, facendo da apripista a un marketing relazionale che è l’unico antidoto alla “fedeltà leggera” di oggi, tanto degli elettori verso i partiti, quanto dei cittadini verso le istituzioni.

 

Alle elezioni europee si sono accompagnate in Italia le elezioni amministrative, con più di 3.700 comuni al voto e un’affluenza poco superiore al 50%. La parte centrale del suo libro è dedicata al marketing politico, ossia, senza la volontà di dare una definizione esauriente, tutte le attività compiute da un’organizzazione politica affinché i cittadini decidano di votarla ed eleggano i suoi rappresentanti. La necessità del marketing politico – viene spiegato molto lucidamente nel libro – è legata alla “mercatizzazione”, o approccio market-oriented della politica odierna, nella quale gli elettori non votano più per ideologia, ma spesso sulla base di considerazioni molto più estemporanee. Quali sono dunque i principi comuni alle campagne elettorali di un aspirante membro del parlamento europeo, sindaco di una grande città o presidente di regione e di un aspirante consigliere comunale giovane e al primo confronto con l’elettorato?

Luigi Di Gregorio: Nel libro dico che tutte le campagne elettorali hanno una serie di fondamentali comuni, ma anche che ogni elezione è a suo modo unica e irripetibile. Ed è altrettanto vero che le regole e i sistemi elettorali, il tipo di istituzione per la quale si compete, l’ampiezza dei collegi elettorali, la storia e la geografia elettorale di un territorio e tante altre variabili fanno sì che sia difficile immaginare un “manuale operativo” valido per tutti. Tuttavia, ho scritto War Room con la convinzione che possa essere utile a tutti, perché mira prima di tutto a essere una sorta di bussola sui cambiamenti recenti degli attori e dei processi chiave della politica. Se io volessi candidarmi al Parlamento europeo oppure al consiglio comunale del mio comune, dovrei comunque avere un’idea di come sono cambiati nel tempo i partiti, i leader, gli elettori e la comunicazione politica. E questo è ciò che provo a fare nella prima parte del libro. A quel punto, dovrei – in ogni caso – provare a creare un team che mi supporti nella campagna elettorale, con una serie di figure fondamentali. Ed è ciò che faccio nella seconda parte del libro. Infine, qualora dovessi anche vincere e governare, nella terza parte troverei suggerimenti utili per gestire al meglio la comunicazione strategica della fase di governo.

 

Un concetto che ho trovato centrale nella descrizione di come le carriere politiche funzionano oggi nelle democrazie europee è quello di “cerimonia cannibale” e dell’estrema difficoltà per un leader oggi di rimanere tale o mantenere una posizione conquistata a livello di voti o di voti prospettati dai sondaggi. Andreotti diceva che il potere logora chi non ce l’ha, oggi sembra sempre più vero il contrario, perché la politica ha meno strumenti, le richieste sono maggiori, e ciò comporta che la capacità di soddisfarle si riduce. Oggi i leader devono essere necessariamente dei follower dell’emozione pubblica o c’è ancora spazio per le grandi visioni? Cosa comporta l’adeguamento dei partiti al sentiment dell’elettorato in termini di qualità delle decisioni e capacità nell’affrontare le questioni di policy più complesse?

Luigi Di Gregorio: Le grandi visioni faticano per via dello schiacciamento sul presente – quando non sull’istante – di cui parlavo prima. E ciò non deriva da fattori o responsabilità solo della politica. Siamo una società che cerca gratificazioni istantanee in ogni ambito, siamo abituati a una sorta di sindrome consumista che fa a pugni col lungo periodo, con le credenze stabili, con valori e ideali che durano nel tempo. E siamo immersi in un mondo che evolve e cambia alla velocità della luce, sotto ogni profilo, dall’innovazione tecnologica agli equilibri internazionali, al punto che si sono coniate formule come “policrisi” o “permacrisi”. La politica è in qualche modo costretta a inseguire questi mutamenti continui e a riposizionarsi in base a essi. E si è rifugiata nell’ipercomunicazione da campagna permanente perché è l’unico modo che ha per catturare la nostra attenzione e per produrre consenso. Purtroppo però, è anche una modalità che finisce per accelerare quelle tendenze e dunque ogni leader politico che funziona entra automaticamente in quel ciclo breve di consumo che si può invertire solo attraverso un credo, una causa, una convinzione che funga da legame duraturo tra offerta e domanda politica. Non si vede una via d’uscita da questo vicolo cieco al momento. Se le tendenze sono queste, provare a generare consenso e fiducia senza ipersemplificare e cercando di impostare una credenza di lungo periodo rischia di essere perdente nel breve. E dunque inutile. A dirla tutta, questo non significa che le questioni di policy più complesse e più importanti spariscano dal menu della politica. Di fatto, spariscono dal menu della politica mediatizzata e in campagna permanente, ma – per fortuna – esistono, anche se lontano dai riflettori dei media. È come se la politica viaggiasse su due binari: uno riguarda ciò che interessa il pubblico e l’altro ciò che è importante per il Paese. Il primo segue logiche mediatiche: temi semplificabili, emotivamente impattanti, di breve periodo, spesso legati alle personalità dei leader, ai retroscena, a fatti privati che diventano dibattito pubblico. Il secondo non interessa i media perché riguarda temi complessi, di lungo periodo, per nulla emozionali. Sarebbe meglio se le due cose coincidessero, ossia se i temi importanti diventassero anche quelli più rilevanti della campagna permanente. Ma non è un’operazione facile, tutt’altro. E dunque ci troviamo in uno scenario per cui magari un fuorionda, un retroscena, un gossip diventano decisivi per un’elezione, mentre le discussioni e le decisioni su conti pubblici, politica internazionale, politica energetica, transizione digitale restano fuori dal dibattito pubblico.

 

Un’ultima domanda: limitandoci a parlare dell’Italia, lei crede che i partiti torneranno ad avere quella dimensione di forza aggregante e collettiva della partecipazione politica oppure si ridimensioneranno sempre più in forme più o meno organizzate di macchine da campagna elettorale?

Luigi Di Gregorio: Nessuno può escluderlo in futuro, ma al momento tutte le strade portano altrove. Mediatizzazione, personalizzazione della politica, individualizzazione della società, presentismo, gratificazione immediata, narcisismo generalizzato… tutto spinge verso una politica market-oriented, in cui la comunicazione gioca un ruolo chiave per competere nell’economia dell’attenzione, plasmare il percepito di massa e “giocare” con l’emozione pubblica. In questo scenario, il brand politico per eccellenza, la principale scorciatoia cognitiva degli elettori, è diventato il leader e pertanto la leaderizzazione dei partiti è una conseguenza quasi inevitabile, a scapito dell’organizzazione, dei territori, e della fidelizzazione di lungo periodo degli elettori. Se un tempo le scorciatoie cognitive degli elettori erano le ideologie, che sono assimilabili a ciò che nel marketing viene definito “purpose”, ossia la causa profonda, il credo di un brand, oggi si vota prevalentemente per l’appeal e la credibilità generato dai leader. E l’immagine di una persona è molto più vulnerabile di un’ideologia. Anche questo sembra essere un vicolo cieco della politica contemporanea: ciò che funziona nel breve non funziona nel lungo periodo. Ma se non funziono nel breve, non riesco a ottenere visibilità, attenzione e tantomeno consenso. Di conseguenza, i partiti assomigliano sempre più a fan club di una pop star di turno, la quale regge all’apice del successo sempre meno perché viene “consumata”, usata e gettata nell’attesa di una novità più eccitante e mobilitante.

Scritto da
Tommaso Malpensa

Studente del corso di laurea magistrale in Giurisprudenza e allievo del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Ha ricoperto la carica di rappresentante degli studenti del Dipartimento di Scienze Giuridiche e di rappresentante degli allievi del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Ha partecipato al corso 2023 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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