La presenza-assenza dei palestinesi d’Israele: paure e speranze di una convivenza inter-etnica
- 14 Maggio 2021

La presenza-assenza dei palestinesi d’Israele: paure e speranze di una convivenza inter-etnica

Scritto da Francesca Atzas

8 minuti di lettura

I palestinesi cittadini dello Stato ebraico discendono da famiglie arabe che, dopo la guerra del 1948 e il massiccio esodo palestinese che ne conseguì, rimasero sui territori divenuti del nuovo Stato o vi ritornarono negli anni successivi, prima che le frontiere israeliane diventassero impenetrabili. Per chi rimase o tornò, l’ottenimento della cittadinanza fu tutt’altro che semplice: la prima legge sulla nazionalità israeliana del 1952 prevedeva, infatti, che ogni palestinese nato prima della creazione del nuovo Stato potesse averne diritto soltanto dietro comprovata residenza sul territorio dalla fine della guerra, nel luglio 1949, all’entrata in vigore della legge. Considerata la difficoltà a reperire i registri di residenza, i più divennero apolidi e soltanto negli anni Ottanta, grazie all’annullamento di tale clausola, essi poterono diventare cittadini israeliani.

Se la loro condizione legale veniva così normalizzata, restava e resta tutt’oggi aperta la questione dei palestinesi che vorrebbero far ritorno a quelle che erano le loro terre prima del 1948. La Legge sulla proprietà degli assenti del 1950, infatti, vieta in maniera categorica il loro rientro e d’altronde, anche se tale diritto fosse loro accordato, non troverebbero niente di simile a ciò che lasciarono poiché le proprietà vennero espropriate subito dopo la guerra e poste sotto il controllo di un organo appositamente istituito, la Custodia delle proprietà degli assenti.

All’indomani della nascita dello Stato ebraico, tutt’altro criterio venne invece adottato per favorire l’Aliyah (l’immigrazione degli ebrei di tutto il mondo in Israele) e attribuire la cittadinanza ai nuovi immigrati di origine ebraica in base al principio dello ius sanguinis: la Legge del ritorno del 1950, ancora oggi in vigore, stabilisce infatti che ogni persona di origini ebraiche nel mondo può emigrare e stabilirsi in Israele divenendone automaticamente cittadino.

 

I luoghi di Palestinesi in Israele: le città miste

Ignorare i palestinesi d’Israele significa ignorare la condizione di una popolazione che costituisce quasi il 20% di quella totale, e che è particolarmente presente nelle città di Jaffa, Ramle, Acco, Haifa, Lod, Nazareth Illit e Beer-Sheva. Queste città, in ragione del fatto che vedono una presenza comune di ebrei e arabi al loro interno, sono chiamate in ebraico ‘arim me‘oravot, ovvero città miste. In alcuni casi, le città miste sono tali perché qui parte della comunità palestinese originaria scampò all’esodo del ’48 (è il caso di Jaffa, per esempio), mentre in altri casi la città fu fondata dopo la creazione dello Stato ebraico attraendo in seguito, per ragioni economiche e professionali, una cospicua presenza palestinese (è il caso di Nazareth Illit, che si erge al di sopra della città di Nazareth).

Il termine città mista, nei documenti ufficiali e nei dibattiti pubblici in Israele, assume solitamente un’accezione negativa, oggi come in passato. Esso apparve per la prima volta in un articolo pubblicato il 24 febbraio 1943 (prima ancora della guerra, visto che gli ebrei avevano già iniziato a ritornare nei territori della Palestina fin dalla fine del XIX secolo) sul giornale Yedi‘ot Aharonot. L’articolo, intitolato The First General Employment Office Has Opened, assegnava ad Haifa l’attributo di città mista e la identificava come una sfida per la nascita del nuovo Stato sionista in ragione del fatto che conteneva al suo interno una maggioranza araba e una minoranza ebraica: l’esatto opposto di città come Tel Aviv. Nell’articolo in questione si nota chiaramente che la città mista viene considerata un impedimento alla soddisfazione e alla protezione degli interessi ebraici in Terra Santa. Ad oggi, le città miste continuano a essere percepite in quest’ottica di alterità rispetto alle città con una popolazione ebraica omogenea: un’ottica tipica dell’orientalismo con cui ogni potenza coloniale guarda alla comunità nativa dei territori conquistati [1].

Le città miste restano la prova evidente che il progetto sionista di creare uno Stato ebraico puro è fallito. Come suggerisce uno dei principali teorici del postcolonialismo, Homi K. Bhabha [2], lo Stato-nazione tende di per sé a voler omologare i cittadini a un unico modello e a un’unica narrazione, imponendo una storia e dei simboli che dovrebbero essere da tutti riconosciuti come elementi essenziali della madre patria e, quindi, della propria identità. Analizzando il contesto israeliano, appare chiaro che tale richiesta di omologazione non è soltanto una prova di fede alla nazione, ma anche alla religione ebraica. Definendosi prima di ogni altra cosa Stato ebraico finanche nella sua Legge fondamentale, Israele deve a ciò una parte importante della sua legittimità, essendosi costituito con lo scopo primario di proteggere e unire un popolo che, fino al 1948, era disunito e in costante pericolo. Di conseguenza, per continuare a godere di tale legittimità, esso necessita di sottolineare la propria religiosità e di negare, o almeno occultare quanto più possibile, l’esistenza al suo interno di altre narrazioni e appartenenze che si discostano da quella ufficiale. Le istituzioni, d‘altronde, non mancano di sottolineare che Israele è uno Stato ebraico, patria degli ebrei di tutto il mondo. Ne è recente esempio la dichiarazione del primo ministro israeliano Netanyahu il quale, durante la campagna elettorale del 2009, definì il suo Paese “non uno Stato per tutti i cittadini” ma piuttosto “lo Stato degli ebrei e per gli ebrei soltanto”.

A dispetto di ciò, la città resta lo spazio per eccellenza in cui è possibile osservare la decostruzione di tale omologazione, quotidianamente sfidata da quelle che lo stesso Bhabha definirebbe “polemiche marginalità interne”. Le città miste israeliane, ospitando il principale gruppo marginale e polemico in Israele (quello palestinese), non possono che essere considerate spazi urbani di grande dirompenza che minacciano costantemente il progetto coloniale sionista.

Alle istituzioni, impegnate a sminuire la forza centrifuga delle città miste, non resta che tentare di negare l’esistenza di una comunità marginale al loro interno, di fatto opprimendo con la forza militare la popolazione palestinese. Caso eclatante in merito fu quello che accadde tra il 1988 e il 1989, quando i funzionari amministrativi di Nazaret Illit rifiutarono di fornire i dati sulla comunità interna palestinese. Solo un decennio dopo il sindaco ammise che la città comprendeva una popolazione araba pari all’8% di quella totale, ma rifiutò categoricamente l’accezione di città mista. Questo episodio è emblematico del fatto che la città mista è considerata dallo Stato e dalle sue istituzioni uno stigma e una minaccia interna perenne per i cittadini ebrei israeliani. Si tratta di una sensazione di paura che si riversa inevitabilmente sulla popolazione e che riesce a creare in essa una forte divisione su base etnica.

Il grado elevato di divisione e paura che caratterizza la città mista può portare a considerarla come metafora del conflitto israelo-palestinese e della sua normalizzazione nel quotidiano. Per i meno ottimisti, infatti, la città mista è l’esempio allarmante del fatto che, in un contesto coloniale come quello israeliano, la convivenza tra ebrei e arabi può esistere soltanto con squilibri consistenti e un grado di privilegio evidente dei primi sui secondi. La sola convivenza nel medesimo spazio urbano non basta a decretare l’eguaglianza sociale tra i suoi abitanti [3].

Ma d’altra parte, la città mista suscita speranze e clamori in chi la considera una sorta di “terzo spazio”, testimonianza del fatto che la convivenza tra arabi ed ebrei non solo sarebbe possibile e auspicabile in previsione di futuri accordi di pace, ma addirittura già esistente (su piccola scala) come modello di stato unico binazionale. Per di più, secondo Daniel Monterescu, uno dei maggiori antropologi urbani esperti di città miste israeliane, la minoranza palestinese presente in esse non è soltanto una categoria sociale emarginata perché essa resiste all’omologazione nazionale e, così facendo, contribuisce a creare una controcultura, una vita urbana dinamica e moderna caratterizzata da un livello elevato di mescolanza e creatività [4].

 

La città mista di Giaffa e il rapporto di alterità con Tel Aviv

Uno dei casi più interessanti di città mista israeliana è quello di Giaffa, antica città palestinese che costituiva, fino al 1948, uno dei maggiori centri economici e culturali in Medio Oriente e in tutto il Mediterraneo. Giaffa (chiamata Yaffa in arabo e Yafo in ebraico), non divenne una città mista nel 1948 perché lo era ben prima, seppur con equilibri demografici nettamente inversi: un’ampia minoranza ebraica e una popolazione a maggioranza araba (nel 1947 gli ebrei erano circa 35.000 su una popolazione di 110.000 abitanti). Mrinalini Rajagopalan, ricercatrice dell’Università di Pittsburgh, sostiene però che sia più corretto definire la Jaffa pre ‘48 come una città coloniale da cui Tel Aviv (fondata nel 1909) si dichiarò municipalità indipendente nel 1921 con l’intento di creare un rapporto di alterità coloniale con la città nativa [5].

Nel 1948, quando la conquista della città da parte delle forze armate sioniste fu terminata, circa 70.000 palestinesi erano già fuggiti via mare. Ne rimasero soltanto 4.000. Nel 1950 le due municipalità vennero riunite e Giaffa perse qualsiasi grado di autonomia. La sua ebraicizzazione si tradusse sia nella conquista fisica e ideologica dello spazio (di cui la rinominazione di piazze e strade intitolate a personalità militari che la conquistarono ne è l’esempio più eclatante), sia nel controllo da vicino dell’Altro e nell’imposizione di un dominio su di esso. Dopo la nascita del nuovo Stato ebraico, infatti, la comunità araba di Giaffa fu reclusa in un ghetto progettato su modello europeo e posto sotto legge marziale da cui era impossibile entrare e uscire se non in possesso di permessi lavorativi. Le case lasciate libere furono acquisite dallo Stato israeliano in ragione della Legge dei proprietari assenti e vennero occupate dalle numerose famiglie ebree recentemente immigrate dall’Europa orientale e dal Nord Africa.

Oggi Giaffa è un quartiere in fermento che, già da un decennio a questa parte, suscita gli interessi della classe media di origini ebraiche di Tel Aviv, la quale fugge i quartieri centrali e carissimi per riversarsi più a sud. D’altronde, il quartiere non si fa trovare impreparato perché una violenta gentrificazione ha contribuito ad adattarlo agli interessi e ai bisogni dei nuovi abitanti. La sua posizione lungo la costa del Mediterraneo, poi, lo rende ancor più appetibile, e a ciò si aggiungono le politiche municipali che mirano a connettere il centro di Tel Aviv a Jaffa per renderne più immediati gli spostamenti. Anche il turismo ha la sua parte di responsabilità nel processo di gentrificazione e, in particolare, nella trasformazione del quartiere in oggetto di consumo: di fatto esso cancella, agli occhi del visitatore, qualsiasi cenno storico che leghi la città e le sue costruzioni arabeggianti alla popolazione palestinese che le costruì.

Come diretta conseguenza, i prezzi di beni e affitti che salgono stanno allontanando sempre più verso i margini i palestinesi di Giaffa, che avevano qui fin ora resistito. Secondo un’analisi dettagliata di Daniel Monterescu [6], i gentrificatori sono mossi non soltanto da un costo della vita più basso o da chiare intenzioni di ebraicizzazione dello spazio, ma spesso anche da ragioni sociali e politiche, dalla voglia di mescolarsi al diverso e di creare dal basso dei modelli di coesistenza che le istituzioni non hanno saputo creare: è questo il caso di quelli che Monterescu definisce i “gentrificatori radicali”.

Nella definizione di gentrificatori radicali potrebbero senza dubbio rientrare i membri dell’organizzazione non governativa Zochrot (che significa “ricordiamo”, in ebraico) nata a Giaffa nel 2000, all’indomani della seconda Intifada, con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica israeliana sulla Nakba. Nakba in arabo significa “catastrofe”, ed è così che i palestinesi si riferiscono alla pulizia etnica di cui furono vittime nel 1948 e all’esodo che ne conseguì. Grazie a Zochrot il termine è entrato a far parte del dibattito pubblico israeliano e molti studenti e cittadini comuni, partecipando alle loro sessioni di Political Education, hanno avuto accesso all’altra metà della storia nazionale.

Tra le altre attività portate avanti da Zochrot ci sono i Tours of Memory, non “gite” ma piuttosto commemorazioni e occupazioni dello spazio in località palestinesi distrutte o ancora esistenti che si trovano oggi all’interno dei confini dello Stato di Israele. Non è raro che i tour vengano organizzati proprio a Giaffa, dove l’organizzazione stessa ha sede. L’archivio storico di Zochrot, consultabile online, fornisce testimonianze e informazioni inerenti ogni singolo antico edificio di Giaffa rimasto in piedi, costituendo una fonte importantissima di memoria urbana: l’obiettivo è quello di ricostruirne la storia e di restituire, seppur virtualmente, l’abitazione alla  famiglia palestinese originaria. Così facendo, l’organizzazione contribuisce a salvaguardare la memoria palestinese dei luoghi e degli spazi, una memoria che lotta quotidianamente per sopravvivere, minacciata da un feroce mutamento urbano (demografico e architettonico) che la vorrebbe far sopperire.


[1] R. Borghi e M. Camuffo, Differencity. Postcolonialismo e costruzione delle identità urbane, in P. Barberi, La città Postcoloniale. È successo qualcosa alla Città, Donzelli, Roma 2010.

[2] H. K. Bhabha, The location of culture, Routledge, Londra-New York 1994.

[3] R. Goldhaber e I. Schnell, A Model Of Multidimensional Segregation. Israel: Geography and Human Environment Department, Tel Aviv University, 2006.

[4] D. Monterescu e M. Schickler, Marginalité Créative. La Scène Alternative Judéo-Arabe De Tel Aviv-Jaffa, in «Ethnologie Française», vol. vol. 45, no. 2, 2015, pp. 293-308, Presses Universitaires de France.

[5] M. Rajagopalan, Dismembered Geographies. The Politics of Segregation in Three Mixed Cities in Israel, in Traditional Dwellings and «Settlements Review», Vol. 13, No. 2 (SPRING 2002), pp. 35- 48, International Association for the Study of Traditional Environments (IASTE).

[6] D. Monterescu, Jaffa Shared and Shattered. Contrived Coexistence in Israel/Palestine, Indiana University Press.

Scritto da
Francesca Atzas

Nata a Sassari, ha studiato Relazioni Internazionali all’Università Roma Tre e ha poi conseguito la laurea specialistica in Migrations Inter-Méditerranéennes (MIM) presso le Università Ca’ Foscari di Venezia e Paul Valéry di Montpellier. Ha vissuto in Israele, a Giaffa, dove ha svolto la ricerca tesi sulla “città mista” e la preservazione della memoria palestinese al suo interno. Continua a leggere e studiare di migrazioni, memorie collettive e minoranze e della loro influenza sulle etnografie urbane nella regione MENA.

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