“Il lavoro del futuro” di Luca De Biase

Luca De Biase

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Verso un’economia della conoscenza

Un ragazzo che entra a scuola nel 2019 uscirà dalle scuole secondarie nel 2032. Considerati i profondi cambiamenti degli ultimi quindici anni, non possiamo che guardare con incertezza a quella data. Serve però, sostiene De Biase, costruire una visione prospettica per tentare di interpretare le trasformazioni che stiamo vivendo; anche perché, scrive il giornalista, la mancanza di una narrazione chiara e semplice ha delle conseguenze, inevitabilmente negative sul lungo periodo.

La scomparsa o il radicale mutamento di alcune professioni è un fenomeno storico che sicuramente non nasce con la recente rivoluzione tecnologica e digitale. Per fare un esempio non troppo lontano, nei vent’anni del miracolo economico, in Italia, gli occupati nell’agricoltura sono passati dal 60% al 10%; quei posti perduti venivano però presto sostituiti da quelli creati dall’industria – e anche, in misura minore ma crescente nel tempo, dai servizi – secondo una logica prevedibile che portava il contadino dai campi alla città. Oggi invece come possiamo immaginare il passaggio verso l’economia della conoscenza?

De Biase riporta i risultati di alcuni degli studi più rilevanti sul futuro dell’occupazione. L’Ocse, grazie ad un lavoro di Stefano Scarpetta e del suo team, mostra come la scomparsa dei posti di lavoro potrebbe raggiungere il 14% degli impieghi attuali, mentre numerose mansioni esisteranno ancora ma con un volto profondamente diverso: «In altre parole, almeno il 30 per cento dei lavori svolti da queste persone saranno probabilmente affidati all’automazione, oppure subiranno cambiamenti radicali in seguito all’organizzazione digitale del lavoro» (p.4). Interessante è anche il rapporto Tomorrow’s Jobs di Microsoft[1], secondo il quale il 65% degli studenti di oggi farà lavori che ancora non esistono.

Il primo problema che emerge è la sempre più marcata discrasia tra la domanda di lavoro delle aziende e l’offerta. Sono numerose le professioni sviluppatesi negli ultimi anni e altamente richieste nel mondo del lavoro: community manager, web analyst, web designer, cloud architect, app developer, social care expert, cyber security expert, social media analyst, data scientist, digital PR, solo per elencarne alcune. Secondo Unioncamere, nel 2016 il 33 per cento delle imprese ha avuto difficoltà nel reperire lavoratori preparati, a riprova del fatto che gli studenti di oggi (in questo caso di ieri) non sono pronti per i lavori del domani (in questo caso di oggi). La struttura commerciale di un’azienda è radicalmente cambiata, scrive De Biase riportando la testimonianza di Raffaele Vitale di EY, dal momento che consumatori e clienti si informano online portando così la figura del venditore a diramarsi in una pluralità di funzioni; inoltre, l’attività strategica dell’azienda si focalizza sempre di più sull’analisi dei dati, vero e proprio campo professionale delle nuove figure di data scientist, customer experience designer, customer manager, bot developer e ovviamente dei responsabili SEO e social media.

Secondo l’Ocse, la distanza tra domanda e offerta di lavoro è soprattutto culturale: come scrive Vincenzo Spiezia «le tecnologie digitali colpiscono l’occupazione in tempi brevi ma fanno emergere nuove opportunità di lavoro lentamente. Serve tempo, perché occorre creare nuovi mercati, trasferire risorse da un settore all’altro, sviluppare know-how[2]». Il punto cruciale, in un contesto come questo, è la continua ricerca: come abbiamo visto, alcuni lavori scompaiono ma se ne vengono a creare altri, mentre molti mestieri si limitano a cambiare volto. Non è la tecnologia che porta via il lavoro, sottolinea il giornalista, ma la mancanza di innovazione tecnologica – anche se, a parere di chi scrive, questo discorso tende a minimizzare la questione dell’effettiva scomparsa di lavori manuali e poco qualificati: non tutti i lavoratori possono permettersi le competenze richieste dall’innovazione tecnologica.

Innovazione, ricerca, formazione e istruzione: su questi campi verrà giocata la partita sul lavoro del futuro. Non sono solo le competenze informatiche e le materie più strettamente scientifiche a risultare necessarie per le prossime generazioni, ma anche e soprattutto le cosiddette social skills, le capacità cognitive e le “process skills”: come scrive l’Ocse, saranno fondamentali la capacità di persuasione, l’intelligenza emotiva, l’abilità nell’insegnamento, la creatività, il ragionamento critico, la capacità di ascolto e critical thinking. Più sinteticamente, autonomia, pensiero critico e problem-solving dovranno accompagnare le abilità più squisitamente tecniche e informatiche.

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[1] Future Proof Yourself. Tomorrow’s Jobs, Microsoft, The Future Laboratory.

[2] Vincenzo Spiezia, Jobs and Skills in the Digital Economy, in “OECD Observer”, marzo 2017. La citazione è riportata a pagina 44.


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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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