Scritto da Jan-Werner Müller
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«Costruire richiede energia e risorse; una volta creato, l’ambiente plasma il modo in cui interagiamo gli uni con gli altri. Ma quale dovrebbe essere l’aspetto di un contesto edificato in modo espressamente democratico? Dovremmo dare priorità a un processo inclusivo in cui il maggior numero possibile di cittadini possa decidere come progettare un edificio? Oppure si tratta piuttosto di capire in che modo l’architettura e gli spazi urbani possano rappresentare al meglio la democrazia per i cittadini, e come l’edilizia e la pianificazione urbana possano facilitare concretamente l’azione democratica da parte dei cittadini?»
In La strada, il palazzo, la piazza. L’architettura degli spazi democratici – edito da Bocconi University Press con traduzione di Marianna Grimaldi – il politologo Jan-Werner Müller, professore ordinario di Social Sciences e Politics alla Princeton University, muovendosi tra filosofia politica, storia e design riflette sugli spazi e il loro valore simbolico e sulla nostra concezione della democrazia.
Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’editore Bocconi University Press / Egea, un estratto del libro tratto dal capitolo Sette elementi fondamentali per pensare l’architettura e la democrazia.
1) La storia la scrivono gli esseri umani, ma in un ambiente costruito che non si sono scelti[1]. In teoria avremmo il potere di cambiare ciò che ereditiamo, ma di solito non prestiamo grande attenzione a ciò che ci circonda, a volte non ci facciamo nemmeno caso. Questo era il punto di Walter Benjamin quando osservava che l’umanità non smette mai di costruire ma sperimenta l’architettura sempre in uno stato di distrazione. La vediamo e non la vediamo – e probabilmente oggi vediamo ancora meno, intenti come siamo a fissare i nostri schermi invece di alzare lo sguardo sugli edifici. È un po’ il discorso che si fa con la musica di sottofondo. Ma la musica non ci accompagna sempre; le strutture costruite, invece, sono quasi sempre intorno a noi.
La promessa della democrazia è realizzare libertà ed eguaglianza; tuttavia, spesso sperimentiamo l’ambiente costruito in uno stato di non libertà e di diseguaglianza: la maggior parte di noi non avrà mai i mezzi per trasformarlo (se si eccettuano, quando ci va bene, la nostra casa o il nostro appartamento). Ci mancano le risorse e spesso anche l’autorità. Alcuni invece possono farlo, e nelle democrazie costoro devono operare entro i limiti di leggi animate da una finalità collettiva (come l’edilizia abitativa accessibile a tutti i cittadini). Il fatto è che oggi, forse più che in qualsiasi altro periodo della storia della democrazia moderna, l’ambiente costruito è sfuggito a qualunque aspirazione di controllo collettivo. (Non occorre nemmeno scomodare la democrazia antica: è provato che la costruzione del Partenone e di altre parti dell’Acropoli era oggetto di continui dibattiti e decreti dei cittadini riuniti sulla Pnice). Nel frattempo, gli spazi per esprimere il desiderio di riprendere il controllo si stanno comprimendo, mentre il diritto di riunione viene svuotato in maniera più o meno sfacciata.
2) In una democrazia gli esiti politici sono incerti; l’unica certezza riguarda il modo in cui arriviamo ad autorizzare alcuni a prendere decisioni collettivamente vincolanti per tutti. Questo “modo” include diritti politici fondamentali – libertà di parola, di riunione, di associazione – che ci consentono di farci vedere e di far sentire la nostra voce[2]. Nelle autocrazie avviene il contrario: gli esiti sono noti in anticipo, e tutti sanno quale persona o quale partito vincerà; le procedure politiche, però, possono essere modificate – ovvero manipolate – in qualsiasi momento, e i diritti possono essere limitati[3].
Le autocrazie cercano di rendere visibile l’ordine politico nel suo insieme attraverso spettacoli accuratamente coreografati intorno ai leader, mentre le procedure restano nell’ombra. Le democrazie non possono mai mostrare un tutto definitivo – nessun simbolo può catturare “il popolo” una volta per tutte – ma non cercano di nascondere la realtà disordinata delle proprie procedure e dei propri processi decisionali.
La democrazia ci consente di diventare politicamente visibili gli uni agli altri, non ci costringe a farlo. Le autocrazie, al contrario, tendono a costringerci. Il fascismo certamente lo fa: il suo spettacolo della partecipazione è un atto performativo che segue un copione all’interno di una scenografia ben precisa. Il giovane Hitler, contrariamente a quanto si crede, era affascinato dalla scenografia teatrale molto più di quanto non lo fosse dall’architettura. Sotto il fascismo il modo in cui le persone si guardano l’una l’altra è prevedibile, anche se lo spettacolo può prendere pieghe sorprendenti per suscitare stupore nel pubblico. Al contrario, il modo in cui le persone si guardano in una democrazia può produrre esiti inattesi.
La democrazia non è una sola pratica, non è una sola cosa e di conseguenza non si affida a un solo spazio. Né a un solo edificio. Progettando il Parlamento scozzese Enric Miralles disse di non volere né un palazzo né una cupola. Voleva un campus: un insieme di edifici con funzioni diverse[4]. In modo simile, l’interno del palazzo del Parlamento di Louis Kahn a Dhaka dà l’impressione di un’immensa città di cemento, piena di grattacieli grigi di diversi volumi e altezze e con ambienti vari che si aprono inaspettatamente mentre si percorre l’ambulacro di Kahn.
3) Ciò che accade nelle strade e nelle piazze non ha una forma democratica ma ha sicuramente un significato democratico[5]. Questa osservazione non è una variazione del vecchio pregiudizio demofobico secondo cui le masse nelle strade e nelle piazze sarebbero intrinsecamente “amorfe”, un eufemismo usato per non dire imprevedibili se non irrazionali e pericolose. Come abbiamo visto, l’assenza di forma della democrazia angustiava Tocqueville; Elias Canetti, lo psicologo delle folle, sottolineava che la paura delle folle è intimamente legata alla paura primaria di essere toccati da estranei.
Ma questa paura può essere superata, e la politica informale non è una politica senza forma. Forme diverse comportano pro e contro diversi. Un’occupazione di piazza o una barricata per strada significano restare sul posto e dunque poter essere trovati. Una marcia significa invece andare a cercare le persone lì dove si trovano. L’accamparsi rende possibile una politica prefigurativa: mostra concretamente un futuro ritenuto desiderabile. Il termine deriva dal latino campus: un campo all’aperto per l’esercitazione militare – ma anche per l’esercizio politico[6].
A differenza delle marce, nelle quali si segue ancora l’imperativo convenzionale della strada (circolare, gente!), un’occupazione, un accampamento disobbedisce all’imperativo di mantenere le piazze il più possibile aperte e accessibili[7]. Il verbo francese se camper significa piantarsi saldamente davanti a qualcosa[8]. Nonostante questo gesto fondamentale di sfida, condiviso con la barricata, accamparsi può anche essere semplicemente una forma di protesta: una politica di petizione rivolta ai potenti (e quindi una riconferma delle istituzioni esistenti). Le marce, per definizione, possono costituire solo una forma di protesta, anche quando intendono trasmettere messaggi che vanno oltre le lamentele immediate. La marcia più famosa della storia americana, quella su Washington del 1963, era pensata anche per dimostrare una certa disciplina: erano ammessi solo cartelli preventivamente approvati e con slogan standardizzati. Persino il pranzo al sacco (panini al burro d’arachidi e marmellata) fu deciso a livello centrale dai leader del movimento per i diritti civili[9].
Le occupazioni rendono possibile una relazione ambigua tra chi si accampa e chi no: ci si può introdurre senza specificare se si è solidali fino in fondo oppure no. Potrebbero tranquillamente aggirarsi all’interno del presidio anche semplici “turisti politici”. Con le marce, invece, la situazione è molto più netta: posso continuare a far parte del pubblico sul marciapiede o muovermi insieme al corteo e rendere inequivocabile la mia adesione. A un certo punto o si è dentro o si è fuori[10].
L’ambiguità del rapporto con un’occupazione crea ambiguità anche a livello dei suoi effetti politici: può facilitare il coinvolgimento (molti potenziali sostenitori potrebbero nutrire riserve iniziali), ma può anche rendere più difficile capire chi abbia sposato realmente la causa.
Canetti distingueva tra folle aperte e folle chiuse. Non è necessario adottare la sua psicologia delle masse per adattare il suo pensiero all’idea che possano esistere occupazioni aperte e occupazioni chiuse, così come esistono piazze aperte e piazze chiuse (mentre non possono esistere marce aperte o marce chiuse). Il primo tipo invita alla comunicazione; il secondo mira soprattutto a rafforzare la coesione interna. Entrambi possono finire per funzionare come condensatori sociali.
4) Le pratiche informali hanno bisogno di leggi formali che garantiscano la libertà politica: l’accesso a spazi che hanno significato qualcosa per le persone e il permesso di imporre la propria presenza agli altri[11]. Hanno bisogno, inoltre, di strade e piazze adeguatamente manutenute[12]. Rousseau osservava che “le case fanno la città mentre i Cittadini fanno la Città”. Vero, ma alcune case – e alcuni spazi – consentono ai Cittadini di fare la Città con meno sforzo. Le leggi rendono possibile questo processo, ma così fanno anche i finanziamenti congrui e le scelte progettuali che dicono ai cittadini: “venite a fare la Città, siete i benvenuti”. Pensiamo ai progetti di Cedric Price per Parliament Square come luogo di protesta, e alla differenza che progetti diversi avrebbero potuto fare per Brian Haw. Ricordiamo anche l’osservazione di Frieder Schnock, secondo cui i memoriali devono dire: “Tu sei qualcuno”. Un edificio politico dovrebbe dire la stessa cosa.
In una democrazia libertà significa libertà di incoraggiare un conflitto politico. Il conflitto non è l’opposto della coesione, anzi: può creare coesione. Il giurista tedesco Gustav Radbruch disse che il popolo può essere paragonato a una volta gotica, nella quale “le masse” si sostengono a vicenda spingendo in direzioni diverse[13]. Il conflitto può svolgersi – pacificamente – nelle strade, nelle piazze e naturalmente all’interno delle assemblee formali. La città democratica non è ciò che il più grande filosofo antidemocratico, Platone, dipingeva come una “squadra di cavalli”[14]: non tira in un’unica direzione, non respira all’unisono. Eppure, la sua osservazione secondo cui una città deve in ultima istanza essere in buoni rapporti con sé stessa vale anche per le democrazie.
Si tratta di una bella sfida per il progetto democratico: come fornire uno spazio per così dire agonistico senza sapere in anticipo quale forma assumeranno i conflitti e se o come il conflitto genererà coesione. Talvolta sono i cittadini stessi a elaborare i progetti per questi spazi: nessuno aveva previsto che le rotatorie della Francia rurale diventassero luoghi di protesta.
5) L’ambiente costruito al tempo stesso vincola e abilita, e ci fornisce un flusso continuo di messaggi diretti e indiretti, compreso ciò che Schultes, uno degli architetti della Cancelleria di Berlino, ha chiamato “spazialità suggestiva”[15].
Dal Rinascimento in poi gli edifici sono sempre più accompagnati da testi, spesso retorici: il “discorso della democrazia” è un’eccellente materia prima per una pubblicità architettonica più o meno ingannevole. Il Corbusier scrittore non fu meno prolifico del Corbusier architetto, tant’è che la professione indicata sulla sua carta d’identità era homme de lettres[16].
Chi è politicamente attivo nelle strade e nelle piazze forse non avrà degli striscioni, ma di sicuro avrà un telefono cellulare. Per questo oggi tutti gli spazi sono spazi multimediali. Continuiamo a immaginare internet in termini spaziali (“bolle informative”), e tendiamo anche a pensarla come qualcosa di separato dal “mondo reale” (anche se probabilmente nessuno è più così ingenuo da ritenerla “neutrale”). Internet non è “meno reale”, e la sua architettura può anzi essere molto più solida, se non implacabile, rispetto alla nostra esperienza degli spazi fisici. Dalle audience digitali possono emergere folle che vanno a occupare lo spazio fisico, e le persone sul campo decidono i propri spostamenti a seconda di come appariranno online.
Internet stravolge le divisioni convenzionali tra pubblico e privato: camminare tra la folla senza telefono cellulare, con il cappuccio abbassato o indossando una mascherina – dove è ancora consentito – per eludere i sistemi di riconoscimento è evidentemente più privato che starsene sdraiati sul proprio letto ed essere tracciati su internet (ed eventualmente sorvegliati dall’internet delle cose). I progetti per la democrazia devono coniugare fisico e virtuale.
6) Ciò che avviene nelle strade e nelle piazze è sincrono, anche se può seguire un rituale che si svolge nel tempo; pensiamo alla tradizionale marcia della sinistra francese da Place de la République a Place de la Nation a Parigi. Ciò che accade all’interno degli edifici dedicati alla politica segue invece una scansione rigida. Processi di questo tipo rendono probabile – senza alcuna garanzia! – che si arrivi a decisioni collettivamente vincolanti, vale a dire autorevoli.
Un luogo che produce autorità deve essere dignitoso, non glorificato. Quantomeno deve essere riconoscibile come qualcosa di speciale (a differenza degli edifici dell’Unione europea a Bruxelles). Può esser reso tale in molti modi diversi, ma senza mai dimenticare che lo scopo principale è essere al servizio delle funzioni democratiche, non illustrarle o semplicemente, come voleva Boullée, “eccitare in noi sentimenti analoghi alle funzioni cui gli edifici sono destinati”[17]. A tal fine possono essere utili elementi che ricordano che il popolo è là fuori – e che naturalmente ha pieno diritto a lamentarsi di come viene rappresentato e ad avere spazi adeguati in cui farlo.
Non esiste un unico modo corretto di costruire l’interno dei Parlamenti. Considerazioni diverse, tutte pienamente legittime e incentrate su aspetti differenti della democrazia, spingono in direzioni opposte: il desiderio di drammatizzare i conflitti – affinché i cittadini comprendano bene le alternative a loro disposizione – conduce a configurazioni diverse rispetto all’esigenza di negoziare in uno spazio protetto, fondata su una giustificabile limitazione dell’accesso e della visibilità. Quest’ultima, a sua volta, entra in tensione con una concezione della democrazia che attribuisce un ruolo centrale alla lotta contro la corruzione (come nel Palazzo Ducale di cui abbiamo già avuto modo di parlare).
La “trasparenza” è il concetto più sopravvalutato e frainteso quando si mettono in relazione architettura e democrazia. Tutti i tentativi di rendere pienamente trasparenti gli spazi finiscono semplicemente per indurre i politici a trovare nuovi luoghi per la segretezza. È preferibile individuare spazi legittimi per il riserbo, non diversamente dalle trattative che nell’antica stoà venivano ritenute il normale complemento di ciò che avveniva alla luce del sole sulla Pnice.
Ma anche al di là della prassi, sul piano teorico le concezioni della trasparenza intesa in senso convenzionale promettono alla democrazia molto più di quanto possano effettivamente realizzare. Un’interpretazione alternativa della trasparenza come interpenetrazione senza distruzione ha invece la sua utilità: i cittadini non possono vedere la politica nella sua interezza, men che meno la società. Possono però riuscire a tener d’occhio contemporaneamente elementi diversi e in parte sovrapposti e capire in che modo le varie parti si incastrino o meno fra loro.
La democrazia è sempre in divenire e spesso sotto assedio, ma solo un letteralismo insulso può pretendere che i suoi edifici restino incompiuti o addirittura che i cittadini “assaltino” regolarmente “la propria casa”. Gli edifici democratici possono suggerire al tempo stesso solidità e apertura, la certezza delle procedure e il contenuto sempre incerto della politica democratica che si svolge al loro interno. È questo che ha reso straordinariamente coerente il Parlamento di Kahn: un edificio di suprema dignità che all’interno lascia spazio all’inatteso e racchiude quella che Kahn chiamava una “società di stanze” in cui può attecchire una politica pluralista. Naturalmente non può garantire una politica di questo tipo. Sotto lo sguardo del “Sansad”, come lo chiamano spesso gli abitanti, il Bangladesh ha continuato a perdere democrazia. Probabilmente era ovvio fin dall’inizio, ma vale la pena dirlo esplicitamente: i problemi politici non hanno soluzioni architettoniche (mentre i problemi architettonici possono avere soluzioni politiche). L’edificio di Kahn non poteva davvero “portare la democrazia”. Ha però conservato la capacità di rappresentarla e di facilitarla.
7) Se la democrazia non è una sola cosa o una sola pratica, il suo significato non può essere condensato in un unico simbolo. John Quincy Adams aveva ragione nel sostenere che la democrazia è, per così dire, iconograficamente problematica. Ma questo non significa che sia necessariamente priva di strategie visive. È possibile, per esempio, evocare l’eroismo delle gesta democratiche del passato e al tempo stesso essere all’altezza dell’idea che i cittadini democratici devono pensare con la propria testa. Non è un caso che tutte le immagini della Rotonda della Perla del Bahrain siano state distrutte (e che la gente abbia continuato a sognare che la Rotonda fosse ancora lì e che fosse ancora possibile riunirsi in quel luogo).
La democrazia – in quanto politica del ripensamento – è incline a tornare sul suo programma iconografico, a rivederlo e a ricontestualizzarlo. Per questo è probabile che favorisca il contro-monumento o persino il monumento anti-monumentale, quello che allude alla rottura, al frammentario, all’aperto e all’incompiuto. L’osservazione dello storico francese Jules Michelet porta all’estremo questa intuizione: «Mentre l’Impero aveva le sue colonne e la Monarchia aveva il Louvre, la Rivoluzione ebbe come monumento […] solo e soltanto il vuoto».
Saranno sempre i cittadini a riempire di nuovo quel vuoto, a rimuovere ciò che c’è e a riempirlo ancora una volta.
[1] Questa idea riprende chiaramente il tema del Diciotto brumaio di Marx. Ringrazio Heinrich Geiselberger per avermela suggerita.
[2] Nell’Atene antica l’incertezza derivava dal meccanismo del sorteggio; nelle democrazie rappresentative basate sul suffragio universale l’incertezza è funzione di elezioni libere e corrette.
[3] Nelle democrazie anche le procedure possono diventare oggetto di conflitto ed essere cambiate nel tempo. Il punto è che non dovrebbero essere modificate per favorire una persona o un partito. I principi che stanno alla base delle procedure – libertà ed eguaglianza – sono soggetti a continue reinterpretazioni.
[4] Alan Balfour, Creating a Scottish Parliament, Finlay Brown, Edimburgo 2005, p. 30. Enric Miralles scrisse su uno dei suoi disegni: «Immagino che un edificio parlamentare / debba essere organico come un campus universitario. / Un tipo speciale di conoscenza / produce / il bisogno del Parlamento di avere differenti / luoghi in cui pensare, / parlare, / camminare» (ivi, p. 41).
[5] Qui si fa ancora una volta uso della distinzione elaborata da Christoph Möllers.
[6] Anna Feigenbaum, Fabian Frenzel e Patrick McCurdy, Protest Camps, ZedBooks, Londra 2013, p. 4.
[7] Come ha scritto Jacques Rancière in Occupation: «Protestare nelle strade di una città implica sempre l’uso di uno spazio destinato alla circolazione come metafora dello “spazio pubblico” della cittadinanza. Nelle proteste normali, tuttavia, questo uso metaforico è associato all’idea di movimento. I manifestanti scendono in strada e la percorrono per rendere visibili le loro rivendicazioni e incarnare la dinamica della protesta. Si tratta di una deviazione dall’uso normale delle strade, che tuttavia rimane conforme a tale uso ordinario (il movimento), e che quindi rimane fedele a una certa distribuzione dei ruoli e dei luoghi, contrapponendo i camminatori che fanno circolare le loro richieste alle autorità sedute a cui tali richieste sono rivolte». Si veda Occupation: Jacques Rancière, politicalconcepts.org, 25 dicembre 2016.
[8] Anna Feigenbaum, Fabian Frenzel e Patrick McCurdy, Protest Camps, op. cit., p. 5.
[9] L.A. Kauffman, How to Read a Protest. The Art of Organizing and Resistance, University of California Press, Berkeley 2018. La marcia fu di fatto coordinata fin nei minimi dettagli con l’amministrazione Kennedy, e relegò in secondo piano le donne leader del movimento per i diritti civili.
[10] Vale la pena tornare all’osservazione di Hobsbawm: si possono fare molti gesti, ma alla fine o è sesso o non lo è. Si veda: Interesting Times, Pantheon, New York 2002, p. 73 (ed. it. Anni interessanti. Autobiografia di uno storico, Rizzoli, Milano 2002, p. 90).
[11] Rainier de Graaf ha detto: «Lo spazio pubblico – e sfido chiunque a trovare una definizione migliore – è lo spazio accessibile a tutti, soggetto unicamente alla legge. L’implicazione immediata di questa definizione è che lo spazio pubblico è un prodotto della legge, non dell’architettura o della pianificazione urbana. Lo spazio pubblico – anche quello ben riuscito – non ha nulla a che fare con nessuna delle due». E conclude: «in quanto
prodotto della legge, il vero spazio pubblico ha consentito la creazione di un’arena in cui opporsi alla legge stessa». Si veda Rainier de Graaf, Four Walls and a Roof, Harvard University Press, Cambridge 2017, pp. 119 e 121.
[12] Come ha detto Michael Walzer, «l’apertura mentale richiede un sostegno pubblico». Si veda il suo Public Space. Pleasures and Costs of Urbanity, «Dissent», vol. 33 (1986). cit., p. 474.
[13] Gustav Radbruch considerava il Volk una «volta gotica, nella quale le masse si sostengono a vicenda proprio opponendosi l’una all’altra»: Gustav Radbruch, Parteienstaat und Volksgemeinschaft, in Arthur Kaufmann (a cura di), Gustav Radbruch Gesamtausgabe, Politische Schriften aus der Weimarer Zeit, vol. 12, C.F. Müller Verlag, Heidelberg 1993, pp. 94-99, in particolare p. 99.
[14] Platone, Leggi, 708d.
[15] Axel Schultes, The New Chancellory, «The Journal of Architecture», 1997, pp. 269-282, in particolare p. 272. Come osserva Beatriz Colomina, «l’architettura non è semplicemente una piattaforma che accoglie il soggetto che guarda. È un meccanismo di visione che produce il soggetto. Precede e inquadra chi la occupa».
[16] Niklas Maak, Der Architekt am Strand. Le Corbusier und das Geheimnis der Seeschnecke, Hanser, Monaco 2010, p. 120.
[17] Come sostenuto a più riprese in questo libro, gli edifici che raffigurano una funzione ma non la svolgono è come se mentissero.