“Le vie dell’acqua. L’Appennino raccontato attraverso i fiumi”
- 11 Aprile 2021

“Le vie dell’acqua. L’Appennino raccontato attraverso i fiumi”

Recensione a: Civiltà Appennino, Le vie dell’acqua. L’ Appennino raccontato attraverso i fiumi, a cura della Fondazione Appennino, Donzelli Editore, Roma 2020, pp. 200, 17 euro (scheda libro)

Scritto da Riccardo Ottaviani

6 minuti di lettura

«Sull’acqua si è fondata la civiltà. L’acqua ha scritto e porta le storie. Laddove si è scoperto un rivolo naturale che sgorgasse da una sorgente, la vita sociale della comunità si è sviluppata ed è progredita» (p. VIII). Ed è proprio l’acqua l’elemento scelto da Fondazione Appennino per raccontare il territorio appenninico, proseguendo il percorso avviato lo scorso anno con la pubblicazione di Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità a rappresentazioni. Protagonisti di questo secondo volume sono i fiumi, il cui fluire alimenta le storie presenti nei sette capitoli de Le vie dell’acqua. Gli autori – Laura Bosio, Guido Conti, Donatella Di Pietrantonio, Carlo Grande, Giuseppe Lupo, Raffaele Nigro, Laura Pariani, presentazione di Piero e Gianni Lacorazza – portano il lettore a immergersi in sette differenti paesaggi attraverso episodi e memorie personali in cui traspare chiaramente il legame con i luoghi rappresentati. Un viaggio lungo l’Italia intera, sull’imbarcazione della letteratura, scoprendo gli aspetti più intimi dell’Appennino.

Sono storie di immigrazione, racconti d’infanzia, riflessioni fra antico e moderno, arricchite da un cospicuo richiamo letterario – figlio della formazione degli autori, noti scrittori del panorama nazionale – quelle che compongono Le vie dell’acqua. Il percorso del libro si snoda su più aree del Paese, dalla Val Padana al Sud Italia. Raccontare l’Appennino, scopo principale del lavoro di Fondazione Appennino, porta difatti a muoversi lungo tutta la Penisola, attraverso la sua spina dorsale. Il risultato è un incontro fra scenari diversi, di montagna, ma anche di pianura. È il caso del Po, di cui Guido Conti stila un “dizionario” del lessico fluviale per la descrizione delle diverse condizioni del fiume. La vita nelle pianure bagnate dal maggior corso d’acqua italiano si lega con forza al suo umore, fronteggiandolo nei periodi di piena o vivendone la quotidiana normalità nei più frequenti momenti di calma. Ma non si commetta l’errore di considerare il fiume piatto come monotonia, ricorda Giovannino Guareschi: «…soltanto quando è perfettamente orizzontale l’acqua conserva la sua dignità. Le cascate del Niagara sono fenomeni da baraccone, come gli uomini che camminano sulle mani» (p. 31).

L’Abruzzo, cuore dell’Appennino, viene efficacemente rappresentato nelle pagine curate da Donatella Di Pietrantonio – autrice di diversi romanzi di grande successo, tra cui L’Arminuta. La scrittura di Di Pietrantonio, diretta e realista, offre uno spaccato di vita delle montagne abruzzesi del Novecento. L’acqua diviene in questo caso lo sfondo di attività popolari come la tosatura delle pecore, per i mariti, o il lavaggio dei panni, per le mogli. Rituali vissuti con gli occhi di una cìtila (bambina) dai quali traspaiono le contraddizioni e la povertà, ma allo stesso tempo il mutuo soccorso tipico del vivere in montagna. Di Pietrantonio descrive inoltre la condizione di chi si è sentito estraniato in un contesto così carico di lavoro, di vita pratica, ma dove l’attenzione alle parole e alla cultura non trova grande spazio. È l’ambiente in cui la maestra elementare diviene il riferimento principale a cui tendere per immaginare un futuro diverso, trovando una propria dimensione nello studio più che nei campi. Il rapporto con i luoghi dell’infanzia e con la famiglia – in particolare con la madre – si arricchisce così di complessità, che inevitabilmente si ripercuote sulla memoria. Ne scaturiscono pagine di valore, tra le più belle del volume.

L’immigrazione, uno dei temi che più riguardano le aree interne, riceve attenzione sia nel capitolo di apertura dedicato al mare, curato della scrittrice milanese Laura Bosio, che in quelle di Carlo Grande, scrittore torinese e giornalista de La Stampa. I paesi dell’Italia interna ormai segnati dall’annosa problematica dello spopolamento trovano nei migranti nuovi possibili abitanti e nuove speranze di rilancio. Lan Yuè, la protagonista del capitolo di Grande, arrivata dalla Cina alle pendici del Monviso, funge da esempio di questo processo di scambio che le montagne stanno vivendo. Vi sono le possibilità di arricchimento che l’apertura offre, ma al contempo le difficoltà dell’integrazione e l’inquietudine di una vita dall’altra parte del mondo in contesti non semplici. Grande si avvale di questa storia fra reale e romanzo per comunicare al lettore la necessità di guardare con occhi diversi all’immigrazione, con la consapevolezza che i figli di una ragazza orientale «saranno i frutti di un albero nuovo e apparterranno a una nuova razza, pienamente asiatica e pienamente occidentale. Saranno qualcosa di più, non qualcosa di meno» (p. 49).

Se l’immigrazione è il fenomeno “nuovo” delle aree interne italiane – forse inaspettato sino a non molti anni fa – l’emigrazione è una componente fondamentale dei decenni passati. Ogni montagna italiana ha visto famiglie intere partire alla ricerca di un lavoro dignitoso e una vita più agevole, magari spostandosi verso le industrie della pianura, oppure valicando i confini nazionali alla ricerca di nuove opportunità all’estero. La natura emigrante del nostro Paese, a lungo dimenticata, è ancor più evidente nelle terre alte. Da questo flusso esterno prende piede la storia raccontata della scrittrice Laura Pariani, partita con la madre verso l’Argentina per raggiungere il nonno emigrato. È il confronto fra un paesaggio europeo “addomesticato” e quello selvaggio del Sud America, quello che emerge dai ricordi di Pariani, con i grandi fiumi argentini visti nella loro magnificenza e al contempo nelle loro insidie, in gran parte sconosciute ai più docili fiumi italiani. Le memorie si dividono fra paesaggi diversi, dal Cusio al Tigre, tornando alle sponde del Lago d’Orta – un lago senza immissari, le cui acque vanno in direzione nord, verso le montagne, invece che a sud, verso l’Adriatico: un lago «che fa di testa sua» (p. 179). Pariani condensa dunque in poche pagine il viaggio di una vita, raccontato con uno stile schietto e piacevole.

Giuseppe Lupo e Raffaele Nigro ci riportano saldamente nell’Appennino del Sud Italia. I due autori lucani continuano quanto iniziato con Civiltà Appennino, muovendosi fra Storia e letteratura, fra antico e moderno. Ne risultano due capitoli di grande interesse, carichi di riferimenti culturali e riflessioni ispirate dall’acqua. La volontà di fondo è quella di offrire una narrazione che superi il disincanto storico e l’abbandono all’idea del Mezzogiorno come area “sconfitta” d’Europa, per poter ripensare un’utopia mediterranea la quale, come scrive Lupo, «può essere un vantaggio anche per un Occidente che, varcando la soglia del millennio, ha mostrato i suoi limiti, si è svegliato vecchio e malato, indebolito nella sua integrità» (p. 101). Non si tratta di un compito semplice, specie in un contesto sempre più fragile, dove le insicurezze generate da decenni fallimenti economici e politici, ora aggravati dalla pandemia, sembrano aver minato la volontà di ricostruire – sia sul piano fisico che dialettico. Eppure, se davvero si vuole cambiare rotta, questa operazione di valorizzazione del territorio è più che necessaria. La letteratura ha il compito di provarci, di pensare una ricostruzione. Nigro evidenzia come «dallo storicismo della progettualità siamo approdati a un minimalismo della sopravvivenza, dove si esprime il senso di vuoto e di nichilismo degli anni correnti» (p. 157). A questo si oppongono i due autori, attraverso una scrittura carica di dettagli e di senso critico.

I racconti di Le vie dell’acqua toccano dunque varie tematiche importanti per l’Appennino, fornendo un approccio letterario peculiare. Il lettore non si aspetti tecnicismi: il libro racconta i fiumi con una scrittura attenta alla storia e al rapporto emozionale che viene a crearsi tra i corsi d’acqua e chi li vive. Volendo muovere una critica, Le vie dell’acqua sembra in alcuni tratti perdere il focus sull’Appennino e sui corsi d’acqua, risultando in alcune pagine meno connesso al tema di fondo che lo caratterizza – probabilmente per la difficoltà di uniformare i contributi di sette autori con storie così diverse. Il lavoro rimane importante, per la volontà di raccontare parti d’Italia spesso poco considerate facendo perno sulla cultura, nonché per la capacità di ridare all’Appennino un ruolo di connessione fra Nord e Sud del Paese. Viene data perciò continuità a quanto iniziato con Civiltà Appennino, mettendo sul piatto ulteriori elementi di discussione per il rilancio di questa parte di Paese e coinvolgendo sempre più autori in questo processo. Un rilancio per forza di cose complesso: la crisi storica che stiamo vivendo va a sommarsi, nel caso dell’Appennino, con quella decennale dello spopolamento. Al di fuori dell’ambito matematico raramente meno per meno fa più, tuttavia si deve notare come questa fase di difficoltà stia convincendo sempre più persone a ripensare il modello di sviluppo e, più in generale, di vita che vogliamo darci per il futuro. Si aprono allora spiragli per un cambio di direzione, non immediato, ma quanto meno possibile anche per le aree interne. Il contributo della Fondazione Appennino di Montemurro (Basilicata) alla valorizzazione della “spina dorsale” italiana va in questa direzione, sia per mezzo delle due pubblicazioni edite da Donzelli che della rivista web, dando un segnale importante per le aree interne del Sud – e non solo – con la speranza che un numero crescente di associazioni nel resto d’Italia sia pronto a spendersi attivamente per ridare vitalità al territorio. Forse solo in questo modo si può ribaltare l’idea di abbandono a cui l’Appennino agli occhi di molti sembrava inesorabilmente destinato, riportando così “i margini al centro”. I corsi d’acqua d’altronde vanno proprio in questa direzione: dalle montagne scendono a valle, dalla periferia muovono verso il centro. È importante allora valorizzare l’intero percorso, senza tralasciare la partenza.

Scritto da
Riccardo Ottaviani

Nato a Cesena nel 1994. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna, dove attualmente studia Sviluppo Locale e Globale. Si interessa politica europea e Nord Europa.

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