Le imprese di comunità in Italia viste dal rapporto EURICSE
- 24 Maggio 2020

Le imprese di comunità in Italia viste dal rapporto EURICSE

Scritto da Daniele Vico

9 minuti di lettura

Pochi giorni fa è stato pubblicato da EURICSE il rapporto di ricerca intitolato “Imprese di comunità e beni comuni, un fenomeno in evoluzione”[1], risultato della ricerca condotta da Cristina Burini e Jacopo Sforzi. EURICSE è un centro europeo di ricerca, con base a Trento, che si occupa di economia sociale, con particolare attenzione alle organizzazioni cooperative, alle imprese sociali e a tutte le forme organizzative ad esse collegate. Da più di dieci anni, l’istituto ha portato avanti vari progetti di ricerca sullo studio del recente fenomeno delle cosiddette “imprese di comunità”, una nuova forma di organizzazione economica comunitaria che si sta diffondendo nella Penisola in maniera rilevante, tanto da attirare anche l’attenzione del Ministero dello Sviluppo Economico che nel 2016 ha commissionato la realizzazione di uno studio di fattibilità sullo sviluppo di tali organizzazioni[2]. Il rapporto è diviso in due parti principali che riflettono la metodologia con cui è stata strutturata la ricerca. La prima parte presenta i risultati del database delle imprese di comunità in Italia costruito da EURICSE (unico database del fenomeno esistente al momento) – che ha individuato 109 imprese di comunità presenti sul territorio nazionale a dicembre 2019 – e i risultati del questionario online sottoposto alle imprese individuate con l’obiettivo di descriverne quantitativamente le caratteristiche territoriali, giuridiche, economiche e sociali. La seconda parte invece offre una corposa e approfondita analisi qualitativa di 8 studi di caso (7 imprese e 1 network di imprese) concentrati in tre regioni particolarmente rilevanti per l’analisi del fenomeno, ovvero Abruzzo, Toscana e Campania. L’analisi qualitativa, basata su interviste semi-strutturate di profondità a presidenti o soci delle imprese di comunità, si dimostra utile per comprendere meglio queste iniziative complesse e territorialmente molto radicate e diverse tra loro. In chiusura, Burini e Sforzi offrono alcune importanti riflessioni sul ruolo presente e potenziale delle imprese di comunità nella gestione dei beni comuni e alcune considerazioni sulle opportunità da esse offerte per lo sviluppo locale e sugli ostacoli alla loro diffusione e istituzionalizzazione.

 

Che cosa sono le imprese di comunità?

Riassumendo la definizione di EURICSE, le imprese di comunità sono imprese che producono beni e/o servizi, a volte anche di interesse pubblico, che hanno carattere cooperativo e che “si caratterizzano per il loro forte radicamento all’interno della propria comunità con l’obiettivo […] di migliorarne le condizioni di vita e rispondere ai bisogni dei soggetti che la compongono”[3]. Inoltre, sono imprese che tendono ad adottare un modello di gestione inclusivo, orientato cioè a garantire a tutti i membri della comunità un accesso libero e non discriminatorio ai beni e servizi prodotti e alla stessa base sociale dell’impresa. Secondo questa definizione, le imprese di comunità rientrano perfettamente nella concettualizzazione di impresa sociale emersa dal dibattito europeo (si veda, tra gli altri, la definizione di EMES[4]), intesa come insieme di caratteristiche e dinamiche imprenditoriali orientate all’interesse generale applicabili a diverse organizzazioni, piuttosto che come nuova tipologia di organizzazione economico-sociale. La novità delle imprese di comunità, però, risiede soprattutto nella modalità con cui esse perseguono e producono il cosiddetto “beneficio comunitario”, ovvero la realizzazione di attività orientate a rispondere alle esigenze di un determinato territorio. Risulta evidente, nell’analisi di EURICSE, come il concetto di comunità abbia una connotazione fortemente territoriale, differenziandosi dal concetto di “interesse generale” genericamente inteso per descrivere fenomeni di imprenditorialità sociale molto radicati ai luoghi in cui si sviluppano.

Le 109 imprese di comunità mappate dal report sono distribuite quasi equamente tra nord (27%), centro (36%) e sud della Penisola (37%) e sono cresciute vistosamente in numero negli ultimi due anni (erano 48 nel 2017), anche grazie a importanti finanziamenti privati e pubblici, specialmente in alcune regioni. Possono nascere su impulso esclusivo di soggetti privati (maggioranza dei casi analizzati) oppure su iniziativa e/o con il supporto di enti pubblici, solitamente locali o regionali. Il settore economico prevalente in cui operano le imprese di comunità è il turismo (41% del totale), seguito da agricoltura (21%), servizi alla persona (14%) e cultura (10%).

 

Imprese di comunità come motore di sviluppo per le aree marginali 

Il report non mostra esplicitamente le differenze di distribuzione delle imprese comunitarie tra contesti fortemente urbanizzati e aree rurali, ma lascia intendere a più riprese come spesso esse si siano sviluppate in aree interne o marginali, dato riflesso anche dall’analisi delle motivazioni della costituzione delle singole imprese: nella maggioranza dei casi analizzati, infatti, le motivazioni indicate sono l’offerta di servizi mancanti sul territorio, la risposta a bisogni specifici (per esempio disoccupazione o esclusione sociale), la ricostruzione o il rafforzamento del tessuto sociale e il contrasto allo spopolamento. Criteri, questi, costitutivi delle aree interne definite per esempio dalla “Strategia Nazionale per le Aree Interne” promossa nel 2013 dall’allora Ministro della Coesione Territoriale Fabrizio Barca. Il tema della potenzialità delle imprese di comunità per rivitalizzare le aree marginali è uno dei risultati più importanti dell’analisi di Burini e Sforzi, già al centro di alcuni importanti interventi pubblici (Regione Toscana) e privati (Confcooperative e Legacoop tra gli altri) che hanno raddoppiato le imprese di comunità negli ultimi due anni. Tra le buone pratiche descritte nello studio troviamo, ad esempio, la cooperativa di comunità “Tralci di Vite” di Chianche (Avellino) e la cooperativa “La Montagna Cortonese” in provincia di Arezzo. “Tralci di Vite” nasce dall’esperienza del progetto SPRAR attivato a Chianche, piccolo borgo abitato da meno di 500 persone. Le attività dello SPRAR hanno contribuito a creare un legame positivo tra le persone del luogo, i giovani responsabili del progetto (provenienti da altre zone d’Italia) e i migranti, da cui è nata l’idea di creare una cooperativa finalizzata alla solidarietà sociale e all’integrazione perseguite attraverso la cooperazione tra migranti e cittadini del luogo. Le attività della cooperativa spaziano dalla manutenzione e pulizia degli spazi verdi alle attività agricole in ambito vinicolo, attraverso le quali si crea lavoro e si valorizzano il patrimonio locale e le tecniche tradizionali, insegnate ai migranti dagli anziani della zona durante veri e propri percorsi di formazione professionale. Un successo della cooperativa è la riapertura del market di comunità, unico servizio commerciale del paese, tornando a offrire un servizio essenziale alla popolazione locale e generando occupazione. “La montagna Cortonese”, invece, è una cooperativa attiva nell’ambito del turismo, nata nel 2019 nell’area montana dell’aretino, che si propone di frenare lo spopolamento dei piccoli borghi montani creando una serie di servizi turistici che valorizzino i percorsi, i prodotti e le strutture locali, attraverso la riqualificazione dei sentieri, la realizzazione di attività promozionali, la creazione di una piattaforma online per mettere in rete gli agriturismi e la redazione di un brand che valorizzi i prodotti tipici. Ulteriore elemento di creazione di opportunità economiche sul territorio e la realizzazione di un “farm lab”, ovvero un incubatore di start up e progetti in ambito agricolo, energetico e di servizi aziendali condivisi.

Le buone pratiche di impresa descritte dal report di EURICSE sono molto importanti perché esprimono al contempo sia l’urgenza di agire per migliorare le condizioni di vita delle comunità che abitano le aree marginali e interne, sia la capacità delle comunità locali di attivarsi per essere protagoniste del proprio sviluppo, attraverso “gruppi promotori” formati da innovatori locali e, come dimostra il caso di “Tralci di Vite”, anche grazie al supporto di outsider come i richiedenti asilo e i migranti interni “di ritorno”, capaci di individuare e valorizzare le risorse nascoste del territorio. È importante ricordare che le aree interne nel nostro Paese comprendono più del 50% dei comuni (estendendosi per più di metà del territorio nazionale) e che, come ha spiegato efficacemente il geografo della London School of Economics Andrés Rodríguez-Pose nella sua analisi dei “places that don’t matter”[5], il malessere che si genera in questi luoghi che si sentono abbandonati da strategie di sviluppo basate sulle modelli economici urbano-centrici di agglomerazione e competizione ha importanti ricadute sull’intero sistema politico e sociale. L’analisi delle imprese di comunità offre dunque un importante argomento in favore dello promozione di strategie politiche che, per riprendere nuovamente Fabrizio Barca, siano “place-based”[6], ovvero che rimettano al centro l’attenzione per i territori e le comunità che vi si trovano, stimolando e valorizzando progetti di sviluppo locale co-disegnati da e per le comunità stesse.

 

L’importanza del modello di governance e la questione della forma giuridica

Accanto al perseguimento del beneficio comunitario, il secondo fattore dirimente per identificare un’impresa di comunità è il tentativo di perseguire tale beneficio attraverso una governance inclusiva, ovvero coinvolgendo la popolazione locale nei meccanismi decisionali dell’impresa, garantendo l’accesso senza discriminazioni e ostacoli a tutte le prerogative esercitate dai membri (principio della “porta aperta”). La scelta di modelli di governance adatti, e dunque della migliore forma giuridica per l’impresa, ha forti conseguenze sull’accessibilità alla base sociale e la partecipazione attiva della comunità. La ricerca evidenzia che le imprese studiate hanno scelto in maniera maggioritaria la forma giuridica della cooperativa, in particolare nelle sue declinazioni di “cooperativa di produzione e lavoro” (quasi metà del totale), “altra cooperativa” e “cooperativa sociale” (di entrambi i tipi, A e B). Questa scelta è dettata dalla necessità di adattamento delle imprese di comunità alle forme giuridiche esistenti, in mancanza di un quadro giuridico nazionale unitario per le imprese di comunità. Se da un lato i risultati dimostrano il potenziale per una “nuova vita” della forma cooperativa in chiave di perseguimento dell’interesse comunitario, dall’altro evidenziano il rischio che si limiti, a causa di vincoli giuridici, sia l’inclusività della governance che il perseguimento del beneficio comunitario. Per esempio, le cooperative di produzione e lavoro hanno delle limitazioni relative alla tipologia di soci ammessa; le cooperative sociali di tipo A hanno dei vincoli sugli ambiti di intervento, mentre quelle di tipo B sono obbligate ad assumere una quota minima piuttosto consistente di lavoratori svantaggiati, cosa non sempre realistica in alcuni territori. Inoltre, emerge in alcuni casi la difficoltà di creare una governance multistakeholder che coinvolga le molteplici categorie di portatori di interessi; di conseguenza alcune imprese tendono ad attivare strumenti di coinvolgimento esterni all’impresa, siano essi informali o formalizzati. Quest’ultimo è il caso della “Edicola 518” di Perugia, impresa nata dall’associazione culturale “Emergenze” che ha rilevato un’edicola in disuso nel pieno centro del capoluogo umbro con l’obiettivo di unire la vendita di riviste indipendenti con la diffusione culturale a tutto tondo e l’animazione culturale del quartiere. “Edicola 518” nasce come impresa sociale composta da soli 4 soci, ma ha mantenuto l’associazione culturale come strumento partecipativo capace di raccogliere tutte le persone che orbitano intorno all’Edicola e ai suoi progetti.

Il tema della mancanza di un quadro normativo è centrale nel rapporto, che sottolinea come 12 regioni hanno già legiferato in modo autonomo a riguardo influenzando, insieme ad altri fattori, la diffusione stessa delle imprese di comunità (ad esempio in Toscana e Abruzzo). Sorge spontaneo chiedersi come sia possibile sviluppare un quadro giuridico appropriato per inquadrare questa tipologia di impresa cercando comunque di tenere in considerazione le differenze territoriali in cui queste imprese sono radicate e che ne costituiscono la forza e la peculiarità. Il rapporto non si sbilancia a riguardo, se non per sottolineare i limiti giuridici rilevati in determinati casi, ma EURICSE si era già espressa sul tema, in altre occasioni, proponendo la modifica della legge sull’impresa sociale per accogliere le imprese di comunità, che a tutti gli effetti potrebbero essere individuate come un tipo specifico di impresa sociale[7].

 

Prospettive future tra COVID-19 e ripartenza socioeconomica: verso un welfare di comunità

Come evidenziato da Jacopo Sforzi nella conferenza di presentazione del rapporto, in termini di performance economica le imprese di comunità più performanti e autonome sono quelle operanti nei settori del turismo e dell’agricoltura, perché fanno leva su risorse immediatamente disponibili e perché i loro prodotti/servizi hanno generalmente più mercato, mentre quelle che perseguono attività di pubblica utilità, come nell’ambito dei servizi alla persona, fanno più fatica a trovare un equilibrio di sostenibilità finanziaria. Ciononostante, è proprio questo l’ambito in cui, durante l’emergenza sanitaria, gli enti del terzo settore sono stati sottoposti a maggiore stress, contribuendo con grande sforzo al mantenimento delle reti essenziali per evitare il collasso sociale durante le fasi più gravi dell’emergenza. Le difficoltà delle imprese di comunità operanti nel settore dei servizi di pubblica utilità, così come il loro ruolo durante l’emergenza sanitaria, offrono uno spunto importante per ragionare sul rapporto tra queste imprese e gli enti pubblici, in particolare locali, tema che è infatti un altro asse cruciale della ricerca. Nonostante la positiva presenza del pubblico nella fase di istituzione di una discreta maggioranza delle imprese, gli autori sottolineano come in molti casi manchi, o si deteriori con il tempo, l’interlocuzione con gli enti locali. Questo evidenzia una tendenza generale del contesto italiano, che porta spesso il settore pubblico a considerare implicitamente gli enti del terzo settore come “ancillari”, organizzazioni utili per intervenire dove lo stato e il mercato falliscono ma superflue qualora tutto funzioni, e pertanto spesso poco considerate in fase di progettazione e pianificazione politica. Invece, le imprese di comunità dimostrano che le organizzazioni dell’economia sociale hanno un potenziale importante per lo sviluppo locale e per la fornitura di welfare e servizi essenziali e, anzi, a volte possono essere più efficienti e efficaci dello Stato, grazie alla loro vicinanza con i territori di destinazione e alla capacità di sfruttare capitali di diversa origine e forma (pubblici, privati, volontariato e asset territoriali non finanziari). Del resto, la posizione di EURICSE è chiara sull’argomento: come ha sottolineato il segretario generale Gianluca Salvatori in una recente intervista per Pandora[8], il rapporto tra pubblico e terzo settore andrebbe ripensato dalle fondamenta, superando il paradigma stato-centrico e la visione dicotomica tra Stato e Mercato, per ridisegnare il welfare nazionale creando modelli di welfare di comunità, opposti alle tendenze di accentramento e aziendalistiche che rischiano di mettere in secondo piano la loro funzione universalistica dei servizi e la loro capacità di copertura territoriale, in particolare nei momenti di crisi (si veda, ad esempio, la differenza tra il sistema sanitario veneto e quello lombardo nella gestione dell’emergenza covid-19[9]). Al contrario, il welfare di comunità deve mettere al centro la persona e i territori, e il ruolo delle imprese di comunità, con il loro radicamento territoriale e la loro missione sociale, può essere centrale, se adeguatamente supportato e riconosciuto dall’ente pubblico in collaborazione più paritaria.


[1] Imprese di comunità e beni comuni. Un fenomeno in evoluzione, Euricse Research Reports, n. 18|2020, Cristina Burini e Jacopo Sforzi, Trento: Euricse, disponibile qui

[2] https://www.mise.gov.it/

[3] Rapporto, p. 7

[4] J. Defourny e M. Nyssens (2008), WP: Social enterprise in Europe: recent trends and developments (No. 08/01). EMES

[5] A. Rodríguez-Pose (2018). The revenge of the places that don’t matter (and what to do about it), «Cambridge Journal of Regions, Economy and Society», 11(1), 189–209.

[6] F. Barca, P. McCann e A. Rodrìguez-Pose, (2012). The case for regional development intervention: place-based versus place-neutral approaches, «Journal of regional science», 52(1), 134-152

[7] Carlo Borzaga e Jacopo Sforzi, Imprese di comunità, serve davvero una nuova legge?, «VITA», 18 luglio 2019.

[8] Andrea Baldazzini e Daniele Vico, L’economia sociale di fronte alla crisi. Intervista a Gianluca Salvatori, «Pandora Rivista», 29 aprile 2020.

[9] Elvis Zoppolato, Il “modello veneto” ha funzionato nonostante Zaia, non grazie a lui, «Left», 13 maggio 2020.

Scritto da
Daniele Vico

Laureando in Cooperazione per lo Sviluppo presso l’Università di Torino con tesi su economia sociale e sviluppo sostenibile, ha studiato tra Torino, Gorizia/Trieste e Maastricht. Diviso tra attivismo e ricerca, si interessa di disuguaglianze, ambiente e economia sociale e solidale. Attualmente collabora con S-NODI (ente per l’innovazione e l’economia sociale nato su impulso di Caritas Italia) e con l’iniziativa sociale “Il Gusto del Mondo”.

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