Le piattaforme digitali influenzano le interazioni sociali? Intervista a Walter Quattrociocchi
- 19 Aprile 2024

Le piattaforme digitali influenzano le interazioni sociali? Intervista a Walter Quattrociocchi

Scritto da Daniele Molteni

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L’avvento delle piattaforme digitali ha fornito strumenti senza precedenti per la comunicazione e l’interazione, cambiando le modalità di diffusione delle informazioni e con esse il dibattito pubblico, diventato sempre più veloce e frammentato. Insieme alle enormi opportunità offerte dai social network sono emersi però anche fenomeni significativi dai contorni preoccupanti, come la diffusione di contenuti tossici e la circolazione di fake news. Ma le piattaforme e gli algoritmi hanno la capacità di influenzare le interazioni sociali degli esseri umani? In questa intervista a Walter Quattrociocchi – Professore ordinario di informatica all’Università “la Sapienza” di Roma e fondatore del Center of Data Science and Complexity for Society – abbiamo approfondito l’impatto delle piattaforme sulle dinamiche sociali, la relazione tra tossicità, polarizzazione e coinvolgimento degli utenti e le prospettive future della ricerca, incluso il ruolo delle piattaforme nel plasmare il dibattito pubblico e la possibile transizione dalle echo-chamber alle echo-platform.

Walter Quattrociocchi

In un paper recentemente pubblicato su Nature con il titolo Persistent interaction patterns across social media platforms and over time insieme ad altri ricercatori ha indagato la presenza nel corso degli ultimi tre decenni di pattern consistenti nelle conversazioni tossiche, all’interno di otto piattaforme diverse, per un totale di circa cinquecento milioni di commenti analizzati, per capire l’impatto degli algoritmi sulle dinamiche sociali. Quale metodologia avete utilizzato? Come avete scelto le piattaforme e perché un arco temporale tanto ampio?

Walter Quattrociocchi: Vorrei spiegare innanzitutto il contesto che ha preceduto la pubblicazione in questione. Da dieci anni lavoriamo su dinamiche sociali online studiando numerosi fenomeni come le echo-chamber e il confirmation bias, che sono concetti ormai molto noti non solo per gli addetti ai lavori. A giugno/luglio 2023 sono stati pubblicati quattro contributi frutto di una collaborazione tra diverse università e Meta, dopo che quest’ultima ha rilasciato un accesso privilegiato ai dati, decidendo arbitrariamente le persone con cui li avrebbe condivisi. Da queste ricerche è stata confermata la presenza di confirmation bias, polarizzazione ed echo-chamber. Così ho pensato: se esaminiamo una sola piattaforma ed emergono gli stessi risultati, probabilmente stiamo analizzando il fenomeno in modo sbagliato. Se vogliamo capire l’impatto dell’algoritmo sulle dinamiche sociali, utilizzare come indicatori il like, lo share e il commento rappresenta un grosso limite, perché queste interazioni avvengono dopo l’azione dell’algoritmo e a quel punto la distinzione tra algoritmo e comportamento umano diventa impossibile perché si è già verificato l’accoppiamento tra contenuto e utente che fa emergere i macro-effetti di polarizzazione e confirmation bias. Se vogliamo caratterizzare il comportamento umano dobbiamo cambiare approccio e da qui nasce l’idea dell’analisi comparativa per provare a individuare ciò che rimane invariante, che è probabilmente umano, e quello che diverge, che è probabilmente specifico della piattaforma. Questo assunto sembra abbia funzionato bene perché all’interno della comunità scientifica è stato estremamente apprezzato. Invece di ragionare su una singola piattaforma in una determinata circostanza, con la comparazione diventa possibile svolgere un’analisi ad ampio spettro su varie piattaforme e su tanti argomenti in epoche diverse – per vedere anche la variazione della norma sociale – e così capire cosa è rimasto invariato.

 

Quale definizione di “tossicità” avete adottato e con quali criteri avete misurato la tossicità degli utenti e dei thread?

Walter Quattrociocchi: Utilizzando lo strumento di machine learning Perspective API di Google abbiamo fatto riferimento alla sua definizione di commento tossico che è quella di un commento poco rispettoso capace di interrompere l’interazione dell’utente in una conversazione. Perspective API viene addestrato su miliardi di commenti chiedendo alle persone che li classificano se sono violenti e poco rispettosi al punto da fare interrompere la conversazione, con un punteggio da 0 a 10 che calcola per quante persone quel commento sarebbe in grado effettivamente di dissuaderli dal prendere parte alla conversazione o di portarli a interromperla. Abbiamo svolto per completezza anche una comparazione con altri due strumenti per confrontare i risultati: uno proprio del tema dell’hate speech e un altro, Detoxify, anch’esso uno strumento di machine learning open source. Le performance sono praticamente identiche perché su larga scala non ci sono variazioni a seconda delle definizioni adottate.

 

Rispetto al coinvolgimento degli utenti, all’evoluzione delle discussioni e alla frequenza degli scambi, che tipo di relazione causale avete trovato con la tossicità e la polarizzazione delle opinioni? Quali scoperte interessanti avete fatto?

Walter Quattrociocchi: Per quanto riguarda le differenze nel corso degli anni e tra le piattaforme troviamo che è quasi tutto invariante e non ci sono stati cambiamenti significativi nelle dinamiche sociali. Questo significa che l’impatto delle piattaforme sull’interazione online e sul livello di tossicità è ampiamente sopravvalutato. Un secondo risultato è stato piuttosto impressionante e ha interessato anche l’Unione Europea, con cui ho dialogato recentemente, perché quest’ultima parte dall’assunto che la tossicità sia un deterrente per continuare la conversazione, così come afferma anche la definizione di Perspective API di Google che abbiamo utilizzato per classificare i commenti tossici. In realtà quello che vediamo è che non è vero, perché questo assunto non trova alcuna corrispondenza nei dati. Troviamo invece che più aumenta la lunghezza della conversazione più la probabilità della tossicità aumenta, ma la tossicità non avviene necessariamente alla fine della conversazione e quindi non contribuisce necessariamente a farla terminare. La tossicità è parte integrante della conversazione, che continua anche dopo che si manifestano commenti tossici. Questo significa che le dinamiche sociali online sono molto resilienti alla tossicità e lo sono costantemente nel corso dei trentaquattro anni che abbiamo considerato.

 

In base a questi risultati quanto possiamo dire che le dinamiche polarizzanti e tossiche siano determinate da componenti intrinseche al comportamento umano e quanto, invece, dalle caratteristiche delle piattaforme, come lo specifico algoritmo o la presenza di una moderazione?

Walter Quattrociocchi: Da quello che vediamo nella nostra ricerca le piattaforme c’entrano poco con il manifestarsi di questi fenomeni, nel senso che la probabilità di tossicità ha una forte correlazione con la polarizzazione, che è misurata come uno spettro delle posizioni delle persone che partecipano alla discussione. Quindi se un utente di estrema sinistra e uno di estrema destra entrano nella stessa discussione c’è una buona correlazione con la degenerazione in tossicità, che non significa però che ci sia causalità ma semplicemente che questi due elementi sono correlati. La presenza di due persone che la pensano in modo diverso spinge all’hate speech, o viceversa l’hate speech porta a far apparire all’interno della conversazione persone con visioni contrastanti. Ma questo dipende poco dalle piattaforme e tanto dalle posizioni degli utenti.

 

A proposito di echo-chamber, secondo lei le piattaforme contribuiscono al formarsi di queste camere dell’eco più di quanto accade nell’interazione reale? Oppure esistono altri fattori, come quelli che menzionava poco fa, tra cui le caratteristiche degli utenti o il tema discusso, che influiscono più dell’algoritmo e della piattaforma in sé?

Walter Quattrociocchi: Le echo-chamber hanno una spiegazione e un’eziologia particolare e sono un effetto emergente della maggior disponibilità di contenuto. L’enorme quantità di contenuti a disposizione fa sì che un utente cerchi online quello che preferisce e questo lo vediamo scientificamente ormai da diversi anni, perché il troppo contenuto porta a adottare un criterio di selezione per familiarità, fondamentalmente di cernita e di ricerca di contenuti affini. In quel contesto si arriva a incontrare online, virtualmente, persone che sono lì per gli stessi motivi e che hanno trovato quel contenuto affine alla loro sensibilità. Si forma così un’affinità elettiva che sancisce un’interazione online più proficua rispetto a quella che avverrebbe con altre persone, per una questione di omofilia che porta all’emergere delle echo-chamber. Le echo-chamber portano a loro volta alla polarizzazione, perché quei gruppi che strutturano una narrativa condivisa entrano in conflitto con quelli che presentano una narrativa diversa. Funziona un po’ come un filtro rispetto al mondo e infatti se vogliamo prevedere dove andrà a virare un contenuto dovremo prima capire dove si è visto un contenuto simile. Lo avevamo già notato nel 2015 nella nostra ricerca dal titolo Emotional Dynamics in the Age of Misinformation, che afferma che all’interno di queste echo-chamber la tendenza alla tossicità aumenta e l’hate speech è più probabile, perché si innesca quella che viene chiamata la legge della polarizzazione dei gruppi, come definita da Cass Sunstein. Questa ipotesi, che abbiamo verificato empiricamente, sostiene che se una persona con visioni estremiste si muove in un contesto abbastanza tranquillo avrà interazioni moderate, ma se invece sempre in un ambiente tranquillo abbiamo due persone con le stesse visioni estremiste, queste si daranno manforte e saranno estremamente forti e violente nell’esposizione del loro credo condiviso.

 

Quali altri aspetti potranno essere indagati in futuro su questo filone di studio e con questo tipo di metodologia, a partire da questi risultati e da quello che è stato finora il vostro lavoro di ricerca all’interno del Center of Data Science and Complexity?

Walter Quattrociocchi: Al momento stiamo esplorando una serie di domande aperte che erano state approcciate in maniera qualitativa e umanistica per provare a dare una risposta più puntuale. Stiamo studiando le dinamiche di creazione dell’agenda setting online ma ci vorrà ancora del tempo prima di svolgere un assessment. Un altro lavoro che stiamo seguendo riguarda lo studio degli effetti delle policy di moderazione per identificare come si comportano gli utenti che si sentono discriminati nel caso di policy delle piattaforme troppo stringenti, considerata l’esistenza delle echo-chamber. Quello che succede è che queste persone migrano su altre piattaforme e, di conseguenza, l’ipotesi è che si stia passando dalle echo-chamber alle echo-platform, cioè un contesto in cui ogni piattaforma ha la sua narrativa e raccoglie una determinata segmentazione di utenti. La scoperta di questo fenomeno è importante perché ridefinisce il mercato della viralità online in un ritorno a una forma di marketing come quello televisivo, dove ogni piattaforma ha una sua platea di pubblico di riferimento che si costruisce, si innesta e cresce con determinati interessi. Stiamo assistendo a una stratificazione nel mercato delle piattaforme social e questo significa che per costruire una campagna virale su determinati argomenti servirà toccare i punti sensibili per quella fascia, che è l’equivalente di decidere in quale fascia oraria televisiva trasmettere una pubblicità. Studiando le dinamiche di viralità online stiamo anche vedendo come queste siano completamente randomiche e che non dipendono dal numero di follower ma dal contenuto, che è un altro risultato che potrebbe essere abbastanza controverso. Un altro fenomeno interessante su cui stiamo lavorando è la temporal exposure, cioè com’è cambiato il tempo di fruizione dei contenuti online da quando ci sono i social su una longitudinale di vent’anni. I primi segnali dicono che questo tempo si è ristretto, cioè i contenuti sono diventati più corti e l’attenzione dell’utente più limitata. Infine, un ultimo progetto è quello relativo a un’analisi comparativa delle elezioni in tutti i Paesi in cui si voterà nel 2024, che stiamo seguendo per capire quali sono le dinamiche di fruizione delle notizie, del dibattito pubblico, delle narrative e della polarizzazione dietro a un determinato risultato elettorale.

 

A proposito di questo ultimo punto, proprio in riferimento alle elezioni, a giugno e novembre avremo due importanti appuntamenti elettorali nell’Unione Europea e negli Stati Uniti, oltre a quelli che ci sono già stati e ci saranno in questo anno dove quasi la metà della popolazione mondiale andrà al voto. Quali considerazioni si possono fare sulla salute del dibattito pubblico, in relazione a questioni che potranno rivelarsi cruciali per le scelte elettorali, e sul ruolo più generale delle piattaforme anche rispetto al tema della disinformazione?

Walter Quattrociocchi: Come dicevo il ruolo delle piattaforme è ampiamente sopravvalutato e questo è anche il principale risultato della nostra ricerca, perché online ognuno cerca quello che è più affine alle proprie posizioni e ignora le informazioni in contrasto con la propria visione. L’impatto sulle dinamiche di voto, di conseguenza, è abbastanza marginale, perché la ricerca del contenuto è basata sull’affinità e su questa cernita ed è abbastanza difficile che qualcuno riesca a far davvero cambiare idea a un utente. Per quanto riguarda la salute del discorso pubblico, se come abbiamo visto non è cambiato molto in trentaquattro anni, su piattaforme diverse, su argomenti diversi, probabilmente la responsabilità non è imputabile soltanto alle piattaforme ma è una questione intrinsecamente umana. Quindi andrebbe in parte riconsiderato il nostro giudizio e se proprio si volesse incolpare le piattaforme bisognerebbe trovare altri spunti.

 

I media e i luoghi del dibattito si sono spostati dalle piazze alla televisione con tempi più stretti, e ora online con contenuti fruiti in modo sempre più veloce, con il rischio di uno scadimento di un discorso pubblico che diventa più fluido e in cui si perde il contenuto. Secondo lei quanto di ciò dipende dal luogo in cui questo avviene? Quanto dipende dal modello di business che anche i giornali o comunque l’informazione in generale adotta in funzione della velocità di questa fruizione?

Walter Quattrociocchi: Parzialmente, nel senso che questa dinamica di business premia l’intrattenimento e l’errore di fondo è quello di interpretare le piattaforme come luogo di scambio. Nel momento in cui il sistema dell’informazione eredita il business model di una piattaforma si innesca questo problema, perché si abbassano gli stipendi dei giornalisti e aumenta la necessità di fare hype all’interno di questo modello di intrattenimento. Vediamo che la dinamica premiale, quella algoritmica, così come il problema delle fake news sono probabilmente soltanto effetti collaterali di questo profondo cambiamento a monte, che è quello delle piattaforme social che introducono un nuovo business model e dell’informazione che circola sempre più veloce al loro interno adottandolo a sua volta. Ridurre tutto questo discorso ad una critica alle piattaforme che le vede come responsabili di disinformare e distrarre il popolo ignorante è un po’ azzardato. È più complicato di così.

 

Rimanendo sul dibattito pubblico che, come abbiamo detto, avviene in buona parte sui social, quali contromisure si possono adottare per migliorarne la salute e per creare spazi online maggiormente costruttivi? 

Walter Quattrociocchi: Non sono sicuro che si possano creare spazi online dove svolgere dibattiti totalmente costruttivi perché le piattaforme social non nascono per discutere di grandi sistemi come se fossimo in delle agorà. Sono piattaforme di intrattenimento ed è normale che faccia più like un contenuto leggero rispetto a un trattato filosofico di un’ora e mezza postato sui social, perché è lungo e non facilmente fruibile da tante persone. Gli utenti passano il tempo online alla ricerca del divertimento e non per fruire di contenuti che potrebbero risultare noiosi, questo è un po’ il quid dietro al comportamento online e alle interazioni sui social. Non saprei dire come risolvere questa dinamica, probabilmente dobbiamo solo accettare il fatto che questi spazi sono diversi da quello che avevamo pensato e non si prestano benissimo a veicolare discorsi complessi.

Scritto da
Daniele Molteni

Editor di «Pandora Rivista», si è laureato in Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano e ha collaborato con diverse realtà giornalistiche, tra cui «Africa Rivista», «Lavialibera» e «Modern Insurgent». Si occupa di politica internazionale, questioni sociali e tecnologia. È membro del collettivo giornalistico “Fuorifuoco”.

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